La regina era naturalmente animosa ed avventata, e le piaceva,
specialmente quando il re dava qualche prova di viltà, di far prova di
coraggio. Quantunque l’atmosfera fosse pesante, e lo scirocco, vento,
che i Napolitani considerano come loro nemico personale, soffiasse con
violenza, essa propose a me ed a sir William di salire in carrozza, e
di andare per così dire incontro al pericolo, spingendosi dalla parte
della marina fino al ponte della Maddalena.
Sir William aveva il freddo coraggio di un vero gentleman inglese, e
quando si trattava di scienza spingeva il coraggio fino alla temerità;
egli accettò con gioia.
Senza partecipare in nulla dell’entusiasmo di mio marito, senza avere
questo capriccioso desiderio di avventure che agitava il cuore della
regina, non poteva, quando tutti e due andavano a cercare un pericolo,
foss’anche immaginario, rifiutarmi di partecipare all’eventualità di
questo pericolo. — Mi sarebbe meglio piaciuto, senza dubbio, di restare
e di attendere l’avvenimento; ma spinta dalla vergogna, m’offersi alla
mia volta d’incontrarlo.
Era la mezzanotte quando salimmo nella carrozza sotto i portici di
palazzo.
— Al ponte della Maddalena, disse la regina.
Il cocchiere obbedì, traversò il Largo Castello, e prima che le dodici
ore avessero cessato di suonare, noi eravamo al molo.
Il vento d’Africa era interamente cessato.
Quel poco d’aria che si respirava era impregnata di solfo, e malgrado
il tremolio della carrozza, si sentiva quel rumore sotterraneo che
precede le grandi catastrofi vulcaniche, e che ispira a tutta la natura
un vago sentimento di pericolo, prima che il pericolo ancora esista.
Il mare s’agitava, non già in larghe strisce di spuma, nè le onde si
accavallavano l’una all’altra, come di solito nei giorni di tempesta,
ma con quel bollore che farebbe una caldaia collocata sul fuoco, e
l’ebollizione sale dal fondo alla superfice. Questo ribollimento faceva
di tutto il golfo scintillante di fosforo una vasta tovaglia di fuoco.
La luna navigava in un vapore livido; ad undici ore si era levata
dietro il vulcano, ed appena al secondo o terzo giorno della sua
decrescenza, sembrava, sorgendo dal cratere, una bomba immensa lanciata
nello spazio da un mostruoso mortaio.
Tutta quella miserabile popolazione di basso porto era rientrata in
quei bugigattoli che parevano scavati vicino alla case, turbando soli
la solitudine dei vicoli stretti e melanconici che metton capo alla
banchina; alcuni cani erranti ed inquieti stavano intirizziti sulle
loro quattro zampe come se avessero sentito a tremare la terra sotto di
essi, e latravano lamentosamente alla luna.
Presi la mano delle regina.
— Che avete? mi disse, la vostra mano è gelata.
— Ho paura, le risposi.
— Rassicurate vostra moglie, cavaliere, disse la regina, perchè
altrimenti si sentirà male.
In questo momento un uomo ravvolto nel suo mantello, malgrado quel
calore soffocante, si fermò, e guardò con maraviglia la carrozza
che passava. Difatti, benchè sir Hamilton fosse con noi, non era
questa l’ora in cui le donne hanno l’abitudine di passeggiare e
particolarmente in quel quartiere.
Nel momento in cui passammo innanzi a lui mandò un grido di stupore.
— Regina Carolina, disse, voi tentate Iddio.
E si cacciò in una stradicciuola che si chiama — Via dei sospiri
dell’abisso — così chiamata, perchè i condannati che vanno al supplizio
per quella via vedevano di là il patibolo.
— Oh! mio Dio! signora, esclamai, che è mai ciò?
— Qualche giacobino dimenticato da Vanni, mormorò la regina, e che mi
minaccia non potendo far di meglio.
Arrivammo al ponte della Maddalena; ma all’altezza della statua di S.
Gennaro i cavalli rifiutarono assolutamente di continuare.
Il cocchiere li percosse inutilmente, ma essi scalpitavano,
s’impennavano, e si accostarono al parapetto del ponte.
— Signora, signora, diss’io prendendo la mano della regina, quest’uomo
non era un nemico, ma un amico. — Non andate più oltre; — non tentate
Dio.
— Ma che hanno i cavalli, Gaetano? chiese la regina.
— Non saprei dire, disse il cocchiere, ma non vogliono assolutamente
oltrepassare la statua di S. Gennaro.
— Vi è qualcuno o qualche cosa sulla via che li spaventa?
— Non veggo nulla, signora, ma gli animali veggono talvolta delle cose
che gli uomini non vedono.
— Comprendete voi ciò che dice quell’imbecille? dimandò la regina al
cavaliere Hamilton.
— Signora, rispose egli, il vostro cocchiere constata senza spiegarlo
uno dei problemi della natura. È riconosciuto fino all’evidenza che
negli ecclissi, nei terremoti e finalmente in tutt’i cataclismi della
natura, gli animali sono avvertiti dai loro istinti prima che l’uomo
sia avvertito dalla sua ragione. Dietro ogni probabilità la montagna
non tarderà di darci sue notizie.
Difatti, come se il Vesuvio non avesse aspettato che questo momento per
entrare in furore, un muggito terribile si fece sentire come se uscisse
dalle viscere della terra, ed una scossa violenta spinse la carrozza
indietro.
I cavalli nitrirono, e senza fare alcun movimento si coprirono di
sudore, come il mare si copre di schiuma.
— Signora, signora, gridò il cocchiere, diceva bene io che i miei
cavalli vedevano qualche cosa che io non vedeva; guardate.... guardate.
E indicò col dito la cima del Vesuvio.
Un fumo denso e nero cominciava ad uscire dal cratere elevandosi
verticalmente come un’immensa torre: quel fumo era screziato di lampi
seguiti da detonazioni eguali a quelle delle batterie di cento cannoni.
La regina mi prese la mano, e la strinse alla sua volta: quel cuore di
bronzo cominciava a sentire la paura; in quanto a me era sul punto di
svenire; il cavaliere Hamilton era nell’entusiasmo.
— Se Sua Maestà vuole assolutamente rimaner qui, disse Gaetano con voce
tremante, la prego di scendere subito; io non rispondo più dei miei
cavalli.
In questo momento una detonazione terribile si fece udire: noi sentimmo
una forte scossa e mi sembrò di veder tutto oscillare innanzi a me.
— Signora, in nome del cielo, gridai, ritorniamo, ritorniamo!
Ma la regina non ebbe nemmeno la pena di dare l’ordine; i cavalli, con
un movimento che forzò la mano del cocchiere, girarono indietro, e poi,
senza che si potesse tenerli, con un movimento sfrenato, discesero per
la china del ponte e si slanciarono lungo la marina.
— Signora, signora, gridò il cocchiere facendo forza invano, non sono
più padrone dei miei cavalli.
— Ebbene, come Dio vuole, disse la regina.
Una detonazione ancor più terribile di quelle che l’avevano preceduta,
si fece udire: mi sentii correre un gelo per le vene e svenni di
terrore.
Quando riapersi gli occhi, la carrozza era ferma; Gaetano alla testa
de’ suoi cavalli li teneva pel morso, — e noi ci trovammo in faccia di
quella stradicciuola della Via dei Sospiri dell’abisso.
Nel momento in cui la carrozza stava per sfracellarsi all’angolo della
banchina, lo stesso uomo che aveva gridato alla regina di non tentare
Iddio, si era lanciato alla briglia dei cavalli, ed a rischio di
restare calpestato da essi, li aveva con una forza sovrumana arrestati
d’un colpo.
La scossa era stata così forte, che Gaetano era stato precipitato dal
suo sedile, ma si era alzato tosto, e prese i cavalli pel freno.
Lo sconosciuto, vedendolo padrone dei suoi animali, si era allontanato
e disparve.
Io non aveva veduto nulla; mi svegliai come da un sogno; la regina mi
faceva odorare un vasetto di sali.
— Ah! grazie a Dio, esclamai, rinvenendo, non è avvenuta qualche
disgrazia a Vostra Maestà.
E mi gettai nelle sue braccia, coprendola insieme di baci e di lagrime.
Era una cosa strana; ma la regina aveva su di me il potere che il
magnetizzatore ha, si dice, sul magnetizzato. Quando era vicino a lei,
pareva che la mia anima aspirasse costantemente di uscire dal mio corpo
per unirsi alla sua.
Gaetano rimontò sul sedile. I cavalli parvero calmarsi come per
incanto, e ci ricondussero senza accidenti al palazzo.
Io era stanca: la regina volle che mi ritirassi nella mia camera che
era attigua alla sua, e mi mettessi a letto.
Sir William chiese il permesso di salir sul terrazzo del palazzo per
meglio osservare i fenomeni del Vulcano.
Credo che per risolvere un problema geologico si sarebbe lanciato
come Empedocle nel cratere, lasciando i suol calzari sulla cima della
montagna.
Non vidi più nulla, ma ecco ciò che mi venne raccontato.
Le scosse si succedettero con rapidità, ma si stendevano
particolarmente da nord a mezzogiorno, vale a dire da Portici a Torre
Annunziata.
Napoli, come sempre, fu risparmiata.
Verso le tre ore del mattino la strada che percorre le falde del
Vesuvio si coperse di fuggitivi, che dai punti più lontani della
spiaggia si dirigevano verso Napoli, lasciando le loro abitazioni, e
come dietro un bastione, venivano a cercare una difesa dietro il ponte
della Maddalena, o piuttosto dietro la statua di S. Gennaro, che dal
punto culminante di questo ponte protegge la città.
Il sole era sorto splendido ed in un cielo sereno, ma la colonna di
fumo e di cenere che usciva dal Vesuvio si era tosto diffusa nel
firmamento; le acque che non sono che lo specchio del cielo erano
coperte di una tinta grigia, e la luce era scomparsa a poco a poco come
in un’eclissi.
Quando mi alzai, benchè fossero già le dieci ore del mattino, si
sarebbe giurato che erano le otto di sera.
Da quel momento, vale a dire dal 13 al 15 giugno, il sole non si mostrò
più: i muggiti della montagna raddoppiarono e l’oscurità divenne sempre
più spessa.
Il giorno dopo, al 14, se gli orologi non avessero segnato il corso del
tempo, sarebbe stato impossibile di dire se era mattino, sera, o notte;
le tenebre erano così profonde, che a Chiaia ed a Toledo, vale a dire
nelle due strade più grandi di Napoli, si sarebbe creduto di essere in
una camera oscura.
Il cardinale arcivescovo, accompagnato dal clero di tutta la città
venne a prendere alla cattedrale il busto di argento dorato di S.
Gennaro, e seguito da tutta la nobiltà che recitava preghiere, e dal
popolo che cantava inni, andò al ponte della Maddalena, invocando la
protezione del santo protettore della città.
La regina andò a sentire la messa che precedeva quella cerimonia: —
ma io come protestante non potei accompagnarla: il popolo vedendo
un’eretica in una chiesa, sarebbe stato capace di attribuirmi la
catastrofe e di massacrarmi.
L’arcivescovo, la nobiltà, il popolo restarono in preghiere sul ponte,
dalle due ore dopo mezzodì fino a notte: — quando dico fino a notte,
dico male, non v’era più nè giorno nè notte; le campane soltanto,
suonando l’Ava Maria, segnalavano il ritorno delle tenebre.
Nella notte dal 15 al 16, un rumore simile allo scoppio di una
polveriera attirò gli sguardi di tutti, perchè tutta la popolazione di
Napoli era in istrada: i più spaventati stavano coricati colla faccia
contro la terra, i meno spaventati in ginocchio, e tutti più o meno
inclinati sotto il peso dell’avvenimento.
Un immenso fascio di fuoco si slanciò dal cratere della montagna, salì
al cielo e ripiombò in frantumi infocati sulle falde della montagna;
allora uscì dalla cima un doppio fiume di fuoco, che si dirigeva l’uno
a Resina e l’altro verso Torre del Greco.
Trenta mila persone, uomini, donne e fanciulli, colpiti da stupore,
seguivano cogli occhi questo doppio torrente di lava.
A Resina, la pianura che si stende dal Vulcano alla città, le case di
campagna che erano costruite su questa pianura furono coperte di lava;
ma la terribile inondazione, come per comando sovrumano, si fermò alle
porte della città.
Sventuratamente non fu così di Torre del Greco; un’antica inondazione
aveva coperto metà della città; poi, fermandosi ad un tratto, aveva
formato un tetro scoglio, che dominava da circa cento metri la parte
della città risparmiata dal flagello.
Sopra questo scoglio, come su di un’altra rocca Tarpea, si era
costruita una nuova città, e si era stabilita fra la nuova e l’antica
una comunicazione per mezzo di scale tagliate nella lava.
Questa volta città vecchia e città nuova tutto fu portato ad un
livello. L’inondazione vulcanica tagliò la città nuova alla sua base, e
la trascinò in ruina con sè dall’alto dello scoglio; cateratta di fuoco
sulla città vecchia, che la lava inghiottì e colmò fino al livello
delle case più alte, e del campanile della chiesa; poi il torrente
travolgendo seco le macerie delle due città, si gettò verso il mare
ed andò a formare un molo, dietro il quale le navi poterono trovare un
rifugio.
Tutto ciò arrivò durante la notte del 15 al 16, come se il terrore
della catastrofe, per arrivare al colmo, avesse d’uopo del terrore che
ispirano le tenebre.
Alla mattina del 16, il sole che non si era mai veduto da tre
giorni, riapparve in un cielo sereno; una parte del Vesuvio era stata
inghiottita dal Vesuvio stesso; la parte più elevata della montagna
era sfranata nel cratere precipitandovi da un’altezza più di mille
metri; l’aveva riempito, e nel riempirlo, aveva fatto scaturire con
un terribile rimbombo quella splendida fontana di fiamme che aveva
illuminato il mare a dieci leghe all’intorno, ed aveva fatto straripare
i suoi due fiumi di lava che avevano inondato la campagna, lasciando
con questa caduta il regno dell’aere al cono fin allora meno elevato.
Durante queste ore di lutto e di spavento tutto fu sospeso a Napoli,
eccettuati i lugubri lavori della Giunta di Stato, ed alcuni fra gli
atti emanati da essa portano la data di tre giorni dopo l’eruzione.
Tutto, durante questa catastrofe, avea, per così dire, cessato di
vivere, eccettuata la collera di Dio e quella dei Re.
Il giorno dopo di quella notte, in cui i cavalli, fuggendo sbrigliati,
avevano posto in pericolo la vita della regina e la nostra, e dove
eravamo state salvate per l’intervento miracoloso di uno sconosciuto
misterioso, la regina aveva fatto venire il capo della sua polizia,
gli aveva dato tutti gli indizi che le suggerivano la sua memoria,
e gl’ingiunse di fare le ricerche più minuziose per scoprire il suo
salvatore; ma tutto fu inutile, e benchè il capo della polizia avesse
messo in campagna tutti i suoi agenti più sagaci, nessuna mano fu
capace di sollevare il velo che avvolge questo strano avvenimento.
Il re scrisse al 16 che il tempo si era rasserenato. Sarebbe andato a
caccia la giornata del 17, e non tornerebbe per conseguenza a Napoli
che al 18.
Da ciò che aveva potuto succedere a Napoli e nei dintorni non ne
diceva una parola. Nulla era accaduto a lui, ed era tutto ciò che
gl’importava.