II.

Il cielo prendeva un aspetto retorico, da melodramma. Sopra uno sfondo

potentemente azzurro, vagavan certe grosse nuvole bianche, fra cui la

luna ora si nascondeva, ora faceva capolino.

Dalla finestra della mia camera era, lo spettacolo, più curioso perchè

il giardino, al disotto, andava illuminandosi ed oscurandosi a seconda

della luna bizzarra. S'alternavan gradazioni di verde lucido e

gradazioni di nero opaco, ombre sul terreno scheletriche e

scarmigliate, indecisioni di contorno. Queste diverse imagini

s'imprimevano forte nel mio cervello non come percezioni chiare, ma

come sensazioni, che ricordo; perchè il momento era dei più difficili.

Noi ci eravamo ritirati da circa un'ora; gli amici, i parenti, avevano

abbandonata la casa con un'ultima stretta di mano, alcuni con un

sorriso. Lidia--mia moglie--s'era appartata nella sua camera,

accompagnatavi da donna Teresa, che l'aveva lasciata poi, baciandola

sulla fronte; pallide e commosse tutt'e due.

Io, in abito nero, sembravo una decorazione della mia stanza da letto,

nervosamente allegra, perchè al giuoco della notte indecisa vi faceva

robusto divario la luce artificiale; erano accesi i due bracci a

candela dell'armadio, le due lampade sul caminetto e la lampada

pensile nel mezzo. Poi, aleggiava un profumo acuto di fiori, raccolti

in coppe, morenti con furiose dispersioni d'ebrietà.

Appoggiato al davanzale della finestra, vedendo ma non osservando il

rimpiattino della luna, io meditava.

Era necessario lasciare scorrere un certo lasso di tempo affinchè

Lidia non credesse la mia un'intempestiva sorpresa, un'invasione da

barbaro. Il suo cuore doveva battere a martello; era necessario

lasciarlo calmare.

Io stesso aveva bisogno di guardare in faccia il fenomeno di questa

vergine lanciatami fra le braccia dalla legge, datami esultando da sua

madre, perchè la trasformassi in donna, con un mezzo che due giorni

avanti si sarebbe chiamato il disonore.

Con maravigliosa mutazione, pel semplice fatto che l'amore, così

insofferente di forme e di nomi, aveva preso nome e forma di

matrimonio, tutto quanto era proibito, condannato, scandaloso prima,

diventava lecito, onesto, doveroso adesso; un bacio, un abbraccio, una

notte, più notti, un giorno, più giorni d'intimità, erano cosa buona;

e se io avessi dato il bacio, tentato l'abbraccio, passata una notte

con Lidia, avanti ch'io avessi potuto chiamarmi suo marito, Lidia

sarebbe stata perduta, e suo padre avrebbe avuto il diritto

d'uccidermi e di farsi applaudire come un istrione alla ribalta.

Ciò non era logico, ma necessario, il che è ben diverso; tanto diverso

che la considerazione de' miei diritti improvvisi su Lidia mi dava un

umor chiaro, allegro, piacevole.

Sapevo il significato di quanto era per avvenire; significato di sì

grande rilievo che da esso dipendon quasi sempre le sorti di due

esistenze.

Mi richiamavo alla memoria delle letture fatte sull'argomento in altra

età, per una speranza di possibile eclettismo che mi servisse di

guida; ma mi sembravano ingenue o inadatte al paragone. L'unica mia

guida dovevo essere io medesimo e trovare nel mio passato quelle

cortesie, e quelle delicatezze e quelle audacie che l'esperienza

m'aveva insegnate ottime, se non in casi identici, almeno in casi di

qualche somiglianza col presente, se non in una prima notte di

matrimonio, almeno in una prima notte.

Accostarmi a Lidia come un amante a un'amante, era possibile e bello;

ma Lidia, la mia amante, era una fanciulla e il nostro amore non aveva

termine, e ogni falso o corrotto insegnamento si sarebbe trasformato

in un germe pericoloso del quale avrei colto io il frutto.

Quindi, potevo e dovevo essere l'amante, ma un amante castigato,

limitato, rettissimo.

Volgendo nel mio animo questi pensieri, m'ero ritratto dalla finestra

ed ero venuto ad appoggiarmi colle braccia sul marmo del cassettone.

Innanzi, lo specchio mi rifletteva pallido con un sorriso un po'

convulso, e la lucentezza dello sparato chiuso quadratamente

nell'abito, mi dava un'aria quasi severa.

Il profumo dei fiori vibrava fortissimo alle nari; dall'uno lato e

dall'altro dello specchio, due vasi di porcellana traboccavan di

narcisi e di garofani e d'anemoni e d'altri fiori vigorosi. Levai dal

gruppo folto una gardenia, che soffriva più dei compagni e la passai

nell'occhiello.

C'eran molte persone, le quali pensavano a noi in quell'istante. La

nuova del mio matrimonio s'era sparsa per Milano e fuori con rapidità

e maraviglia. Gli amici non si figuravano me nella notte presso Lidia?

non analizzavano con cinica irreverenza il nostro amore che

s'iniziava? nell'ombra non si preparavan già delle insidie? Io avrei

trovati i mezzi d'intercludere il passaggio a qualunque insidia tesa

sulla via della mia donna.

E anche questo dipendeva dal momento in cui ero. Laura Uglio non era

tornata dalla prima notte di matrimonio così nauseata, da giustificare

il suo adulterio avvenuto tre mesi dopo? Angela Tintaro non aveva

nella prima notte di matrimonio giurato di darsi a una donna, e a

uomini mai più? Quanti mariti maldestri non avevano in poche ore

mutata una fanciulla in un'impura colomba, presto insaziabile?

Aneddoti sparsi nelle mie memorie, dei quali capivo a un tratto la

sapienza....

Secchi e sonori per l'amico silenzio, l'orologio del giardino diffuse

dodici colpi.

Li contai adagio, smorzai i lumi, lasciando accesa la sola lucerna

pensile. Mi diedi un ultimo sguardo nello specchio: la gardenia, lo

sparato candido, l'abito nero, anche il viso molto pallido, sembravano

giovarmi. Al momento d'aprir l'uscio, ero tranquillo; meglio, ero

ilare e sicuro di me; avevo un indiavolato bisogno di scherzare.

Apersi, passai nel salotto oscuro, ma grave di profumi come la mia

camera. Un sottil filo di luce rosseggiava sotto l'uscio della stanza

di Lidia: troppo intenso, non poteva provenire dalla lucerna da

veglia; era la luce d'una lampada portatile. Posta dove? Non presso il

capezzale.

Lidia aveva fatta un'illuminazione nervosa come la mia?

Bussai leggiermente alla porta di Lidia, e mi sentii sorridere.

L'orologio ribattè i dodici colpi nel giardino. Che lampo era stato e

che eternità quell'intervallo!

Avvertii un lieve romore: poi il silenzio proseguì dovunque.

--Lidia!--dissi ponendo la mano alla gruccetta dell'uscio.

--Avanti!--rispose con voce soffocata.

Apersi l'uscio e guardai.

Lidia, in accappatojo, coi capelli sciolti, aspettava in piedi presso

una poltrona. Da una tavola sotto la finestra, una lampada alquanto

attutita dal paralume a smeriglio, sprigionava luce blanda, quasi

pulviscolo azzurrato, che veniva a stendersi sui capelli, sulla

fronte, sulle guance di Lidia e le dava una stanchezza, come dopo il

ballo, al sorger dell'alba. L'atteggiamento della giovane denotava

un'apprensione vivissima, tradita pure dal respiro precipitoso che le

agitava il seno.

--Non ti sei coricata?--domandai, mentre avanzavo richiudendomi

l'uscio dietro le spalle.

Lidia fe' cenno di no colla testa.

--Hai avuto paura?--dimandai di nuovo, prendendole una mano.

Lidia fe' cenno di sì.

Mi sedetti sulla poltrona a cui ella era appoggiata, e tenendo tutt'e

due le mani di Lidia, attrassi la fanciulla sulle mie ginocchia.

--Vediamo,--dissi, posandole le labbra sulle labbra caldissime ed

immobili.--Io son desolato d'essere costretto a disturbarti; ma non

prevedevo di trovarti ancora alzata. Volevo semplicemente augurarti la

buona notte. Sorridi?... Non bisogna dubitare delle mie

parole,--aggiunsi, mentre mi scoprivo a sorridere io pure.

Noi, così seduti, avevamo la tavola colla lucerna alle spalle e di

fronte il letto; il letto sui guanciali serbava l'impronta della testa

di Lidia e le coperte apparivano già rimosse. Evidentemente, Lidia

s'era coricata, e vinta a un tratto da un'impazienza nervosa, aveva

dovuto alzarsi.

La fanciulla afferrò il mio sguardo, arrossì, e rise lievemente.

--Questa paura!--continuai.--Non t'ha lasciata riposare? Ma di che

cosa hai paura? Di me?--

Le presi la testa fra le mani e l'obbligai a guardarmi; i suoi occhi

azzurri continuavano a ridere sì piacevolmente, ch'io li avvicinai e

li baciai senza aspettare la risposta. Finalmente, le labbra di Lidia

si mossero a restituirmi il bacio. Il sistema, come il più semplice,

era dunque anche il migliore.

--Di me, no, senza dubbio,--ripresi.--Non rispondi?

--Di te, no, senza dubbio,--ripetè Lidia a voce bassa.

--Grazie. Ma allora, non capisco più nulla!

Lidia abbassò la testa, guardando la mia gardenia, un po' ingiallita.

Io sentiva il profumo del fiore levarsi dalla massa bionda dei capelli

di Lidia, dall'accappatojo, dalle braccia un po' scoperte, dal busto

senza fascetta, che mi s'appoggiava contro, in una perspicuità di

linee assai tormentosa. Presi la gardenia e tentai di collocarla sul

petto della fanciulla; ma non appena allungai la mano, Lidia portò le

proprie, arrossendo, sopra i ganci che le chiudevan l'accappatojo fino

al collo. Il sistema non era dunque il migliore.

--Perchè non hai fatta accendere la lucerna da veglia?--chiesi,

tornando a infilare il fiore nell'occhiello.

--Non ci ho pensato,--rispose Lidia.--Vuoi accenderla tu?

S'io mi fossi alzato, Lidia avrebbe preso il mio posto ed avrei

perduta una strategica posizione.

--Accendila tu!--ripetè Lidia.

La mia considerazione rapida doveva essere stata fatta anche da Lidia.

Ella si levò dalle mie ginocchia e rimase in piedi presso il letto;

nel mentre abbassavo e accendevo la lucerna, Lidia non si ricordò di

sostituirmi nella poltrona; mi guardava impacciata, colla mano destra

sul guanciale.

--Ora c'è troppa luce,--disse.

M'avvicinai alla tavola e posi innanzi a quella lucerna una specie di

ventaglio roseo, che mutò sùbito la luce viva in altra delicatissima.

L'accappatojo di Lidia prendeva una tinta deliziosa, difficile a

riprodursi, che pareva gradazione di due colori soavi compenetrati.

Rimasi un istante a gustare il quadro. Lidia continuava a guardarmi

coi grandi occhi turchini.

M'accorgevo che se avessi ceduto alla mia volontà, invece di

riprendere il posto nella poltrona, come feci, avrei abbracciata Lidia

e l'avrei atterrita coll'irruenza d'un amore represso e rattenuto per

due anni.

--Non ti senti stanca?--le chiesi, senza pregarla d'avvicinarsi.--Vuoi

coricarti? È passata la mezzanotte.

La fanciulla girò la testa intorno, come cercasse un angolo discreto.

--Io me ne andrò,--aggiunsi.--Vuoi?

--Sì,--rispose Lidia, movendosi per aprirmi l'uscio.

Quando fummo sulla soglia, ella tradì una fuggevolissima esitazione,

come ogni volta respingeva un pensiero malagevole ad enunciarsi.

--Io aspetto qui in sala.... Volevi dirmi?

--Volevo dirti questo, appunto,--ella confessò. E per nascondere il

suo turbamento, si ricoverò fra le mie braccia.

Provai tale un'impressione di tutto il suo corpo sul mio, tale una

vertigine di piacere, che dovetti ricordarmi il proposito di non fare

un'invasione da barbaro,--per resistere all'agitazione di prender

Lidia e portarla sul letto e spogliarla io. Non dubitando del cimento

al quale mi sottoponeva, Lidia rispose a un tratto al mio bacio e mi

circondò delle braccia il collo.

--Sei molto pallido,--osservò, mentre si staccava.--Non ti senti male?

--No, cara. Ho la camera zeppa di fiori; deve essere il profumo che

m'ha alterato un istante.

--Dev'essere il profumo!--ripetè Lidia chiudendo l'uscio e

accompagnando il gesto con un grazioso saluto del capo.

--«Sì, il profumo,--pensai.--Ma quale?»

Il salotto era oscuro; ciò mi servì di pretesto per accomodarmi su una

sedia vicinissima all'uscio.

Io udiva così Lidia muoversi nella sua camera; il fruscìo

dell'accappatojo sciolto e cadutole ai piedi, facendole cerchio, e

dell'accappatojo raccolto su una sedia; lo scricchiolìo del letto che

accoglieva il corpo leggiero; un fievole colpo di tosse.

--Sergio!--chiamò la voce di Lidia.

Non so perchè, l'essersi ella coricata diede ad entrambi maggiore

sicurezza. Lidia medesima sorrideva, guardandomi rientrare, sebbene si

fosse accuratamente volte intorno le coperte fino al collo; aveva

spinta la poltrona accanto al letto.

--Il mio posto?--domandai, restando in piedi.

--Il tuo posto è lì,--ella rispose accennandomi cogli occhi la

poltrona.

--Ma qui avrò freddo!--mormorai.

--Nel mese di giugno!--esclamò Lidia.--Prova.

--Proviamo.

Il posto non era brutto, sebbene non fosse il migliore. La testa di

Lidia circondata,--aureola giovanile,--dai capelli biondi, gli occhi

vividi, e quell'indefinita sola bianchezza della carnagione, propria

dell'età più bella, m'apparivano ben lumeggiati, precisi. L'astuzia

d'avvolgersi diligentemente nelle coperte, dovuta al pudore, non aveva

sortito il suo effetto, perchè le forme di Lidia si determinavano con

procace evidenza e se la fanciulla non fosse stata volta sul fianco,

le coltri sottili avrebbero delineato anche il seno.

--Sarebbe possibile,--dissi,--baciare una tua manina?

--Possibile,--rispose Lidia, sporgendo la mano destra con un sorriso.

La breve camicia lasciava il braccio nudo. Vidi passar negli occhi di

Lidia il quesito insolubile di darmi la mano coprendo il braccio; ma

cedette all'inattuabilità di tale disegno; nel movimento un po'

precipitoso, le coltri si smossero, ed io le rattenni, e per stabilire

e mantenere l'insperato vantaggio, rapidamente dalla poltrona passai

sul fianco del letto, mentre istintivamente Lidia si ritraeva

facendomi posto.

L'atto riuscì seducentissimo nella sua schiettezza; la cortesia

femminile dominava la verecondia per un lampo e si faceva incontro

alla dolce necessità di cedere. Vidi e compresi, e la improvvisa

intelligenza di quel moto mi provocò un brivido lungo.

Non ero più nè ilare, nè tranquillo; consapevole d'una veniente

tristezza. Il mio amore invadeva l'animo con tale veemenza, da

sgominarlo, e farlo debole. Sorgeva misteriosa e meglio che da

qualunque legge, da quella verginità, tutta profumo e sorriso, ch'io

stava per distruggere,--la comprensione di quanto io doveva alla

fanciulla sacrificata.

All'ultimo baluardo, invece del goloso desiderio, io incontrava una

tenerezza mesta ingiustificabile, da avaro innanzi al tesoro

lungamente accarezzato. L'avaro non avrebbe voluto spenderlo, avrebbe

voluto aspettar tuttavia, gioirne tuttavia, promettersi e negarsi la

frenetica sensazione di tuffar le mani nell'oro, forse meritarsela di

più.

Io soffriva dell'attimo fuggente e dell'irreparabilità della

conquista.

Passai adagio le braccia sotto il busto di Lidia, attirandola a me.

Ella teneva gli occhi chiusi e il suo pallore mi spaventò.

--Anima,--susurrai,--soffri?

--No,--rispose Lidia, aprendo gli occhi.

La luce delle due lampade si projettava troppo intensa. Lasciai Lidia

e smorzai quella ch'era sulla tavola; ora la penombra si faceva

tutelare e propizia; ma tornando al mio posto, di nuovo il pallore

della fanciulla mi spaventò. Ella mi guardava smarrita, e

un'agitazione ch'era male vero, cresceva in lei, le pulsava nel petto,

nelle arterie, moltiplicandone il ritmo. Tentò di togliersi alla mia

stretta e si trovò sùbito libera. Erta sul busto, colle braccia rigide

che le facevano sostegno, rimase un attimo indecisa.

--Ho paura!--esclamò poi.--Non per te, Sergio, ma ho paura! Perdonami!

Le salivano convulsi alla gola singhiozzi senza lagrime; chino su di

lei, le mie mani sentivan le ciocche de' suoi capelli, morbide e

lisce, disordinate per il guanciale. Non osavo muovermi nè parlare;

lucide, lancinanti, memorie di spose morte così fra i primi amplessi

del marito, mi si piantarono nel cervello. Ma come ella avesse intuita

la mia angoscia superiore alla sua, Lidia mi gettò le braccia al

collo.

--Perdonami!--disse nuovamente.--Ho paura!

Noi ci cercammo le labbra, e al caldo contatto infine le lacrime di

Lidia proruppero, mi caddero brucianti sulle mani, chiamarono le mie;

la crisi quietò Lidia a poco a poco, lasciandola colla testa sul mio

petto, gli occhi chiusi, da' cui angoli scorrevan deliziosissime e

infantili le lagrime. Non so quanto così rimanessimo, vittime d'un

arcano fascino.

Quasi sentivamo i gravi silenzi della casa circondarci lentamente e

addormentarci la coscienza dell'ora. Tutt'e due sulla soglia d'una

felicità agognata, rimanevamo titubanti, malinconici e paurosi, perchè

nulla più del presente doveva tornare. Ella s'era distesa nel letto,

quasi calma; io la baciava adagio sui capelli, sugli occhi, sulla

bocca, sul collo, sulle mani, naufragante in un'onda voluttuosa.

L'avaro assaporava il suo tesoro che aveva anima e forma, e si

sferzava col ricordo di tutte le caducità umane per togliersi al pazzo

bisogno di serbare il tesoro intatto.

Quindi, la fanciulla ridivenne fiduciosa. E così l'attimo fuggente si

dileguò.

Il Designato: Romanzo · 第 13 / 36 题