Il ratto.
L'uomo mascherato si era ritirato, come vedemmo, nelle stanze di
Angiolina. Nessuna parola avea proferito la sua bocca; i suoi occhi
scintillavano sempre più infernalmente.
Angiolina aveva paura e tremava. La maschera intanto aveva cessato da
quello stato di fremito convulso da cui la vedemmo assalita. Costante
nel tenersi celata nel volto e nello stare avviluppata nel suo
bornous, si era dato a far mute carezze verso la giovane; la giovane
lo respinse con dignità fino a che potè, ma accintasi la maschera a
pretendere reciprocità di carezze,
--Signore, le disse decisa, la mia triste, la mia tristissima
posizione non mi consente di rifiutare visite di persone incognite; ma
non ho mai conversato con persone il cui volto sia pertinacemente
coperto da quella eterna visiera che cuopre il vostro. Orsù levatevela
e ch'io vegga i vostri lineamenti.
--Giammai, urlò l'immascherato, giammai il mio volto si scoprirà nel
luogo ove noi siamo; ne avvamperei di vergogna.
--Signore, non è il luogo che fa vergogna, sono le azioni che si
commettono, sono le azioni, sì; e se voi non vi vergognate di
commettere queste azioni, io ritengo superfluo che vi nascondiate.
--L'uomo sconosciuto può tutto fare, perchè come uomo ha passioni e
dee e può soddisfarle, ma l'uomo qui dee essere puramente uomo; il suo
nome e la sua reputazione debbon premergli quanto i piaceri.
--Scusa inutile allorchè questi piaceri sono illeciti: voi vorreste
commettere un'azione colpevole, poichè ve ne vergognate, e al di fuori
serbare quel pudore di che non vi sentite capace al di dentro.
--Meno ciarle, gridò l'immascherato, qui non venni, ragazza, nè a
discutere di morale nè a contendere; voi dovete tacere.
--Giammai, giammai! se qui mi ha gettato la barbarie di un padre, io
non ho perduto.... tutto.
--Tutto, sì, tutto.... anche la volontà; essa non è più vostra,
essa....
--Scostatavi, gli gridò la fanciulla, scostatevi, non vi appressate a
me con quella visiera.
--Capricci da bambina, riprese l'incognito, da bambina! me l'hanno
detto che voi eravate bambina; non hanno avuto torto. Ma.... la mia
pazienza si stanca.
--E la mia è stancata; fuori la maschera, o che io mi ritiro e vi
lascio qui solo.
--Insolente! mi burleresti tu? ma io ho mezzo di farmi obbedire.--
E frugossi nelle tasche dell'abito, come per trarne un'arme.
--Alle minacce rispondo con le minacce: non sono nuova nel tristo
cammino come voi pensate; guardate.--
E in così dire si trasse dal seno un lucidissimo stile brunito.
L'incognito a tal vista indietreggiò.
--Ah! bella bambina, siete anco armata? soggiunse, quindi, come
deridendola: e credete voi ch'io abbia paura di quel ferro nelle
vostre piccole mani? riponetelo, imparate ad esser più gentile; questo
è un tratto da novizia.
--Novizia? ah lo fossi! lo volesse il mio destino! Ma no, sappiatelo,
uomo ostinato, sappiatelo, io non son novizia; ho passato la lunga
trafila de' guai e dell'abiezione, tardi ho conosciuto l'abisso in cui
son precipitata, tardi l'onor mio.... Ma, nello stato passivo in cui
sono piombata, posso anche volere e voglio; questa volta me ne dà la
spinta la vostra maschera.
--Io perdo la pazienza; ripetè l'immascherato fremendo.
--Ed io l'ho perduta.--E così dicendo, avventatasi all'uomo, gli
strappò la maschera dal volto e la gettò sul pavimento.
--Sciagurata!--urlò l'incognito.
--Che vedo mai! gridò Angiolina, signor Basilio!
--Mi conoscete voi? Oh rabbia! a bassa voce mormorò l'incognito
scoperto: che dirà il mondo?
--Dirà che siete quell'ipocrita che in realtà voi siete,
quell'ipocrita che....
--M'insulti?...
--Sì, v'insulto e lo deggio; voi siete la causa delle mie sciagure.
--Io?... proruppe turbato il signor Basilio, fole, baie....
--No: verità, verità, verità. Voi appariste al mio nascere come
infausto pianeta; mio padre mi odiò per voi e, morta la madre, mi
respinse per voi. Il mistero non lo so; ma legami passano fra voi e
lui, di qual tempra voi lo sapete.--
Il signor Basilio pareva colpito da fulmine, e la sua mente riandava
cose orribili.
--Ah! voi siete...
--La figlia di Marianna dello scalo di porta Trinità, la figlia di
_Topo_.--
Il signor Basilio di rosso acceso nel volto diventò pallido come un
lenzuolo funebre, il cuore gli dava pulsazioni febrili.
Riflettè un momento: ei ben sapeva chi gli stava davanti, qual
creatura aveva per sempre lanciata in un abisso di miseria, e quella
creatura era di aspetto angelico! Involontariamente si ritrasse.
Desisteva adunque dall'ulteriore conversazione con lei, con lei
che.... ma no: il demonio, più furente assalse quell'anima nera;
nessuna idea lo trattenne; veramente ossesso, spumante di rabbia, si
fe' d'un lancio a raccorre la visiera, se la ripose con mani convulse
al viso, aveva pur troppo bisogno di tornare a nascondere quell'empia
sua faccia; e ciò fatto, decise di usare violenza verso l'infelice
Angiolina, su cui slanciatosi come una tigre sulla preda, dappoi che
le tolse lo stile, l'empio si apprestava...., ma non fu a tempo.
Dalle cortine del letto parato di damasco celeste uscì improvvisa la
figura di una donna velata di bianco; il volto di lei era quello di un
cadavere, le mani scarne, levatesi al cielo, parea supplicassero; una
voce sepolcrale le uscì dal labbro.
--Empio che fai?... ed osi sfidare quel Dio che punisce?--
Il signor Basilio ed Angiolina videro l'apparizione.
--Sciagurato! proseguì lo spettro gettandosi su di quel mostro, verso
cui lanciò più crude parole, le quali rimasero soffocate da un
orribile scoppio di folgore.
La fanciulla cadde in ginocchio, e l'empio coi capelli irti sulla
fronte, inseguito dalla celeste maledizione, precipitoso fuggì dalla
camera e dall'abitazione infame.
Una sacra imagine che pendeva dappresso il letto della giovane apparve
così raggiante che l'Angiolina ne stupì; un interno sentimento di
riconoscenza, un amore fin a quell'ora non provato per la Divinità,
toccò il cuore della fanciulla e la costrinse ad inginocchiarsi verso
l'imagine della sua divina benefattrice. Ma la misteriosa apparizione
fu ella realtà?
Chi può dirlo? Nessuno fuorchè i due che la videro; arcane sono le vie
della provvidenza.
Da quella sera in poi Angiolina non fu più quella di prima; noi già lo
abbiamo avvertito. E il mutamento della sua vita e dei suoi sentimenti
cominciò da quella sera tremenda.
L'anniversario dell'apparizione del signor Basilio e dello spettro in
casa di Vascello cadeva appunto in quella sera nella quale ella era
stata scherno delle convittrici di quell'albergo e dei loro amanti.
Costoro, invece di soccorrerla, avevanla gettata in una bara coperta
di fiori e fatta soggetto della sacrilega mascherata che noi
descrivemmo.
Quei figli di Satanno, non rispettando nè religione nè pietà, avevano,
onde spingere più a lungo la burla, parata di nero la stanza, ove
deposero priva di sensi l'infelice fanciulla, la quale al destarsi
dopo qualche ora di deliquio credè di esser vittima di un orribile
sogno; ma poi, non comprendendo peraltro in qual maniera trovavasi
colaggiù, suo primo pensiero era stato quello di raccomandarsi alla
provvidenza per un qualche aiuto, inquantochè nell'anno del suo
pentimento, di quando in quando furtivamente uscendo, era stata alla
chiesa, aveva appreso le sante verità della religione ed ansiosamente
bramava la favorevole circostanza di fuggir per sempre da quella
abominevole abitazione.
Un benefico nume accoglieva tanti sinceri desiderii, ed appressavasi
il momento di vederli sodisfatti.
Rosina ed Angiolina dovevano vicendevolmente salvarsi.
Rosina, nella mattina dopo la trista notte in cui venne per fatale
errore trasportata nell'empia casa di Vascello, aveva ripreso l'uso
dei sensi e completamente schiarita la ragione. Con decise parole
impose alla donna che l'assisteva di aiutarla a vestirsi: s'accorse
della mancanza degli orecchini, del vezzo e della borsa dei denari,
sicchè comprese pur troppo con quale specie di persone avesse a farla,
ma usò tutta la simulazione di cui è capace il sesso feminile.
Stimando inutile di domandare schiarimenti a persone di quella sorta,
lasciò che Iddio le facesse conoscere per qual causa era stata da un
incognito trasferita in vettura, dopo lo slanciarsi dal verone e per
qual trista fatalità fosse stata rinchiusa in quella casa di pessimo
aspetto.
Instruita dai libri, dotata di energica tempra, ella non si sgomentò,
fidando in un avvenire più lieto, e risolse di profittare di
qualsivoglia piccola circostanza per fuggire di là e direttamente
muovere verso Montenero a gettarsi nelle braccia del buon Gonsalvo e
chiedere a lui assistenza. La sua prudenza, calmata alquanto
l'agitazione dei sensi, la consigliò a non dare ombra di sospetto
intorno la casa e non lasciar trapelare la più piccola idea delle sue
determinazioni. Era giovane, ma era dotta, avea letto nei romanzi
bizzarre avventure di eroine e non le aveva credute; allora però ci
credeva.
Il suo stato tosto la persuase darsi nella vita tali e tante
circostanze che lette in un libro crederebbersi invenzioni poetiche.
Avvezza a comandare, seppe imporre alla Vascello ed all'assistente
Catraia, che fra loro più volte si eran detto:
--È una principessa.
--Vedremo l'esito; verrà l'incognito che la condusse.
Ahimè! l'incognito pur troppo non ci pensava; il buon padre Gonsalvo,
credendo di aver messa in luogo sicuro la giovane, giunto al convento
e ritrovati colà Iago e Giovanni, aveva avuto da pensare ad essi e per
maggior sventura era stato colpito per cagion dei disagi di quel
tristo giorno del 27 febbraio da repentina febbre che, cagionandogli
spossatezza e delirio, lo aveva inchiodato per alquanti giorni nel
letto. Non sì tosto potè far uso della ragione e delle forze, volò a
Livorno per riprendere la Rosina, cui già preparava un asilo nel
convento ove aveva condotto Esmeralda. Ma ahimè! due dolori doveva
provare in un tempo quel venerabile ecclesiastico, cioè apprendere la
improvvisa sparizione di Esmeralda dal convento e, giunto a Livorno,
conoscere che la Rosina era stata da lui sventuratamente addotta in
luogo infame e, quel che è peggio, non più trovarsi in quel luogo.
Ma non era il solo che muovesse sulle tracce della fanciulla, che
bramasse averla a qualunque costo nelle mani: vi era un altro
personaggio che la voleva e che la voleva con fini ben diversi; e
questi, non v'ha dubbio, era il signor Basilio. Costui, dopo la fuga
della giovane dal balcone, vantandosi compromesso nella custodia
affidatale, aveva, come vedemmo, messa sottosopra tutta la città. Del
mistero della sua sparizione era al buio, come sentimmo in addietro, e
molto più del luogo ove l'aveva tradotta lo sbaglio del padre
Gonsalvo. Oh! se il signor Basilio l'avesse solamente imaginato! Noi
conosciamo che la Vascello non gli era ignota; e, come ognun pensa,
sarebbe volato colà, ma, come dico, non ne sapeva nulla. Ciò peraltro
nei primi otto giorni della sparizione, ma dopo.... non affrettiamo lo
svolgimento.
Padre Gonsalvo, appena riposto piede in Livorno, accostatosi con
orrore alla dimora di Vascello, salite le orribili scale, si appalesò
qual conduttore della fanciulla, e ne fece reclamo non simulando lo
sbaglio; ma Vascello, sebbene empia e dissoluta, non aveva mentito nel
dirgli che non vi era più, assicurandolo che durante il di lei
soggiorno era stata trattata come si conveniva ad educata e ricca
giovane e col più gran rispetto. A quel breve racconto le gote del
frate erano infiammate dal dolore, dalla collera, e bagnate di mal
rattenuto pianto.
--Guai a voi se mentite! aveva detto a Vascello. I fulmini di un Dio
vendicatore e che il suo ministro invoca su voi vi giungeranno, e
quelli dell'umana giustizia non mancheranno, vel giuro, per il
carattere di sacerdote.--
Il buon padre nel parlare dell'umana giustizia aveva fatto per
ispaurire la donna; egli ormai non confidava che in quella del cielo,
poichè aveva veduto affisso un bando in cui la povera Rosina era stata
messa a taglia, cioè premiato sarebbe colui che rimettessela come
contumace nelle mani del tribunal criminale.
Umana giustizia! aveva esclamato fra sè il buon frate, umana
giustizia! fallace come tutto ciò ch'è terreno.
Nel dolore della perdita di Esmeralda e di Rosina, il buon padre
appena potea sentir la gioia di veder in salvo Alfredo. Quel degno
uomo si rimproverava di esser causa della sventura delle due giovani
che col miglior animo del mondo aveva creduto porre in salvo.
La Vascello, perchè il frate prestasse maggior fede alla sua
asserzione, aveva voluto che da capo a fondo girasse la casa.
--Sì, molto reverendo _Bonsignore_: sono un'indegna peccatrice e, quel
che è peggio, non sono per convertirmi.
--Dio ne faccia arrivare il momento! disse il padre con apostolica
gravità.
--Sia pure, diceva come compunta la Vascello. Ma comunque la cosa sia
di me, fra tutti i miei peccati non vi è quello di burlare un padre
santo di Montenero.--
Noi sappiamo fin dal principio di questo racconto, ed è istorica
verità, come il volgo livornese veneri i monaci di quell'abbazia. Il
frate, veduta la casa, si rassegnò, pur non mancando di prendere
qualche lume sulla sparizione della fanciulla; ma la Vascello
protestava continuamente non avere la più piccola idea del come fosse
avvenuto quel caso. Padre Gonsalvo si ritirò coll'amarezza nel cuore,
recossi alla casa Guglielmi, sperando che la fanciulla si fosse colà
diretta e dicendo fra sè:
Rosina avrà preferito tornare nelle perigliose mura della casa
materna, anzichè trattenersi nell'orribile dimora della Vascello.
Commosso e dolente accedeva alla casa della vedova, ed ahimè! scena
terribile gli si appresentava agli occhi. I ministri del tribunale
eseguivano un sequestro sui mobili e su tutti gli oggetti di valore
che potessero esser soggetto di oppignoramento. Il satanico signor
Basilio era l'autore segreto di cotesta esecuzione, avendo ceduto
fittiziamente il suo credito verso la signora; nè contento di ciò,
avendo insinuato il sospetto che quella donna potesse favorire persone
nemiche al governo, avea fatto sì che le fosse lanciato contro un
ordine di tornare in Francia dentro tre giorni. L'infame _collotorto_
aveva però avuto il coraggio di scrivere un biglietto a madama, nel
quale ipocritamente dolendosi delle disgrazie a cui la detta signora
era soggetta, le faceva una lunga predica sul modo di educare i figli
e terminava con offrirle la sua debole servitù.
--Empio fariseo! aveva esclamato il padre Gonsalvo, nel leggere quel
biglietto aperto su d'un tavolino, e sentendo dalla signora il
racconto di tutte le sventure dalla sera del 17 febbraio in poi. Empio
fariseo! e la misera Rosina doveva esser tua sposa? Ah! meglio mille
volte che ella vada raminga pel mondo. Iddio l'assisterà; la mia
benedizione e le mie preghiere l'accompagneranno ovunque.--
Quel buon religioso vedendo per il momento non poter far nulla in
vantaggio della figlia assente, pensò giovare alla madre presente, ed
avvegnachè copiose somme esistessero nella cassa del cenobio per
erogarsi in pie azioni, pensò che certamente fosse opera meritoria far
parte di alcune di esse a quella signora, la quale per la nequizia
umana trovavasi allora in estrema penuria e nella più critica
situazione. La difficoltà era di trovare il modo onde madama le
accettasse senza offendersene. Gonsalvo riuscì con tale ammirabile
delicatezza che la signora non potè ricusare.
--Madama, conviene rassegnarsi ai voleri di Dio ed obbedire alle
leggi; partite adunque al più presto: intanto vado a porre a vostra
disposizione un 3000 franchi, che non saprei come meglio impiegare;
questa non è una limosina, non è un dono, è un puro imprestito
fiduciario, che voi salderete a tutto vostro comodo.
--E non vedete l'abisso in cui mi ha piombato la fortuna da otto
giorni a questa parte? Come sperare di rimettervi....
--Non è tempo adesso di occuparsi di restituzione, gli eventi stanno
in mano di Dio: non disperiamo, ma adoriamo. Esso è il padre delle
misericordie: partite; qui resterò io e mi occuperò nelle indagini
intorno all'autore del furto che soffriste non ha molto e dell'indole
di questa esecuzione: spero rinvenir qualche cosa e che possiate
essere reintegrata nei vostri beni. Quel fariseo....
--E che sospettereste?
--I sospetti non sono peccaminosi allorquando si aggirano su un
briccone d'ipocrita; questi non sono cattivi giudizi del prossimo; di
tutto sospetto, e, se non altro, lo credo conscio o forse complice del
furto.
--Che dite mai? allora, se fosse vero, qual mondo sarebbe mai questo?
--Valle di lagrime, madama, e basta; luogo di calamità e di miseria:
noi siamo qua per patire, e appunto per il soffrire dei buoni Dio
permette la esistenza ed il trionfo dei malvagi.
--E della mia povera figlia?
--Calmatevi, si troverà; io non me ne stancherò: meglio profuga che in
prigione.
--Questo è vero, disse madama con mesta consolazione. Ahimè! saperla
imputata sotto la censura di un grave delitto!
--Eh! madama, non è la incolpazione, è il delitto che aggrava la fama
dell'uomo; l'innocenza non si macchia, e viene il dì in cui si scopre
e brilla di eterna luce.--
Consolata dal buon padre e sovvenuta dalla cassa del convento, la
Guglielmi partì in breve per raggiungere il figlio a Genova. Il frate
era divenuto proprio il padre di quella scomposta famiglia, ma la sua
forza morale non poteva soccombere a verun peso. La sera stessa,
riconducendosi mesto e solo al convento, aveva salmeggiato per tutta
la via e svelato il tutto a Giovanni; permise quindi a questi che con
uno di quei tanti travestimenti di cui quell'ardente giovane era
capace osasse tornare in città per vedere se più felici potessero
essere le sue ricerche. Giovanni con immensa gioia accettò il
consiglio; in ogni modo ei sarebbe andato anco senza di quello. Vide
un lampo di speranza per rannodare i suoi aderenti, e gli parve di
sentirsi certo di trovare la misera Rosina. Sarà egli felice nei suoi
desiderii? Ne dubito, ma torniamo a Rosina.
Rosina si era tenuta nella sua camera, erasi fatta dare del lavoro e
stava intenta ad occupazioni donnesche; ed a tutt'altro pensando che
il buon frate potesse averla condotta in quella casa o tratta in
vettura, opinò di essere stata presa per altra persona e che un
equivoco terribile la facesse dimorare in quelle sospette mura suo
malgrado. Il vedersi così miracolosamente salvata, dopo essersi in un
momento terribile precipitata dal balcone, attribuiva giustamente alla
bontà della provvidenza, e da questa sperava il termine di sue angosce
rassegnata e fidente. D'altronde, ci è permesso il dirlo, ella non
aveva quell'idea che altre ne avrebbero avuta della casa di Vascello.
Chi poteva aver dato ad una fanciulla sua pari la più piccola idea di
tanta turpitudine? Nessuno. Era dunque come una bambina di due anni su
di un precipizio nel quale volge gli occhi indifferente e sorride, ma
da cui per istinto si allontana. Il ceffo peraltro di Vascello, il
contegno di costei, quello di Catraia qualche cosa le dicevano ch'ella
appieno non comprendeva, ma che tuttavia le facea desiderar di
fuggire, siccome dicemmo. In ogni modo colui che in quel luogo avevala
condotta doveva naturalmente venire a prenderla, ed ella sperava che
colui (chiunque fosse), conosciuto l'inganno, avrebbe ceduto alle sue
preghiere per esserle d'aiuto e di direzione. Questi presso a poco
erano i pensieri, le congetture, i proponimenti di Rosina, che in
fondo del cuore sentiva come il suo stato non era mai tanto terribile
quanto se fosse stata nelle braccia del signor Basilio.
Vascello, nella speranza di lucro vistoso, teneva un contegno
rispettoso ed obbediente verso la persona a lei incognita, ma che
argomentava ricca. Non si presentava nella sua camera che quando era
chiamata, e le aveva lasciata libera altra stanza ad uso di salotto.
In quegli appartamenti non si offendeva la decenza.
Nessuna ricerca di mera curiosità per parte di Rosina, e veruna per
parte della Vascello. Così passarono qualche giorni.
Alla fine del terzo, Rosina incominciò a divenire inquieta, ed
approfittandosi del non sentire verun rumore di passi, si mise a
guardare minutamente per la camera e, con sua somma sorpresa, vide che
dietro ad un gran quadro di tela posto a livello del terreno era
praticata un'apertura ad uso di bodola. Questa veduta la fece
trasalire di spavento in modo che sulle prime fu quasi per cadere
priva di sensi. Fattasi peraltro coraggio, s'inoltrò in essa e,
discesi pochi gradini di legno, si trovò in una specie di pianerottolo
che metteva nella già da noi accennata sala parata di nero. Angiolina
non vi era più; perocchè dopo un giorno la Vascello, fatta una
sgridata da maestra alle convittrici, aveva usato alla giovinetta
moltissime e straordinarie attenzioni, in specie poi dacchè seppe che
il presunto padre di lei era morto in carcere, e fu (cosa strana in
una donna) capace di tenere per qualche tempo il segreto. Angiolina
era tornata alla cucina ed alle solite basse funzioni di servizio. Ma
la faccenda della stanza nera e della comunicazione con quella della
sua camera fe' risolver Rosina a volere e pretendere una compagnia;
onde, appena veduta la Vascello,
--Sappiate, le disse con tono imperioso, che se io vi palesassi chi
sono, voi non sapreste che avvolgervi nella polvere; se taccio, ho le
mie gravi ragioni, ed ho le mie ragioni anco per restar qui.
--Signora, comandate, le rispose con ossequio la donna.
--Sappiate, continuò che se colui (e qui diresse lo strale
all'azzardo) se colui che qui mi addusse per i suoi fini sapesse
che....
--Signora, comandate, ripetè interrompendola la Vascello, io son
vostra umilissima serva (la donna si era riservata in petto la
riflessione che le persone le quali ruban di notte donzelle di quella
specie devono essere ricchissime).
--Ebbene, riprese la Rosina, io voglio una compagna perfino a che mi
piacerà restar qui: intendetemi, la voglio buona; potete voi
averne?---E qui guardò maliziosamente Vascello.
--Sì, madamigella, ho una fanciulla affatto degna di farvi la
cameriera; ah! sono la gran scapata a non averci pensato prima. Ma
tant'è: Vostra Signoria è stata così taciturna; anzi se volesse....,
se per distrarsi....--Ma gli occhi nobilmente severi di Rosina le
impedirono di continuare.
--Mandatemi questa fanciulla; credo che ne abbiate, almeno mi sembra
dal cicaleggio che ho inteso. La giovane sarà da me rimunerata e come
merita, poichè dovrà tenermi compagnia di giorno e di notte.
--Come, vi piace, signora.--
Vascello non capiva come altri potesse comandare così imperiosamente
in casa sua; ma questo è il privilegio della virtù sul vizio.
In pochi momenti la Vascello tornò con Angiolina, dicendo:
--Ecco, madamigella, la servetta che voi mi avete chiesto; spero che
essa incontrerà nel vostro genio.--
Quindi si allontanò, lasciandole sole.
La figlia del popolo e la figlia della nobiltà si videro, si unirono e
si amarono. In un sol giorno dal primo vedersi si eran palesate a
vicenda le loro pene. Oh santa forza della simpatia in due anime
benfatte! Piansero, si consolarono, sperarono insieme. A vicenda si
giurarono soccorso, e quel giuro salì al cielo.
Povera creatura! tanto bella! tanto sventurata!
Rosina dovea ancora subire altre prove di crudo fato.
Il signor Basilio aveva avuto più fortuna del frate e di Giovanni, in
quantochè giunse con sicurezza a sapere che Rosina era ricovrata
presso la Vascello.
E come mai?
I lettori ricorderanno la collana dalla Catraia rubata a Rosina; or
bene la Catraia, Volendo farne denaro, l'aveva data a Narciso
dicendogli d'averla rubata ad una fanciulla misteriosamente comparsa
nella casa della Vascello.
Narciso vendè, al solito, la roba rubata a quel galantuomo del signor
Basilio.
Il signor Basilio non lasciò trapelare la gioia di simile scoperta,
pagò la collana della futura sua sposa un prezzo minore della metà del
valore. Narciso si contentò, e la Catraia egualmente.
--Ah! ah! sclamò quando fu solo, aprendo uno scrigno, qua le gioie
della madre e in questo canto quelle della figlia.--E così dicendo
sorrise di un sorriso infernale.--Mia sposa! poi disse, e perchè no?
Dovrò io consegnare questo bocconcino di fanciulla alla giustizia? Eh!
non son sì gonzo: per essa è fuggita ed ella non l'ha ritrovata; io
l'ho trovata ma per me. Ma sposarmi! E il consenso della madre e del
fratello? Ah! ah! ne faremo a meno. Nella mia abitazione ho appunto
bisogno di una vezzosa angioletta. Poi, proseguì il monologo, sarà mia
amica....--
Sei ore dopo questa scena, otto uomini mascherati, furtivamente
entrati nella casa della Vascello, rapivano dal letto la sventurata
Rosina.