CAPITOLO XI.

Salvezza.

Persuasi che il cuore delle gentili nostre leggitrici batterà di

palpito straordinario per l'impazienza di conoscere la sorte della

sfortunata Rosina, non vogliamo tenerle oltre nella trepidazione.

Prima però due parole intorno a Giovanni. Esse ricorderanno che, dopo

pochi istanti dall'improvvisa comparsa del negro, quel cospiratore

aveva, con un calcio dato in una molla, fatto alzare il pavimento di

tavola della sala del maestro delle catacombe e ciascuno con lui

precipitare nel sottoposto baratro. Ognuno crederà che, nel

precipitare dall'alto al basso in modo brusco ed improvviso, qualcuno

dei caduti si fosse fracassato un braccio, una gamba, lussata una

spalla, rotto il cranio, e che so io? Ma no: nulla affatto di questo:

nella sottostanza della sala del maestro era stata da gran tempo

appositamente ammassata una quantità considerabile di lana da

materassi, la quale, nel caso in cui ai congiurati facesse bisogno di

precipitare nel baratro, potesse addolcire la caduta per modo che le

loro membra non ne soffrissero alcun nocumento; ed infatti tutti gli

adunati laggiù si trovarono in un monte; ma, passato il primo momento

di sorpresa, si alzarono, si assettarono alla meglio nelle vesti e nei

capelli e si avviarono per lunghissimo ed umido andito ad altra uscita

del sotterraneo che metteva in luogo affatto opposto alla riva del

mare, sulla quale sarebbero stati sorpresi dalla forza, se per là si

fossero procurati una sortita. È superfluo il raccontare che di essi

chi mosse di qua e chi di là, e se ne andarono raminghi tutta la notte

per la campagna, e chi prese la via di Montenero e chi di Salviano,

chi della Valle Benedetta, rientrando nella città per porte diverse,

ad ore e giorni diversissimi e colla maggior cautela del mondo. Ognuno

di essi si era creduto proprio, come suol dirsi, in bocca al lupo e ne

era scampato per miracolo, e certamente a molti passò la volontà di

cospirare. Quando tornarono in città avevano i volti molto smagrati,

perchè, avendo dovuto all'impensata trattenersi fuori mezzo nascosti

fra i boschi ed i cespugli, non avevano potuto sodisfare all'appetito

naturale dopo lungo digiuno, ed appena appena avevan trovata un poco

d'acqua per dissetarsi.

E qui giova osservare come veramente e propriamente appartenenti ad

una setta non potevano dirsi che pochi di costoro; mentre i più erano

persone date al malfare, soci di bricconata e conosciutisi fra loro

per appartenenti ad una compagnia di persone rotte al delitto, cui il

volgo dava nome della compagnia della Fusciacca, forse dal modo col

quale ognuno di essi si soleva legare alla vita i calzoni con una

ciarpa del colore suddetto.

L'entusiasta Giovanni, dalla inclinazione e per la ricevuta educazione

trasportato a macchinare trame a danno del ceto dei nobili e de'

ricchi da lui odiato, aveva innestato quest'odio all'idea di un

miglioramento di sorte nei poveri; e concluso ciò non potersi sperare

che al sorger di un popolare regime, erasi veramente associato ai

carbonari d'allora e aveva fatto dei proseliti anche fra persone al

mal far dedicate, pur di accrescere il numero dei soci e fra'

giovinastri suoi conoscenti di mezzi disgraziati, a cui ferveva in

petto ambizione estrema, da essi scambiata col creduto amore della

patria e degli uomini. Fra questi eran coloro che abbiamo nominati

Bruto e Catone ed alcuni altri di quella tempra. Tranne peraltro

costoro, che almeno avevano una idea di politica, gli altri non erano

se non se adoperati come stromento materiale di trambusto e scene

violenti, nelle quali la setta molto sperava per dar opera a quanto

meditava. L'infausto esito per essi della notturna congrega tolse ai

capi, come suol dirsi, le mani, perchè i malandrini di cui si

componeva quella riunione si erano sbandati per non si riunire almeno

per qualche tempo, tenendosi fermi nel proposito di commettere dei

proditorii ferimenti, dei furti e altre iniquità con animo di lucro

infame e di sete di sangue. I nostri lettori faranno certamente le

meraviglie nel vedere come un uomo del pensare, dirò anche del cuore,

di Giovanni potesse associarsi con siffatta gente. Ahimè! nessuna cosa

è più al caso di accecare il buon senso di quello che lo sia il

demonio demagogico che attacchi il cuore e la mente di un povero uomo;

e così avvenne di Giovanni.

Non sì tosto ei si vide fuor del nascondiglio nel quale aveva corso

rischio di essere preso, appena respirò le aure del cielo sereno, un

grosso sospiro ed una lacrima gli uscirono ad un tempo.

--Ahimè! tutto è perduto,--esclamò, e lungamente stette colla testa

fra le mani. Il solo Iago lo seguiva a capo basso senza proferir

parola, lasciandolo sfogare. Quando i primi scoppi di dolore per la

fallita impresa cominciarono a calmarsi, allora un tetro pensiero gli

si affacciò alla mente. E che? Alfredo, Esmeralda l'avrebber forse

tradito? Perchè non comparsi presso di lui? perchè?... E furioso per

tal pensiero, lungi dal tenersi discosto dalla città, andava a gran

passi verso la medesima. Quando peraltro Iago lo vide deciso di

entrare in quella, d'improvviso afferrandolo per la destra,

--Padrone! esclamò nel linguaggio natio tanto da Giovanni ben inteso,

padrone! non contento di far piangere Rosina, Alfredo, Esmeralda sulla

certa e vituperosa vostra morte, volete anche che nel mondo migliore

ne piangano gli ottimi vostri genitori estinti?--

Il dolore ed il tono patetico di queste parole fece soprassedere il

turbato Giovanni, il quale, è pur forza dirlo, credendosi tradito,

meditava di rientrare in città, vendicarsi ed uccidersi. I nomi

proferiti dal negro avevano per il cuore del giovane una infinita

potenza; inoltre nella notizia del servo vi era quasi implicitamente

la notizia dell'innocenza dei tre individui da lui nominati.

Giovanni si fermò e, postosi a sedere su d'un arginello di un campo

poco lungi dalle mura, riprese il suo pianto e i suoi sospiri, e

quindi vivacemente:

--Ebbene! perchè mia sorella, il mio amico, colei che amo non son

eglino qui? almeno piangerebbero meco e ci daremmo un estremo addio.--

Il negro narrò di loro ciò che allora sapeva per averglielo detto il

frate, cioè che esso aveva e con persuasioni e con stratagemmi

allontanati i tre giovani del convegno e condotta la Esmeralda in

luogo sacro e sicuro. Di più a quell'ora non sapeva il servo.

Giovanni, al racconto di lui, teneva il volto accigliato e severo in

modo che, battendogli il raggio della luna in fronte, fealo

assomigliare a quelle facce di bronzo delle statue di qualche antico

guerriero. Fiero e nemico a chiunque si mostrasse avverso alle cose

sue e vi s'immischiasse dentro per dar loro un altro corso, gridò:

--E qual diritto aveva colui di quasi rapirmi la sorella, di obbligare

a disobbedirmi la donna che dev'essere mia per sempre?

--Il diritto dell'amore, replicò il negro; il vecchio frate vi ha dato

la più gran prova di affetto che mai potesse darvi; e se io non

veniva, e se invece coloro che amate fossero stati con voi, che

sarebbe e di voi e di loro?--

Il fiero Giovanni tacque, esso era calmato; alla sua calma contribuì

più certamente l'assicurazione che i suoi diletti non si erano

macchiati di tradimento di quello che l'idea di esser salvo ed eglino

ed esso. Continuò:

--E chi mai, dimmi, rivelò il segreto delle catacombe?

--Per quanto credo, uno dei vostri complici.

--Sia in eterno maledetto! (indi traendo un pugnale) chiunque sia,

morirà.--

I nostri lettori avranno veduto che non era destino di Giovanni il

macchiarsi di sangue. Topo doveva morire per altre mani.

Il colloquio del negro col suo padrone non durò oltre, perchè

quest'ultimo, bruscamente alzandosi, gli aveva detto:

--Questo padre Gonsalvo, quest'uomo singolare che, dopo avermi tenuto

bambino, come mi narri, sulle ginocchia, viene dopo venti anni a

occuparsi nuovamente delle cose mie, dove trovasi egli?

--Non lo so, riprese il negro; e dentro la città sarebbe malagevole il

ritrovarlo quando che vi sia: meglio andarne al convento; in questo

sacro luogo voi potrete trovarlo od aspettarlo, e ciò sarà acconcio a

nascondervi fino a che abbiate dato una nuova direzione al vostro

avvenire.--

Il consiglio del negro piacque al fervido Giovanni, il quale, cambiata

direzione ai passi, li volse verso la chiesa del convento di

Montenero, da cui erano distanti quattro miglia, ma che esso si

proponeva di abbreviare tracciando la linea più retta che gli fosse

possibile per quei campi e prati che gli si paravano davanti. Iago lo

seguiva in silenzio, come se, invece di un uomo, fosse stato un cane

da caccia.

Non faccia specie se quei due procederono così, invece di prendere la

via: assuefatti a percorrere le inospite lande dell'America, per loro

il saltar fossi, andar per i solchi, rompere filari di viti o di altre

piccole piante che si opponessero al loro passaggio era cosa assai

ordinaria; di più, tanta erane l'agitazione che il cercare la strada

maestra ritengo non passasse lor per la mente. Ma, mentre costoro

vanno di un passo rapido verso il monte della Vergine, io ritorno alla

passionata Rosina. Rosina dall'immenso dolore in cui avevala gettata

l'improvvisa proposta della madre di accordarla in sposa all'odiato

signor Basilio da lei poche volte e sempre con indicibil ribrezzo

veduto, era passata allo stato di delirio, allorchè dopo l'arresto di

Alfredo si era veduta in balía di quell'uomo infernale. Dopo la scena

terribile del salotto ella, fuor di mente, in una indicibile

spossatezza, si era senza volerlo insinuata sotto la portiera di

damasco, cogli occhi macchinalmente fissi sulla finestra; un pensiero

nuovo, tremendo le balenò nella mente, quello cioè della possibilità

di evadere precipitandosi dal verone, unico mezzo di sottrarsi alla

sua situazione infelice. Fuggire, sì, fuggire fu l'unica idea di cui

fu capace in quel doloroso frangente. La morte, nello stato di

esaltazione in cui si trovava, le apparve ben mille volte più soave

della vita di sposa dell'uomo abborrito; si persuase la madre non

esser più padrona di sè stessa per sottrarla al sacrifizio più

terribile; guardò anco una volta fremendo il suo persecutore, richiuse

gli occhi mentre un brivido le corse per le ossa: riaperti gli occhi,

affissando una stella del cielo, le parve che il raggio che da quella

partiva le insinuasse nell'animo una insperata dolcezza; e,

vaneggiando, credè che da quella lo spirito beato del padre suo la

invitasse ad approfittare di quel rimedio estremo, le promettesse

sovrumana assistenza. Risoluta, non più vide il suicidio, ma nel

periglioso passo un invito della provvidenza a non dubitare delle

tante e miracolose vie che ella ha per salvare i miseri mortali dal

colmo della sventura. Trattasi dal petto una portentosa imagine della

Vergine, se l'accostò ai labbri con indicibil fiducia e, leggermente

aprendo il verone, spiccato un lancio da quello, fu nella via. Al

cielo si era affidata, il cielo accolse l'intemerata sua fede e

preghiera; trovossi ella in piede, qual se un angiolo l'avesse portata

sulle ali sue; piegato il ginocchio, orò brevissimamente e quindi si

pose a fuggire nella prima direzione che le si parò dinanzi. Ma il

cielo vegliava su lei. Una vettura munita di due lampioni accesi stava

fissa sulla parte opposta a quella della finestra di madamigella

Guglielmi, vettura che dalle ore sette o le otto stava là ferma. Il

vetturino non si vedeva sul davanti, cioè a cassetta, ma ciò non aveva

dato nessun sospetto a coloro che transitavano la via grande; spesso

si vedevano vetture ferme accanto ai portoni delle case, entro le

quali il vetturino addormentato attendeva qualche signore o signora

che uscisse dalla conversazione.

Non appena la fanciulla saltò e si mosse veloce verso la via de'

Materassai, la misteriosa carrozza si mosse e le tenne dietro, ed in

un momento un incognito, uscendo dallo sportello, precipitosamente

afferrata la fanciulla e messale una mano alla bocca perchè non

gridasse, la trasse in vettura, che partì di là con straordinaria

celerità. Tutto questo fu opera di pochissimi istanti. Rosina era

stata messa nella misteriosa vettura allo svoltare di via dei

Materassai a cento passi di distanza dalla sua abitazione e senza che

le persone guidate dal signor Basilio e fornite di lumi fossero state

in tempo di veder nulla.

La misteriosa vettura coll'incognito che vi era dentro, il quale

teneva dolcemente fra le braccia il capo di Rosina svenuta per

l'emozione e per lo spavento, non aveva preso nessuna direzione verso

le porte della città, ma, dopo aver girato varie strade, si era

fermata sulla piazza dell'erbe e davanti una casa di poverissimo

aspetto, donde una donna era uscita a prendere la misera fanciulla: e

sebbene il personale di quella donna non fosse molto felice perchè

pingue, il di lei vigore era tanto che in un baleno, tratta a sè la

giovane, chiuse la porta. L'incognito partì colla vettura senza che si

sapesse dove andassero e come così prodigiosamente avesse giovato alla

salvezza della fanciulla. La casa della donna era una di quelle che,

mediocremente mobiliata, spiccava per la nettezza. Costei, trasportata

la fanciulla tuttora svenuta in una politissima camera, avevala

collocata sopra un morbido letto prodigandole tenere cure. Quando

Rosina aprì gli occhi, credè di sognare. Tuttociò che vedeva talmente

le pareva straordinario che suppose essere passata in un mondo

migliore. Mezz'ora prima in casa propria! ora viva dopo il periglioso

passo e senza saper come, quasi rapita di mezzo alla via, trasportata

in un incognita magione! Dove mai era stata condotta? Chi era quella

donna che salmeggiava accanto al suo letto? E quella bella biondina in

abito bruno che mormorava divote litanie? Rosina non azzardavasi a

parlare mentre le due donne pregavano. Finita la prece, la donna prese

una porzione di cordiale e la fece sorbire alla fanciulla, che ne fu

riconfortata ed in grado di parlare.

--Dove son io? richiese timidamente.

Tanto la vecchia che la giovane, senza replicare parola, diressero gli

occhi verso una pia imagine pendente dal muro e quindi al cielo.

--Non m'intendete voi forse, o pie donne? proseguì la fanciulla, a cui

il trovarsi fra due persone del suo sesso aveva dato coraggio. Ma le

due donne non risposero nè manco a questa domanda.

Rosina incominciava a dubitare della buona maniera delle due

ascoltanti; quel silenzio la sconfortava, mentre le loro fisionomie e

gli atti di tanta religiosità stavano da un lato a dirle che si

trovava fra persone oneste. Essa era per nuovamente volgere

l'interrogatorio, quando una porta si aperse e quattro giovanette

portando una piccola bara con entro una giovinetta estinta

traversarono la sua camera e discesero seguite da un sacerdote e

mormorando alcuni salmi. La donna e l'assistente s'inginocchiarono al

loro passaggio. Rosina chiuse gli occhi al primo apparire del funebre

spettacolo.

I demagoghi O, I misteri di Livorno · 第 26 / 77 题