Conclusione.
Un'amena villetta il cui parco si estendeva in riva al mare e situata
a poca distanza da Nizza accoglieva nel 1850 una famiglia di _signori
forestieri_, così appellata comunemente dai buoni villici di quei
pittoreschi dintorni. Questa famiglia si componeva di due signore sul
declinare della età, una delle quali, abitualmente pallida, non avea
mai deposto il lutto dal momento in cui si era fatta abitatrice di
quel luogo. Queste due signore vivevano ritiratissime e dividevano le
ore del giorno fra le occupazioni domestiche e gli esercizi di pietà,
al cui compimento si prestava un elegante oratorio posto sul confine
del parco, e nei quali erano dirette da un venerabile vecchio
cappuccino che lor serviva di cappellano. Il resto della famiglia si
formava, senza parlar di un discreto numero di servi dell'uno e
dell'altro sesso, di due giovani militari ammogliati e di un altro
tuttor celibe e di una sposa e del consorte di lei, che si chiamava
Sprinel. Gli uomini si dilettavano della caccia, della pesca e di
lunghe passeggiate a cavallo nei dintorni, e solo raramente si
conducevano alla vicina città. Nessun estraneo alla famiglia era stato
veduto penetrare nella medesima. Quei signori erano ricchissimi,
diceva il pubblico e lo diremo noi pure: ma se erano doviziosi, non
erano però felici; ed il lettore ne converrà, poichè costoro erano
nientemeno che i componenti la famiglia di Giovanni e di Alfredo.
In una sera di estate, circa il tramonto del sole, le due signore
tornavano a passo lento dall'oratorio in compagnia di padre Roberto,
chè così si appellava il religioso.
--Sediamoci un poco su questo monticello di verzura, disse la signora
non vestita a bruno.
--Con sommo piacere, rispose la compagna abbrunata, io infatti sono
molto debole.
--Ma, signora Rosina, replicò il frate assidendosi presso di lei,
quando sarà che abbia tregua il vostro cordoglio? conviene rassegnarsi
ai supremi voleri della provvidenza; d'altronde non è estinta la
speranza; ecco la signora Esmeralda che può farle fede come Dio non
permette che eterne sieno le sventure. Mi sovviene ancora quando,
sedici anni fa, in una serata di estate come questa, ella venne
condotta, miserabile, moribonda e quasi pazza, al Lazzeretto del
cholera di Livorno. Chi mai avrebbe creduto, vedendola in quel
deplorabile stato, che le sue lunghe sventure fossero appunto allora
per toccare il loro termine? grandi ed incomprensibili, non mi
stancherò mai di ripeterlo, sono le arcane vie della provvidenza.
--È vero, riprese languidamente la signora abbrunata, ed io sarei
indegna di esser cristiana se osassi o lamentarmi o non sperare: adoro
le volontà dell'Essere supremo, ma la fralezza umana mi fa considerare
come irrimediabili i miei mali.
--Ma no.
--Buon padre, come pensare diversamente? tutto il soccorso dell'umana
filosofia vien meno di fronte alla durissima acerbità de' miei casi:
permetta che io torni per la millesima volta a rileggere quel fatale
biglietto lasciato dal mio Giovanni sullo stipo della mia camera in
Livorno la mattina dopo di quel terribile giorno del 1849 in cui
disparve per sempre dal mio seno.
--Per sempre?
--E come dubitarne? a quel biglietto era legato con nastro di seta un
fiore secco, una camelia rossa! primo dono di amore che il mio
infelice Giovanni aveva tenuto ventotto anni sul cuore. Ah! il
restituirmi quel fiore è tacito annunzio che la nostra separazione
deve essere eterna quaggiù: noi non ci vedremo che in cielo.
--Non continuare, ti prego, cognata dolcissima; il tuo Giovanni, il
mio caro fratello è sempre stato un uomo incomprensibile: quel suo
passo, convengo anch'io, ha del misterioso, io ne ho pianto, ne piango
ancora; ma però un segreto intimo senso mi dice che noi lo rivedremo.
--Esmeralda, Giovanni, che, come ti dissi, dopo la tremenda
rivelazione fattami pria di lasciare per sempre l'America, non era tuo
fratello se non per cuore, Giovanni non aveva potuto, non poteva
resistere all'ultimo crollo delle sue giovanili speranze! chi sa in
qual nuovo abisso di avventure si è slanciato? Ma che dico? a
quest'ora la sua bell'anima esser dee volata al cielo; di là prega per
me, io lo sento, chè, senza le sue celesti preghiere, a quest'ora il
dolore mi avrebbe consunta. Ah! se almeno sapessi qual terra accoglie
le fredde sue ceneri, io vi sarei corsa e ci avrei spirati sopra gli
ultimi aneliti di vita.
--Cessa deh! cessa, cognata mia; io non ho più forza di udirti, manco
già.--E sì dicendo proruppe in amari singulti.
Rosina, che pur singhiozzava, tratta dal seno una carta, dopo averla
replicatamente baciata la dispiegò e lesse:
_Mia sposa adorata, mia cara famiglia: Giovanni, il vostro sventurato
Giovanni, vi dà l'estremo addio. Io non posso resistere all'aspetto
della distruzione delle mie più care speranze. Io volo a raggiungere
il solo essere col quale le ebbi sempre comuni, per piangere e per
morire al suo fianco. Non ricercate di me, inutili sarebbero le vostre
ricerche. Io prendo le misure per eluderle. Se io restassi fra voi,
sarei oggetto di continuo vostro dolore. Io vi lascio: sa Iddio quanto
pesi il mio affanno; il cuore mi si spezza al doloroso passo, ma io
non posso resistere al ferreo destino che mi opprime. Tutto è perduto
fuorchè l'onore. L'unica mia consolazione, se pur posso vergar questa
parola, è il pensar che il mio fine sarà di esempio ai miei figli, a'
miei nipoti, onde misurino a che si riduce la vita per un
cospiratore._
_La mia perdita vi affliggerà meno che la presenza di un uomo
disperato. Il tempo calma gli affanni; a lui affido la vostra calma
futura. D'altronde a te, Rosina, lascio i nostri figli, essi ti
consoleranno della mia assenza. Noi ci raggiungeremo in cielo.
Desidero che il giovane Sprinel, lasciate le bandiere nemiche, faccia
parte della nostra famiglia: esso è lo sventurato figlio di Angiolina
e terrà luogo di quell'angiolo volato all'empireo presso di voi,
mentre la di lui madre, addivenuta spirito celeste, non cesserà di
spargere sulle nostre famiglie la possente sua benedizione.
D'altronde, le ricchezze dell'esecrabile Basilio (cui possa aver Iddio
perdonati i molti delitti) appartengono a questo giovane. È vero che
quell'uomo doveva alla famiglia tua, o Rosina, una riparazione di
sostanze, ma Iddio ne ha largamente provveduti senza il retaggio del
reprobo. Ogni obolo che se ne versasse nella nostra cassa mi farebbe
orrore; esso stilla sangue di sventurati; io l'abborrisco. Non così
Sprinel: esso è legittimo erede di quell'uomo; ei ne goda i beni. Deh
possa il tempo unito alle vostre carezze mitigare nel giovane Sprinel
l'affanno di aver ordinato la morte del barbaro padre; pensi che così
volle Iddio per punire quel peccatore delle sue moltiplicate
scelleraggini, e il fine dell'iniquo serva di terribile esempio che
nissuno sfugge alla meritata pena. Nel luogo che sceglierete a dimora
vi accompagni la mia benedizione e quella del cielo; non vi scordate
di far celebrare ogni anno una funzione religiosa per la memoria della
amica nostra Angiolina. Addio: sento che sono uomo e che, se più oltre
mi intertenessi a scrivere questa dolorosa mia lettera, il mio
proponimento causato dall'ultimo rovescio di ogni mia speranza
correrebbe rischio di vacillare. Diffido del mio coraggio di fronte ai
cari sensi di padre, di fratello e di sposo. Addio, addio. Riprendi, o
Rosina, il primo mio dono di amore che per tanti anni ho tenuto sul
cuore come religioso deposito. Addio, addio: non piangete, addio._
_Il vostro amoroso_ GIOVANNI.
--Amoroso? gridò Rosina, dopo avere a ciglio asciutto e con ferma voce
letto la lettera sulla quale il sole che si tuffava nel Mediterraneo
gettava un ultimo e patetico raggio. Amoroso? ah no, crudele, crudele!
dovevi tu lasciarmi così? lo aveva io meritato? ahi misera, ahi
misera!--
La forza dell'affanno aveva essiccate le lacrime sue, ma dopo quella
dolorosa e ripetuta esclamazione cadde priva di sensi; la Esmeralda ed
il religioso a fatica la condussero alla villa.
L'indomani cadeva l'anniversario de' funerali di Angiolina. L'oratorio
venne parato di lugubri arazzi; ghirlande di cipresso coronavano la
facciata del piccolo tempio, e la via che menava a quella era pur
tutta sparsa di cipresso e di fiori; tutta la famiglia abbigliata a
gran lutto assistè, secondo il pio costume, alla cerimonia, ed invano
si era pregata Rosina di non intervenirvi.
--E che? aveva ella risposto ai figli ed ai parenti, e che? pensate
voi forse che il doloroso apparato e la pia memoria mi funestino? no,
anzi io non desidero che scene lugubri; sono esse sole che ponno farmi
gustare la mesta voluttà di cui è capace il mio cuore straziato. Nel
celebrare la funerea pompa per la memoria dell'amica, il mio pensiero
vola alla memoria del caro sposo mio, che or certo è lassù fra i cori
degli angioli, collo spirito di colei che lo amò quanto me, e che
quanto me ne fu amata di un amore per cui sarebbe delitto l'aver
provato gelosia.--
In mezzo al tempietto avanti all'ara maggiore avevano collocato il
cenotafio, su cui pendeva un tappeto di velluto nero a frangie di oro
ricamato dalle mani di Rosina e di Esmeralda; ai lati del monumento
leggevansi queste patetiche e brevi iscrizioni:
AD ANGIOLINA
BELLA SVENTURATA
IN TERRA ESEMPIO DI AFFLITTA VIRTU'
PACE PACE PACE
NEL MONDO
PONNO LE LACRIME
DURAR COLLA VITA
PER CAMBIARSI LASSU'
IN GAUDIO ETERNO
SU QUESTO FUNEBRE PANNO
ALEGGIA LO SPIRITO
DELLA ELETTA E VI PIOVE
BENEDIZIONE ALL'INTORNO
E LUCE PERPETUA
IMPAREGGIABILE AMICA
TI SIANO QUESTI INCENSI
MISTI A LACRIME D'AFFETTO
TESTIMONIO IMPERITURO
DI AMORE VIVISSIMO
Terminato il servizio funebre, che riuscì commoventissimo, il giorno
passò in domestici ragionari.
--Ecco, diceva Antonio, noi abbiamo anche oggi commemorata una
creatura nata per soffrire quaggiù. Ah! gran che! la virtù dunque
essere dee sempre sventurata sulla terra?
--No, rispondeva Esmeralda. La virtù ha il suo premio, la sua felicità
in sè stessa; l'ira dei fatti può opprimerla, ma non per questo potrà
dirsi sventurata, come l'oro non potrà mai perdere il suo splendore
per contatto di corpi a lui estranei o contrari. D'altronde sono le
sventure che purificano questo involucro di polve chiamato creatura.
--E la creatura, quasi che pochi fossero i mali che, per volger di
vicende o per ragioni derivanti dalla sua stessa natura, devono
opprimerla, va il più delle volte procacciandoseli maggiori; e su
questo proposito la nostra famiglia ne porge tristo e veritiero
esempio.
--Tu vuoi accennare alle utopie delle rivoluzioni e della manía di
cospirare, non è egli vero, o mio fratello? disse la tenera Ofelia
rivolgendosi ad Antonio.
--Sicuro; tra i mali che noi stessi ci procacciamo vi è pur quello di
darsi in balía di inutili speranze e cercar di ottenere il bene con
mezzi del tutto opposti.
--E lungi dal conseguirsi il bene del popolo, ne viene a lui il
peggior male, la peggior peste morale che affligger possa la società,
riprese Ofelia.
--Ed aggiungi che nasce il peggior fra tutti i mostri che la bizzarra
favola abbia potuto ideare.
--L'_anarchia_! esclamarono insieme Alfredo e Selvaggio prendendo
parte al colloquio.
--L'_anarchia_, proseguì Antonio, che io dipingerei un serpente
gigantesco che avesse tante teste quante sono le scaglie della sua
pelle, e teste sempre rinascenti come quelle dell'idra.
--Ah! voglia il cielo liberarne per sempre il mondo.
--Ciò arriverà, disse Antonio, quando il popolo sarà veramente
religioso e morale; e, sapete voi? ben poco ci vuole perchè lo sia:
dategli lavoro, istruzione, la cosa è fatta.
--Dio benedica al filosofo! esclamarono tutti.--
Antonio sorrise per compiacenza.
Intanto si era fatto notte, ed il silenzio che succedette al breve
colloquio che noi riferimmo venne interrotto da ripetuti colpi che si
udirono alla porta d'ingresso della palazzetta.
--Chi sarà mai? dissero gli uomini levandosi e movendo verso
l'ingresso.
--Chi siete? chi volete? si udì dire dal portinaio.
--Non ho bisogno di farmi annunziare, rispose una voce cupa e che
parve di un forastiero.
--Ma io....--
Il portinaio non potè proseguire, chè l'uomo il quale aveva parlato
con un urto lo aveva costretto a lasciargli libero il varco.
Il misterioso incognito s'avviò su per la scala di marmo che menava
all'appartamento superiore; un solo lume all'inglese racchiuso entro
un cristallo diacciato rischiarava quel luogo.
L'incognito aveva i capelli quasi canuti, la barba lunga e presso che
bianca; l'occhio suo brillava del fuoco della gioventù. Vestiva esso
di antica uniforme verde con spalline d'oro, aveva un braccio
mutilato.
Non sì tosto fu a metà della scala, un grido si udì; lo mandava Rosina
che al primo vedere quell'uomo aveva esclamato:
--Giovanni!
--Rosina!
E caddero l'uno nelle braccia dell'altro.
Fu scena patetica, indescrivibile di purissimo amore.
--O mio adorato Giovanni, o mio sposo, ed è pur vero, o sogno è
questo? tu ritorni a me!
--O amore mio, o mia diletta, Iddio non ha voluto che io bevessi tutto
il calice dell'amarezza... sì... noi non ci separeremo più mai.
--Saremo adunque una volta felici! esclamarono insieme tutti gli
altri.
--Ah! riprese Giovanni tergendosi il sudore che copiosamente
gl'irrigava la fronte. Io sperai che vi avrei riveduti arrecandovi
novella di felicità, ma ahimè! la grande stella di Italia è tramontata
attuffandosi nelle onde dell'oceano, è tramontata pallida e
sanguinosa; vano è lo sperare.
--Ma tu vivi, sclamò Rosina con ineffabile trasporto, tu vivi; che
possiamo desiderare di più?
--Cuore di donna, tu non ti smentisci giammai, interruppe Giovanni;
non a me... che sarei morto lungi da voi, non potendovi arrecare
quella felicità che avrei voluto, ma _a Lui, a quel grande che fu_, è
dovuto il ritorno del vecchio cospiratore. I suoi ordini sono sacri
per me, io l'ho obbedito; ancor mi suonano all'anima le sue ultime
memorande parole: _Verrà verrà il giorno della libertà per questa
Italia che tanto amiamo. Verrà l'unità di essa, quando vinta l'idra
della demagogia, i popoli sapranno essere virtuosi. Allora lo
straniero rientrerà nella sua tana oltre le Alpi._--
Tutti fecero silenzio, colmando di affettuose carezze quel redivivo
padre di famiglia.
--Sostato alquanto nel dire, rivolse gli occhi al cielo come per
invocare un avvenire di felicità, e quindi con fioche parole:
«Giovanni, volgimi il capo verso l'Italia, fa che io spiri volgendole
la fronte, come il divoto pellegrino all'eccelsa Gerusalemme.» Io
obbedii, esso rivolse lo sguardo al cielo, e la sua bell'anima
raggiunse l'eternità. Un coro di angioli le scese incontro, io sentii
la celeste fragranza, vidi la luce divina, mi prostrai e piansi.--
Giovanni fece lunga pausa e stette a ciglia asciutte; i circostanti
dettero in dirotto pianto. Ogni anno ei fe' giuro di visitare una
tomba; e mantenne quel giuramento. Un giorno egli volle anticipare;
montato su di uno dei più veloci cavalli, il resto della famiglia lo
seguì qualche ora dopo.
Giunti che furono al sacro recinto, videro il loro capo genuflesso
appiè del funebre marmo, le mani di lui stringevano delle superbe
colonne di granito del monumento. Nessuno osò disturbarlo in quel pio
atteggiamento, e s'inginocchiarono presso di lui orando. Passato
intanto non poco spazio di tempo senza che Giovanni facesse il più
piccolo movimento, avvisarono fosse caduto in deliquio. Rosina ed
Alfredo se gli accostarono, sel trassero nelle braccia e, miratolo, un
grido affannoso uscì loro dalle labbra.
--Ahimè!--
Giovanni era morto.
Ma chi era quest'uomo indomabile nel suo antico pensiero? Niuno il
seppe, niuno il saprà giammai.