Mia cara madre,
_Malta, li 27 marzo 1821._
Non prima d'ora ho potuto scrivervi, durante il mio viaggio; il medico
mi aveva proibito d'occuparmi. Sì, madre mia, io sono stata sull'orlo
del sepolcro: un Dio mi ha conservata all'affetto vostro e di colui che
mi ha salvata ed al quale col più sacro titolo appartengo. Il venerando
padre Gonsalvo, il mio tenero Giovanni so avervi scritto la istoria
delle mie sventure fino alla notte in cui venni esanime e puro scheletro
involata a morte certa, poichè il barbaro mio rapitore era già sul
procinto di seppellirmi: inorridisco al solo pensarvi. Iddio mi usò
misericordia di avermi tolti i sensi in quell'estremo momento: almeno io
non vidi l'ultima volta colui che ha rovinata e dispersa completamente
la nostra famiglia, ne ha involate le sostanze, disonorato il nome. Ma
il tempo della giustizia divina verrà e verrà tremenda: colui non è
morto, Iddio non senza ragione serba quella vita abominevole; chi sa
qual morte gli prepara la vendetta dell'Onnipossente? Nel momento della
mia liberazione io nol vidi, come anche non vidi le creature che mi
liberarono, cioè Giovanni ed Angiolina. (Di costei, mia tenera amica, so
avervi scritto a lungo il buon padre Gonsalvo.) Quando ripresi i sensi
mi avvidi di essere in una stanza mobile; infatti io mi trovava in un
naviglio: come mi vi conducessero, eccovelo.
Giovanni aveva condotti nella camera del signor Basilio uomini
arrischiati e pronti ad ogni suo cenno: a costoro affidò l'Angiolina
svenuta, e quanto a me volle egli stesso darsi cura di questo,
com'egli lo chiamò, carissimo peso. Ei temea sempre di perdermi
nuovamente. In breve fummo condotte in una barchetta che ci attendeva
nel fosso vicino e di là fummo trasportati da quell'agile schifo oltre
il Calambrone. Come ei facesse ad oltrepassare la dogana senza che
fosse veduto quel che stava in fondo al battello, nol so; ma mi do a
credere che quei remiganti, espertissimi contrabbandieri, non nuovi a
passare alla insaputa delle guardie doganali, manco pensassero a
quella difficoltà; forse le guardie furono innocenti, forse comprate,
ma ciò non interessa al mio racconto. Quando mi destai dal mio lungo
sopore, io, come vi diceva, era in una comodissima camera di un
naviglio, la bandiera del quale così è temuta che, sebbene a poche
miglia di distanza dal signor Basilio, non sarebbero bastati cento
suoi pari a levarmi di colà. E poi il degno signor galantuomo aveva
altro da pensare in quel momento. Noi anzi per molti giorni il tenemmo
siccome morto; e se nol fu, convien dire che il demonio avesse
prodigiosamente salvato quel suo favorito. Al primo ritornare in vita
io non riconobbi nè Giovanni nè Angiolina, che continuamente al mio
fianco stettero ad assistermi, nè da me furono riconosciuti se non
dopo qualche giorno e quando mille cure vi vollero per farmi
riprendere le forze smarrite a causa degli orribili patimenti da me
sofferti in quel pozzo del signor Basilio. Come fui in grado di poter
resistere alla consolazione, Giovanni mi si palesò qual era: ciò
basta; di più non posso dirvi, sebbene siate mia madre; è un segreto
che egli confidò a me sola e che niuno oltre di me può conoscere. Vi
basti che esso è degno di me, di voi, di Alfredo, di tutta la
famiglia. Io credo che il mio Giovanni sia uno di quegli esseri
straordinari che appariscono a quando a quando nel mondo per far
prendere al secolo in cui nacquero tutta l'impronta delle loro
passioni: giovane ancora, egli non è conosciuto, ma tempo verrà che si
farà conoscere ed il mondo lungamente parlerà di lui, quando solo uno
di quegli alti meriti che lo adornano egli si avesse. Io gli debbo
l'onore e la vita, che senza di lui avrei perduta nelle mani del
signor Basilio. Datosi egli a conoscere, senza quel misterioso
linguaggio che è solito usare quando in specie lavora ad un gran piano
che va maturando, egli mi si appalesò, ed io non resistetti ai di lui
desiderii di farmi sua sposa; quando pur l'amore non mi avesse
consigliato di fare tal passo, mi vi spingevano la mia ragione, la mia
critica situazione. Che aveva a fare io isolata al mondo? Che avrebbe
detto il mondo se avessi dimorato sciolta dai vincoli del sacro legame
coll'uomo cui sono debitrice della vita? Sì, mia cara madre, padre
Gonsalvo ci dette la benedizione nuziale poco prima che il naviglio
mettesse alla vela. Il giorno di tale avvenimento fu giorno festivo
per tutto l'equipaggio; il legno fu tutto bandiere, ed in mezzo agli
evviva di quella buona gente fui salutata sposa, La mia debolezza era
estrema; appena potei uscire dal letto della mia lunga infermità per
trasportarmi all'altare, ma di più non poteva indugiarsi. Ah! madre
mia, io fui felice, felice però quanto poteva esserlo una figlia che
non vide la madre assistere ai suoi sponsali, che vede l'uomo che ama
non lieto ma cogitabondo. Ahimè! sempre più mi persuado non esservi in
terra completa felicità.
Noi siamo a Malta; il mio avventuriero (che così soglio per vezzo
chiamare il mio sposo) trova oro ed amici in tutte le parti del mondo.
Al vedere come è ossequiato, come è compiaciuto, come ricercato da
tutte le persone, voi lo credereste un gran principe: io però non me
ne meraviglio; le più scelte dame di qui si compiacciono chiamarmi
sorella, mi scelgono per compagna e per intima amica. Ah! son pur
lieta in questa isola amena, e spero farvi un progetto al quale
m'auguro vedervi sorridere. Ma.... qui chiudo la lettera: pochissimo
vi ho scritto come figlia, troppo come convalescente; se lo sapesse il
medico! mi sgriderebbe, ma gli farò il piccolo torto di non dirgli
nulla.
Vi bacio la mano.