CAPITOLO XVIII.

Lazzeretto.

La vecchia Europa, già tribolata per torbidi avvenimenti, doveva

divenirlo più ancora per malattia contagiosa e mortale. Grandi

mutamenti politici nella Francia, ove, in mezzo a rivi di sangue

cittadino, Parigi, scacciato il rampollo del buon re Luigi, accoglieva

Filippo per arbitro dei suoi destini nella estate del 1830; e nella

primavera del vegnente si erano rianimate le speranze di quei

carbonari che, a malgrado della contrarietà degli eventi, non

cessarono in seguito anco da lungi di fomentare il fuoco della

ribellione. Dal colmo degli onori e delle agiatezze, Giovanni, cui

stava sempre fisso in cuore il pensiero di novità nel terreno natío,

se non colla persona aveva con scritti ed oro sovvenuto alle imprese

degli antichi compagni, favorito speculazioni rischiose, spedite armi

in segreto. Come poteva egli farlo senza rischio? questo è problema.

Alfredo poi, militante per la repubblica di Colombia, al primo

annunzio di mutamenti europei si era spiccato dal continente americano

onde soccorrere l'impresa col senno e col braccio valoroso.

Ma anche questa volta i disegni di novità andarono falliti. Nuovo

sangue grondò dai patiboli. Vi furono emigrazioni, prigionie ed

esigli, e l'antico _statu quo_ resse intrepido alla procella

progressista. Ma, come sì dura traversia poco fosse alle sciagure dei

popoli, un morbo pestifero movendo gigante pel Tibet dalla China,

passato il Volga e gli Urali, infestata Russia, Polonia, Germania,

Inghilterra e Francia, alla perfine attraversò le Alpi venne a

piombare sul nostro paese. Volgeva l'anno 1835, Livorno non fu

l'ultima ad esserne afflitta; ed avvegnachè lo squallore, il dolore,

la miseria che vi recò un nemico sì distruttore non sia stato estraneo

a sollevare altro lembo del velo che copriva i misteri di quella

popolosa città, è duopo che i nostri lettori dalle amabili e toccanti

scene del ritrovo di Esmeralda, retrocedendo col tempo, ci seguano fra

i malati, i morti, i carrettoni e la compagnia della Misericordia di

quella città, da cui prese le mosse il nostro racconto. Volgevano gli

ultimi di luglio. Ad estate fresca ed umida erano successi giorni di

un'afa terribile ed opprimente. Un languore in tutte le membra

tribolava giovani e vecchi, una malinconia regnava su tutti i volti;

il brio da cui è accompagnato il franco e leale carattere del

Livornese pareva intorpidito o perduto; intanto una insolita mortalità

incominciò a dare nell'occhio ed in specie in certe contrade popolose

e sudicie. Nel quartiere della Venezia nuova, ove noi vedemmo

l'osteria dei Tre Mori, nelle vie di San Giovanni e di Pescheria, di

Sant'Anna, di Crocetta, si videro ad un tempo attaccate varie persone

da certa malattia della quale sul principio o non si sapeva o non si

voleva dire il nome. Questo malore assaliva violento e sprezzante ogni

rimedio; senza dar tempo all'arte di esercitarsi, colpiva di morte: in

pochi dì il mormorio per siffatta sventura era in bocca di tutti; chi

ne diceva una, chi ne diceva un'altra, ma nella sostanza ognuno

temeva. I dotti si perdevano in indagini, il popolaccio attribuiva a

sortilegio ed avvelenamento la moría. Intanto il morbo facea passi da

gigante, nè si sapea come venuto in città: chi dicea comunicato da

persona infetta venuta da Genova, chi da merce introdotta di

contrabbando. Come fosse venuto, poco montava; il terribile chólera

era là come un demone invasore, tenace, mortale. Aperte sull'infierir

del morbo le case ai medici, agli impiegati, alla guardie di sanità,

ai soldati, si svelarono incredibili misteri, e si vide come in

Livorno quella gran parte di popolazione che ne forma il nerbo e che

al di fuori mostrasi in vesta linda e civile non ha in casa pane per

sfamarsi, letto per giacervi, lenzuola per coprirsi, a malgrado

dell'operosità del travaglio. Terribile verità che un chólera può far

conoscere; mistero che un romanzo può liberamente rivelare e darsi il

vanto di storia. Ma come il morbo tanto si diffuse e così rapidamente?

Ah! la ragione è la miseria; quella miseria che se dotto o filantropo

potesse trovare un mezzo da estinguere, io lo saluterei novello

salvatore degli uomini: sì, perchè la miseria è peste, peste sociale,

peste morale, la qual produce il delitto, il disonore, la morte.

Livorno come città popolosa ha due bisogni: che cessi la miseria delle

classi più numerose; che si educhi e si satolli l'artigiano e la

famiglia. E qui nella classe degli artigiani giova porre anco i

facchini, i barcaiuoli; imperocchè in vece di commercio queste sono

arti ed insieme industria. La fame è consigliere di tutti i delitti;

quindi i furti, i lenocinii, tutto deriva da quel mostro, e per ultimo

la ribellione. Quando le masse sono affamate, hanno perduto fra la

ignoranza e i disagi quella poca ragione che loro rimaneva.

Un casamento della via San Giovanni, cui dava accesso un lurido e buio

cortile, a quell'epoca conteneva in sè cento persone, divise in poche

famiglie; e per lo più teneri fanciullini privi di vesti, di scarpe,

con pochi stracci alla vita, fanciulli che per modestia non uscivano

fuori non avendo di che coprirsi. Tutti, maschi, femmine, adulti,

impuberi, tutti, famiglia per famiglia, dormivano in un letto! Ma che?

quel giaciglio di paglia imputridita posto sul nudo ed umido

mattonato, fra nere muraglie coperte di salnitro, in mezzo ad una

stanza buia e senza sfogo d'aria libera, coperto di mille cenci, privo

di lenzuola, a buon dritto appellar si potrebbe canile. Ebbene colà

mesto il livornese artigiano, dopo intere giornate di sudori e

d'immense fatiche, viene a posar le stanche membra martoriato dal

pianto dei figli e della moglie, che spesse volte il vedono riedere

senza pane. Colà in quelle oscure tane la figlia perde l'onore, perchè

l'orribile miseria la getta in braccio della seduzione e dell'infamia.

Colà il giovanetto, senza nozioni di bene, perchè il padre stanco ed

affamato non può dargliele e forse non le possiede, ed egli non può

riceverle, spinto negli orribili stenti, educato alla bestemmia, al

vedere il brutale commercio della sorella che si vende per fame,

impara il furto e l'assassinio. Ah pur troppo! di quei sozzi tugurii

abbonda la città, mentre ben pochi Livornesi abitano i bei palagi

moderni che sono stanza degli scaltri forestieri, i quali venuti in

sul bel suolo hanno saputo arricchirsi col sudore del povero che

lasciò morendo un'eredità di dolore e di maledizione. La casa detta

delle _cento_ anime, a sinistra della vecchia dogana venendo di verso

la Piazzetta dei grani, era situata a metà di via San Giovanni, che a

quell'epoca non avea sfondo; strada pericolosa per le aggressioni, per

i ferimenti, per i furti, per gli stupri, che negli oscuri

pianerottoli delle sue case sporche e povere potevano impunemente

commettersi. La casa delle cento anime doveva in breve rimanere

deserta, sì; poichè il chólera, introdottosi colà, era venuto a

mietere la vita di tutti quei miseri abitanti dal primo fino

all'ultimo. Morti e moribondi, privi di conforto in quel trambusto di

ammalati e di tali che assaliva il morbo, giacevano sull'istessa

paglia. Gemiti, urli, maledizioni rendevano quel luogo un inferno in

terra che dava un'idea di quello dell'altra vita. Molti e molti quadri

simili a quello che ho cercato di descrivere offrirebbero la scena

eguale a quella ch'io debbo narrare, ed il farei, se raddoppiare

potessi le scene di sensibilità e disinteresse, quando nol fossero

d'infamia, di cupidigia ad un tempo. Però da uno dei quadri potremo

averli tutti per dipinti, poichè l'imaginazione, primo dono di Dio,

crea imitando. Nel casone delle cento anime all'ultimo piano, cioè

dopo il sesto, è una soffitta composta di una sola stanza, il cui

focolare strettissimo è al pari del solaio. A metà della cappa del

camino si trova un'apertura, larga un quarto di braccio, lunga

altrettanto, che dà la luce a quell'abituro; il quale è ad un tempo

cucina, camera e salotto, mentre ha appena sei braccia di lunghezza e

quattro di larghezza. Quell'abituro, posto sovra i tetti, non ha

veduta, è privo del palco, che coprono poche tegole sconnesse, e viene

spesso inondato nelle grandi cadute della pioggia. Il mobiliare che

andiamo a descrivere sta pur troppo in armonia colla bruttezza di quel

locale: un saccone ripieno di foglie di granturco giace sull'umido

pavimento nell'angolo opposto al camino. Accanto a quello stanno una

brocca di coccio, una sedia rotta e spagliata, un candeliere di legno

con una candela di sevo, due o tre tondini, una scodella di legno, una

pignatta. Presso al focolare, una tavola fissa nel muro e mezzo

tarlata, ha sopra una saliera, due forchette di ferro, un bicchiere di

vetro ed una piccola boccetta di olio, un fascetto di erbaggi e un

pane nero. Accanto al letto dal lato della porta è un piccolo baule, e

sopra quello un liuto ed alcune carte da musica. Sovra il letto è una

coperta a colori, e ciò che fa contrasto col rimanente è la nitidezza

del lenzuolo. Poche paia di scarpe, un tempo di forma elegante,

veggonsi poste ad asciuttare accanto al fuoco.

Sul pagliariccio giace una giovane donna nel fior dell'età, di vago

aspetto, la quale mezzo sollevata sulla persona tiene coperto da uno

scialle il dorso appoggiato alla nuda parete. Ai suoi piedi su di un

piccolo materassino è il giaciglio di un giovanetto di cui primavera

infiora le gote, biondissimo e bello; il quale fa ad alta voce questa

preghiera diretta alla imagine della Vergine affissa a capo del letto.

--O voi gran madre degli sventurati, che tanto soffriste quaggiù, che

tanto amaste il Figlio vostro, deh! soccorrete mia madre.--

La donna per la cui salvezza pregava il tenero figlio era immersa nel

delirio più atroce; il terribile malore che l'aveva côlta era nel suo

maggior vigore.

--Regina degli angioli, proseguiva il fanciullo, ella muore senza

soccorso! Io non ho nessuno che vada a cercare un aiuto: se esco,

quando ritornerò, la troverò morta.

--Eccolo, eccolo; torna, torna: urlò la donna; è trovato.

--Chi mai? disse il fanciullo.

--Tuo padre.--E cadde supina.

--È morta! gridò il giovanetto gettandosi a corpo perduto su quella

misera, che nell'eccesso dello spasimo era caduta quasi esanime. Ei

l'abbracciava pur pregando con queste parole il divino aiuto:--Madre

santissima, soccorrete la moribonda mia genitrice.--E mescolava i

singhiozzi alla preghiera.--Essa palpita ancora: deh! voi che

portaste nel seno il Creatore del mondo, abbiate pietà.--

La donna si alzò, i suoi occhi brillarono d'insolita luce, il suo

aspetto parve sereno, cessati i suoi spasimi.

--Figlio, figlio! esclamò, e coprì di baci la bionda capellatura del

fanciullo. Sei qui? non mi hai abbandonato?

--No, madre mia: gran Dio! avrei avuto forse la grazia più completa?

cesseremmo noi di ritrarre dalla sua infelicità il misero

sostentamento? Potrò io allora lasciarla senza timore che si anneghi o

si uccida, ed andare a lavorare per lei? O gran Madre di Dio, grazie,

grazie! me l'avete salvata; ella tornerà in vita e sarà ragionevole.--

I cieli si aprirono, sì, certo, si aprirono ad una preghiera sì

fervente, sì pura. La donna, vinta la crisi violenta del malore, ne

risentia tal possente scossa che di un tratto le faceva ricuperare la

ragione per tanti anni smarrita. Il tenero figlio aveva,

nell'accertarsi di tanta verità, veduto come gli occhi della divina

imagine avevano tramandato sì vivi raggi che tutta ne era stata

illuminata la cameretta, la quale parve convertirsi in una parte di

paradiso. Il fanciullo cadde genuflesso, e quando si alzò dall'estasi

beata, la madre, già sana di mente, dal cielo istesso guarita, era in

grado di reggersi sopra di sè, di prodigare tali carezze al suo nato

quali mai non aveva potuto durante i tredici anni della di lui vita,

sebbene nei gravi accessi di follia ella lo avesse accarezzato

sovente.

Queste scene avvennero nella soffitta, mentre là solo aveva fatto

grazia la morte, così volendo Iddio.

Ma il giovanetto e la donna dovevano appena aver tempo di gustare

della dolce soddisfazione di così segnalato prodigio. Un uomo di età

matura, sprezzando la morte e calpestando i cadaveri degli appestati,

si era precipitato nella stanza senza neppure annunziarsi; costui non

credeva nel chólera, cioè riteneva assai potenti gli antidoti di che

si profumava le vesti, per andar sicuro fra i moribondi ed i morti.

Costui era il proprietario di quella casa.

--Ebbene, entrando gridò, maledetta canaglia, non è ancor giunto il

tempo di pagarmi della carità che vi ho usata? fuori, canaglia, fuori

le cinque lire di pigione.

La donna lo guardò stupida e disse:--Ah signore!

--Per pietà, esclamò il giovanetto afferrando quell'uomo per le vesti,

per pietà lasciateci respirare, noi abbiamo ricevuta una grazia dalla

Madonna; ce ne farà un altra, e vi pagheremo.

--Eh! monello, gridò nuovamente quell'uomo, tu mi burli, pezzo di

ladroncello, di vagabondo, di cantastorie; fino a che tua madre

cantava, io ci credevo, ma ora che so esser moribonda, voglio esser

pagato.

--Tigre! gli urlò la donna, abbi pietà di questo ragazzo!

--Ah! ah! sei donna e basta; morrai, sta bene: ed io non voglio conti

coi morti; qua i denari, e si mise per saltare alla vita della donna.

Qua i denari, so che gli avete accattati; malandrini, qua.

--Mio Dio! urlò il giovane, mia madre tornerà pazza.

--Meglio così, riprese l'uomo infamemente ridendo, canterà meglio. Ma

che vedo? un anello? ah! un anello d'oro? l'avrai rubato; qua

quell'anello, e vi ci tengo un mese di più.

--Giammai, giammai! urlò la donna come immersa in un orribile furore.

Giammai, la vita.... ahi! sì prima la vita.--

E tentò di respingere il violento.

Il fanciullo si provò anch'esso a trattenere l'iniquo; ma colui,

cupido di quel pezzo di oro che vedeva brillare in dito a quella

sventurata, nulla curando di lottare contro una specie di cadavere,

raddoppiò la sua lena e violentemente con un piede percosso nel volto

ed atterrato il giovane, era per commettere l'infame furto, e chi sa

se di quel solo delitto sarebbesi appagato un uomo sì brutale? poichè

la donna, come dicemmo, era bellissima. Presso a quello era un altro

casamento pieno di morti e moribondi. Chi lo avrebbe veduto? chi?

Iddio, e Dio lo vide e protesse la donna e l'orfano: in quell'istante

un lugubre passo si udì vicino; entrò nella stanza un medico fiscale e

alcuni della compagnia della Misericordia.

--Al Lazzeretto, al Lazzeretto! gridò il medico vedendo su quel

giaciglio il giovanetto in ginocchio, il fiero uomo ritto e la misera

donna svenuta. Al Lazzeretto! continuò, e gl'incappati si disposero ad

obbedire.

--Ah! no.... salvateci piuttosto da questo mostro! urlò il giovanetto.

Ah! Madonna, ecco un'altra grazia. Che fate voi? mia madre è guarita,

riprese vedendo che i fratelli della Misericordia si facevano a

prendere per le braccia la donna svenuta, è guarita, le ha fatto la

grazia la Madonna, non c'intendete? eccola lì (ed additò la santa

imagine), ed io son sano.

--Buon fanciullo, dissegli il dottore commosso dalla tenera fisionomia

e dall'accento del giovinetto, lascia, lascia che portiamo via la tua

mamma; poveretta! ella sarà guarita, sì, ma qui poi morrebbe di stento

e di miseria, di patimenti, di freddo e di fame.--

Il fanciullo vedendo che già quegli uomini incappati si erano tolti in

braccio la cara sua mamma, fatto un gesto di fiducia nella beata

Vergine,

--Ebbene, disse rassegnato, sia così, ma io non posso lasciarla.

--Figliuol mio, aveva risposto il dottore, e dove possiam noi condurti

se sei sano?

--Ebbene ammalerò qui; sento stringermi il capo come in un cerchio di

ferro rovente; desidero, sì, desidero di esser malato, almeno per

seguire la mamma: la Madonna che mi ha fatto due grazie (e qui il caro

giovanetto alludeva a quella comparsa della compagnia della

Misericordia che aveva salvato la mamma dai rapaci artigli di quel

crudele e disumano creditore che volea derubare l'infelice moribonda)

e mi farà anco la terza.--

Il dottore, commosso fino all'estremo:--E non ti farà paura stare nel

Lazzeretto fra tanti malati, in mezzo a tante morti?

--Buon Dio! e qui non è peggio? sclamò il fanciullo accennando la

miserissima stanza; e poi colla mamma starò bene dappertutto.--

Il dottore, onde compiacere il fanciullo e per dare al pio suo

desiderio una favorevole risoluzione, toccò le tempie ed il polso di

quell'amabile creatura, e quindi, diretta agl'incappati la parola,

--Signori, disse, questo fanciullo ha il polso quasi febbrile; sarà

dunque prudenza condurlo al Lazzeretto con sua madre; d'altronde

lasciarlo qui è per lui morte sicura.

Il fanciullo trasalì dalla gioia: madre e figlio furono messi in una

stessa barella e trasportati al Lazzeretto di San Iacopo: partita che

fu la prima barella, gl'incappati erano per uscire.

Quell'inumano creditore, cui essi avevano impedito la più orribile

violenza, per tutto il tempo di questa lugubre scena si era appoggiato

al muro, dando segno della sua fredda indifferenza col tenere le

braccia incrociate sul petto.

--Signor Basilio! sclamò il dottore; ovunque è miseria la di lei

ottima persona trovasi presente; ah! ella è proprio il genio della

beneficenza!--

L'uomo non rispondeva.

--Signor Basilio degnissimo, continuò il medico, non mi sorprende

trovarlo in luogo ove la sua solida pietà e religione trova pascolo a

confortare gl'infelici; ed il cielo e gli uomini le saranno larghi di

ricompense: ma mi permetta il dirle che ella si azzarda di troppo; la

sua carità le fa trascurare il pericolo maggiore. Ma non sa ella che

questa malattia è terribilmente contagiosa ed in specie nel lezzo di

simili abitazioni? non sente ella che questo tanfo, che questa puzza

insopportabile possono accrescere senza dubbio il pericolo del

contagio?--

Il signor Basilio fece come una specie di sorriso in disprezzo del

male.

--Eh! comprendo, soggiunse il dottore, la sola pietà sfida i

pericoli.... ma buon Dio! signor Basilio, che l'è mai sopraggiunto?

ella trema: che veggio mai? ella vorrebbe rispondermi, ma la

contrazione dei muscoli del mento indicherebbe un accesso di

parossismo febbrile.

--Eh! eh! eh!... non è nulla.... un effetto nervoso.--E nel proferire

queste parole il signor Basilio ansava terribilmente.

--Non si allontanino ancora, o signori, disse il dottore ad alcuni

incappati della Misericordia che erano per andarsene.

Il signor Basilio volea rispondere a questo tristo preludio, come per

confortare il dottore e confortarsi egli stesso; ma appena potè

proferire il monosillabo no.... che il suo volto, di rosso scarlatto,

divenne nero piombo; i suoi occhi s'iniettarono di sangue, la sua

lingua s'ingrossò nella bocca, sentì ardersi la faccia. In sì

terribile posizione, esso provò, non potendo parlare, di allontanarsi

per sfuggire dalle mani del dottore; ma non sì tosto muovevasi dal

muro ove era appoggiato che le gambe ricusarono di servire il suo

corpo; ei fu preso dall'orrendo vomito, uno dei sintomi del fiero

chólera e cadde al suolo privo di sensi.

--Signori, facciano il loro dovere; ecco un altro allo spedale, una

vittima della compassione. E gl'incappati, preso il signor Basilio che

la collera di Dio aveva finalmente colpito, lo recarono al Lazzeretto,

ove lo avevano preceduto le due care creature.

Il Lazzeretto, in cui la polizia sanitaria aveva decretato doversi

trasportare gl'infetti dal chólera, era un fabbricato assai vasto

situato fra il così allora detto Mulinaccio e la chiesa di San Iacopo.

Alcune palizzate o lunghi cancellati di legno tinto di nero lo

accerchiavano, e le vicinanze istesse di quel luogo di pietà e di

dolore ne indicavano con caratteristici segni tutto il tetro. Da lungi

si vedevano alti fumacchi neri e cerulei salir verso il cielo,

prodotti dalla combustione di letti marciti dai malati e di vesti

avanzate ai morti, di masserizie sospette di contagio. Un silenzio

lugubre regnava nell'interno, ed il timido viandante non avrebbe osato

avvicinarsi a quelle temute barriere per tutto l'oro del mondo. Dalle

finestre uscivano vapori di zolfo e d'altre materie adatte a

disinfettare l'aere, vapori che, mescolandosi col fumo delle robe dei

defunti, arse in vari punti del prato da cui era circondato lo

stabilimento ed a quello di veri camini, giunti a certa altezza dal

suolo, si coagulavano in una eterna nuvola che pareva formare un

funebre baldacchino sopra quel luogo di dolore. Accenti di lamento dei

malati, urli strazianti dei moribondi, voci di tanti e tanti guardiani

e medici ed inservienti che qua e là accorrevano, chi per assistere un

moriente, chi per medicare un ammalato, chi per togliere dal letto un

morto, facevano un cupo e confuso mormorio che da lontano assomigliava

al fiotto di un mare in burrasca. Soprintendeva a quel luogo un

ufficial militare, onde stretta e severa ne fosse la disciplina,

inquantochè ogni subalterno dovea rigorosamente obbedire agli ordini

ricevuti senza farvi osservazioni, senza dilazione, senza mormorare,

con fedeltà e con puntualità; ed in fatti, privo di questo severo

disciplinare reggimento, come avrebbe potuto governarsi quel luogo,

ove la confusione era pronta sempre a scaturire da ogni parte? Ed

infatti colà abbisognava porgere agli ammalati a tutte le ore medicine

di ogni sorta ed a seconda del grado del malore; trasportare i

cadaveri e svestirli a tutte le ore; assistere i convalescenti,

rinviare i sanati, il cui numero in specie nei primi tempi era sì raro

che a tutti coloro che si trasportavano in quel locale funesto

dicevasi per sempre addio. Conveniva riparare ai furti che nel

trambusto avrebbero potuto commettersi a danno degli impiegati e degli

ammalati e delle famiglie degli estinti; conveniva impedire scandali e

delitti carnali fra persone di sesso diverso: era questo un caos

novello che bisognava ordinare. La vigile sapienza del governo seppe

por gli occhi sopra un ufficiale militare, il quale intrepidamente

accettò il periglioso incarico: e siagli qui reso eterno e pubblico

tributo di lode e di riconoscenza; imperocchè, oltre le immense

difficoltà dell'ufficio, le fatiche egualmente grandi, più di quello

v'era il pericolo sempre minaccioso di essere colpito dal contagio, e

conveniva trovare un uomo che per virtù e per amor dei suoi simili

mettesse in non cale la propria vita; imperocchè era un rinchiudersi

fra quelle mura con la morte sempre pronta a vibrare la falce

micidiale; faceva duopo di una vera e completa abnegazione di sè

stesso, e bisognava avere un cuore di tempra adamantina per reggere a

tanti colpi sulla sensibilità fisica e morale. Quest'uomo che sul

campo di battaglia aveva mietuto allori e sprezzata la morte erasi

accinto a sfidare la stessa terribile nemica dei viventi in campo

chiuso, cioè nel Lazzeretto.

Erano le ore cinque di sera quando il cancello fu schiuso aggirandosi

sopra i cardini, e il funebre convoglio accompagnava una lettiga su di

un carro a due ruote tutto coperto di drappo nero e di stoffa

incerata; il legno veniva tirato da un solo cavallo. Il vettore era

esso pure vestito di tela nera; perfino i guanti erano dello stesso

drappo; sul sellino del cavallo attaccato alla funebre vettura stava

un campanello e sventolava una bandiera bianca e nera; il suono del

campanello era procurato all'effetto che i sani i quali per la via lo

sentivano si allontanassero il più presto possibile, onde evitare che

i miasmi funesti i quali partivansi dalle vetture ripiene d'infetti

propagassero il morbo. Per maggior precauzione a tutela della sanità,

due o tre soldati scortavano la vettura stessa, allontanando da quella

chi o non avesse inteso il suono della squilla o avesse creduto

sprezzare il pericolo. Due inservienti dello spedale, aventi a

tracollo una specie di stola indicatrice della loro qualità e armati

di bastone a punta, terminavano il corteggio lugubre. Essi erano

coloro che avevano nella vettura rinchiusi gli ammalati, che di quella

li toglievano per affidarli all'altra consimile guardia detta di

sanità, la quale aveva l'altro incarico di trasportare nelle cellette

del Lazzeretto coloro fra i rinchiusi nella vettura che erano malati,

e alla stanza mortuaria coloro che, troppo aggravati dal male, fossero

periti nel fare il tragitto.

Oltre quel Lazzeretto che testè abbiamo descritto, anche altro luogo

era destinato al ricovero degli infetti quando il primo era troppo

ripieno, ed era la moderna chiesa di San Paolo, posta sull'antico

spalto e che allora non era sacrata. Una pietra sulla porta maggiore

ricorda e ricorderà ai fedeli come prima che al sacro uso venuto fosse

quell'edifizio l'aveva già l'umanità consacrato a benefizio della

languente progenie di Adamo.

La città pareva deserta: tutte le botteghe chiuse rendevanla pari ad

una città dissotterrata dopo tanti secoli e restituita alla luce, i

cui fabbricati più non contassero abitatori; ed oltre le botteghe, non

una finestra aperta con qualche viso confortante affacciato. Coloro

cui le convenienze non permisero di emigrare nelle vicine campagne e

città per fuggire il morbo desolatore in traccia di aere salubre e

confortante, si erano rinchiusi rigorosamente nell'interno di loro

abitazione, segregandosi dagli altri viventi e ricevendo da quei di

fuori le vettovaglie per mezzo di corda incatramata, per sospetto

sempre d'infezione: e queste vettovaglie accuratamente purgavano pria

di toccarle, tanto era il riguardo e la paura, servendosi dei cortili

per calar giù dei panieri ed altri recipienti. Ed appena i più divoti

si azzardavano ad uscire per girne ai sacri uffizi; e questi pochi li

avreste veduti tenersi per le vie e nel tempio a grandi distanze fra

loro per non urtare veste con veste, dappoichè il solo tatto poteva

essere veicolo di morte. Anche dalla città si levavano in alto colonne

a spirale di fumo o per masserizie e vesti abbruciate, o per suffumigi

di zolfo e di bitume, i quali poi rannodandosi formavano un nuvolone

nero galleggiante per l'aere ed equilibrato, tenentesi fisso sovra la

città quasi gigantesco ombrello. Il che aumentava la tetraggine di chi

dall'alto dei vicini colli vedeva là quel vapore denso che, unito

all'aere affannoso, dava una tinta lugubre alla città stessa e ne

rivelava le dure calamità; e quei miseri che stavan là dentro

trepidanti per la loro vita e per quella dei cari, volgendo l'occhio

al cielo e vedendolo tinto di funebre velo, più e più si scoravano,

quasi che il cielo coperto di un panno mortuario dicesse a note di

terrore: _Per ora è morte, e tutti morrete, così volendo Iddio

sdegnato._

In quel doloroso periodo di comune dolore, gli uomini sentirono

veramente il palpito di fratello che lor rivela esser tutti nati di un

istesso sangue: e perciò mille e mille grandi esempi di carità, di

amore, di abnegazione di sè stessi offrirono quei giorni di

tribolazione; ricchezze non curate, nobiltà che scese a stender la

superba mano al povero; povero che, obliando gli insulti del ricco,

gli fu largo di aiuti che con l'oro avrebbero potuto pagarsi; là

l'ammirabile e filantropica società della Misericordia, degna

sentendosi della sua generosa divisa, operò tanti e tali eroici tratti

di cittadina virtù che bene avrebbe meritato ad ognuno dei fratelli

quella corona di quercia che gli antichi Romani solevano imporre ai

cittadini che un cittadino salvavano. La compagnia della Misericordia

imitò le altre consorelle d'Italia, in ispecie nelle orribili

pestilenze de' secoli scorsi, tanto fu benemerita della umanità. E se

in mezzo a tanta espansione di affetti generosi qualche indegno del

nome di uomo si macchiò di delitti.... deh! non turbi il bel quadro

delle eroiche di lei azioni tal ricordanza. Noi vedremo che il Nume

seppe coglierlo sul fatto. Ed invero la vettura funebre che, siccome

narrammo, alle ore cinque entrava nel Lazzeretto, vi conduceva

l'infame signor Basilio sul doloroso letto di morte.

I demagoghi O, I misteri di Livorno · 第 46 / 77 题