CAPITOLO XIII.

Angiolina.

Angiolina è la figlia del popolo, Rosina quella della nobiltà. Ambedue

belle, ambedue sensibili, ma quale immensa differenza fra loro! eppure

dovevano trovarsi, unirsi ed amarsi. Vedi bizzarria del destino!

Alla età di sette anni, Angiolina coi piè nudi, colle vesti lacere,

coperta di luridume, coi capelli sparsi sugli omeri, senza asilo,

senza pane, appena sapendo comprendere che fosse sua vita, era stata

cacciata sulla pubblica via, abbandonata a sè stessa, una fanciulla a

quell'età! Sì: e questo barbaro padre era quel medesimo brigante

sopranomato Topo, di cui sentimmo la misera fine in uno de' precedenti

capitoli. Parrà impossibile che, se i leoni, le tigri amano i figli

sino al punto di non sembrar più feroci, quando vanno lambendoli

dolcemente, quando per difenderli non curano le mortali ferite del

cacciatore, l'uomo, dotato di tanta intelligenza, possa aver cuore di

lasciare una figlia di sette anni seminuda, senza pane sulla pubblica

via. Ahimè! è così, e le grandi città dal lezzo del delitto vedono

uscire simili mostri. Topo peraltro, cui gli stessi compagni di

ladroneccio avevano fatto un rimprovero per tanta barbarie, si era

loro spiegato e scusato dicendo:--Non la riconosco per figlia.

--Ma dunque? avevano risposto gli amici.

--Eh! cari miei, vi basti che non vo' riconoscerla; la buon'anima di

mia moglie ve lo potrebbe dir lei il perchè. Era sì buona donna la mia

beona che de' ganzi se ne ricordava a punti di luna, ne aveva tanti!

va compatita, non sapea l'aritmetica.

--E tu tolleravi?...

--Ah ah! ridendo aveva risposto Topo con un poetico frizzo «quando il

conto torna».... il resto della rima voi lo sapete; io ho avuto sempre

gusto a lavorar poco, mangiar bene e ber meglio; e siccome non si

trovan sempre oriuoli e pezzuole da rubare, baccalari e aringhe da

buscare, così una bella e buona moglie è ottima bottega.

--Come? è così?

--È così sicuro, camberati, ma veh! dicevo alla buon'anima, non mi far

figliuoli, che se no, te gli affogo come i gattini della vecchia

micia; non vo' sgnauli per casa. E la buona donna la intese, cioè per

un pezzo; quando un bel giorno torno a casa, che c'è, che non c'è, mi

aveva figliato.

--E tu? avevan detto i beoni scherzando durante quel dialogo bizzarro

e turpe qual si addiceva al vergognoso personaggio.

--Ed io (aveva risposto) voleva buttar giù nel fosso la mamma e la

figliuola; ma per fortuna, siccome ero un po' briaco, presi la bimba e

mi affacciai alla finestra, e già le faceva fare il volo fra i

navicelli, quando la mamma, levatasi da letto e venutami dietro,

m'infilzò un coltello nel lombo; io cascai, essa riprese la bimba.

--Fortuna che non moristi!

--Ci mancò poco; quella buon'anima sapeva tirar di coltello più che

d'ago: e mi trovai l'arme fissa nelle lonze, quando mi destai, perchè,

a dirla, nel momento in cui caddi, mi parve d'avere un sonno, oh che

sonno! bisognò chiuder gli occhi: quando mi alzai mi trassi il

coltello dalle costole; ero tutto sangue, nei calzoni, nella camicia,

nelle scarpe; parevo un migliaccio.

--Dovevi esser bello, Topo!

--Son cose strane, o camberati; ma già toccò a me: dunque mi rizzai e,

siccome era di notte, mi gettai dalla finestra nel fosso per lavarmi

tutto per bene; e siccome nel navicello di Cacco vi era un bel paio di

pantaloni di pilord, una giacchetta di satiné e una camicia colla

trina, insomma vi era a poppa tutto il bisogno per rivestirsi da

festa, mi messi i panni del camberata e me ne andai dal cerusico a

farmi medicare: lo cognoscete il signor cerusico dello spedale?

--Sì che lo cognosciamo.

--Quando mi visitò, «Oh che hai fatto, Topo? mi disse, è un

affaraccio.» È una graffiatura, gli risposi, son cascato sopra

l'uncino della stanga (capite, i fatti miei non li volli dire a quel

cerusico). E dopo che m'ebbe medicato, «Bada di non ber vino, mi

disse.» Diavolo! risposi, poco no certo, e me ne andai all'osteria dei

Tre Mori a bere un par di fiaschi di verdèa, che è vino da donne.

Grazie a Dio, la mattina non mi ricordavo più di niente e andai a

portare le balle di baccalà a Ilsmit.

--E la moglie?

--La furia m'era passata, ma alla bimba ci pensava sempre; tant'è, le

voleva far fare il tuffo.

--E poi?

--E poi tornai a casa: avevo dell'ideacce; sgnauli non ne volevo; ma

lì nella mia camera c'era un signorone col soprabito nero, con una

bella catena da oriuolo al collo, che solamente a veder quella grazia

di Dio mi venne l'acquolina in bocca; e lo sapete chi era quel

signore?

--Chi era?

--Il signor Basilio, quello che sta in via del Teatro vecchio da'

Lavatoi; quello che ci aiuta nelle nostre speculazioni mercantili e

compra la roba buscata.

--Bau!

--Sentite, costui mi fece mille smorfie. «Topo, Topino, mi diceva, hai

a voler bene a questa creatura; vi somigliate come due gocciole

d'acqua.» E non minchiono, gli risposi, e' mi pare che assomigli a

V.S. «Sarà, disse il signor Basilio, ma la bimba l'hai a tener per

te.»

--Per mene? Che mi caschi la testa! e dove l'ho i quaini? «A questo ci

penso io»; e senza far altri discorsi, mi pianta lì sul tavolino la

borsa zeppa di francesconi. Maramau! dissi allora fra me, ho capito,

ho inteso; e presi la bimba fra le braccia. Oh che bella creatura! mi

messi a di'; è proprio un gioiello; tienne di conto, moglie mia, sarà

la nostra fortuna. Quel signore se ne andò, e ogni mese mi portava la

solita borsa di francesconi. Ma una cosa mi scordava di dirvi, cari

amici; quel signore prima di levarsi di torno mi fece un par

d'occhiacci e mi disse: «Senti, Topo, con me guadagnerai dimolto, ma

bada, potresti perder tutto.» In che maniera? ripresi io meravigliato.

«Se mai t'azzardassi di parlare o riconoscermi in pubblico, bada bene;

non ci siamo visti.» Ho capito, gli risposi, basta che vengano i

quaini, quando vi vedo, farò conto di vedè _Pitena_*. «Benissimo: così

mi piace, non voglio ringraziamenti del bene che faccio, non deve

saperlo nessuno.» Che birbone! esclamai quando se ne fu ito, e pare un

Agnus Dei. E allora aveva venti anni, figuratevi quando sarà vecchio;

da quel giorno in poi siamo sempre stati amici.

* Frase sconcia per denotare persona di nessun conto.

--Ma, dissero i camerati, e perchè mettesti poi fuori la bambina?

--Gua', dopochè morì la moglie, lui non volle pensare a niente, anzi

era un anno che la mi' donna campava la bimba del suo, e sapete? colle

limosine.

--Colle limosine?

--Sì: era diventata vecchia, vecchia in gioventù, e non aveva più di

ventisette anni. Gran brutta cosa che sono i peccati!

--Ma il signor Basilio?...

--Quel furbone, l'ultima volta che lo vidi, mi dette una doppia di

Spagna e mi disse: «Topo, questa faccenda non la vo' più; questa

carità la tua moglie non se la merita, è troppo peccatrice.» Come?

dissi io ridendo, e ve ne avvedete ora? Ma lui mi fece zittare, non

voleva repliche; solamente gli dissi: E la bimba? «Della bimba fanne

ciò che vuoi.» Io allora andai a casa e bastonai la moglie e la bimba:

e sapete, la mi' moglie in pochi mesi andò _al campetto_*; e così mi

vendicai della coltellata che m'avea data sette anni prima. La bimba

con una pedata la messi fuor dell'uscio; in sostanza son ritornato

giovinotto, e non mi par vero.--

* Morì.

Dal riferito dialogo giudicherassi il perfido carattere di Topo. Pur

troppo questo carattere non è una romanzesca finzione; la povera

Angiolina in quella sera stessa sarebbe morta di freddo o di fame, e

meglio per lei se la sua disgrazia non avesse fatto passare Vascello

di là dallo scalo di Porta Trinità, ove a poca distanza dal fosso

giaceva quasi esanime la infelice creatura. Nessuno l'aveva assistita

durante la giornata, perchè, conoscendola i vicini appartenere a Topo,

credevano fosse laggiù per trastullarsi fanciullescamente fino a che

la venisse a prendere il padre. Ahimè! la misera era stata cacciata

fuor di casa a pugni e a calci, dopo che il cadavere della madre era

stato trasportato al camposanto. Vascello passò vicino a lei. Vascello

allora viveva facendo da serva ambulante; e siccome nella stanzuccia

ove abitava aveva paura nella notte, era molto tempo che cercava una

bambinella che le tenesse compagnia. Ma nessun padre nè madre, benchè

poveri, aveva acconsentito a dare a donna di tal mestiere tenera

prole. Vascello, veduta la fanciullina, che giudicò abbandonata, contò

di poterla far sua, e perciò:

--Chi sei? le disse.

--Non ho babbo nè mamma, rispose singhiozzando Angiolina; mamma è

morta, e babbo mi ha mandato via.

--E chi è il tuo babbo?

--Si chiama Topo.

Vascello sorrise; conosceva per fama costui e si persuase di aver

fatta omai sua la fanciullina.

--Vuoi venire con me? le disse.

--Magari! replicò la piccina alzandosi a stento, ho tanta fame e tanto

freddo!

--Vieni con me, poverina, soggiunse Vascello; ti rivestirò, ti darò da

mangiare e dei bocconi buoni, sai? E così dicendo le faceva delle

carezze.

La bambina teneva le mani giunte per ringraziarla. Oh infelice! ella

sorrideva al futuro suo danno. Sventuratamente la fame e il freddo la

consigliarono ad accettare; la infantile di lei innocenza non le

permetteva scorgere il periglio tremendo. Vascello, presa la bambina,

la trasse nella sua spelonca.

Noi tireremo un velo sugli avvenimenti che toccarono ad Angiolina da

quel fatale momento. Il nostro cuore si strazierebbe se non fosse

concesso alla penna di fermarsi.

Durante il periodo di dieci anni ella aveva veduto due o tre volte

Topo, al quale credeva dover la vita. Ma ahimè! in quali circostanze!

Una volta, quando, dopo di aver ferito un suo compagno, si era per più

giorni trattenuto nel segreto delle stanze della turpe donna. Altra

volta quando vi era venuto di notte a recar degli oggetti furtivi o di

contrabbando. Topo fin dal primo giorno in cui Vascello si era presa

la bambina per farsene una servetta lo aveva saputo; il suo perfido

cuore aveva gioito per doppia ragione: l'una, perchè, una volta che la

fanciulletta era stata raccolta, cessava in lui il pericolo che la

autorità, sapendolo padre, almeno putativo, l'obbligassero a

riprenderla o a passarle gli alimenti, e l'altra (e ci convien dirlo

con orrore) perchè, vedendo come dalla tenera età si sviluppassero in

Angiolina forme leggiadrissime, sperava di trarne partito. Ah! ah!

diceva fra sè, tal madre, tal figlia; avrò un nuovo podere per la mia

tasca. E proprio in lui l'infamia era il teatro della sua vita.

Allorchè seppe come l'Angiolina era giunta all'età di piacere altrui,

non esitò l'infame ad affacciare le pretensioni di paternità su colei

che aveva respinto di casa bambina, all'oggetto che la Vascello gli

sborsasse una somma per la cessione di quella misera creatura.

Fra Topo e la Vascello aveva avuto luogo una di quelle scene esecrande

degna di loro. Si separarono peraltro buoni amici: all'uno rendevasi

necessaria l'altra per ricettare i suoi ladroneggi; all'altra era

necessario l'uno per non perdere sul più bello il frutto che sperava

ritrarre dall'Angiolina.

Questa misera creatura, perduta senza pur saper di esserlo, ignara

delle cose tutte di religione, ignorava (fa ribrezzo a dirlo) non solo

i più conosciuti santi dogmi di essa, ma ignorava l'esistenza stessa

di un Dio! All'età di quindici anni credeva che al piacere fossero

consacrate tutte le azioni dei viventi, e fosse l'unico bene, e non

esservi delitto nel cercare, nel volere per forza questo piacere. I

sensi essere tutto, tutto doversi alle passioni, colla morte cessare

ogni bene; e della vita futura e dell'anima non ne aveva giammai

sentito parlare. Venutale la malizia, l'esecranda sua maestra avevale

date il mi-rallegro, dicendole essere giunto il tempo della felicità

per lei; che dunque ne profittasse e senza indugio e senza riguardo e

senza tema, perchè il tempo passa e presto, e questo essere il nemico

dell'uman genere. Angiolina, nel vigor della sua gioventù, con questa

educazione, come ognun pensa, si slanciò nella carriera voluttuosa, di

cui tanti esempi aveva avuto sotto gli occhi. Assuefatta dirò

dall'infanzia (perchè la condotta della moglie di Topo non poteva gran

che differire da quella della Vascello) a stare con turpi persone,

ella non conosceva altro frasario che quello del libertinaggio; e non

avendo giammai praticato altro che rei, credeva tutte le persone

dovessero esser simili alle sue conoscenze. Priva d'ogni idea di

rispetto alle proprietà, ella aveva (così consigliandola la sua

institutrice) posto le mani sulla roba altrui quando la maestra glielo

aveva comandato; e così, sua mercè, le cassette della Vascello erano

ripieni di orologi, di fazzoletti, di tabacchiere, di gioielli degli

avventori della medesima. Una volta, e fu quella la prima luce per

lei, una volta, côlta in fallo dagli agenti della polizia per un

fazzoletto rubato, fu condotta in prigione; ella aveva undici anni!

Colà trovò gente non dissimile da quella con cui era solita

conversare; ma quando poi (dopo un esame del giudice, nel quale non

capì nulla) venne tradotta nel cortile del tribunale e ivi frustata,

sentì il pudore, o almeno l'ombra del pudore, e da quel dì in poi, per

le minacce o le lusinghe della Vascello, non volle più rubare, dicendo

che non voleva essere esposta a mostrare le nude sue membra al boia.

In mezzo alle orgie nefande, Angiolina peraltro sentiva un interno

senso di ribrezzo che non capiva ed a cui non dava retta, e continuava

quella vita, soffocando negl'incessanti piaceri la smania che le dava

il rimorso senza che ella sapesse che cosa fosse il rimorso.

Ma si avvicinava il giorno di sua redenzione. Ella da un anno stava

nella casa di Vascello più come serva che come convittrice, e ciò

perchè da un anno, schivando qualunque contatto di persone di sesso

diverso, schivando le stesse sue amiche di pensione, sentiva un

improvviso odio per quei piaceri che poc'anzi le eran sembrati tanto

lusinghieri. Ah! sì, infelice! era Iddio che volea toglierla

all'ulteriore sua perdizione. Nel convitto essa divenne odiosa alla

Vascello, odiosa perchè il suo improvviso ritegno le aveva tolto il

lucro; ma per altro, siccome costei di una serva aveva duopo,--Ebbene,

le aveva detto, fino a che non cangerai costume farai la guattera.--E

la povera fanciulla si era adattata ai bassi e dolorosi servigi. Le

compagne di una volta l'odiavano perchè ricusava di stare con loro in

quelle orribili confabulazioni e preferiva la cucina presso il fuoco

ai salotti coi canapè e coi sofà a molla coperti di _moire_ o raso

amaranto e celeste. La chiamavano la pinzochera e la sbeffavano di

giorno in giorno. E per ultimo abbiamo veduto qual sacrilega burla si

permettessero sulla di lei persona i frequentatori del luogo nefando.

Angiolina da un anno vestiva modestamente; stava ritirata perchè

pativa, e solo si assideva a mensa con le compagne quando non poteva

schivarne l'impuro contatto. Per lei non più grazie, non più bellezza,

non più piaceri; spesso lacrime e lacrime cocenti le cadevano sul

volto; ella sentiva un'afflizione invincibile e non sapeva il perchè;

quell'aura stessa della casa di Vascello erale divenuta a un tratto

irrespirabile, sentiva il bisogno di uscirne e di uscirne per sempre.

Ma dove andare? Una volta che capitato era colà Topo, si azzardò a

parlargliene, ma egli bruscamente, dandole una ceffata, le aveva

detto:--Non ho casa.... sto all'osteria,--e se n'era andato. Ma qual

causa aveva operato un tanto cangiamento nella fanciulla?

Ve lo dirò.

Una sera (era il carnevale precedente a quello in cui ha principio la

nostra storia) una sera pioveva orribilmente ed era la mezzanotte; il

Narciso bussò alla porta e gli fu aperto.

--L'Angiolina dov'è? disse colui

--Nella sua camera, rispose la Vascello.

--Che salga subito; voglio vederla.--E continuando (mentre questo

discorso lo aveva fatto sul pianerottolo della porta d'ingresso),

Venga, venga, mascherina, aveva detto ad alcuno che stava per le

scale; salga, salga.--

Dopo tali parole una persona mascherata si era introdotta in casa

della Vascello.

Completa visiera coprivale il viso, l'abbigliamento era un _bornous_

stretto al collo con vasto cappuccio che l'immascherato teneva in

capo; discoperti vedevansi l'estremità dei pantaloni di finissimo

panno ed un paio di attillati stivali. Esso doveva essere un

personaggio di qualità. Fu fatto passare e sedere in un salotto

elegantissimo, ove appesi al muro stavano quadri rappresentanti

imagini che solo si confacevano a quel luogo di lascivia.

--È un buon merlo, disse Narciso all'orecchio di Vascello.

--Hai avuta mancia?

--Tre zecchini.

--Capperi!

--L'ho adocchiato nel sortire del veglione e mi preme, m'intendete...

--Ho capito.

La persona immascherata pareva ossessa; non aveva membro che le stesse

fermo, dalla visiera le partivano lampi dagli occhi, un'impazienza

diabolica lo agitava.

La povera Angiolina, sentendosi destare a quell'ora dopo i

proponimenti fatti, si mise a piangere; eppure, e pur troppo per sua

disgrazia, doveva obbedire.

--Angiolina, Angiolina! urlò con voce diabolica Vascello; Angiolina,

perd.... sali su; vi è un signore che vuol parlarti.--

La fanciulla, assuefatta a tremare alla voce della padrona, cintasi

alla meglio una gonnella e gettatasi sulle spalle una sciarpa che le

lasciava seminude, entrò nella stanza. Nella negligenza

dell'abbigliamento spiccavano più perfette quelle angeliche forme.

L'uomo immascherato la fissò con visibil piacere.

Angiolina mirò, con ribrezzo impossibile a descriversi, colui che

sapeva averla ricercata; ad un cenno della padrona, essa fu accanto

all'uomo immascherato, che pose una mano ardente come fuoco in una

delle sue come gelo.

--Signore, non volete levarvi la visiera? dissegli Vascello.

--È certo un Inglese, riprese Narciso, non lo interrogate; è avaro

della parola, o forse non intende la lingua nostra, ma noi intendiamo

i suoi zecchini, due per voi e uno per me.

--_Will you drink?_ disse la Vascello in cattivo inglese.

La maschera non rispose, ma rizzatisi si accostò ad un caminetto, ove

ardevano buone legna e seco trasse la infelice Angiolina.

--_Beautifiul girl, Milord, sexteen years old, she is a country lass._

La maschera non rispose, però strinse la mano violentemente ad

Angiolina, che mostrò visibil pena.

--Sarà un Francese, disse a Vascello Narciso.

--_Eh bien, Monsieur, cette fille là est tout à fait angelique, par ma

foi, elle est proprement un enfant._--

La maschera serbò il silenzio e volse bruscamente le spalle alla

molesta interrogatrice, fissando in Angiolina quelle pupille infernali

che brillavano di sotto la visiera come due carbonchi.

Vo' provare se è Spagnuolo questo diavolo, disse fra sè la Vascello, o

se è sordo: parliamogli spagnuolo.

--_Par nuestra Señora de la ciudad, esta muchacha es toda corazon._--

La maschera, infastidita, senza fiatare, prese di tasca la borsa zeppa

d'oro, la gettò sul pavimento a Vascello, che l'afferrò colla lestezza

del folgore, e, facendo cenno di volere andare coll'Angiolina in luogo

ove non fosser testimoni, si mosse.

Vascello, lasciato Narciso, si fece ad accompagnare la coppia e

prestamente ritornò nella sala.

--Ah! ah! o Inglese, o Spagnolo, o Turco, o il diavolo in persona, è

una buona bestia. In questa borsa vi sono altri zecchini.

--Zitta un po': il diavolo non convien nominarlo, proruppe Narciso

scherzando, è dopo mezzanotte, e più che si nomina e più s'avvicina.

--Ah! ah, prese a dire Vascello, tirando giù un'orribile bestemmia:

esso sta qui dalla mattina alla sera, e non l'ho visto mai.

--Avrà paura delle vostre bellezze.

--Vezzoso mercante, replicò la donna facendo risuonare gli zecchini

della borsa, quanto sei amabile con le tue lepidezze! ma orsù dammi da

bere.--

Narciso andò all'armario vicino, ne tolse un grosso fiasco di

acquavite, che i due personaggi quasi vuotarono, ora ridendo, ora

dicendo cose che la penna non può riferire.

--Eppure, saltò su la Vascello, l'uomo che è di là con l'Angiolina mi

sorprende; a che tenersi fitta al viso la maschera? qui se la leva

ognuno.

--Cara Vascello, a volte vi son certi personaggi che, avvezzi a

mostrar la faccia in luoghi ben diversi da questo vostro grazioso

albergo, qui non osano scoprirla.

--Sciocchi! o che? forse è vergogna passar due ore in buona compagnia?

--Oh! che volete? saranno pregiudizi del mondo. Ci ha chi vuole

apparire una cosa mentre in cuore sarà un'altra, ed ecco la ragione

per cui nel tempo del carnevale il vostro albergo dolcissimo è

frequentato da maggior numero di avventori. Il bello sarebbe che

costui non si fosse levata la visiera nemmeno a quattrocchi con

l'Angiolina. La ragazza è tanto stupida da non averci pensato; ed io

muoio dalla curiosità di sapere chi sia questo notturno galante.

Tornando all'Angiolina, non so comprendere come da qualche tempo sia

immersa nella più cupa malinconia.

--Sarà innamorata.

--Eh! non ci vorrebb'altro; non vo' amori. Ma sono stanca, vo' irmene

a letto; buona notte, Narciso.

--Un altro bicchier d'acquavite, alla tua salute, amabile fregata; ma

no, ho sbagliato, vi rendo il vostro titolo, Vascello _a tre ponti_.

--Sguaiato! sempre colle giullerie. Orsù bevi e vattene.--

Narciso si fece a bere un altro bicchiere d'acquavite e poi, prendendo

pel mento la donna:

--Mamma Vascello, non senti tu che scroscio? uh!...--

In questo tempo si udì il cupo rimbombo di un folgore, che fece tremar

l'invetriata e col lampo ceruleo abbarbagliò la vista.

--Misericordia! urlò Vascello. È inverno, pare impossibile: quale

oragano!

--Non mi muovo di qui, disse Narciso: dormirò su questo sofà; a

quest'ora affogherei per la via.--

Ed in fatti la piccola pioggia si era convertita in un gran temporale:

tremavano il pavimento e le finestre, il vento mugghiava, l'acqua

cadeva a torrenti, e la gragnuola parea volesse spezzare i tetti.

--Perd...!--

Un altro scoppio di folgore coprì la parola a Vascello, che mitigò lo

spavento con una tirata d'acquavite.

--Penso alla piccina, disse Narciso.

--Mi fai paura, riprese Vascello; dal momento in cui è venuta quella

maschera, il temporale è rinforzato: sarà il diavolo, continuò.

Un urlo prolungato cupo e straziante mugolò per tutte le stanze. I due

intrepidi schernitori della Divinità e della tempesta si guardarono

muti, sentendo irti i capelli per lo spavento.

Fu un silenzio per qualche momento.

Una voce infantile si sentì esclamare «Ahimè, ahimè! muoio!».

--Ammazzano Angiolina, replicò Narciso; quella maschera....--E si

precipitò verso la stanza da cui partivano i singulti, impugnando una

pistola.

--Qui non si distrugge la nostra mercanzia, gridò Vascello, e brandito

uno stiletto, mosse ella pure verso la stanza di Angiolina.

Non affezione, ma interesse muoveva quei due a soccorrere la infelice.

Appena ebbero fatti due passi, l'uomo immascherato, sempre coperto nel

volto, col cappuccio del bornous sulle spalle, lasciava vedere sul

capo irti i capelli, bagnati di sudore. Nel bornous erano due grossi

strappi. Sempre colla visiera calata, esso lanciava dagli occhi lampi

più terribili di quelli della tempesta. Dalla bocca di lui usciva la

più nera spuma, ed egli, fattosi largo spingendo quei due che erano

accorsi come se fosse inseguito da una potenza terribile, aperto

l'uscio, si precipitò per le scale.

Vascello e Narciso erano muti per lo stupore. Giunsero anelanti alla

camera di Angiolina, che credevano ferita od estinta; ma invece la

trovarono tranquillamente genuflessa innanzi ad una sacra imagine.

Cosa le era successo? Chi mai era quella maschera?

I demagoghi O, I misteri di Livorno · 第 28 / 77 题