I fatti eran d'una sola entità. Ne ricordo alcuni:

Quando noi ci recavamo il mattino a Splügen, era nostra abitudine

seguir la strada men battuta, che partendo dalle spalle dell'albergo,

giunge a quel villaggio per discreti viottoli ombrosi. Non saprei dir

quante volte noi ci fermassimo e le nostre labbra si cercassero

avidamente; non saprei dire con quanta diligenza io vegliassi a che

Lidia non s'affaticasse di soverchio. Da qualche tempo, i baci eran

diminuiti; Lidia, dicendo di voler imitare gl'inglesi, camminava

innanzi a me, senza darmi mano; se ci soffermava l'improvvisa bellezza

d'un mattino estivo, ammiravamo silenziosi, nè sentivamo il bisogno

d'esser vicini, d'interrogarci e di commoverci insieme. Una volta, al

ritorno da Splügen, invece di riprender la via secreta, m'incamminai

sulla via postale, ch'era più breve. Lidia mi seguì, senza mostrar

noia o stupore; giungemmo a casa, privi di baci, e risaliti in camera

non ci ripagammo di quell'insolita astinenza. Peggio: da quel giorno,

le strade postali furono le preferite.

Ancora: noi non parlavamo che del nostro amore, in principio, e non ci

curavamo se all'intorno si vivesse; il bel tempo e il cattivo erano

egualmente benvenuti e con egual piacere si rimaneva in casa o si

usciva a passeggio. Da parecchio,--avevo cominciato io,--i nostri

discorsi parlavan degli altri; si faceva la caricatura ai compagni

d'albergo, ci si chiedeva che potessero pensar di noi i genitori di

Lidia e i miei amici. Peggio; si facevan disegni per altri luoghi, si

evocavano i ricordi della città; si prediligevan le passeggiate, nelle

quali s'inframmettevano fra noi mille oggetti e variati spettacoli; e

si leggevano i giornali.

Queste modificazioni eran necessarie; accennavano al passaggio

dall'amor violento, dalla frenesia giovanile a un più calmo possesso,

a una più tranquilla felicità; passaggio inevitabile, poichè sarebbe

stato pericoloso e sovrumano che avessimo continuato come nei

primissimi tempi. Nè mi potevano esse spaventare, nè eran brusche ed

aspre così da lasciar fra l'inizio e il presente una visibil lacuna;

ma avevan tuttavia qualche cosa di caratteristico, d'indefinibile,

prodotto dalla graduale conoscenza reciproca delle nostre indoli.

Certamente, per noi i giorni dipendevan dalle notti, la vita

dell'anima s'informava alla vita dei sensi, e conservo a tal riguardo

la memoria di due episodî, che segnano a mio credere due punti ben

chiari e diversi della nostra parabola amorosa.

Com'io aveva indugiato una sera nella mia camera a scorrere diverse

lettere, ed era inavvertitamente valicata la mezzanotte, l'ora

classica in cui mi presentavo a Lidia,--sentii presso l'uscio un tenue

fruscìo d'abiti, e sulla porta l'errar d'una mano in cerca della

gruccetta. Aguzzai l'orecchio; il fruscìo pareva ripetersi; ma sempre

tenue e dubitoso. Mi diressi all'uscio, l'aprii sveltamente e vidi

Lidia, immobile, fulminata dalla propria audacia.

--Oh!--ella esclamò, giungendo le mani, con voce tra la gioia e il

malcontento.--Oh non pensar male di me! È già mezzanotte; non ti

vedevo, temevo che fossi indisposto. Non pensar male!--

Io risi prendendola fra le braccia.

--Mi duole, o signora,--dissi, mentre la portavo sopra una

poltrona.--Mi duole immensamente, ma io sono costretto a pensar male

di voi!--

E le diedi più baci sugli occhi e sulla bocca....

Questo era avvenuto non molto dopo il nostro arrivo all'albergo; ma

v'era anche il riscontro a quella scena d'impulso; riscontro causale

di cui io aveva la maggior colpa.

Leo, il cane del signor Pfaff, s'era fatto singolarmente ringhioso e

per dimostrarmi che la sua antipatia aveva concluso nel più strano

odio, mi guardava con occhi torvi e brontolava se appena osassi

avvicinarlo. Talchè, scendendo solo, un mattino, e trovando Leo

disteso nel corritojo, lungo e stretto, che seguiva alla scala, tentai

d'accarezzare il cane, di persuaderlo all'amicizia con qualche buona

parola. Leo s'alzò veemente e visto chiuso l'uscio che dal corritojo

metteva alla strada, ringhiò, in atto di difesa; per punir l'animale

dell'accoglienza eccessivamente incivile, staccai dalla parete la

frusta del signor Pfaff, drizzandone la punta al muso del cane; ma

questo senza darmi tempo di colpirlo, spiccò un balzo con un latrato,

mi si lanciò contro così veloce, ch'io riuscii a mala pena a schivarne

l'urto. Quasi nel medesimo istante, sulla scala che mi era alle

spalle, risonò un grido acuto e volgendomi scorsi, abbrancata alla

ringhiera, Lidia, pallidissima, cogli occhi aperti su di me. Leo parve

ammansato dalla inattesa comparsa della donna; io corsi a Lidia, la

riaccompagnai nella sua camera, dov'ella, cedendo a un moto nervoso,

diede in dirotto pianto, tutta scossa da un tremito.

Non so perchè, quelle lacrime innocenti m'irritarono e mi sconvolsero

in modo che invece di chieder perdono a Lidia d'averla così turbata

colla mia improntitudine, non apersi bocca e aspettai ch'ella avesse

rasciugati gli occhi e si fosse dominata; nè per quanto i suoi sguardi

invocassero una scusa, io fui capace di formularla.

Ci trattammo con molta freddezza pel resto della giornata, poichè,

sapendo d'aver torto, mi dicevo e mi persuadevo d'aver ragione, ed ero

arrivato ad aspettarmi io una spiegazione dello spavento di Lidia.

Quando calò la sera, ci lasciammo al limitare delle nostre camere, e

nessuno di noi due tentò una riconciliazione, venuta solo l'indomani.

Se questo chiaroscuro aveva potuto svelare a Lidia la dominante

incoerenza del mio carattere, ben ve ne furono in séguito, che

squarciarono altri veli. E, per esempio, rammento che all'arrivo della

diligenza avendo una volta osservata con qualche attenzione una

signora assai giovane ed elegante, che vi si trovava, rincantucciata

in un angolo,--rammento come Lidia soffrisse di quella mia curiosità

senza scopo, e me ne chiedesse con insistenza delle ragioni che non

potevo dare, poichè non esistevano.

E, ancora, Lidia tradiva a poco a poco la smania, l'impazienza di

tornare in Italia, di ritrovarsi fra gente conosciuta, d'ascoltar dei

discorsi e delle narrazioni di fatti. I fatti soli la interessavano,

mentre su di me esercitavano una noia indicibile, specie se raccontati

con quella minuzia di particolari che Lidia voleva.

Gli stupendi paesaggi a noi d'intorno, eran piaciuti a Lidia, non per

sè medesimi, ma per la loro novità; laddove io, conoscendoli assai

bene, li amavo perchè me n'ero fatto padrone e ne sapevo ogni

inflession di linguaggio; cosicchè avveniva che a me l'abitudine

faceva il soggiorno più caro, e a Lidia il soggiorno non piaceva se

non vario di gite e d'escursioni. Abituato a mutar luogo dalla prima

giovanezza, nulla dei costumi stranieri mi riusciva molesto o

inaccettabile; m'allignavo così prestamente in qualunque paese da

dimenticare in pochi giorni d'avere altri costumi. Lidia, vissuta

sempre sotto la tutela assorbente di donna Teresa, trovava

insopportabile la minima variazione alle sue abitudini; aveva sofferto

d'insonnia perchè il letto non era collocato di fronte alla finestra,

e dopo più di due mesi, ancora arricciava il nasino quando le

avvenisse d'ascoltar gli svizzeri parlare il dialetto grigione o il

romancio; la cucina dell'albergo le aveva tolto l'appetito; il romore

del Reno la spaventava come al primo giorno; e osservando ch'io non

pativa punto di questi disagi, s'irritava leggiermente.

Perchè, la collana di screzî che sono andato enumerando, era, infine,

così sottile da notarsi appena, e ancora sopra tutto dominava l'amor

nostro, che appianava le piccole difficoltà e conservava il color

roseo a quei primi mesi; nessuno di noi due, certo, ingrandiva le

scabrosità di carattere dell'altro, ma al contrario, ciascuno si

studiava di sorriderne con affetto e d'obliarle tosto.

Sul cominciar di settembre, donna Teresa ci scrisse, manifestando il

desiderio di riveder Lidia e mi parve opportuno cedere alla preghiera

nonostante che Silesia Pfaff e suo padre si rammaricassero assai della

nostra partenza.

--Perchè così presto, quest'anno, signor Lacava?--osservò Silesia,

all'annuncio.

Perchè così presto, infatti? Abitualmente, io aspettava la prima

tormenta di neve, a levar le tende; ciò mi offriva la varietà d'un

ritorno in islitta. Ma il mio volere era ormai dimezzato; io non

poteva più vivere a capriccio. Quando tentai di far capire questo a

Silesia, ella di nuovo deve aver pensato che se avessi sposata lei,

avrei potuto viaggiare in islitta otto mesi all'anno.

Un ultimo incidente segnò la vigilia della partenza. Avevo

raccomandato a Silesia che provvedesse a prepararci le bagaglie, e

tornando da un'escursione d'addio, trovai invece le due cameriere

dell'albergo, che si limitavano ad aiutar Lidia, la quale faceva i

bauli da sè.

Chiamai questa nella mia camera, e la pregai di lasciar fare ai

domestici.

--Come!--esclamò Lidia stupita.--Non vuoi ch'io sorvegli?

--Sorvegliare sta bene,--risposi.--Ma tu eri inginocchiata ad

accomodare le robe nel baule.

--Bisogna fare così con costoro che non capiscono niente!--Lidia

concluse, e tornò alla sua camera e riprese ad accomodar la roba.

Io mi morsi le labbra. Fra tutte le cose meno tollerabili per me, la

buona massaja, questa creazione della società borghese, questa

tiratrice di colli d'oca, era la più urtante.

Avevo della donna un concetto quasi orientale, in cui m'ero conservato

con tenacità; rivedevo sempre mia madre, finissima signora, le cui

sole mani innamoravano, e rivedevo tutte le donne di mia conoscenza,

anche le men belle, allevate per gli agi e per occupazioni

aristocratiche. La concordanza di tali fatti, la vita errabonda che

avevo condotta con mio padre, avevano generato in me l'assurda

opinione che la donna fosse un oggetto prezioso, degno di prezioso

contorno; una specie di regina di delizie. Ed io voleva la donna così,

io poteva averla così; nè m'ero sognato mai di considerar la sorte di

quelle che così non erano e non potevano essere.

Lidia, bianca, bionda, leggiadra,--giocattolo inestimabile--doveva

farsi una di queste signore inutili, uno di questi fiori esili e

delicati il cui apparire è pien di regalità, come lo sboccio è

luminoso d'iridescenze.

Buona massaja no! Io mi sarei opposto con ogni mezzo.

Lasciammo l'albergo sul far del giorno, mentre piovigginava,

nell'incertezza d'un'alba fredda; e l'indomani eravamo alla Villa

Folengo, tra Pallanza ed Intra, sul Lago Maggiore.

Io sentiva che avevam bisogno degli altri e che la solitudine a due

aveva rischiato di sgretolar con lenta marcia un grande edificio

d'amore. La società, gl'indifferenti, i curiosi, gli amici, le

esteriorità che avevam dimenticate durante il soggiorno nei Graubünden

e che eran così soavi ad abbandonare in quei tempi, ci tornavan

graditi ora, ci scuotevano salutarmente.

Lidia, in ispecie, mandava ogni poco dei trilli di gioia, e si buttava

fra le braccia di sua madre. Donna Teresa, superato un certo impaccio

nel darmi del tu, era commossa della felicità che avevo portata in

casa sua, e il signor Pietro Folengo trovava il nostro matrimonio

bello e prezioso quanto una partita doppia scritta senza errori in

eleganti calligrafie.

Per una festa data da Ettore Caccianimico nella propria villa a

Pallanza, ebbi occasione di ritrovar parecchie conoscenze; Ettore

Caccianimico, innanzi tutto, l'interessante uomo la cui vita contava

per due, così era stata violenta di passione, ricca d'avventure e

febbrile; a lui mi legava grandissima amicizia, nonostante la

disparità ragguardevole d'anni. Portava lunghi i capelli bianchi e

vestiva con eleganza; avendo vissuto in quasi tutte le capitali

d'Europa, conosceva la storia di molte genti e ne inventava di molte

altre. Non aveva trovato il tempo di far la solita evoluzione senile

verso gli scrupoli religiosi.

--Amo i divertimenti onesti, la compagnia dei giovani ed i ricordi dei

vecchi,--diceva.--Quando sarò di peso, mi farò saltar le cervella.--

Sua moglie, Clara Caccianimico, la quale in trent'anni di matrimonio

non s'era visto vicino Ettore per più di quattro mesi di séguito, era

una donna alta, robusta, rossa in viso, cordiale. Non appena ci vide

entrare, s'impadronì di Lidia, l'abbracciò, le presentò una ventina di

cavalieri caricandole il taccuino di tanti nomi, ch'io a stenti

riuscii a fissare un giro di valzer con lei.

Appoggiato alla porta che metteva dalla prima alla seconda sala,

Ettore Caccianimico mi stava al fianco enumerandomi le qualità dei

convenuti. Io da lontano osservava Lidia, che pareva difendersi assai

bene e rintuzzar con prontezza i complimenti dei sùbiti corteggiatori.

Ella era un po' accesa in volto, e i suoi occhi fosforici ogni tanto

mi cercavano, venivano a salutarmi, sfuggivano. Per l'abito lilla che

indossava, avevo lasciato fare a lei e a donna Teresa; ma ora mi

sembrava oltremodo scollato, e quel movimento del seno alternato ad

ogni respiro, quel giro di perle attorno al collo, quei fiori nei

capelli, che io aveva tanto ammirati in casa, mi davan fastidio come

troppo procaci.

Quanto a Lidia,--quand'ella appariva dalla porta, di fronte a quella

ov'io era con Ettore,--studiava il movimento delle mie labbra per

intuire quel che dicessi; e non appena avevo qualche signora al

braccio e mi disponevo a ballare, la distrazione di Lidia arrivava al

punto che il cavaliere di lei parlava, interrogava, senz'ottener mai

risposta.

A quella festa, la presenza di Giorgio Uglio mi stupì non poco.

Bell'uomo, Giorgio Uglio, dalle membra flessibili per assidui esercizî

di scherma; un po' vano, così da meritarsi il soprannome di

_uomo-camelia_ che il Caccianimico gli aveva dato a indicar la sua

fatua eleganza.

Quand'io era partito con Lidia per la Svizzera, a Milano si parlava

molto della riconciliazione di Giorgio con sua moglie Laura; non già

perchè il perdonare alla più volte adultera fosse cosa inaudita, ma

perchè la pace in casa Uglio s'era ristabilita con sì stretti nodi,

che Giorgio e Laura parevano innamorati novelli e avevan trovato nel

museo dei loro affetti una fioritura di tenerezze sbalorditoie, una

passione d'anime disgiunte che si riuniscono a dispetto del destino.

Mentre chiedevo al Caccianimico perchè Giorgio fosse solo, Giorgio

stesso mi venne incontro a mani aperte.

--Caro, caro!--egli esclamò.--Così presto tornato? La tua signora è

maravigliosa d'eleganza e di bellezza. Contate di ripartire? Un giro

per l'Italia, m'hanno detto.... Laura è nell'alta Engadina coi

parenti; soffre molto, lontana; sarà qui a giorni e spero ti

tratterrai per salutarla. Ella sarà felice di riveder la tua signora

che le era così simpatica da fanciulla....--

Ettore Caccianimico,--nell'angolo d'osservazione cui ricorreva durante

gl'intermezzi,--sorrideva malignamente. Quando Giorgio si fu

allontanato, domandai conto ad Ettore di quel sorriso.

--Che cosa vuoi?--rispose.--Fa bene veder tanta intimità fra vecchi

amici.--

E aggiunse:

--Hai sentito? Laura soffre molto, lontana. Lontana da chi? Lontana da

lui, si capisce. Dio mel perdoni, l'idea è comica.--

A me, nell'animo, s'era piantata un'angoscia indicibile per le parole

di Giorgio Uglio. Nella solitudine dalla quale uscivo, m'ero

dimenticato affatto che un giorno avrei dovuto incontrarmi con persone

che desideravo evitare; la scelta mi sembrava facile, e non ricordavo

quanto la libertà di azione fosse circoscritta nel mondo, sottoposta a

compromessi di peso granitico. Avevo una ragione chiara, plausibile,

per non ammettere Laura Uglio in casa mia? Ella era accolta dovunque,

poichè il marito perdonava e ne magnificava le virtù; non avevo

speranza che nel tatto di Laura, la quale avrebbe forse compreso

ch'era di cattivo gusto una sua visita a Lidia.

--Donna sul far della sera!--mi susurrò il Caccianimico, mentre

passava Angela Tintaro al braccio d'una giovanetta bruna.--Piacevole,

però. Non è piacevole? Ti sfido a scoprirle un amante.--

Anche Angela Tintaro! Questa no; questa, poi, in casa mia, non avrebbe

messo piede. Ella si dirigeva ora verso di me, sola.

--C'è la sua signora, qui, non è vero?--domandò offrendomi la

mano.--L'ho vista. Quanto è carina! Di un'eleganza tutta francese:

molto giovane, molto bella!---

--La conosceva già?--disse il Caccianimico.

--Non avevo e non ho quest'onore,--rispose Angela Tintaro.--Stavo

appunto chiedendo al signor Lacava....--

Ma prima di lasciarle terminar la frase, Ettore Caccianimico le prese

il braccio e se la portò via, esclamando:

--Come, non l'hanno presentata? Ma che cosa fa dunque mia moglie?--

Quando l'orchestra attaccò il valzer, raggiunsi Lidia, che l'aveva

fissato con me. Dalla stretta istintiva del suo braccio, dal sorriso

risplendente con cui la donna mi accolse, indovinai ch'ella pure

soffriva, soffocava fra la folla.

--Andiamo via, dopo,--ella pregò sottovoce.

--Sì, sì,--risposi.--Sono stanco. Ti hanno presentata Angela Tintaro?

--Un momento fa. È stata molto gentile; piena di cortesie.

--Lo so,--mormorai inavvertitamente.

--Come lo sai?

--Volevo dire ch'è naturale,--corressi.

--Mi ha invitato a renderle visita, all'Hôtel Pallanza. Ci andremo?

--Ti dirò poi,--risposi.

Al cominciar del valzer, vidi che tutti gli occhi erano su di noi,

ed ebbi una tremenda e voluttuosa soddisfazione di vanità. Quegli

uomini che seguivan dello sguardo le movenze agili di Lidia e

aspettavano l'aria mossa dal suo abito quasi come cosa sua; quelle

donne che l'odiavan già dell'odio più femminile; quell'Angela

Tintaro che aveva preso posto in un divano per goder tutta la

visione di Lidia,--sapevano, dal primo all'ultimo, ch'io solo poteva

amarla, ch'ella era per me solo. Le loro diverse sofferenze

formavano il più bello perchè il più volontario degli omaggi alla

nostra felicità. Anch'io in altri tempi avevo sopportate per altre

donne simili torture; il contrappasso era perfetto. Poco importava

se qualche imbecille facesse dei disegni di conquista; ciò non

guastava nulla.

Amavo Lidia in quell'istante come non l'avevo forse amata neppure il

primo giorno della nostra unione; io la teneva fra le mia braccia,

sotto quegli occhi invidi e desiderosi; il profumo di gardenia saliva

dal suo busto, si diffondeva da' suoi capelli ad inebbriarmi, come

l'onda musicale che avrei voluto sempre accompagnasse la mia donna.

--Il signor Uglio ha detto che Laura desidera salutarmi,--Lidia

riprese, mentre, lasciato il posto alle coppie seguenti, ci

attardavamo a far coda.

--L'ha detto anche a me,--risposi.--Ti piace Laura?

--Dev'esser finta.

--Aspetteremo che venga lei a visitarci.--

Quando il valzer finì, Lidia declinò tutti gl'inviti pei balli

successivi, e appena fu possibile, ci congedammo.

Angela Tintaro, Giorgio Uglio, Clara Caccianimico, parecchi altri

sopraggiunsero, e in un attimo fu una ressa d'inviti a visite, di

cortesie d'una noiosità sorprendente.

Ettore Caccianimico mi strinse la mano, gridando:

--Non è permesso, non è permesso andar via a quest'ora!--

E a bassa voce mi aggiunse:

--Sta bene attento: voi vi amate troppo in fretta!--

Il Designato: Romanzo · 第 18 / 36 题