CAPITOLO XXII

La Caritá mena l'autore nel cielo e tratta delle cose superiori ed eterne.

Il grato e bel parlar, ch'ella facea,

mi fu interrotto da dolci armonie

d'un canto d'angel dentro una corea.

Per questo ad alto alzai le luci mie,

5 mosso dal cantar dolce e sí giocondo,

che mai in terra simile s'udíe.

Veder mi parve allora un miglior mondo

e tanto bello, che questo, a rispetto,

è una stalla ed un porcile immondo;

10 ché questo è brutto, e quel polito e netto:

lassú son le cagion, qui son gli effetti:

quel signoreggia, e questo qui è subietto.

Quando tra canti e tra tanti diletti

trovarmi vidi ed essermi concesso

15 di vedere tanti angel benedetti,

venne la mente mia quasi in eccesso

pel iubilo soave e tanti balli

di miglia' d'angel, ch'io mi vidi appresso.

--Fa', fa' che tosto le ginocchia avvalli

20 --disse la scorta mia,--e riverente

va', come a suo signor vanno i vassalli.--

Allor m'avvidi e non tardai niente;

e, quando appresso fui, m'inginocchiai

prostrato in terra tutto umilemente.

25 Un angel bello, ch'era de' primai,

mi die' la mano, e, quando mosse il riso,

di luce sparse intorno mille rai.

--Noi siam qui posti, e sempre in paradiso

vediamo Dio; e lí la nostra vista

30 sempre contempla il suo eternal viso.

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Per volontá del nostro primo Artista

agli uomini del mondo siam custodi,

che ancor combatton nella vita trista

contra il prince mundan, che 'n mille modi

35 lor dá battaglia, el drago Satanasso

con suoi satelli e con sue false frodi.

Da noi è retto ciò che sta giú abbasso:

ciò, che consiglia il senno di Parnaso,

se noi vogliam, s'adempie o viene in casso;

40 ché ciò, che è laggiú fortuna o caso,

vien di quassú da quel primo consiglio,

che mai ebbe orto, né avrá occaso.

E, se in terra, ch'è un granel di miglio

rispetto al ciel, son sí le cose belle,

45 talché fan lieto il core ed anco il ciglio,

che debbe esser quassú, onde son quelle?

Qui son gran regni e spiriti divoti,

rettor di questi cieli e delle stelle.

Non fece Dio li lochi ad esser vòti,

50 ma per empirli; ed adornò ciascuno,

ratto che gli ebbe fatti, se ben noti.

Sub terra pose il fratel di Neptuno

e li metalli e l'anime nel duolo

tra lochi sulfurigni e l'aer bruno,

55 e gli animali nel terrestre suolo

e l'erbe e i frutti, acciocché nutricare

possa la madre terra ogni figliolo.

E fece l'acque ed adunolle in mare,

e poscia l'adornò di vario pesce,

60 che va notando tra quell'acque chiare.

E fece Dio che ogni fiume n'esce,

ed anco v'entran tutti i fiumicelli;

né però manca il mar giammai, né cresce.

E su nell'aer pose i belli uccelli,

65 e, dove fa la grandine, in quel loco

parte di que' che funno a Dio ribelli.

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Nel quarto regno, elemento del foco,

fe' il purgatoro, dove li fedeli

ristorano il pentir, il qual fu poco.

70 Fe' dieci regni poi tra questi cieli

e gl'ordini degli angel quassú pose,

pien di fervore e d'amorosi zeli.

E l'universo in tal modo dispose,

che, quanto piú si sale inver' l'altura,

75 piú grandi e piú perfette son le cose.

Tra gli elementi il foco ha men mistura;

tra i cieli quei c'han maggiori contegni

insino al primo, il qual è forma pura.

Di sopra a noi sono amplissimi regni

80 di Troni e Principati e di Cherúbi;

e, quanto stan piú su, piú sonno degni.

Tu li vedrai, se tanto alla 'nsú subi;

ed ogni regno n'ha mille migliaia,

ed hanno il paradiso in ciascun ubi.--

85 E poscia tutta quella turba gaia

ricominciôn lor canti e lor tripudi

con splendore, che 'l sol par ch'ognun paia.

O uomini mundan, mortali e rudi,

perché tardate su al ciel venire

90 per la via aspra e dolce di vertudi?

La scorta mia a me cominciò a dire:

--Se altro vuoi veder qui, presto mira,

ché omai debbiamo ad altro ciel salire.--

Allor mirai e vidi come gira

95 la figlia di Latona il Zodiáco

e come giú sopra gli umori spira,

e, come quando è 'n coda o in co' del draco,

che per la terra il suo fratel non sguarda,

il lume suo si oscura e fassi opaco.

100 Vidi quando è veloce e quando tarda,

e come a poco a poco si raccende,

e come per vapor par pur ch'ell'arda.

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Poscia al secondo ciel, che piú risplende,

dall'amorosa scorta io fui condotto;

105 e questo l'altro circonda e comprende.

Lí sta Mercurio, e l'animo fa dotto

nell'eloquenza ed anco signoreggia

sopra agli attivi nel mondo di sotto.

E, perché l'epiciclo suo attorneggia

110 il volto al Sole, il suo lume minore

fa Febo che nel mondo non si veggia;

ché sempre mai la luce e lo splendore

convien ch'offuschi, manchi e che s'appochi

alla presenza del lume maggiore.

115 Angeli e santi io vidi in mille lochi

giranti su e giú ed ire a danza,

con canti dolci ed amorosi invochi:

canto, che tanto quel di quaggiú avanza,

che, poi che io torna' al mondo diserto,

120 ogni dolce armonia m'è dissonanza.

E, perché ben ridir non posso aperto

quello ch'io vidi, vuol però la musa

ch'io ponga fine al mio parlar coperto.

Il suo comando a me fará la scusa,

125 e che nel mondo il ben non è inteso,

dove la 'nvidia la vertude accusa.

Dacché san Paulo, quando fu disceso

dal terzo ciel dell'amorosa stella,

di quell'arcano, il qual avea compreso,

130 a' mortali non disse altra novella,

se non:--Io fui e vidi ed io udii

cosa, che di quaggiú non si favella;--

chi dir potrebbe degli angeli pii

e della venustá, che 'n lor si spande,

135 che, a rispetto dell'uom, paiono dii?

O palazzo di Dio, tanto se' grande,

che mille miglia e piú 'l Zenitte muta,

quando avvien ch'un quaggiú un sol passo ande.

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E, poscia che ogni sfera ebbi veduta

140 e l'anime salvate e i Serafini,

de' quai narrare appien la lingua è muta,

tra le lor vaghe rime e soavi ini,

tra l'allegrezze e modulosi canti,

tra dolci suoni e piú vari tintíni,

145 la scorta mia mi fe' salir sí avanti,

che io pervenni a quel supremo regno,

ove piú splende Dio e li suoi santi.

--O sommo Ben--diss'io,--a cui io vegno,

benché sia verme e vilissima polve,

150 non mi scacciare e non mi aver a sdegno.

Risguarda al peccator, ch'a te si volve;

e, s'è rimaso in lui anco alcun rio,

sola la tua piatá è che l'absolve.--

Quando questo ebbi detto, io vidi Dio

155 e chiar conobbi ch'era il sommo Bene,

il qual contentar può ogni disio;

e che era il primo prince, da cui viene

ogni verace effetto, e sua potenza

ha fatto tutto, e solo egli el mantiene.

160 La sua grandezza e sua alta eccellenza

sol egli la comprende e tanto abonda,

che nulla mente n'ha piena scienza.

Chi piú a contemplarlo si profonda

nel mar di Dio, e chi piú addentro beve,

165 ancora si ritrova in su la sponda.

E, perché 'l corpo l'anima fa grieve,

non molto stetti, che, pel suo comando,

in terra fui posato lieve lieve.

Cogli occhi lacrimosi e sospirando,

170 io mi ricordo di quei lochi adorni;

e 'l volto alzando al cielo, i' dico:--Oh quando

será, mio Dio, il dí che a te retorni!

Il Quadriregio · 第 109 / 157 题