Otto giorni dopo.
Otto giorni dopo queste dolorose scene cui il lettore si è compiaciuto
di assistere, Alfredo Guglielmi, liberato dalla fortezza, la mercè
delle premure dei suoi superiori, mestamente congedandosi dalla madre,
ripartiva pel suo reggimento stanziato sulla Dora.
Padre Gonsalvo recitava col suo breviario l'uffizio, il negro Iago
rispondeva agli _Oremus_ del monaco, madama Guglielmi giacendo in
letto ancora convalescente riceveva le visite di condoglianza dei suoi
amici e di altri suoi conoscenti, ed appena aveva forza di sorreggere
la testa sopra i cuscini. Ma Esmeralda, ma Rosina, ed il misterioso
Giovanni che facevan eglino? Della sorte di Rosina circolarono varie
voci, nessuna però si addiceva al vero. La fanciulla era scomparsa in
modo maraviglioso e incomprensibile; appena il signor Basilio si
avvide essersi ella gettata per la finestra, discese in un attimo le
scale accompagnato dai servi con lumi, credendo di trovarla esanime e
ferita al suolo, avvegnachè la finestra da cui erasi precipitata fosse
alta una diecina di braccia dal livello della strada. Ma sulla strada
non vi era orma di persona caduta, non una macchia di sangue, non un
oggetto che le avesse appartenuto. Alcuni vicini discesi al trambusto
che faceva il signor Basilio, interrogati, risposero non avere inteso
il menomo rumore tranne quello che faceva lui stesso: ed egli
furibondo si era dato a frugare per ogni dove nel palazzo coll'idea
fossesi nascosta la fanciulla, ma la di lui ricerca era tornata
inutile. Spumante di rabbia in vedersi deluso nella aspettativa di
sicura felicità, mordendosi i labbri si era rivolto alla direzione di
polizia, la quale, udito il caso straordinario, aveva immediatamente
praticate le più scrupolose ricerche, ma invano. La stessa osteria dei
Tre Mori, siccome conosciuta oramai per un nascondiglio di gente
sospetta, era stata perlustrata da cima a fondo senza verun resultato.
Si era dubitato che la fanciulla leggermente ferita ovvero
miracolosamente sana fossesi diretta per qualche porta fuori della
città, ma i portieri assicurarono come dalle undici della sera al
vegnente mattino veruna donna era uscita dalle mura. È cosa
impossibile l'esprimere la rabbia del degnissimo signor Basilio, a cui
la preda era uscita proprio di fra gli ugnoli; e siccome l'arresto di
Alfredo imputato di sospetta associazione ai settari era stato opera
de' suoi maneggi per tor di mezzo un ostacolo alle mire che aveva sul
possesso della Rosina, venuto per la di lei misteriosa scomparsa a
mancare lo scopo, non aveva voluto più oltre insistere, ed il giovane
fu rilasciato per mancanza di prove. E qui mi è duopo narrare come il
signor Basilio era informato da certo suo confidente segreto che un
malandrino nella persona di Topo, arrestato per omicida, aveva
rivelato l'esistenza di una setta, di cui aveva dato alcuni riscontri
circa il convegno, senza per altro al momento spiegarsi di più, mentre
il magistrato sorvegliatore credette dispensarsi da ulteriori
spiegazioni del detenuto, attenendosi piuttosto al partito di cogliere
i settari sul fatto alla mezzanotte nelle catacombe. Esso signor
Basilio, sopra l'unico riscontro dell'esistenza della camelia rossa,
segnale sospetto nelle stanze di Rosina, piccato dal di lei costante
rifiuto di sue nozze, aveva concepito il pensiero che fra Rosina ed
alcuni dei congiurati dovesse esistere un qualche segreto legame, ed
argomentò che certamente la fanciulla non poteva esser sola nella
faccenda e che Alfredo, giovane riputato entusiasta, andasse con lei
d'accordo. Su tal sospetto, insinuando analoghi dubbi alla signora
Guglielmi, la quale insieme con lui sorprese i giovani, siccome
vedemmo nel precedente capitolo, alle ore undici e un quarto di sera
nel salotto in procinto di fuggire dalla casa materna, aveva
preventivamente fatti nascere nel commissario suo amico sospetti utili
al suo fine, instigandolo a procedere all'arresto del giovane,
riservandosi di farla da protettore e padrone di Rosina, che divisava
di trasportare presso di sè al più piccolo pretesto che gli fosse
riuscito di cogliere. Ma il cielo si compiacque schernire questo
briccone. Il salto di Giovanni co' suoi nella cloaca del sotterraneo
aveva resa inutile la sorpresa tanto desiderata dal magistrato di
cogliere in flagranti i congiurati. Il salto della Rosina dalla
finestra aveva reso inutile l'arresto di Alfredo; il quale, ben
sapendo come nessun documento potea comprometterlo, in specie non
essendosi trovato alla riunione nel sotterraneo, era riuscito, come
sappiamo, ad ottenere di essere restituito in libertà. Il signor
Basilio, affettando una calma stoica, era tornato ad assidersi al suo
banco di pannine, senza osare di presentarsi alla signora Guglielmi,
temendo di esser corso troppo e di non avere colori bastanti onde
ulteriormente contrafarsi ed ingannare quella donna. In mezzo a tante
ambagi lo crucciava il pensiero della perdita di colei per il cui
possesso avea sparso assidue cure durante un biennio; lo crucciava
l'idea di non potere, senza pubblicamente tôrsi quella maschera di
galantuomo a lui sì favorevole, ottenere il pagamento del suo credito
verso madama Guglielmi; e lo angustiava infine il sentire che, contro
sua voglia, qualche poco si ciarlava di lui. Talchè, simile alla volpe
che dopo essere entrata nel pollaio non trova la via di uscirne dal
solito buco per aver mangiato troppo, si trovava in preda ad
un'agitazione da lui non mai provata tutto il tempo della ipocrita sua
vita; pure, nella speranza di rimediare o almeno di non far peggio,
seguitò ad uscire alle ore solite di casa, ad assidersi al banco ed in
tutte le periodiche occupazioni in cui noi lo vedemmo esattissimo.
Nella sua doppiezza non avea mancato di recarsi al tribunale ed
esternare gravissimo cordoglio per la fallita impresa delle catacombe
e per la mancanza di prove onde si prolungasse la detenzione di
Alfredo.
--Ma...., aveva esclamato sul termine di un colloquio con un
funzionario di polizia, _quod differtur non aufertur_; ne vada la mia
pelle, sarò sempre buon servitore della giustizia.--
Tornato al suo banco, egli invano procurava d'imaginarsi un plausibil
modo intorno alla sparizione della fanciulla; infatti chi poteva
averla aiutata, sola, senza mezzi, senza esperienza, a sottrarsi non
tanto alle ricerche di lui, quanto a quelle diligentissime della
polizia? Forse il suo incognito amante? Ma se colui era, qual ei
supponeva, uno dei settari, come trovarsi sotto la finestra per
ricever nelle braccia la cara fanciulla e al tempo stesso essere alle
catacombe? Alfredo, ito agli arresti col commissario, non era
suscettibile di porgerle aiuto. Dunque? Il diavolo in persona doveva
aver preso parte a vantaggio della giovane: ma nè anche quest'idea
persuadevalo, sapendo come la purezza dei costumi di Rosina non poteva
procacciarle le simpatie del formidabile ausiliario infernale.
Lambiccatosi il cervello per mille differenti congetture, il degno
signor Basilio aveva concluso di lasciare al tempo la cura di svelare
l'impenetrabile arcano e dover lui deporne il pensiero, onde non
rischiare di divenir pazzo a forza di meditare; ed infatti si era
avveduto che la strana sua situazione avevalo alquanto dissestato
nella direzione dei propri affari. Si era dimenticato di cancellare
una partita di un suo debitore che lo aveva pagato; ma giacchè la cosa
era passata, pensò esser meglio lasciare aperto il credito che
scarabocchiare la carta. Si era scordato di accendere l'ultimo sabato
la lampada alla imagine di sant'Omobono, ma pensò rimediare alla
trascuranza col comprare il sabato venturo, invece di una crazia, due
soldi d'olio. Il tremito dei suoi nervi rendendogli paralitiche le
mani, queste tenevano il passetto in modo che nel misurare il panno a'
suoi compratori le bracciature riuscivano piuttosto scarse, ma, per
tranquillizzare la propria coscienza, diceva a sè stesso: Che colpa ho
io se i dispiaceri che ho provati agitano i miei nervi? tutti coloro
che son causa delle mie afflizioni sconteranno nel mondo di là il
piccol danno che in questi giorni di confusione possono aver risentito
i miei avventori. Troppo lungo sarebbe l'enumerare le sbadataggini di
cui fu suscettibile il nostro mercante nel periodo transitorio che
abbiamo accennato; una sola, come d'indole assai bizzarra e comica,
non vogliamo passar sotto silenzio i nostri lettori. Si scordò di
portare le solite teste di pesce fritto nel fazzoletto turchino al
gatto che teneva in bottega, il quale essendo stato 48 ore in forzato
digiuno, si mostrò piuttosto in broncio col padrone. Quando questi un
bel dì aperse la bottega, in un momento di riflessione, appoggiati i
gomiti sul banco, il micio, credendo che il padrone ingrato dormisse,
imaginò di rifarsi del lungo digiuno a spese di uno dei di lui orecchi
il quale per la portata del sangue pareva rosso come un salsicciotto.
Onde, spiccato un salto sulla tavola del banco, glielo addentò così
fieramente che, senza l'aiuto di benevole persone accorse alle grida
del mercante, l'orecchio del signor Basilio sarebbe passato nelle
interiora del famoso Buricchio. Da queste dimenticanze trasse frutto
il signor Basilio; cessò dal meditare sulla sparizione di Rosina,
restringendo i suoi studi mentali sul modo di ottenere dalla signora
Guglielmi il pagamento del vistoso suo credito. Lasciamo intanto
questo degno personaggio e ritorniamo ad Esmeralda. Esmeralda? Oh! qui
sì che vi è del mistero; oh quanti misteri! dirà qualcheduno.
Carissimi, rispondo io, non so che dirvi. Dunque zitti, e tiriamo
innanzi.
Esmeralda dopo alquanti giorni di dimora al convento pareva più
tranquilla, sebbene non avesse riacquistata la ragione. Le suore, a
causa della sua beltà, quasi l'amavano. Essa aveva un certo che da
farla considerare come superiore al resto delle femmine. La priora
aveva per mezzo dell'ortolano mandata lettera confidenziale al padre
Gonsalvo, onde questi le indicasse qualche cosa intorno alla frenetica
fanciulla in modo brusco da lui introdotta come pensionaria in quel
luogo, non avendo la buona madre potuto sfogare il femminil talento di
curiosità colla fanciulla, imperocchè essa faceva dei discorsi fuori
di senso: parlava di navigli, di catacombe, della Guadalupa, di un
caprone, della tribù dell'Ohio e d'altre simili cose, alla madre
priora inintelligibili ed a cui rispondeva con esorcismi onde fugare
il demonio, da cui credeva ossessa la giovane. E noi certamente le
daremo ragione del suo procedere; inoltre quel benedetto padre
Gonsalvo aveva avuto tanta fretta nel partire dai monastero che non
era stato possibile interrogarlo, e poi era tanto laconico quel buon
padre!
Il giorno dopo l'improvvisa recezione di Esmeralda, madre Domitilla,
parlando confidenzialmente a suor Dorotea in un'ora dopo il
refettorio, le aveva detto:
--Ma che ne dite, suor Dorotea, della apparizione di quella specie di
energumena?
--Oh! rispose la camarlinga, io non ne so nulla; tocca a voi, siete
priora e basta, io non posso aprir bocca su certi argomenti.
--Ma pure....
--Pure, riprese suor Dorotea, dico che quel benedetto padre abate si
prende certe facoltà un poco troppo spinte: capita qua ad ora quasi
notturna, picchia, gli viene aperto, introduce una straniera che fa
certi occhiacci di spiritata, parla di bastimenti, prende la soglia
del convento per la bocca di una darsena, la fune del campanello per
una corda d'una vela, voi per il grand'ammiraglio e me per il capitano
dei cannonieri; e il reverendo, senza dirci chi è o chi non è costei,
ci lascia colle laconiche espressioni: _Suore mie, in nome del cielo
custodite questa infelice fino al mio ritorno_; ed aggiungendo:
_Benedicat vos, etc._, se ne va, e non ne abbiamo saputo più nulla.
--Sì, cara camarlinga, io pure sono del vostro avviso; il buon abate
non ci ha fatto il miglior regalo del mondo: ma su questo, _transeat_;
peraltro non è scusabile quel non farci sapere, almeno in due parole,
chi è la giovane, cosa voglia, se sia turca, ebrea, scismatica; se
dobbiamo convertirla, riconciliarla, ecc., ecc. Quanto è strano quel
reverendo!
--Eh! eh! madre priora, sento dire che quel religioso in sua gioventù
fosse un po' cervellino strambo, ben s'intende avanti di vestir
l'abito.
--_Delicta juventutis meae ne reminiscaris, Domine_, prese a dire la
priora: in gioventù tutti più o meno avemmo i nostri falli; speriamo
che il Signore voglia dimenticarli. Ma, tornando alla fanciulla, ella
non può essere nè turca nè ebrea nè pagana nè protestante: perocchè
sappiate, carissima suor Dorotea, come io, sebbene mi fidassi del
degno padre abate, abbia voluto togliermi ogni dubbio di ricevere fra
le pecorelle del Signore una qualche volpe pericolosa; e fino dal
momento in cui l'incognita ci venne presentata dal padre abate, io
colla scusa di accomodarle il fazzoletto da collo procurai di
rintracciare se da quello pendesse qualche segno di buon cristiano.
Indovinate un poco cosa vidi?
--Che? Dite, dite.--
--Una bella reliquia del santo Velo incastrata in una teca di oro a
filograna.
--Cospetto! esclamò la camarlinga; deve essere non solo buona
cattolica, ma anche ricca.
--Ed anche nobile, continuò la priora; dietro alla teca vi è una
bellissima incisione della corona di conte e sotto le iniziali E. C.
Z. S. A. 21 marzo 1805.
--Bagattelle! disse sorpresa la camarlinga. Oh! è da figurarselo.
Colei è nobil contessa. E non importa che sia forastiera; padre
Gonsalvo ha relazione con tutti i popoli del mondo. Sarà qualche
giovane scappata ai suoi parenti.
--O qualche innamorata di giovane pagano o liberale, il che è
tutt'uno.
--Che bell'acquisto per il convento se si facesse monaca!
--Sicuro, e, a dirvela, io ci ho pensato subito subito: speriamo che
riprenda la sua ragione.
--Ed io, vedete, madre priora, confesso il mio peccato: non sapendo
tutta questa faccenda, sono stata non poco inquieta in questi giorni,
poichè credeva che il convento ci rimettesse di suo, dando da mangiare
ad un'incognita la quale....
--Zitta! zitta! riprese la priora: non vi fate sentire da nessuno. Non
sapete cosa mi consegnò il frate al momento di lasciar la ragazza?...
cinquanta luigi d'oro!
--Eh!
--Sicuro; il buon padre Gonsalvo disse poche parole, è vero, ma fece
de' fatti e mi pose in mano un involtino con cinquanta bei luigioni
lampanti.
_Benedicamus Domino_, disse la camarlinga, che aveva tutta la sfiducia
propria dei cassieri; sicchè adesso non rimane che ad appagar la
curiosità.
--Questa sera sapremo qualche cosa; ho inviato l'ortolano a Montenero,
--Ma intanto non potrei vedere il reliquiario? soggiunse la camarlinga
sentendosi morire dalla curiosità.
--Non vi è difficoltà, riprese la superiora; andiamo nella cella N.
12; la fanciulla è tanto buona che è certo ci dirà «_Mamma, mamma_» e
ci mostrerà ciò che volete.--
Entrambe si avviarono alla cella N. 12, bussarono. Nessun rispose;
entrarono, non ci era alcuno. Il convento fu tutto frugato. La
Esmeralda non ci era più, nessuno l'aveva veduta uscire. Considerate
ciò che pensarono, ciò che dissero le suore. La priora spedì un altro
espresso al padre Gonsalvo, e questi fu il garzon del vinaio,
ritenendo peraltro i cinquanta luigi lampanti.
Esmeralda era sparita la sera dopo la sparizione di Rosina.
Quanto al Caprone ed Iago sappiate.... ma no, per adesso non avete a
saper nulla. Bisogna ch'io ritorni nella carcere ov'è rinchiuso Topo.
Ma non si potrebbe prima parlare di Giovanni, ossia del Caprone e di
Iago? No, signore, non si può; perchè se si tardasse ad andare nella
carcere di Topo, si correrebbe rischio di non trovar più nè anco lui.
Caspita! ci sono scappati due dei nostri personaggi; non voglio che ci
fugga anche il terzo.
Topo è in carcere. Passato il primo bollore della paura, costui si è
pentito della rivelazione fatta così su quel subito dell'arresto;
sapeva il birbante che, una volta sfuggito dalle unghie della
giustizia, poteva cadere in quelle dei settari, i quali certamente a
seconda dei loro terribili statuti l'avrebbero spedito all'altro mondo
senza processo. Dunque si era pentito e, per riparare alla imprudenza,
faceva giuro a modo suo di non dir altro. Caspita! diceva fra sè nella
prigione: la tortura e quelle macchinucce con cui strappavano ai tempi
antichi la verità dalla bocca dei rei non ci son più; sicchè non ho
paura di corda, di argani, di caprette, di quegli ordigni che ho
sentito tante volte nominare in un libro che il signor Bruto leggeva
all'osteria dei Tre Mori. Dunque non ci son più, ed io?... resta
sempre da imparare. Dopo che in carcere ci sono stato tante volte,
questa volta l'ho fatta proprio da somaro e non da topo, e sì che i
topi son furbi; sono stato tante volte fra le unghie del gatto e ne
sono bravamente scappato senza lasciargli in bocca del mio pelo. E
adesso?... Ah! proprio l'ora del minchione viene ai più furbi, e
d'altronde ero tanto acciecato dalla rabbia.... quel birbante di
Cacanastri voler per sè la roba rubata da me. Caspita! gli uccelli
sono di chi li chiappa. Io con lui non ho agito così quando l'altra
settimana rubò quella collana di perle all'erbaiola di piazza e la
portò a vendere al signor Basilio, cioè al signor Giuda: cospetto! io
non dissi mica: gliela voglio portar io. Ognuno che va da quel
galantuomo ci deve portar ciò che busca. Birbante di Cacanastri! ma
almeno dal signor Giuda ci andrò io solo. Gran galantuomo che è
quello! paga a contanti, e si sapesse mai nulla! è più segreto del
muro. Ma, soggiunse, se ho fatto male, farò emenda da me, il signor
giudice non saprà più nulla: se ha voglia di gridare, di urlare, di
minacciare, di spezzare il campanello, per me saranno le sei*.
* Espressione volgare di quell'epoca, che equivarrebbe:
a non so nulla.
Mentre Topo faceva questi discorsi fra sè udì in uno degli anditi
delle carceri dei domenicani* una voce che accompagnandosi col
tintinnio del mazzo delle chiavi cantava l'appresso stornello.
* Luogo detto così volgarmente.
Che mangerà la sposa la prima sera?
Un mezzo piccioncin*.
* Canzonaccia popolare di quei giorni.
--Veh! veh! questa voce non m'inganna; è Caicchia il fruttaiolo di via
San Francesco; no, è del suo figliuolo, quel monello che non ha mai
fatto nulla di bene.
--Oh! oh! Caicchia.
--Chi mi chiama? rispose la voce.
--Son io, è Topo che hanno fatto cascare nella trappola: ma tu sei
dentro?
--Son fuori; non son gonzo.
--E che ci fai?
--Faccio il gatto.
--Gnau, buon pro ti faccia; almeno avvicinati alla mia stamberga,
briccone!--
Un giovanotto dai venti ai ventidue anni, che ben si scorgeva per un
secondino di quello stabilimento, si avvicinò alla cella di Topo, ed
aperto il piccolo finestrino dell'uscio a doppio sportello, si fece
vedere al detenuto.
--Figliol d'un tette* di Caicchia, to', chi ti faceva qua dentro. Come
se' grosso e grasso; lo dicevo io tu' pa' che non avevi voglia di far
nulla al mondo.... Eccoti diventato un signore.
* Espressione del volgo.
--Tutti i mestieri danno pane, ma tu, pezzaccio di galera, che hai
fatto?
--Ho sbertito Cacanastri*.
* Nel gergo: ucciso.
--Ci ho gusto davvero; ma dimmi ho sentito di' che sei anche della
congiura della fusciacca rossa* eh!
* Il volgo chiamava così, quasi appartenenti ad una specie di
setta, tutti coloro che a quell'epoca erano compromessi colla
giustizia: e riteneva che i congiurati, per commettere insieme
dei misfatti, portassero una fusciacca o cintura rossa con cui
legassero i calzoni alle reni.
--Chene?...: chene? non me ne vendi: co' tu' pari acqua in bocca
_Secondino._ Ti compatisco: per chi m'hai preso?
_Topo._ Per un ferro di bottega*. Se non hai altri moccoli, va' a
letto al buio, Da questo sportello tira troppo vento.
* Nel gergo: impiegato di polizia.
_Sec._ Bene: serrerò.
_Topo._ Noe, l'ho fatto per celia; anzi ho piacere di vedetti quìe;
semo camberati.
_Sec._ Della Bulca....
_Topo._ Della Bulca.... ma mene mi hanno ilscaraventato ai malmetti*.
* Messo in luogo di prigione.
_Sec._ Ma tu hai ilbotrato* tutto.
* Palesato.
_Topo._ Noe.... noe ho ilbotrato nulla due hosine al pittore* pel
conia.
* Cancelliere criminale, in gergo.
_Sec._ Ma e del Caprone e di Concetta e di Bruto....
_Topo._ (_confuso_). Futtulsco Caicchia! anche te della fusciacca
rossa.
_Sec._ Sie sie,,, non ti arioldi barabba.
_Topo._ Barabba! sì me ne arioldo, sei tene, che volevi bulscherar la
Honcetta.
_Sec._ E te ne mi arreggevi lume.
_Topo._ E hai poltato la balchetta in questo molo*?
* Venuto in questi luoghi.
_Sec._ È stato mi pae* pttosto il sniffo** che ha holoniali.
* Padre. ** Birro.
_Topo._ Magari!
_Sec._ Ora se tu vuo' fa bene, va' a ilbotrare anche di mene.
_Topo._ De' camberati! accidenti! ma giacchè sei della corda*, non mi
potlelti aprimmi un poino.
* Della lega.
_Sec._ Gnau... gnau...
_Topo._ Ohè, se torni a ilmiaulare, ritorno Topo, abbasso i camberati
e ilbotro anche di tene al pittore.
_Sec._ Hoe; ho fatto conia, e poi la chiave della bujosa* l'ha il
soprastante.
* Prigione.
_Topo._ Accidenti a lui e alla sua famiglia!
_Sec._ Non beltemmiare.... vuoi una mezzetta? pago io.
_Topo._ Bravo, camberata!
_Dopo qualche spazio di tempo Caicchia torna con mezzo boccale in mano
e, riaprendo lo sportello, porge da bere a Topo._
_Topo_ (_prendendo il boccale ed accostandoselo alla bocca_). E tu non
bei?
_Sec._ Ho beuto.
_Topo_ (_rendendo il boccale_). Buh! che roba! a che osteria l'hai
preso? come è amaro! Buh!
_Sec._ (_chiudendo lo sportello e rompendo il boccale sgangheratamente
ridendo_). È roba da Tobi, birbante!
_Topo_ (_con urlo soffocato di dentro_). Caicchia! ahimè! brucio,
brucio, brucio, muoio, muoio.
_Sec._ (_ridendo_). O vai ora a ilbotrare di Caicchia*!
* A palesarmi.
_Topo_ (_Con voce appena intelligibile_). Ah!... t'aspetto
all'inferno! ah!
_Sec._ (_allontanandosi_). Clepa pure ed avviati o ilbotra di
Caicchia*!
* A palesarmi adesso.
Prima di notte Topo era morto: credettero fossesi avvelenato da sè
stesso; la sua morte e la fallita impresa delle catacombe aveano
salvato i congiurati. In quella notte medesima da incogniti ladri
venne derubata madama Guglielmi degli ori, degli argenti e delle
gioie. Il furto ascendeva a 10,000 scudi. La polizia non scoperse mai
nulla.
_N.B._ Nel dialogo fra Topo e Caicchia si è adoprata _l_ per _r_ e
si son soppresse alcune lettere dell'alfabeto per dare un'idea della
pronunzia dei Veneziani di Livorno ed in genere del basso popolo.