CAPITOLO XXX.

Conclusione.

Un'amena villetta il cui parco si estendeva in riva al mare e situata

a poca distanza da Nizza accoglieva nel 1850 una famiglia di _signori

forestieri_, così appellata comunemente dai buoni villici di quei

pittoreschi dintorni. Questa famiglia si componeva di due signore sul

declinare della età, una delle quali, abitualmente pallida, non avea

mai deposto il lutto dal momento in cui si era fatta abitatrice di

quel luogo. Queste due signore vivevano ritiratissime e dividevano le

ore del giorno fra le occupazioni domestiche e gli esercizi di pietà,

al cui compimento si prestava un elegante oratorio posto sul confine

del parco, e nei quali erano dirette da un venerabile vecchio

cappuccino che lor serviva di cappellano. Il resto della famiglia si

formava, senza parlar di un discreto numero di servi dell'uno e

dell'altro sesso, di due giovani militari ammogliati e di un altro

tuttor celibe e di una sposa e del consorte di lei, che si chiamava

Sprinel. Gli uomini si dilettavano della caccia, della pesca e di

lunghe passeggiate a cavallo nei dintorni, e solo raramente si

conducevano alla vicina città. Nessun estraneo alla famiglia era stato

veduto penetrare nella medesima. Quei signori erano ricchissimi,

diceva il pubblico e lo diremo noi pure: ma se erano doviziosi, non

erano però felici; ed il lettore ne converrà, poichè costoro erano

nientemeno che i componenti la famiglia di Giovanni e di Alfredo.

In una sera di estate, circa il tramonto del sole, le due signore

tornavano a passo lento dall'oratorio in compagnia di padre Roberto,

chè così si appellava il religioso.

--Sediamoci un poco su questo monticello di verzura, disse la signora

non vestita a bruno.

--Con sommo piacere, rispose la compagna abbrunata, io infatti sono

molto debole.

--Ma, signora Rosina, replicò il frate assidendosi presso di lei,

quando sarà che abbia tregua il vostro cordoglio? conviene rassegnarsi

ai supremi voleri della provvidenza; d'altronde non è estinta la

speranza; ecco la signora Esmeralda che può farle fede come Dio non

permette che eterne sieno le sventure. Mi sovviene ancora quando,

sedici anni fa, in una serata di estate come questa, ella venne

condotta, miserabile, moribonda e quasi pazza, al Lazzeretto del

cholera di Livorno. Chi mai avrebbe creduto, vedendola in quel

deplorabile stato, che le sue lunghe sventure fossero appunto allora

per toccare il loro termine? grandi ed incomprensibili, non mi

stancherò mai di ripeterlo, sono le arcane vie della provvidenza.

--È vero, riprese languidamente la signora abbrunata, ed io sarei

indegna di esser cristiana se osassi o lamentarmi o non sperare: adoro

le volontà dell'Essere supremo, ma la fralezza umana mi fa considerare

come irrimediabili i miei mali.

--Ma no.

--Buon padre, come pensare diversamente? tutto il soccorso dell'umana

filosofia vien meno di fronte alla durissima acerbità de' miei casi:

permetta che io torni per la millesima volta a rileggere quel fatale

biglietto lasciato dal mio Giovanni sullo stipo della mia camera in

Livorno la mattina dopo di quel terribile giorno del 1849 in cui

disparve per sempre dal mio seno.

--Per sempre?

--E come dubitarne? a quel biglietto era legato con nastro di seta un

fiore secco, una camelia rossa! primo dono di amore che il mio

infelice Giovanni aveva tenuto ventotto anni sul cuore. Ah! il

restituirmi quel fiore è tacito annunzio che la nostra separazione

deve essere eterna quaggiù: noi non ci vedremo che in cielo.

--Non continuare, ti prego, cognata dolcissima; il tuo Giovanni, il

mio caro fratello è sempre stato un uomo incomprensibile: quel suo

passo, convengo anch'io, ha del misterioso, io ne ho pianto, ne piango

ancora; ma però un segreto intimo senso mi dice che noi lo rivedremo.

--Esmeralda, Giovanni, che, come ti dissi, dopo la tremenda

rivelazione fattami pria di lasciare per sempre l'America, non era tuo

fratello se non per cuore, Giovanni non aveva potuto, non poteva

resistere all'ultimo crollo delle sue giovanili speranze! chi sa in

qual nuovo abisso di avventure si è slanciato? Ma che dico? a

quest'ora la sua bell'anima esser dee volata al cielo; di là prega per

me, io lo sento, chè, senza le sue celesti preghiere, a quest'ora il

dolore mi avrebbe consunta. Ah! se almeno sapessi qual terra accoglie

le fredde sue ceneri, io vi sarei corsa e ci avrei spirati sopra gli

ultimi aneliti di vita.

--Cessa deh! cessa, cognata mia; io non ho più forza di udirti, manco

già.--E sì dicendo proruppe in amari singulti.

Rosina, che pur singhiozzava, tratta dal seno una carta, dopo averla

replicatamente baciata la dispiegò e lesse:

_Mia sposa adorata, mia cara famiglia: Giovanni, il vostro sventurato

Giovanni, vi dà l'estremo addio. Io non posso resistere all'aspetto

della distruzione delle mie più care speranze. Io volo a raggiungere

il solo essere col quale le ebbi sempre comuni, per piangere e per

morire al suo fianco. Non ricercate di me, inutili sarebbero le vostre

ricerche. Io prendo le misure per eluderle. Se io restassi fra voi,

sarei oggetto di continuo vostro dolore. Io vi lascio: sa Iddio quanto

pesi il mio affanno; il cuore mi si spezza al doloroso passo, ma io

non posso resistere al ferreo destino che mi opprime. Tutto è perduto

fuorchè l'onore. L'unica mia consolazione, se pur posso vergar questa

parola, è il pensar che il mio fine sarà di esempio ai miei figli, a'

miei nipoti, onde misurino a che si riduce la vita per un

cospiratore._

_La mia perdita vi affliggerà meno che la presenza di un uomo

disperato. Il tempo calma gli affanni; a lui affido la vostra calma

futura. D'altronde a te, Rosina, lascio i nostri figli, essi ti

consoleranno della mia assenza. Noi ci raggiungeremo in cielo.

Desidero che il giovane Sprinel, lasciate le bandiere nemiche, faccia

parte della nostra famiglia: esso è lo sventurato figlio di Angiolina

e terrà luogo di quell'angiolo volato all'empireo presso di voi,

mentre la di lui madre, addivenuta spirito celeste, non cesserà di

spargere sulle nostre famiglie la possente sua benedizione.

D'altronde, le ricchezze dell'esecrabile Basilio (cui possa aver Iddio

perdonati i molti delitti) appartengono a questo giovane. È vero che

quell'uomo doveva alla famiglia tua, o Rosina, una riparazione di

sostanze, ma Iddio ne ha largamente provveduti senza il retaggio del

reprobo. Ogni obolo che se ne versasse nella nostra cassa mi farebbe

orrore; esso stilla sangue di sventurati; io l'abborrisco. Non così

Sprinel: esso è legittimo erede di quell'uomo; ei ne goda i beni. Deh

possa il tempo unito alle vostre carezze mitigare nel giovane Sprinel

l'affanno di aver ordinato la morte del barbaro padre; pensi che così

volle Iddio per punire quel peccatore delle sue moltiplicate

scelleraggini, e il fine dell'iniquo serva di terribile esempio che

nissuno sfugge alla meritata pena. Nel luogo che sceglierete a dimora

vi accompagni la mia benedizione e quella del cielo; non vi scordate

di far celebrare ogni anno una funzione religiosa per la memoria della

amica nostra Angiolina. Addio: sento che sono uomo e che, se più oltre

mi intertenessi a scrivere questa dolorosa mia lettera, il mio

proponimento causato dall'ultimo rovescio di ogni mia speranza

correrebbe rischio di vacillare. Diffido del mio coraggio di fronte ai

cari sensi di padre, di fratello e di sposo. Addio, addio. Riprendi, o

Rosina, il primo mio dono di amore che per tanti anni ho tenuto sul

cuore come religioso deposito. Addio, addio: non piangete, addio._

_Il vostro amoroso_ GIOVANNI.

--Amoroso? gridò Rosina, dopo avere a ciglio asciutto e con ferma voce

letto la lettera sulla quale il sole che si tuffava nel Mediterraneo

gettava un ultimo e patetico raggio. Amoroso? ah no, crudele, crudele!

dovevi tu lasciarmi così? lo aveva io meritato? ahi misera, ahi

misera!--

La forza dell'affanno aveva essiccate le lacrime sue, ma dopo quella

dolorosa e ripetuta esclamazione cadde priva di sensi; la Esmeralda ed

il religioso a fatica la condussero alla villa.

L'indomani cadeva l'anniversario de' funerali di Angiolina. L'oratorio

venne parato di lugubri arazzi; ghirlande di cipresso coronavano la

facciata del piccolo tempio, e la via che menava a quella era pur

tutta sparsa di cipresso e di fiori; tutta la famiglia abbigliata a

gran lutto assistè, secondo il pio costume, alla cerimonia, ed invano

si era pregata Rosina di non intervenirvi.

--E che? aveva ella risposto ai figli ed ai parenti, e che? pensate

voi forse che il doloroso apparato e la pia memoria mi funestino? no,

anzi io non desidero che scene lugubri; sono esse sole che ponno farmi

gustare la mesta voluttà di cui è capace il mio cuore straziato. Nel

celebrare la funerea pompa per la memoria dell'amica, il mio pensiero

vola alla memoria del caro sposo mio, che or certo è lassù fra i cori

degli angioli, collo spirito di colei che lo amò quanto me, e che

quanto me ne fu amata di un amore per cui sarebbe delitto l'aver

provato gelosia.--

In mezzo al tempietto avanti all'ara maggiore avevano collocato il

cenotafio, su cui pendeva un tappeto di velluto nero a frangie di oro

ricamato dalle mani di Rosina e di Esmeralda; ai lati del monumento

leggevansi queste patetiche e brevi iscrizioni:

AD ANGIOLINA

BELLA SVENTURATA

IN TERRA ESEMPIO DI AFFLITTA VIRTU'

PACE PACE PACE

NEL MONDO

PONNO LE LACRIME

DURAR COLLA VITA

PER CAMBIARSI LASSU'

IN GAUDIO ETERNO

SU QUESTO FUNEBRE PANNO

ALEGGIA LO SPIRITO

DELLA ELETTA E VI PIOVE

BENEDIZIONE ALL'INTORNO

E LUCE PERPETUA

IMPAREGGIABILE AMICA

TI SIANO QUESTI INCENSI

MISTI A LACRIME D'AFFETTO

TESTIMONIO IMPERITURO

DI AMORE VIVISSIMO

Terminato il servizio funebre, che riuscì commoventissimo, il giorno

passò in domestici ragionari.

--Ecco, diceva Antonio, noi abbiamo anche oggi commemorata una

creatura nata per soffrire quaggiù. Ah! gran che! la virtù dunque

essere dee sempre sventurata sulla terra?

--No, rispondeva Esmeralda. La virtù ha il suo premio, la sua felicità

in sè stessa; l'ira dei fatti può opprimerla, ma non per questo potrà

dirsi sventurata, come l'oro non potrà mai perdere il suo splendore

per contatto di corpi a lui estranei o contrari. D'altronde sono le

sventure che purificano questo involucro di polve chiamato creatura.

--E la creatura, quasi che pochi fossero i mali che, per volger di

vicende o per ragioni derivanti dalla sua stessa natura, devono

opprimerla, va il più delle volte procacciandoseli maggiori; e su

questo proposito la nostra famiglia ne porge tristo e veritiero

esempio.

--Tu vuoi accennare alle utopie delle rivoluzioni e della manía di

cospirare, non è egli vero, o mio fratello? disse la tenera Ofelia

rivolgendosi ad Antonio.

--Sicuro; tra i mali che noi stessi ci procacciamo vi è pur quello di

darsi in balía di inutili speranze e cercar di ottenere il bene con

mezzi del tutto opposti.

--E lungi dal conseguirsi il bene del popolo, ne viene a lui il

peggior male, la peggior peste morale che affligger possa la società,

riprese Ofelia.

--Ed aggiungi che nasce il peggior fra tutti i mostri che la bizzarra

favola abbia potuto ideare.

--L'_anarchia_! esclamarono insieme Alfredo e Selvaggio prendendo

parte al colloquio.

--L'_anarchia_, proseguì Antonio, che io dipingerei un serpente

gigantesco che avesse tante teste quante sono le scaglie della sua

pelle, e teste sempre rinascenti come quelle dell'idra.

--Ah! voglia il cielo liberarne per sempre il mondo.

--Ciò arriverà, disse Antonio, quando il popolo sarà veramente

religioso e morale; e, sapete voi? ben poco ci vuole perchè lo sia:

dategli lavoro, istruzione, la cosa è fatta.

--Dio benedica al filosofo! esclamarono tutti.--

Antonio sorrise per compiacenza.

Intanto si era fatto notte, ed il silenzio che succedette al breve

colloquio che noi riferimmo venne interrotto da ripetuti colpi che si

udirono alla porta d'ingresso della palazzetta.

--Chi sarà mai? dissero gli uomini levandosi e movendo verso

l'ingresso.

--Chi siete? chi volete? si udì dire dal portinaio.

--Non ho bisogno di farmi annunziare, rispose una voce cupa e che

parve di un forastiero.

--Ma io....--

Il portinaio non potè proseguire, chè l'uomo il quale aveva parlato

con un urto lo aveva costretto a lasciargli libero il varco.

Il misterioso incognito s'avviò su per la scala di marmo che menava

all'appartamento superiore; un solo lume all'inglese racchiuso entro

un cristallo diacciato rischiarava quel luogo.

L'incognito aveva i capelli quasi canuti, la barba lunga e presso che

bianca; l'occhio suo brillava del fuoco della gioventù. Vestiva esso

di antica uniforme verde con spalline d'oro, aveva un braccio

mutilato.

Non sì tosto fu a metà della scala, un grido si udì; lo mandava Rosina

che al primo vedere quell'uomo aveva esclamato:

--Giovanni!

--Rosina!

E caddero l'uno nelle braccia dell'altro.

Fu scena patetica, indescrivibile di purissimo amore.

--O mio adorato Giovanni, o mio sposo, ed è pur vero, o sogno è

questo? tu ritorni a me!

--O amore mio, o mia diletta, Iddio non ha voluto che io bevessi tutto

il calice dell'amarezza... sì... noi non ci separeremo più mai.

--Saremo adunque una volta felici! esclamarono insieme tutti gli

altri.

--Ah! riprese Giovanni tergendosi il sudore che copiosamente

gl'irrigava la fronte. Io sperai che vi avrei riveduti arrecandovi

novella di felicità, ma ahimè! la grande stella di Italia è tramontata

attuffandosi nelle onde dell'oceano, è tramontata pallida e

sanguinosa; vano è lo sperare.

--Ma tu vivi, sclamò Rosina con ineffabile trasporto, tu vivi; che

possiamo desiderare di più?

--Cuore di donna, tu non ti smentisci giammai, interruppe Giovanni;

non a me... che sarei morto lungi da voi, non potendovi arrecare

quella felicità che avrei voluto, ma _a Lui, a quel grande che fu_, è

dovuto il ritorno del vecchio cospiratore. I suoi ordini sono sacri

per me, io l'ho obbedito; ancor mi suonano all'anima le sue ultime

memorande parole: _Verrà verrà il giorno della libertà per questa

Italia che tanto amiamo. Verrà l'unità di essa, quando vinta l'idra

della demagogia, i popoli sapranno essere virtuosi. Allora lo

straniero rientrerà nella sua tana oltre le Alpi._--

Tutti fecero silenzio, colmando di affettuose carezze quel redivivo

padre di famiglia.

--Sostato alquanto nel dire, rivolse gli occhi al cielo come per

invocare un avvenire di felicità, e quindi con fioche parole:

«Giovanni, volgimi il capo verso l'Italia, fa che io spiri volgendole

la fronte, come il divoto pellegrino all'eccelsa Gerusalemme.» Io

obbedii, esso rivolse lo sguardo al cielo, e la sua bell'anima

raggiunse l'eternità. Un coro di angioli le scese incontro, io sentii

la celeste fragranza, vidi la luce divina, mi prostrai e piansi.--

Giovanni fece lunga pausa e stette a ciglia asciutte; i circostanti

dettero in dirotto pianto. Ogni anno ei fe' giuro di visitare una

tomba; e mantenne quel giuramento. Un giorno egli volle anticipare;

montato su di uno dei più veloci cavalli, il resto della famiglia lo

seguì qualche ora dopo.

Giunti che furono al sacro recinto, videro il loro capo genuflesso

appiè del funebre marmo, le mani di lui stringevano delle superbe

colonne di granito del monumento. Nessuno osò disturbarlo in quel pio

atteggiamento, e s'inginocchiarono presso di lui orando. Passato

intanto non poco spazio di tempo senza che Giovanni facesse il più

piccolo movimento, avvisarono fosse caduto in deliquio. Rosina ed

Alfredo se gli accostarono, sel trassero nelle braccia e, miratolo, un

grido affannoso uscì loro dalle labbra.

--Ahimè!--

Giovanni era morto.

Ma chi era quest'uomo indomabile nel suo antico pensiero? Niuno il

seppe, niuno il saprà giammai.

I demagoghi O, I misteri di Livorno · 第 67 / 77 题