VI.

In poche parole ho già raccontato la condanna e la morte di Tommaso

Amato, una delle prime vittime della Giunta, il cui processo in causa

dell’urgenza — i delitti di lesa divinità dovendo aver la precedenza

sui delitti di lesa maestà — fu compito con una rapidità mostruosa.

Gli arresti avevano cominciato poco dopo la partenza dell’ammiraglio

Latouche Treville. Erano già quasi quattro anni che alcuni degli

accusati erano in prigione.

Questi accusati erano circa una cinquantina. Il procuratore fiscale

Basilio Palmieri aveva detto al principio della procedura, che aveva

delle prove contro ventimila persone.

Intanto aveva conchiuso per la pena di morte contro trenta prevenuti,

con applicazione preventiva della tortura.

Ma il Tribunale si accontentò di condannarne tre alla pena capitale.

Tre alla galera.

Tredici a pene minori.

Gli altri furono messi in libertà.

Il capo della congiura era un certo Pietro di Falco. Egli fece delle

confessioni, rivelò il piano dei congiurati; ma, debbo dirlo, queste

confessioni non furono mai rese pubbliche, ed egli fu inviato all’isola

di Tremiti senza essere stato confrontato coi suoi complici.

Il voto dei giudici in favore della pena di morte era strano; si

sarebbe detto che avessero voluto fare un olocausto che fosse accetto

alla pallida Dea.

I tre condannati erano tre giovani, quasi tre fanciulli, appartenenti

alla classe aristocratica, studenti, per età inesperti del mondo,

nel quale non avevano ancora avuto il tempo di entrare, e conosciuti

solamente dai loro compagni pei loro trionfi di collegio.

L’età di tutti e tre non formava ancora quella di un vecchio.

Il maggiore si chiamava Vincenzo Vitagliano, che aveva 22 anni.

Il secondo si chiamava Emmanuele de Deo che ne aveva 20.

Il terzo Vincenzo Galiani che ne aveva 19.

Fu un grido di compassione per tutta la città quando si conobbe la

scelta fatale fatta dalla Giunta, e che questa scelta era caduta sopra

tre giovani, il cui solo delitto, disse uno storico contemporaneo, ere

di aver _parlato di cose che sarebbe stato meglio tacere, e di avere

applaudito ciò che aveva d’uopo di essere esaminato_.

Il loro grande delitto era di essersi fatti tagliare i capelli, e

di avere pei primi adottato la moda introdotta dall’attore Talma,

quando rappresentò per la prima volta la Tragedia Tito, come ho già

raccontato.

Confesso che quando mi si annunziò quella notizia, e mi si disse l’età

dei condannati, mi si fece conoscere chi erano, e mi si spiegò che era

impossibile che avessero seriamente cospirato, fui compresa di grande

compassione per questi tre arboscelli che dovevano essere falciati alla

radice senza che avessero avuto il tempo di portare i loro frutti.

Corsi dalla regina; essa mi ricevette col viso severo e colle

sopracciglia corrugate.

— Vieni anche tu a parlarmi per essi? mi chiese.

— E se venissi a parlarvi per essi, signora, ricusereste di ascoltarmi?

— Sì, perchè ho deciso di lasciare che la giustizia faccia il suo

corso, e la preghiera non sarebbe che una importunità inutile.

— Oh! signora, le dissi giungendo le mani, così giovani e tanto poco

pericolosi.

— Non sono forse di quelli che Tarquinio indicò al messaggero di suo

figlio, troncando colla verga i papaveri più alti del suo giardino?

— Oh! signora, lo confessate voi stessa.

— Vi sono dei momenti in cui chieggo a me stessa se questi miserabili

giudici hanno scelto questi tre fanciulli per scempiaggine o per

tradimento; ma io te lo confesso, propendo a credere che l’abbiano

fatto per tradimento.

Guardai la regina con stupore.

— Tu dunque non comprendi. Se faccio grazia a costoro, sarò poi dopo

obbligata a far grazia a tutti, perchè si crederanno o piuttosto si

diranno innocenti al pari di questi. Se li lascio condannare a morte

si griderà alla crudeltà, al cannibalismo; tutti i padri m’avranno in

odio, non vi sarà più una madre che abbia un figlio ventenne, che non

se lo stringa fra le braccia dicendo: — Dio ti scampi dalla regina

straniera, dall’austriaca, come chiamavano mia sorella.

— Oh! signora, voi lo vedete che esitate ancora, esclamai, e se voi

esitate è che i giudici hanno torto.

— La giustizia non può mai aver torto, Emma.

— La giustizia dunque ha indurito il suo cuore.

Io soffocai un sospiro e chinai la testa sul petto pronunziando alcune

parole a voce bassa.

— Che vai mormorando fra te stessa? mi chiese Carolina.

— Ringrazio Iddio di non essere regina, signora, le risposi.

Vi fu un momento di silenzio, che la regina interruppe per la prima.

— D’altronde, disse, la sentenza è stata portata questa mattina;

abbiamo dunque tre giorni di tempo per prendere una risoluzione. Tu

resterai qui questa sera; la notte è la madre dei consigli.

In questo momento il re entrò, mi salutò secondo la sua abitudine con

molta cortesia, facendomi segno di tornarmi a sedere, e sedendosi egli

stesso vicino a sua moglie.

— Mia cara maestra, le disse, vi prevengo che sarò assente per tre o

quattro giorni.

— E dove andate?

— Vado alla caccia a Persano.

— Siete forse stato avvisato di qualche altro terremoto?

— No, perchè in questo caso non andrei dalla parte di Salerno, ma

dalla parte di Capua; comprenderete bene che il Vesuvio e l’Etna non

hanno mai fatto sul serio la separazione dello stretto di Messina,

come mi avete raccontato voi, dicendomi che ciò è avvenuto in causa di

un terremoto; essi corrispondono fra loro per mezzo di ramificazioni

sotterranee, e quando se la discorrono fra loro di qualche cosa, non è

bene trovarsi sulla loro strada; non è di un terremoto che ho paura in

questo momento.

— E di che avete paura?

— Oh! voi lo sapete benissimo.

— Non sareste più convinto, come dicevate, della verità del nostro

assioma? dubitereste forse dell’efficacia di una delle nostre tre F.

— Non già dell’efficacia, ma dell’opportunità.

— E nel dubbio?

— Io me ne vado. Il saggio non dà un avviso quasi eguale?

— Vale a dire che non volete essere, od almeno apparire per nulla in

quanto sta per succedere.

— Nè essere nè parere, signora. Sono io che ho restituito la Giunta?

sono io che ho fatto ritornare Castelcicala da Londra? sono io che ho

organizzato questa famosa camera oscura, di cui si parla tanto? e di

cui per fortuna posso negare l’esistenza non essendovi mai entrato, e

ignorando fino il luogo dov’è situata? Certo che no, tutto ciò è affar

vostro. — Per me, io vado a caccia, pesco, mi riposo a S. Leucio.

Io sono ciò che si chiama storicamente un re fa-niente; voi, voi

siete la regina, voi portate lo scettro, voi siete Caterina II, e vi

chiameranno un giorno la Semiramide del mezzodì, come v’hanno chiamata

la Semiramide del nord, e sarà glorioso per voi e per me: ma avendo i

vantaggi dello Stato, è giusto che ne abbiate anche i pesi.

— Vale a dire che volete, al cospetto di Napoli e dell’Europa,

lasciarmi la responsabilità della morte di questi tre giovani.

— Di quali tre giovani parlate voi?

— Di quelli che sono stati condannati dalla Giunta questa mattina.

— Ah! la Giunta ha condannato tre giovani questa mattina?

— L’ignorate forse?

— Eh! sì davvero. Io sono di una influenza così mediocre nel governo,

che non si danno nemmeno la pena di parlarmi degli affari di stato.

— Voi scherzate su quest’argomento, signore! la cosa è grave;

parliamone dunque seriamente o non parliamone.

— Non parliamone, non chieggo di meglio: voi sapete che ho l’abitudine

di non mischiarmi mai delle cose che non mi riguardano. Sono venuto

per dirvi che partirò per Persano, che contava di passarvi qualche

giorno, e che non sapendo se sareste stata in pena di me, non ho voluto

per nulla distrarre il vostro spirito dalle alte speculazioni della

politica, per fermarlo sulla povera mia persona. Mi dite voi che sono

stati condannati a morte tre giovani. Poveri giovani! ciò mi fa male,

ma che volete? se sono colpevoli, se hanno cospirato contro di voi?

Io presi la parola.

— Ecco precisamente, Sire, ciò che preoccupa l’eccellente cuore di Sua

Maestà, cioè che non è dessa ben sicura che questi tre giovani siano

colpevoli, e che dubita che possano essere innocenti.

— Diavolo! in questo caso, mia cara ambasciatrice, bisognerebbe che la

regina non lasciasse eseguire la sentenza. La morte di quel pazzo che

fu appiccato l’altro giorno ha fatto cattivo senso; la morte di tre

innocenti sarà ben peggio! pensateci, signora, pensateci.

— Ma signore, riprese la regina visibilmente impazientita di essere

stata vinta in una discussione con suo marito, quand’anche volessi far

loro grazia non ne avrei il diritto, — non sono il re io.

— Come voi non siete il re?

— No, io sono soltanto la regina.

— Bene, e dite a me di queste cose! per Dio! non siete voi il re? e chi

è il re? colui che presiede il consiglio; chi è il re? quegli che dà

gli ordini al ministro; chi è il re? quegli che dichiara la guerra o

la pace? Oh! diavolo! mi avete voi veduto ad occuparmi di queste cose?

siete voi che ve ne occupate, signora, e siete voi che in realtà fate

da re.

— Il re, signore, è quegli che firma.

— E voi sapete bene, signora, che sono tanto pigro, che per non aver

nemmeno la pena di firmare ho fatto incidere una cifra.

— Che è chiuse in una cassetta, di cui voi, signore, ne tenete la

chiave.

— È precisamente di ciò che mi sono accorto al momento di partire per

Persano, signora, e capisco che ciò è una cosa assurda, giacchè quando

avete già tutto in mano, signora, tenetevi anche questa chiave, e

prendetela.

— Datemela, datemela, signore, esclamai, e strappai quasi la chiave di

mano dal re.

— Signora, disse Ferdinando alla regina, che lo guardava con un viso

tetro, vi faccio osservare che la firma reale trovasi in questo momento

nelle mani di Lady Hamilton, e che sarebbe pericoloso di lasciargliela,

ed essa non avrebbe che di vendere alla nostra alleata l’Inghilterra,

o Malta o la Sicilia, che aspira di possedere; sarebbe un gran

pregiudizio per la nostra corona.

E salutandoci con quell’aria finta tutta sua, uscì facendo un gesto,

come di chi si lava le mani.

— Sì, sì, comprendo, disse la regina, tu ti lavi le mani; ha fatto così

anche Pilato, e la maledizione della storia non l’ha meno colpito da

diciotto secoli. Dammi quella chiave, Emma, vedremo ciò che dovremo

farne!

Io gliela presentai inginocchiandomi.

In questo momento si annunziò alla regina che il procuratore fiscale,

Basilio Palmieri, quel desso che aveva delle prove contro ventimila

persone, che aveva conchiuso per la pena di morte contro trenta

accusati, coll’applicazione preventiva della tortura, chiedeva l’onore

di presentarle i suoi omaggi.

— Benissimo, disse la regina, se non fosse venuto, l’avrei mandato a

cercare.

Poi volgendosi verso di me:

— Vuoi vedere la faccia d’un vero collo torto, Emma? mi dimandò.

— Sono pronta a rimanere od uscire, secondo che mi ordinerà Vostra

Maestà.

— No, no, sta a te, comprendi, secondo che ti senti il cuore più o meno

capace di commuoversi.

— Ebbene, signora, poichè Vostra Maestà vuol lasciarmi il mio libero

arbitrio, prendo tanto interesse per ciò che riguarda questi tre

giovani sventurati, che preferisco di rimanere.

— Rimani, allora.

E rivolgendosi all’usciere che aveva annunziato la visita del

magistrato:

— Fate entrare il signor procuratore fiscale, Basilio Palmieri, disse

la regina.

Memorie di Emma Lyonna, vol. 5/8 · 第 12 / 23 题