Alla Barbada.
Il tempo, che passa velocemente più che non può fare un racconto, era
trascorso colle immense sue ali attraverso alcuni anni dall'epoca in
cui ebbero luogo i passati avvenimenti. Già da tre lustri la gentile,
appassionata ed avventurata Rosina trovavasi alla Barbada, ove il suo
Giovanni dopo non molto era stato nominato governatore effettivo. Fin
dal primo anno un vezzoso bambinello aveva rallegrato le speranze dei
teneri sposi, bambino che dal grembo della madre era stato accolto in
quello della nonna, poichè la signora Guglielmi aveva raggiunto la
figlia alle Antille.
Alfredo era in un decennio per ben due volte stato ospite del
governatore e dal servizio del Piemonte era entrato in quello d'una
repubblica dell'America meridionale, nella quale era tenuto in tal
conto che ben presto come generale segnò luminose tracce nella
guerresca sua via. Terrore dei despoti, sostegno delle nazioni
oppresse, Alfredo era un uomo il cui nome si estendeva ai più remoti
luoghi della vecchia Europa. Bandita ogni speranza di felicità
personale, egli godeva di quella di Rosina e della quiete della madre
e del prosperare del nipote Antonio, il quale nel suo anno
quartodecimo di età già addimostrava ciò che sarebbe stato più in là e
come il sangue dell'entusiasta genitore ribollisse in quello del
figlio.
Angiolina, come un fiore appassito da un colpo terribile sul suo
nascere, dirò non viveva, ma stava così come quell'essere che una
lunga valetudine abbatte e percuote. Il verme delle dolorose
rimembranze era quello che la rodeva tuttora. Ma che? Il tempo non
cancella esso o almeno indebolisce le più vive reminiscenze? noi
crediamo che sì. Ma e non potrebbe esservi nel cuore d'Angiolina
qualche altro germe di affanno, qualche piaga insanabile e che il
tempo non potesse mai rimarginare? ahimè! come penetrare potremmo nel
segreto del cuore di quella fanciulla, che appena sul fiore dell'età
matura, non oltrepassando che i trentadue anni, parea ne avesse
cinquanta al volto pallido, alla mestizia degli sguardi e del sorriso,
al tardo muovere delle membra, al quasi disprezzo di ogni esteriore
eleganza, alle devotissime pratiche a cui intendeva? Forse il dolore
per lei era divenuto un'abitudine; così almeno la pensava Rosina.
Tutte le cure di Angiolina, oltre la preghiera, eran volte al giovane
Carlo, terzo figlio degli Artini. Tenutolo lattante sulle ginocchia e
su su vedutolo crescere, era per lei qual proprio figlio; essa ne
temprava gli ardenti desiderii e lo educava alla calma, onde non
imitasse il focoso genitore.
Nel periodo di questi quindici anni, due volte i coniugi Giovanni e
Rosina erano stati alla Guadalupa, ma delle sostanze paterne Giovanni
aveva potuto riavere ben poco, e minor frutto aveva conseguito la
Guglielmi, ormai vecchia, dal suo stabile di Livorno; poichè venuto,
come sentimmo accennare, a partire da quella città per le missioni
delle Indie orientali il buon padre Gonsalvo, mancò il solo
antagonista del signor Basilio, di cui era maneggio la improvvisa
risoluzione del padre. Ed ecco come a quell'epoca andò la cosa.
L'accorto Basilio ben si era addato nello scuoprire in gran parte che
la salvezza di Rosina quasi interamente potevasi attribuire al
religioso; d'altronde con cotesta persona come battagliare? Hanno
tutto in mano, esso aveva detto fra sè passeggiando per la sua camera
in un dì della convalescenza dalla pericolosa ferita cagionatale da
Angiolina; con cotesta gente c'è da rompersi il collo, romperselo
davvero. Perdinci! un padre abbate, un mitrato!!--Eppure, mormorava
(con libertà bestemmiando, giacchè sapea di esser solo), eppure colui
è il mio più terribile nemico! Sì, non m'inganno; è lui che ha
protetto Rosina: mi fanno più paura le sue orazioni dei colpi di
cannone.--Pensa e ripensa, venne in mente a Basilio di far gettare
così alla lontana del sospetto sui sentimenti politici del monaco; e
un buon sacco di zecchini fatto tenere non so a chi, poichè gli
scartafacci da cui pesco questa notizia si guardarono di
registrarla,... ma d'altronde li fece tenere ad una persona, e basta.
Da lì a poco il monaco venne consigliato di non fraudare le speranze
di quanti il conoscevano, che in lui ravvisavano uno di quei caldi
apostoli che ponno a migliaia convertire gl'infedeli. Padre Gonsalvo
capì da dove tirava il vento, e stette forte: ma l'oro del signor
Basilio produceva effetti terribili, pronti e maravigliosi; tali che
dopo la partenza di Rosina per la Barbada i fogli pubblici
annunziarono come monsignor Gonsalvo Rodey, già abbate, incaricato di
mantenere l'ordine vallombrosano, era stato eletto vescovo in
_partibus infidelium_ e della chiesa di Goa nell'Indostan, con la
facoltà di esercitarvi come vicario apostolico le immense fatiche
delle missioni. Il mondo cattolico applaudì l'elevazione del frate, il
quale, come sappiamo, aggiungeva la dottrina alla carità, e questo era
un bell'acquisto per la fede; ma il povero vecchio avrebbe forse
preferito la quiete del chiostro ad un viaggio di ottomila miglia. Il
fatto è che partì e colla sua partenza lasciò in mano del signor
Basilio tutti gli stabili della Guglielmi; il che, unito al furto
delle gioie di cui questo iniquo era stato l'istigatore ed il primo
artefice, poteva ben compensarlo delle spese secrete fatte per
l'allontanamento di quel terribile monaco, mercè la cui sapienza e
scaltrezza egli temeva di essere smascherato.
Il padre Gonsalvo partì e di lui appena qualche volta giunser lettere
dall'Indostan alla Rosina ed a Giovanni. Il caldo clima, l'abbandono
delle antiche abitudini avevano così affievolito quel grand'uomo che i
suoi amici avrebbero penato a riconoscerlo.
Il signor Basilio non erasi altrimenti dato al chiostro; ei si era
fatto pregare, scongiurare di restare al secolo, ed acconsentì alle
generali preghiere. Eh! un tant'uomo non poteva lasciarsi nel segreto
della cella; di lui aveva bisogno il mondo, ed al mondo resti.
All'epoca in cui trovasi il nostro racconto, cioè nel 1836, in Livorno
più non parlavasi della signora Guglielmi e dei già narrati
avvenimenti. Nuovi fatti tocca la nostra istoria, nuovi fatti i quali
non vanno disgiunti dai narrati; e di vero, se non fosse ciò, il libro
sarebbe terminato, ed altro nuovo ne comincerebbe.
Prima peraltro di trasportare il nostro lettore sopra scena europea,
non posso del tutto staccarlo dall'America, ed è qui che con esso mi
soffermo nel palazzo del nostro governatore.
Era un bel giorno di state nel 1836. Sul declinare quel dì era stato
limpidissimo oltre l'usato, ed il clima tutto fuoco veniva rattemprato
da fresco venticello marino; una festicciuola domestica aveva avuto
luogo in quel giorno, ed in essa si erano moltissimo rallegrati
danzando coi negri Antonio, il giovinetto Carlo e la vaghissima
Ofelia, tutti e tre figli di Giovanni e di Rosina. Sotto le benefiche
ombre dei banani e dei cocchi, nel parco del palazzo, aveva avuto
luogo la danza. Quando il sole si avvicinò all'occaso una frugale
refezione era stata imbandita ai danzatori sull'erba fiorita. Mille
augelli di variopinte piume facevano risuonare l'aura di melodiosi
concenti. Sotto un padiglione di verzura stavano assisi il governatore
e Rosina col ciglio umido per pianto di tenerezza nel mirare tanto
allegri i teneri figliuoletti; e la stessa eternamente malinconica
Angiolina si era quasi lasciata abbandonare dalle tetraggini, a quelle
amabili scene. Dalle vicine boscaglie ad un tratto si era udito il
suono flebilissimo di un liuto ed una voce di donna soavissima aveva
intonato la seguente patetica canzone:
Per il mondo vanno errando
Madre e figlio abbandonati,
Nulla, ahi! nulla omai sperando
Fuorchè sterile pietà.
Nelle membra di Rosina corse un brivido di tenerezza: essa ricordava
il sogno fatto a Malta tanti anni addietro; la canzone era italiana,
italiana la musica. Giovanni pure sembrò altamente commosso. Il canto
proseguiva:
Madre sono e son fanciulla,
Ed il figlio, ahimè! non ha
Genitore: ah! dalla culla
Chi sia il padre, ah! no non sa.
--Quali parole! senti tu, mio Giovanni?
--Il mondo è pieno di sfortunati, rispose questi, ed alzatosi accennò
verso donde veniva la patetica voce dal bosco.
Non molto lunge dai nostri personaggi discendevano per una china una
donna ed un fanciullo ch'ella tenea per mano; essi avanzavano verso il
padiglione.
--Ah! continuò Giovanni vedendo quella coppia, sì, il mondo è pieno di
sventurati: saranno forse di elevata condizione, costretti a mendicare
per opera degl'iniqui. Anch'io nell'età di quel fanciullino fui un dì
immerso nel pianto e mia madre derelitta: mentre mio padre era
imprigionato, ella affaticavasi in portare alla capanna un pesante
fardello di legna; ma almeno quello fu l'ultimo istante di mia
miseria. Da quel dì rividi il padre e mi lanciai nella turbolenta
carriera dell'avventuriero; oggi son dovizioso e governo.--
Così dicendo fe' cenno a quei due titubanti di avvicinarsi che lo
facessero liberamente. I due stranieri parvero molto confortati da
quel cenno ed affrettarono il passo. La distanza non permetteva ancora
di scorgere perfettamente i loro lineamenti.
--Accoglili tu, disse Giovanni a Rosina, accoglili tu; io verrò in
seguito: probabilmente avranno una lunga storia di dolore a narrare,
ed io, come tu sai, dopo la perdita della mia infelice Esmeralda non
posso più, senza provare un terribile strazio, mirare in volto donne
infelici senza figurarmi che la sorte della mia povera sorella non sia
d'ogn'altra peggiore. Accoglila tu quella coppia di sventurati; chi sa
di dove vengono e qual causa li ha trasportati in quest'isola? falli
ristorare, regalali come conviene; io pavento gli effetti di una
scossa di sensibilità nervosa.--
Rosina, la quale conosceva come pur troppo il passionato e bollente
suo sposo non avesse bisogno di scene sensibili onde non cadere in una
delle sue solite cupe malinconie, fu sollecita a promettergli che
avrebbe sollevato quei miseri: ond'egli, lasciandole la sua borsa,
accesa la pipa, mosse verso il palazzo.
Lo stretto colloquio dei due sposi aveva posto in una certa soggezione
i due poveri virtuosi di canto, i quali si erano arrestati nel loro
cammino ad una conveniente distanza e fino a che Giovanni parlò
all'orecchio della sposa. Tal precauzione di rispetto non passò
inosservata presso Rosina, la quale, dopo che il marito si fu
allontanato, fe' nuovo cenno affinchè i due timidi viandanti si
approssimassero. Essi mostrarono aver inteso, dando evidenti segni di
gioia, ma prima che giungessero al padiglione erano stati raggiunti
dai figli di Rosina, i quali con una tenera pietà si erano dati a
festeggiare il fanciullo di circa quattordici anni che accompagnava la
cantante. Anch'ella, fu costretta a fermarsi; e mentre quei giovanetti
formavano un gruppo pittoresco, e il suonatorello era impedito di
preludiare sull'istrumento, la donna continuò con queste strofe:
Ah! se un dì sull'ali ai venti
Fia che giunga il mio martir
All'autor de' miei tormenti,
Sarò lieta di morir.
Il suo pargolo innocente
Egli al seno stringerà:
Sulla tomba alla gemente
Nuzial serto poserà.
--Ahimè! qual malinconica canzone! esclamò la Rosina penetrata fino
nell'interno dell'anima dalla tremula voce e dal patetico suono della
musica di quella straniera. Cara Angiolina, disse quindi rivolgendosi
all'amica, vola tu presso costei; dille che cessi dal canto lugubre,
che troppo mi scuote le fibre, perocchè mi figuro che ella abbia ad un
tempo ad essere e il soggetto del canto e l'autrice della canzone.--
Angiolina, non meno dell'amica penetrata dalla tenerezza, in poco
tempo raggiunse la forestiera, la quale, vedendosela così presso,
cessò dal cantare e si avviò verso il padiglione, mentre il giovanetto
suonatore di liuto e gli altri ragazzi la seguivano. Giunta che fu
presso Rosina, fece atto di piegare un ginocchio a terra in segno di
quel rispetto che gli Indiani sogliono usare verso le persone di alto
affare, ma Rosina, con la inesauribile sua cortesia, le stese una
mano, su cui la donna impresse un rispettoso bacio.
--Mia signora, le disse, vi prego perdonarmi, se io povera straniera
vengo ad importunarvi, ma sappiate che io e mio figlio (che è quel
fanciulletto che voi vedete colà coi vostri, m'imagino, coi vostri
figli, poichè tanto a voi somigliano) non abbiamo alcun mezzo di
sostentarci nella nostra estrema miseria tranne che col canto delle
nostre terribili sventure.
--Gran Dio! che dite mai, amabil donna? riprese la Rosina. E che?
quella lugubre canzone alluderebbe forse ai casi vostri?
--Sì, madama: ma se mi è lecito toccarne di volo poetando e cantando,
non mi permetterei al certo di tediare col racconto di essi una
persona distinta.
--Ah! mal mi conoscete, signora, e voi non partirete di qui se non
dopo aver versato nel mio seno tutte le vostre amarezze. Intanto è
necessario che vi refocilliate voi ed il vostro figlio.--
Angiolina, a questo discorso, aveva presentato alla straniera delle
frutte e degli scelti vini. Ella si assise e ne gustò volentieri. I
suoi modi franchi, malgrado il rispetto e l'estrema miseria,
additavano nella cantante una persona di elevati natali; la sua
fisionomia, delicata nei tratti ma virile nell'espressione energica,
non faceva punto contrasto colla sua naturale dignità. Ella indossava
un abito di seta color turchino piuttosto logoro; anche le scarpe non
erano in molto florido stato, ed uno scialletto che le copriva le
spalle, anch'esso molto usato, terminava la sua toeletta; alle
orecchie aveva due boccole di granato ed al collo un vezzo simile: ciò
che peraltro faceva singolar contrasto era un anello che tenea nel
dito, di oro purissimo con ricco lavoro cesellato in foggia di
piastra, della quale la metà stava nascosta fra l'indice ed il medio
della mano sinistra. In capo ella aveva un largo cappello di paglia,
molto adatto a riparare quel bel volto dai caldi raggi del sole dei
tropici. Il fanciullo era amabilissimo e gaio: suonava a meraviglia il
liuto; era anch'esso miseramente vestito, ma con molta decenza, a
malgrado delle toppe che aveva nella blusa di panno blù e nei calzoni
che indossava. Anche i di lui calceamenti erano logori, il che
dimostrava che era uso a viaggiare a piedi. Il fanciullo, di assai
maggiore statura che nol fossero i figli del governatore, aveva sulle
spalle una piccola valigia di pelle attaccata con cigne che gli
passavano sul petto e sotto le ascelle; e tutto quello, pur troppo,
era il misero bagaglio della madre e del figlio.
La forestiera, dopo aver bevuto un poco e gustato di qualche frutta,
si alzò per ringraziare la governatrice.
--Ah signora! non vi celo che aveva fame; è da questa mane che siamo
sbarcati ed abbiamo fatto a piedi questo tragitto per l'isola
sull'indicazione di un buon negro vecchissimo che è rimasto al porto
sulla nave, il quale ha molta cognizione di questi luoghi.
--Voi non avete fatto questo viaggio invano, le disse Rosina, nè
partirete così presto da noi. Che mai sarebbero le ricchezze, se non
un peso, quando non si spendessero per rendere meno misero il nostro
simile?
--Madama, i vostri sensi mi sono carissimi ed armonizzano colla buona
fama che corre di voi anche nelle altre Antille.
--Troppo lusinghiere espressioni! comunque sia, vi son grata e farò di
tutto per non smentire coi fatti la buona fama che corre di me.
Intanto favorite appagare la mia curiosità; ditemi un poco: perchè mai
voi, che tanto bene mi favellaste in inglese fin dal primo
avvicinarvi, cantate strofe italiane allorchè volete dipingere la
storia di vostre sventure? La ricerca non è senza un'arcana ragione,
che spiegherovvi di poi. Oh se voi sapeste quanto mi avete commossa!
--Signora, fino dal mio giungere in quest'isola conosceva esser voi
italiana, ed ho scelta la lingua vostra nel porre in versi le mie
sventure, mentrechè, sapendo esser voi la moglie del governatore
d'un'isola inglese, ho creduto bene favellarvi in quell'idioma.
--E come, sì istruita, sì amabile, non avete alcuno che....
--Comprendo, signora, ciò che volete dirmi; vorreste esprimermi il
desiderio che io mi valessi di qualche mia cognizione onde lucrarmi il
pane più convenientemente e con maggior decoro.
--Non dico ciò....
--Sì, o signora: se la vostra bontà non vi permette di formarvi un
sinistro concetto di me, non è perciò che tale non debbano formarlo
quasi tutte le persone alle quali debbo avvicinarmi nella mia vita
errante, vita che menerò fino a che....
--Fino a che?... domandò Rosina con molta premura.
--Fino a che, o madama (Dio mel conceda), io non ritrovi il padre di
quella creatura.--
A Rosina scorse un brivido tale per le ossa che le si scolorarono le
labbra.
--Vi sentite male, signora? proruppe la straniera; ah! per mia causa
forse....
--No; no, fu sollecita a dire Rosina; continuate.
--Sì, madama, sono dieci mesi che giro pel mondo in traccia dell'uomo
che adoro.
--È molto tempo che siete separata da lui? prese a dire con molta
premura Rosina.
--Si direbbe, replicò la forestiera, che avreste parte nella mia
storia; tanto è l'interesse che vi degnate prendere ai miei casi.
Quindi con una lacrima sul ciglio: È molto tempo, sì, signora; quel
mio caro angioletto non era nato.
--Così tardi,... riprese Rosina turbata, lo cercate?...
--Ah! avesse voluto Iddio che lo avessi potuto prima, Ma da quel tempo
in poi ho avuto un velo sugli occhi.
--Cielo! spiegatevi.
--Fui pazza....
--Giovanni, Giovanni! sclamò la Rosina. Deh! Angiolina, va da
Giovanni, che presto venga qua, che non tardi un istante.
--Giovanni?... esclamò la straniera con un visibile tremore e si pose
la sinistra alla fronte. Qual nome!--
Nel movimento fatto dalla mano di costei, rimase totalmente visibile
la piastra del ricco anello che essa aveva in dito; vi brillava inciso
lo stemma della famiglia Guglielmi, consistente in un guerriero in
atto d'imbrandire un'asta di ferro, sormontato da una corona di
cavaliere. Quell'anello era d'Alfredo. Rosina ebbe appena la forza di
esclamare:--Ecco il mio sogno! ecco il mio sogno!--e di gettarsi a
braccia aperte al collo della straniera chiamandola Esmeralda.
La giovane, dando in un dirotto pianto per l'eccesso della gioia,
svenne nelle braccia di Rosina.
Il figlio, in vedendo le donne in quello stato, scioltosi dal cerchio
dei festeggianti giovanetti, si slanciò presso la madre e, piegato un
ginocchio, le prese una mano, che scaldò col fiato. Vi fu un quadro
degno del più celebre pennello.
Giovanni, avvisato dall'Angiolina e dalle grida di gioia della moglie,
accorse sul luogo: e per la prima volta da quel ciglio di ferro
uscirono due calde lacrime di commozione. Egli abbracciava la perduta
sorella.
Quali vicende avesse fino a questo punto patite la infelice lo vedremo
nel capitolo seguente.