Il cielo prendeva un aspetto retorico, da melodramma. Sopra uno sfondo
potentemente azzurro, vagavan certe grosse nuvole bianche, fra cui la
luna ora si nascondeva, ora faceva capolino.
Dalla finestra della mia camera era, lo spettacolo, più curioso perchè
il giardino, al disotto, andava illuminandosi ed oscurandosi a seconda
della luna bizzarra. S'alternavan gradazioni di verde lucido e
gradazioni di nero opaco, ombre sul terreno scheletriche e
scarmigliate, indecisioni di contorno. Queste diverse imagini
s'imprimevano forte nel mio cervello non come percezioni chiare, ma
come sensazioni, che ricordo; perchè il momento era dei più difficili.
Noi ci eravamo ritirati da circa un'ora; gli amici, i parenti, avevano
abbandonata la casa con un'ultima stretta di mano, alcuni con un
sorriso. Lidia--mia moglie--s'era appartata nella sua camera,
accompagnatavi da donna Teresa, che l'aveva lasciata poi, baciandola
sulla fronte; pallide e commosse tutt'e due.
Io, in abito nero, sembravo una decorazione della mia stanza da letto,
nervosamente allegra, perchè al giuoco della notte indecisa vi faceva
robusto divario la luce artificiale; erano accesi i due bracci a
candela dell'armadio, le due lampade sul caminetto e la lampada
pensile nel mezzo. Poi, aleggiava un profumo acuto di fiori, raccolti
in coppe, morenti con furiose dispersioni d'ebrietà.
Appoggiato al davanzale della finestra, vedendo ma non osservando il
rimpiattino della luna, io meditava.
Era necessario lasciare scorrere un certo lasso di tempo affinchè
Lidia non credesse la mia un'intempestiva sorpresa, un'invasione da
barbaro. Il suo cuore doveva battere a martello; era necessario
lasciarlo calmare.
Io stesso aveva bisogno di guardare in faccia il fenomeno di questa
vergine lanciatami fra le braccia dalla legge, datami esultando da sua
madre, perchè la trasformassi in donna, con un mezzo che due giorni
avanti si sarebbe chiamato il disonore.
Con maravigliosa mutazione, pel semplice fatto che l'amore, così
insofferente di forme e di nomi, aveva preso nome e forma di
matrimonio, tutto quanto era proibito, condannato, scandaloso prima,
diventava lecito, onesto, doveroso adesso; un bacio, un abbraccio, una
notte, più notti, un giorno, più giorni d'intimità, erano cosa buona;
e se io avessi dato il bacio, tentato l'abbraccio, passata una notte
con Lidia, avanti ch'io avessi potuto chiamarmi suo marito, Lidia
sarebbe stata perduta, e suo padre avrebbe avuto il diritto
d'uccidermi e di farsi applaudire come un istrione alla ribalta.
Ciò non era logico, ma necessario, il che è ben diverso; tanto diverso
che la considerazione de' miei diritti improvvisi su Lidia mi dava un
umor chiaro, allegro, piacevole.
Sapevo il significato di quanto era per avvenire; significato di sì
grande rilievo che da esso dipendon quasi sempre le sorti di due
esistenze.
Mi richiamavo alla memoria delle letture fatte sull'argomento in altra
età, per una speranza di possibile eclettismo che mi servisse di
guida; ma mi sembravano ingenue o inadatte al paragone. L'unica mia
guida dovevo essere io medesimo e trovare nel mio passato quelle
cortesie, e quelle delicatezze e quelle audacie che l'esperienza
m'aveva insegnate ottime, se non in casi identici, almeno in casi di
qualche somiglianza col presente, se non in una prima notte di
matrimonio, almeno in una prima notte.
Accostarmi a Lidia come un amante a un'amante, era possibile e bello;
ma Lidia, la mia amante, era una fanciulla e il nostro amore non aveva
termine, e ogni falso o corrotto insegnamento si sarebbe trasformato
in un germe pericoloso del quale avrei colto io il frutto.
Quindi, potevo e dovevo essere l'amante, ma un amante castigato,
limitato, rettissimo.
Volgendo nel mio animo questi pensieri, m'ero ritratto dalla finestra
ed ero venuto ad appoggiarmi colle braccia sul marmo del cassettone.
Innanzi, lo specchio mi rifletteva pallido con un sorriso un po'
convulso, e la lucentezza dello sparato chiuso quadratamente
nell'abito, mi dava un'aria quasi severa.
Il profumo dei fiori vibrava fortissimo alle nari; dall'uno lato e
dall'altro dello specchio, due vasi di porcellana traboccavan di
narcisi e di garofani e d'anemoni e d'altri fiori vigorosi. Levai dal
gruppo folto una gardenia, che soffriva più dei compagni e la passai
nell'occhiello.
C'eran molte persone, le quali pensavano a noi in quell'istante. La
nuova del mio matrimonio s'era sparsa per Milano e fuori con rapidità
e maraviglia. Gli amici non si figuravano me nella notte presso Lidia?
non analizzavano con cinica irreverenza il nostro amore che
s'iniziava? nell'ombra non si preparavan già delle insidie? Io avrei
trovati i mezzi d'intercludere il passaggio a qualunque insidia tesa
sulla via della mia donna.
E anche questo dipendeva dal momento in cui ero. Laura Uglio non era
tornata dalla prima notte di matrimonio così nauseata, da giustificare
il suo adulterio avvenuto tre mesi dopo? Angela Tintaro non aveva
nella prima notte di matrimonio giurato di darsi a una donna, e a
uomini mai più? Quanti mariti maldestri non avevano in poche ore
mutata una fanciulla in un'impura colomba, presto insaziabile?
Aneddoti sparsi nelle mie memorie, dei quali capivo a un tratto la
sapienza....
Secchi e sonori per l'amico silenzio, l'orologio del giardino diffuse
dodici colpi.
Li contai adagio, smorzai i lumi, lasciando accesa la sola lucerna
pensile. Mi diedi un ultimo sguardo nello specchio: la gardenia, lo
sparato candido, l'abito nero, anche il viso molto pallido, sembravano
giovarmi. Al momento d'aprir l'uscio, ero tranquillo; meglio, ero
ilare e sicuro di me; avevo un indiavolato bisogno di scherzare.
Apersi, passai nel salotto oscuro, ma grave di profumi come la mia
camera. Un sottil filo di luce rosseggiava sotto l'uscio della stanza
di Lidia: troppo intenso, non poteva provenire dalla lucerna da
veglia; era la luce d'una lampada portatile. Posta dove? Non presso il
capezzale.
Lidia aveva fatta un'illuminazione nervosa come la mia?
Bussai leggiermente alla porta di Lidia, e mi sentii sorridere.
L'orologio ribattè i dodici colpi nel giardino. Che lampo era stato e
che eternità quell'intervallo!
Avvertii un lieve romore: poi il silenzio proseguì dovunque.
--Lidia!--dissi ponendo la mano alla gruccetta dell'uscio.
--Avanti!--rispose con voce soffocata.
Apersi l'uscio e guardai.
Lidia, in accappatojo, coi capelli sciolti, aspettava in piedi presso
una poltrona. Da una tavola sotto la finestra, una lampada alquanto
attutita dal paralume a smeriglio, sprigionava luce blanda, quasi
pulviscolo azzurrato, che veniva a stendersi sui capelli, sulla
fronte, sulle guance di Lidia e le dava una stanchezza, come dopo il
ballo, al sorger dell'alba. L'atteggiamento della giovane denotava
un'apprensione vivissima, tradita pure dal respiro precipitoso che le
agitava il seno.
--Non ti sei coricata?--domandai, mentre avanzavo richiudendomi
l'uscio dietro le spalle.
Lidia fe' cenno di no colla testa.
--Hai avuto paura?--dimandai di nuovo, prendendole una mano.
Lidia fe' cenno di sì.
Mi sedetti sulla poltrona a cui ella era appoggiata, e tenendo tutt'e
due le mani di Lidia, attrassi la fanciulla sulle mie ginocchia.
--Vediamo,--dissi, posandole le labbra sulle labbra caldissime ed
immobili.--Io son desolato d'essere costretto a disturbarti; ma non
prevedevo di trovarti ancora alzata. Volevo semplicemente augurarti la
buona notte. Sorridi?... Non bisogna dubitare delle mie
parole,--aggiunsi, mentre mi scoprivo a sorridere io pure.
Noi, così seduti, avevamo la tavola colla lucerna alle spalle e di
fronte il letto; il letto sui guanciali serbava l'impronta della testa
di Lidia e le coperte apparivano già rimosse. Evidentemente, Lidia
s'era coricata, e vinta a un tratto da un'impazienza nervosa, aveva
dovuto alzarsi.
La fanciulla afferrò il mio sguardo, arrossì, e rise lievemente.
--Questa paura!--continuai.--Non t'ha lasciata riposare? Ma di che
cosa hai paura? Di me?--
Le presi la testa fra le mani e l'obbligai a guardarmi; i suoi occhi
azzurri continuavano a ridere sì piacevolmente, ch'io li avvicinai e
li baciai senza aspettare la risposta. Finalmente, le labbra di Lidia
si mossero a restituirmi il bacio. Il sistema, come il più semplice,
era dunque anche il migliore.
--Di me, no, senza dubbio,--ripresi.--Non rispondi?
--Di te, no, senza dubbio,--ripetè Lidia a voce bassa.
--Grazie. Ma allora, non capisco più nulla!
Lidia abbassò la testa, guardando la mia gardenia, un po' ingiallita.
Io sentiva il profumo del fiore levarsi dalla massa bionda dei capelli
di Lidia, dall'accappatojo, dalle braccia un po' scoperte, dal busto
senza fascetta, che mi s'appoggiava contro, in una perspicuità di
linee assai tormentosa. Presi la gardenia e tentai di collocarla sul
petto della fanciulla; ma non appena allungai la mano, Lidia portò le
proprie, arrossendo, sopra i ganci che le chiudevan l'accappatojo fino
al collo. Il sistema non era dunque il migliore.
--Perchè non hai fatta accendere la lucerna da veglia?--chiesi,
tornando a infilare il fiore nell'occhiello.
--Non ci ho pensato,--rispose Lidia.--Vuoi accenderla tu?
S'io mi fossi alzato, Lidia avrebbe preso il mio posto ed avrei
perduta una strategica posizione.
--Accendila tu!--ripetè Lidia.
La mia considerazione rapida doveva essere stata fatta anche da Lidia.
Ella si levò dalle mie ginocchia e rimase in piedi presso il letto;
nel mentre abbassavo e accendevo la lucerna, Lidia non si ricordò di
sostituirmi nella poltrona; mi guardava impacciata, colla mano destra
sul guanciale.
--Ora c'è troppa luce,--disse.
M'avvicinai alla tavola e posi innanzi a quella lucerna una specie di
ventaglio roseo, che mutò sùbito la luce viva in altra delicatissima.
L'accappatojo di Lidia prendeva una tinta deliziosa, difficile a
riprodursi, che pareva gradazione di due colori soavi compenetrati.
Rimasi un istante a gustare il quadro. Lidia continuava a guardarmi
coi grandi occhi turchini.
M'accorgevo che se avessi ceduto alla mia volontà, invece di
riprendere il posto nella poltrona, come feci, avrei abbracciata Lidia
e l'avrei atterrita coll'irruenza d'un amore represso e rattenuto per
due anni.
--Non ti senti stanca?--le chiesi, senza pregarla d'avvicinarsi.--Vuoi
coricarti? È passata la mezzanotte.
La fanciulla girò la testa intorno, come cercasse un angolo discreto.
--Io me ne andrò,--aggiunsi.--Vuoi?
--Sì,--rispose Lidia, movendosi per aprirmi l'uscio.
Quando fummo sulla soglia, ella tradì una fuggevolissima esitazione,
come ogni volta respingeva un pensiero malagevole ad enunciarsi.
--Io aspetto qui in sala.... Volevi dirmi?
--Volevo dirti questo, appunto,--ella confessò. E per nascondere il
suo turbamento, si ricoverò fra le mie braccia.
Provai tale un'impressione di tutto il suo corpo sul mio, tale una
vertigine di piacere, che dovetti ricordarmi il proposito di non fare
un'invasione da barbaro,--per resistere all'agitazione di prender
Lidia e portarla sul letto e spogliarla io. Non dubitando del cimento
al quale mi sottoponeva, Lidia rispose a un tratto al mio bacio e mi
circondò delle braccia il collo.
--Sei molto pallido,--osservò, mentre si staccava.--Non ti senti male?
--No, cara. Ho la camera zeppa di fiori; deve essere il profumo che
m'ha alterato un istante.
--Dev'essere il profumo!--ripetè Lidia chiudendo l'uscio e
accompagnando il gesto con un grazioso saluto del capo.
--«Sì, il profumo,--pensai.--Ma quale?»
Il salotto era oscuro; ciò mi servì di pretesto per accomodarmi su una
sedia vicinissima all'uscio.
Io udiva così Lidia muoversi nella sua camera; il fruscìo
dell'accappatojo sciolto e cadutole ai piedi, facendole cerchio, e
dell'accappatojo raccolto su una sedia; lo scricchiolìo del letto che
accoglieva il corpo leggiero; un fievole colpo di tosse.
--Sergio!--chiamò la voce di Lidia.
Non so perchè, l'essersi ella coricata diede ad entrambi maggiore
sicurezza. Lidia medesima sorrideva, guardandomi rientrare, sebbene si
fosse accuratamente volte intorno le coperte fino al collo; aveva
spinta la poltrona accanto al letto.
--Il mio posto?--domandai, restando in piedi.
--Il tuo posto è lì,--ella rispose accennandomi cogli occhi la
poltrona.
--Ma qui avrò freddo!--mormorai.
--Nel mese di giugno!--esclamò Lidia.--Prova.
--Proviamo.
Il posto non era brutto, sebbene non fosse il migliore. La testa di
Lidia circondata,--aureola giovanile,--dai capelli biondi, gli occhi
vividi, e quell'indefinita sola bianchezza della carnagione, propria
dell'età più bella, m'apparivano ben lumeggiati, precisi. L'astuzia
d'avvolgersi diligentemente nelle coperte, dovuta al pudore, non aveva
sortito il suo effetto, perchè le forme di Lidia si determinavano con
procace evidenza e se la fanciulla non fosse stata volta sul fianco,
le coltri sottili avrebbero delineato anche il seno.
--Sarebbe possibile,--dissi,--baciare una tua manina?
--Possibile,--rispose Lidia, sporgendo la mano destra con un sorriso.
La breve camicia lasciava il braccio nudo. Vidi passar negli occhi di
Lidia il quesito insolubile di darmi la mano coprendo il braccio; ma
cedette all'inattuabilità di tale disegno; nel movimento un po'
precipitoso, le coltri si smossero, ed io le rattenni, e per stabilire
e mantenere l'insperato vantaggio, rapidamente dalla poltrona passai
sul fianco del letto, mentre istintivamente Lidia si ritraeva
facendomi posto.
L'atto riuscì seducentissimo nella sua schiettezza; la cortesia
femminile dominava la verecondia per un lampo e si faceva incontro
alla dolce necessità di cedere. Vidi e compresi, e la improvvisa
intelligenza di quel moto mi provocò un brivido lungo.
Non ero più nè ilare, nè tranquillo; consapevole d'una veniente
tristezza. Il mio amore invadeva l'animo con tale veemenza, da
sgominarlo, e farlo debole. Sorgeva misteriosa e meglio che da
qualunque legge, da quella verginità, tutta profumo e sorriso, ch'io
stava per distruggere,--la comprensione di quanto io doveva alla
fanciulla sacrificata.
All'ultimo baluardo, invece del goloso desiderio, io incontrava una
tenerezza mesta ingiustificabile, da avaro innanzi al tesoro
lungamente accarezzato. L'avaro non avrebbe voluto spenderlo, avrebbe
voluto aspettar tuttavia, gioirne tuttavia, promettersi e negarsi la
frenetica sensazione di tuffar le mani nell'oro, forse meritarsela di
più.
Io soffriva dell'attimo fuggente e dell'irreparabilità della
conquista.
Passai adagio le braccia sotto il busto di Lidia, attirandola a me.
Ella teneva gli occhi chiusi e il suo pallore mi spaventò.
--Anima,--susurrai,--soffri?
--No,--rispose Lidia, aprendo gli occhi.
La luce delle due lampade si projettava troppo intensa. Lasciai Lidia
e smorzai quella ch'era sulla tavola; ora la penombra si faceva
tutelare e propizia; ma tornando al mio posto, di nuovo il pallore
della fanciulla mi spaventò. Ella mi guardava smarrita, e
un'agitazione ch'era male vero, cresceva in lei, le pulsava nel petto,
nelle arterie, moltiplicandone il ritmo. Tentò di togliersi alla mia
stretta e si trovò sùbito libera. Erta sul busto, colle braccia rigide
che le facevano sostegno, rimase un attimo indecisa.
--Ho paura!--esclamò poi.--Non per te, Sergio, ma ho paura! Perdonami!
Le salivano convulsi alla gola singhiozzi senza lagrime; chino su di
lei, le mie mani sentivan le ciocche de' suoi capelli, morbide e
lisce, disordinate per il guanciale. Non osavo muovermi nè parlare;
lucide, lancinanti, memorie di spose morte così fra i primi amplessi
del marito, mi si piantarono nel cervello. Ma come ella avesse intuita
la mia angoscia superiore alla sua, Lidia mi gettò le braccia al
collo.
--Perdonami!--disse nuovamente.--Ho paura!
Noi ci cercammo le labbra, e al caldo contatto infine le lacrime di
Lidia proruppero, mi caddero brucianti sulle mani, chiamarono le mie;
la crisi quietò Lidia a poco a poco, lasciandola colla testa sul mio
petto, gli occhi chiusi, da' cui angoli scorrevan deliziosissime e
infantili le lagrime. Non so quanto così rimanessimo, vittime d'un
arcano fascino.
Quasi sentivamo i gravi silenzi della casa circondarci lentamente e
addormentarci la coscienza dell'ora. Tutt'e due sulla soglia d'una
felicità agognata, rimanevamo titubanti, malinconici e paurosi, perchè
nulla più del presente doveva tornare. Ella s'era distesa nel letto,
quasi calma; io la baciava adagio sui capelli, sugli occhi, sulla
bocca, sul collo, sulle mani, naufragante in un'onda voluttuosa.
L'avaro assaporava il suo tesoro che aveva anima e forma, e si
sferzava col ricordo di tutte le caducità umane per togliersi al pazzo
bisogno di serbare il tesoro intatto.
Quindi, la fanciulla ridivenne fiduciosa. E così l'attimo fuggente si
dileguò.