CAPITOLO XVI.

Per viaggio.

Due mesi erano trascorsi dagli accennati avvenimenti, e sul naviglio

da guerra, siccome dicemmo, veleggiavano verso l'ospitale America

Giovanni, Rosina e Angiolina ancora. Sì, dopo che l'amica avevala

salvata dal disonore, dalla morte, esse erano divenute ognor più

inseparabili.

Secondo quanto accennammo sul principio del capitolo duodecimo, nella

sala del naviglio s'intratteneva la vezzosa Angiolina, la cui mestizia

si appalesava sempre più viva dal principio del viaggio. Troppe erano

le dolorose sue reminiscenze; e sebbene purificata dopo i suoi

involontari trascorsi, da cui se il suo bel corpo fu macchiato, ne

rimase l'anima intatta, pure ella non si persuadeva, a malgrado delle

tante assicurazioni degli amici suoi, di esser degna di entrare nel

consorzio delle persone dabbene.

--Ah! Invano tentate di consolarmi su tal proposito, prendeva a dire

appunto, seduta sul canapè di rimpetto a Giovanni assiso sul cannone.

Invano credete, signore, che abbia a cancellarsi la macchia che mi

rese immonda; sia pure che la vita di aberrazione e di licenza da me

passata fosse l'effetto di forza superiore, ch'io calcassi nel colmo

della più buia ignoranza del bene e del male le empie vie della

turpitudine; ditemi, non è forse più turpe il nascer mio? Pur troppo

io passo per figlia legittima di un uomo infame per delitti di furto e

di sangue, morto avvelenato in una prigione; e sono figlia adulterina

d'un uomo forse anco più infame, del signor Basilio.

--Zitta là, aveva ripreso Rosina, che da una delle contigue stanze era

passata in quella ove stava Giovanni e l'amica, zitta un po': chi mai

è responsabile della nascita? siam forse arbitri di scegliere pria di

venire al mondo? Se così fosse, tutti vorrebbero esser figli di

persone elevate, ricche e felici. Tali idee, non cesserò mai dal

ripeterlo, ti fanno torto; tu devi considerarti come l'oro, che nasce

ingombro di terra e di altri metalli impuri, ma che si purifica al

fuoco; tu sei purificata nel crogiuolo della sventura. Il tuo

spontaneo fuggire l'abisso in cui ti avvolse dal nascere il più tristo

dei destini, e il sortirne senza aiuto, colle forze tue proprie, forze

di misera ed abbandonata fanciulla, bastano a renderti grande,

magnanima, degna d'invidia.--

Giovanni assentì col capo, e le due amiche si dettero un lungo

abbraccio e molti baci.

--Ma orsù, per distrarsi prese a dimandare Rosina, dimmi un po', come

facesti a scoprire il mio nascondiglio?

--Oh! s'altro non vuoi, tel dico subito. La mattina nella quale mi

avvidi della tua sparizione, io mi feci a sospettare qualche

tradimento, e la confusione in cui era la Vascello mi confermò

nell'idea. Tutto quel giorno peraltro stetti cheta, poichè il mistero

per il quale tu eri entrata colà mi era ignoto. Fortunatamente giunse

in quei dì il buon padre Gonsalvo, e non cadde dubbio in me dolente

delle tue sventure che questa fosse opera di colui.... (e qui si terse

una lacrima) di colui che attese che la figlia gli vibrasse un pugnale

nel petto per chiamarsi padre adultero, di colui che godo sia sfuggito

alla morte, che gli avrebbe cacciata l'anima all'inferno e che mai non

riconoscerò per padre (pregando peraltro ogni giorno per lui). Chi

altri mai poteva aver comandato quel ratto? tu vedi che non ci voleva

molta scaltrezza dopo l'orribile scena che ebbi a patire per causa di

esso. Secondo che ti narrai quando eravamo dalla Vascello, io non

ignorava come il signor Basilio avesse aderenti nei frequentatori di

quel luogo. Tacqui covando il pensiero di salvarti dall'uomo

terribile, e poco stante, fuggita dall'abitazione infame, mi ricovrai

dalla donna dell'osteria dei Tre Mori. Voi sapete come Concetta fu mia

compagna d'infanzia. Perciò colà venni in chiaro di tutto; il ganzo di

Concetta fu uno dei rapitori, il quale non resse alle dimande della

bella, che poi ne fece a me il racconto.

--Povera Angiolina! quante premure! Iddio te ne rimeriterà. Ti farà

felice,

--Ah!... esclamò con un sospiro la fanciulla. Dunque, tornando al

nostro discorso, io conosceva il luogo del tuo supplizio; ma come

liberarti? io, inerme, povera, fuggiasca, che altro asilo non aveva

per me che una misera osteria di cattiva fama, altro sostentamento che

quello della carità dei padroni dell'osteria stessa? senza amici a cui

fidarmi, io quasi disperava, e calcolava che ogni istante nelle mani

di quell'uomo essere doveva insoffribile per te. Stolta! e non sapeva

che alle buone azioni ci aiuta sempre un Dio? sì, venne il soccorso.

Una sera capitò nell'osteria il tuo Giovanni; la sua figura

vantaggiosa, il suo bell'aspetto mi fece subito tale impressione che

non me ne scorderò mai.--

E qui bisogna pur dirlo, vi era nell'espressione della voce

dell'Angiolina tale una dolcezza inesprimibile, tal mestizia nei suoi

sguardi che le davano un celeste incanto.

--Veduto il tuo Giovanni e saputo dalla Concetta esser egli appunto

quell'amante di cui mi avevi favellato. Ah! dissi, ecco il soccorso di

Dio! e colle mani giunte, col cuore immerso nel giubilo ringraziai il

Dator d'ogni bene. A Giovanni io spiegai il tutto. Lui solo può dirlo

di qual gioia si sentisse compreso nel saperti ritrovata, ma ahimè!

nelle mani però dell'empio tuo persecutore. Poche ore bastarono per

porre in pronto il mezzo di salvarti, se pure ne fossimo stati in

tempo. Il cielo secondò le nostre brame, una scala di corda e due

rampini servirono per far giungere alla finestra l'Arciero, uno dei

più famosi ladri della città. Ah! non ti stupire dei mezzi che

adoprammo per salvarti. Costui, giunto alla finestra, reciso il

cristallo con un brillante che aveva in dito, aperse la finestra della

camera, disceso, spalancò l'uscio di strada, e noi ci introducemmo

nell'abitazione seguendo l'amante di Concetta, fummo nel sotterraneo

del pozzo. Il tuo Giovanni aveva vestito l'uniforme per maggior

sicurezza nel caso che fossero accorsi dei curiosi; ei sapeva qual

divisa rispettata vestisse, divisa che allora portava indebitamente,

ma che adesso veste in ragione del suo ufficio. Il di più

dell'avventura notturna non posso dirtelo; tu sai ch'io colpissi, che

versai il sangue d'un uomo infame, ma che, ahimè! si vanta mio

genitore.--

Il racconto terminò con lacrime di tenerezza. Le due amiche salirono

sul ponte a passeggiare per respirare le placidissime aure marine. Il

nostro Giovanni si rimase nella camera solo. Colla donna del cuor suo

era egli felice? ah! pur troppo due cose lo tormentavano nell'anima:

l'amore fervente di patria e le nessune nuove della sventurata

sorella. Rosina peraltro, tutta in preda alla gioia di esser per

sempre sfuggita all'empio signor Basilio, sapeva salvi la madre ed il

fratello, e sperava di veder ricomposti gli sbilanciati interessi

della madre stessa, mercè le assidue cure del padre Gonsalvo. E nei

primi momenti di un appagato amore ella non aveva altre afflizioni che

l'afflizione dell'uomo adorato. Ma egli era allora suo sposo? quali

erano state le vicende sue nei due mesi dell'avvenuto ratto e

liberazione? Noi potremo saperlo leggendo le seguenti lettere dirette

alla madre ed al fratello.

I demagoghi O, I misteri di Livorno · 第 35 / 77 题