Ciò che fa maggiore impressione sull'animo di un lettore moderno
della _Visio Pauli_, non è la descrizione degli orrori e dei tormenti
infernali, nè la descrizione, assai più sbiadita, degli splendori e
dei gaudii celesti, in quella unica redazione che la contiene[486]; ma
bensì la parte del racconto in cui si narra della sospensione di pena
conceduta ai dannati, nell'abisso d'inferno. Guidato dall'arcangelo
Michele, San Paolo ha tutto percorso il _doloroso regno_, ha veduto
i varii ordini di peccatori e gli aspri castighi a cui li assoggetta
la divina giustizia, ha versato a quella vista lacrime di pietà e
di dolore. Egli sta per togliersi all'orror delle tenebre, quando
i dannati gridano ad una voce: «O Michele, o Paolo, movetevi a
compassione di noi; pregate per noi il Redentore!» E l'arcangelo a
loro: «Piangete tutti, ed io piangerò con voi, e con me piangeranno
Paolo e i cori degli angeli: chi sa che Dio non v'usi misericordia».
E i dannati gridano: «Miserere di noi, figliuolo di David!» ed ecco
scende dal cielo Cristo incoronato, e rinfaccia ai reprobi la malvagità
loro, e ricorda il sangue inutilmente versato per essi. Ma Michele
e Paolo e migliaja di migliaja di angioli s'inginocchiano dinanzi al
figliuol di Dio, e chiedono misericordia, e Gesù mosso a pietà, concede
alle anime tutte che sono in Inferno tanta grazia che abbiano requie, e
sieno senza tormento alcuno, dall'ora nona del sabato all'ora prima del
lunedì[487].
Questa poetica finzione, impregnata di un così ardente alito di
umanità, è, a parer mio, la più bella e la più nobile di quante se
ne trovino nelle Visioni anteriori alla _Divina Commedia_; e poichè
la Visione che la contiene è una delle più celebri e più diffuse nel
medio evo, e ce n'ha, insieme con altre versioni volgari, anche qualche
versione italiana[488]; e poichè gli è assai probabile che Dante questa
Visione l'abbia conosciuta, non sarà, credo, senza qualche utilità
discorrere di essa finzione, e delle ragioni ed origini sue, le quali
son molto più antiche e più generali di quanto si potrebbe alla bella
prima immaginare. Ciò mi porgerà pure occasione e modo di fare alcune
osservazioni sopra l'_Inferno_ dantesco.
Della eternità delle pene infernali la Chiesa cattolica fece, come
tutti sanno, un dogma. Non solo i tormenti dei dannati non avranno
mai fine, ma non avranno mai neanche mitigazione: anzi, dopo il
giudizio universale, e dopo che alle anime saranno restituiti i
corpi, si faranno più atroci di prima[489]. Non indaghiamo se nelle
parole dei profeti e negli evangeli il dogma abbia sicuro fondamento,
o se ve l'abbia l'opinione contraria, che la Chiesa condanna; non
discutiamo gli argomenti addotti e contrapposti dai sostenitori
dell'una e dell'altra credenza: l'officio nostro non è di esegeti,
e tanto men di polemici; l'officio nostro è di storici, e un tantino
anche di psicologi, desiderosi di darsi conto di un motivo religioso,
che diventa, in un particolar genere di letteratura, anche motivo
poetico[490].
Riportiamoci con la mente alla prima età del cristianesimo, all'età
che si può chiamare precostantiniana. La religione di Cristo è allora,
essenzialmente, una religione d'amore. I dogmi, che dovevano poi
raccogliere in forme rigide ed invariabili la sostanza della fede,
o non son nati ancora, o non sono ancora ben definiti; i grandi
concilii non si sono per anche adunati e non hanno piegato le coscienze
sotto il grave giogo dell'autorità. La Chiesa si edifica, e ciascun
operajo lavora un po' di suo capo all'edifizio comune: le frontiere
dell'ortodossia e dell'eresia sono incertamente segnate. La fede è
viva e calda, ma alquanto indeterminata; essa è anche serena e piena
d'abbandono, e non conosce le tetraggini e l'ansie che la sopraffaranno
più tardi. Una grande speranza la penetra e la feconda: la comune
credenza è che i più saran salvi. San Paolo aveva detto: Come tutti
muojono in Adamo, così tutti rivivranno in Cristo[491].
Circa il principio del secolo III Clemente Alessandrino nega le pene
puramente afflittive; la pena per lui ha sempre carattere e scopo
pedagogico. Origene, suo illustre discepolo, uno dei più grandi spiriti
ch'abbia prodotto l'antichità cristiana, e certo il più libero e il più
liberale, afferma la salvazione finale di tutte le creature, compreso
Satana e gli angeli suoi, il ritorno a Dio di quanto viene da Dio
(ἀποκατάστασις τῶν παντῶν). La dottrina sua era fatta per cattivare gli
animi più generosi ed aperti; ma per ciò appunto non potè prevalere.
Impugnata e contraddetta da impetuosi avversarii mentr'egli era vivo
ancora, quella dottrina fu condannata dal sinodo di Alessandria
del 399 e poi, anche più risolutamente, dal concilio ecumenico
costantinopolitano del 545.
La dottrina contraria, la dottrina che affermava l'eternità delle pene
infernali e la dannazione irrevocabile, trionfava, s'imponeva alle
coscienze, diventava dogma. Ma il suo trionfo non fu e non poteva
essere intero ed assoluto. Da una parte essa si trovò di fronte
lo spirito critico e speculativo, cui non riesce ad impor silenzio
un canone conciliare; da un'altra il sentimento, che, ributtato o
compresso, torna ostinatamente alla sua condizion naturale. E lo
spirito critico e speculativo diede più particolarmente forma a
dottrine teologiche eterodosse, mentre il sentimento la diede in
più parti colar modo a credenze popolari. Nel quarto secolo Gregorio
di Nazianzo e Gregorio di Nissa insegnano la temporalità delle pene
infernali e la restaurazione finale di tutte le creature nel bene.
San Gerolamo parla di coloro che al tempo suo avevano quella medesima
credenza. Da altra banda l'opinione, già sostenuta da Taziano, da
Ireneo, da Arnobio, che i reprobi dovessero perir nel castigo e
rimanere annientati, non mancò di seguaci nè allora, nè poi. Ma come
più la dottrina della Chiesa s'andava determinando e acquistava rigore
dogmatico, più doveva agitarsi negli animi il desiderio di sfuggire,
in parte almeno, alle sue terribili conseguenze. La coscienza dei
credenti non oserà più contraddire alla dottrina ortodossa in ciò che
essa ha di essenziale, ma s'ingegnerà, e le verrà fatto, di temperarla
alquanto, di piegarne la rigidezza soverchia. Il ricco malvagio
ricordato da Luca non può ottenere che una goccia d'acqua gli bagni
le labbra arse dall'incendio infernale[492], e nell'Apocalissi detta
di San Giovanni è scritto che i dannati saranno tormentati nei secoli
dei secoli, senza aver mai requie nè giorno nè notte[493]: la semplice
teologia del sentimento affermerà che ai dannati la misericordia divina
accorda talvolta riposo e refrigerio. Il dogma vuole che i dannati
rimangano chiusi nell'Inferno in perpetuo: quella stessa teologia del
sentimento non lo negherà, ma romperà con alcuna eccezione la regola,
narrerà di dannati che in virtù di grazia speciale poterono uscir
dell'Inferno. La teologia popolare si farà lecito di dissentire dalla
teologia dogmatica, e delle due la prima sarà la più pietosa e la più
umana. Quanto alle ragioni del dissenso non occorre andar molto lontano
a rintracciarle; esse scaturiscono dalla stessa natura dell'uomo
razionale ed effettiva.
Ed ecco qua un primo e curiosissimo documento di quella teologia più
pietosa e più umana: l'apocrifa apocalissi di San Paolo, composta
probabilmente da un qualche monaco greco. Di apocalissi attribuite
all'apostolo delle genti ce ne furono due, ricordate da Sant'Agostino,
da Sozomene, da Epifanio, da Michele Glica e da altri: di esse l'una
andò perduta, se pur non la conserva alcun manoscritto ignorato;
l'altra fu ritrovata dal Tischendorf nel 1843 e da lui pubblicata[494].
L'editore opina ch'essa sia stata composta nel 380, il qual anno,
se non è proprio quello della composizione, di poco certo se ne
discosta. L'autore di questa scrittura s'inspirò evidentemente di
quanto San Paolo dice, con coperte parole, nella epistola seconda
ai Corinzii[495], di un suo rapimento al terzo cielo. Guidato da un
angelo, San Paolo assiste al giudizio delle anime, vede il soggiorno
dei beati, percorre l'Inferno. A un certo punto scende di cielo
l'arcangelo Gabriele con le schiere celesti, e i dannati implorano
soccorso. San Paolo che ha pianto sui tormenti inenarrabili che ha
veduti, prega insieme con gli angeli: Cristo appare, mosso dalle loro
preghiere, e concede ai reprobi di poter riposare la domenica della sua
risurrezione, a cominciar dalla notte che la precede.
L'incognito autore di questo apocrifo ammetteva dunque che i dannati
riposassero un giorno nell'anno e propriamente il giorno della
risurrezione di Cristo; ma tale credenza non era di lui solo, era,
sembra, di molti intorno a quel medesimo tempo. Aurelio Prudenzio (c.
348-408?) la ricorda e la professa in certi versi famosi di un suo
inno[496].
Sunt et spiritibus saepe nocentibus
Poenarum celebres sub Styge feriae
Illa nocte sacer qua rediit Deus
Stagnis ad superos ex Acheruntiis
. . . . . . . . . . . . . .
Marcent suppliciis tartara mitibus,
Exultatque sui corporis otio
Umbrarum populus, liber ab ignibus,
Nec fervent solito flumina sulphure.
Se si considera che l'autore dell'Apocalissi di San Paolo era greco, e
che Prudenzio era spagnuolo, si dovrà ammettere che la credenza fosse
molto diffusa: a tale diffusione sembra in fatti che voglia alludere lo
stesso poeta quando chiama celebri le _ferie_ concedute ai dannati. Ma
di quella diffusione un'altra prova ci si porge, anche più importante.
Nel cap. 112 dell'_Encheiridion_, Sant'Agostino dice, accennando
appunto a coloro che tenevano quella credenza: _poenas damnatorum,
certis temporum intervallis existiment, si hoc eis placet, aliquatenus
mitigari_[497]. Egli non la biasimava dunque, sebbene non la facesse
sua, e tra coloro che in quel tempo la professavano era nientemeno che
San Giovanni Crisostomo[498]. Nella leggenda di San Macario egizio,
narrata già da Rufino d'Aquileja (c. 345-410) si ricorda come il santo
anacoreta trovasse una volta nel deserto un teschio, s'intrattenesse
con esso delle pene dell'Inferno, e da esso sapesse che la preghiera
reca alcun lieve refrigerio ai dannati[499].
Gli scritti che vanno sotto il nome di Dionigi Areopagita appartengono,
secondo fu dimostrato dalla critica più recente, ai tempi di Proclo, se
non alla prima metà del secolo VI a dirittura. In una delle epistole
che vi si leggono, la ottava, è narrata una visione di San Carpo,
inspirata evidentemente da quello stesso sentimento di umanità che
informa la credenza ricordata pur ora. Cristo vi mostra una grande
pietà per i pagani che i diavoli cacciano nell'Inferno, si dice pronto
a morire una seconda volta per gli uomini, ed egli e gli angeli suoi
stendono soccorrevolmente la mano a coloro che stanno per essere
inghiottiti dall'abisso[500]. In sul finire del secolo VI, o in sul
principiare del VII, Isidoro di Siviglia crede che i suffragi giovino
in qualche modo alle anime dannate[501], e la leggenda ascetica afferma
di bel nuovo che alle anime dannate è conceduta alcuna requie o alcun
refrigerio. La Visione di San Baronto risale alla fine del secolo VII,
e in essa si dice che quelli tra i dannati i quali hanno fatto nel
mondo alcun bene, sono all'ora sesta di ciascun giorno, confortati
con un po' di manna del Paradiso[502]. Qui la pietà giunge a far
scendere ogni giorno in Inferno una particella, sia pur piccolissima,
della beatitudine celeste. Nella Visione del monaco Wettin, ch'è del
principio del secolo IX, si dice, parlando del castigo a cui sono
assoggettati in Inferno i chierici incontinenti e le loro concubine,
che essi sono flagellati tutti i giorni della settimana, meno uno,
nelle parti genitali[503].
In quel medesimo secolo IX, il più copioso di leggende ascetiche
fra tutti i secoli del medio evo, comincia pure a diffondersi fra
i cristiani dell'Occidente la _Visio Pauli_, la quale altro in
sostanza non è se non la versione latina della greca Apocalissi
di San Paolo[504]. Quella versione, e le versioni volgari che ne
derivano, presentano, rispetto al testo originale, nelle redazioni
varie, diversità di maggiore e minore rilievo; ma una è quella che
più particolarmente chiama la nostra attenzione. Nell'Apocalissi
greca un sol giorno di riposo si concede ai dannati, la domenica
della risurrezione di Cristo, con le due notti ancora fra le quali è
compresa: nella _Visio_ latina, e nelle versioni volgari, i dannati
riposano tutte le domeniche, anzi, più propriamente, dall'ora nona del
sabato alla prima del lunedì.
Il D'Ancona, ponendo mente alle parole con cui la Visione comincia in
alcune redazioni latine e volgari[505], pensò la santificazione della
domenica essere il concetto animatore di tutta la leggenda[506]. Se non
che tale pensiero egli esprimeva quando le redazioni latine più antiche
non erano conosciute ancora e non erano conosciute le relazioni della
Visione latina coll'Apocalissi greca. Nell'Apocalissi greca i dannati
riposano, come s'è veduto, la domenica di risurrezione; ma il concetto
che informa quella parte della leggenda, non è la osservanza e la
santificazione di un giorno sacro; bensì è il pensiero semiorigeniano
di una intermittenza nelle pene infernali. Così pure nelle redazioni
latine più antiche della Visione, dove nulla è detto della particolare
santità della domenica, e della osservanza in cui la domenica vuol
esser tenuta, il concetto che informa la leggenda è pur sempre questo
stesso pensiero semiorigeniano, e si può dire che continui ad essere
anche nelle redazioni latine più recenti, e nelle volgari, nonostante
ciò che intorno la domenica vi si nota espressamente. Non è però che la
santità del giorno sia stata senza importanza, e senza esercitare un
qualche influsso sulla leggenda. Se nell'Apocalissi vediamo assegnata
ai dannati, quale giorno di riposo, la domenica di risurrezione, non
dovette esser lungi dalla mente dell'autore il pensiero che essendo
quello un giorno di universale salute, anche i dannati dovevano averne
qualche beneficio. E se nella Visione il riposo si allarga a tutte le
domeniche dell'anno, possiam credere che ciò non avvenga in tutto fuori
del pensiero che la domenica è per sè stessa giorno di salute e di
grazia. Di essa aveva detto Sant'Agostino: _Domini enim ressuscitatio
promisit nobis aeternum diem, et consecravit nobis dominicum diem;_
e ancora: _Dominicus dies..., aeternam non solum spiritus, verum
etiam corporis requiem praefigurans_[507]. Si può ricordare, a questo
proposito, che secondo i musulmani il fuoco infernale cessa di ardere
il venerdì. Del resto anche un altro concetto si fa manifesto tanto
nell'Apocalissi quanto nella Visione, il concetto della grandissima
efficacia e della quasi irresistibilità della preghiera,
Che vince la divina volontate.
Il credente, il quale ha ferma fede nella efficacia della preghiera,
difficilmente può indursi a pensare che questa efficacia possa in tutto
mancare in certi casi, e lo stesso dicasi quanto alle altre pratiche,
cui sia annessa virtù deprecatoria e propiziatoria, e alle cose tutte
cui sia attribuito un carattere sacro e una qualche virtù taumaturgica,
come le reliquie, l'acqua benedetta, ecc. Al qual proposito vuol essere
notato che nella fede volgare quelle pratiche e quelle cose acquistano
una virtù loro propria, di cui altri può giovarsi per un fine anche
malvagio. Nei poemi epici del medio evo si parla spesso di reliquie
tolte dai saraceni ai cristiani, e delle quali i saraceni al par dei
cristiani si posson giovare. In certi malefizii magici si faceva uso di
cose consacrate. Della virtù della preghiera si trovano dimostrazioni
ed esempii in parecchie religioni oltre la cristiana: mi basterà
di citarne un caso che fa più particolarmente per noi. Fu opinione
dei rabbini che la punizione dei malvagi in Inferno fosse sospesa
durante le preghiere solite a farsi ogni giorno dai credenti. Queste
preghiere eran tre, e il riposo per ciascuna preghiera era di un'ora e
mezzo. A questo si aggiungeva il riposo del sabato e delle feste del
novilunio[508]. Qui vuol anche essere ricordato che in certi antichi
offici della messa si trova una preghiera _pro anima de quo dubitatur_,
e che si leggono in essa le seguenti parole: _ut si forsitan ob
pravitatem criminum non meretur surgere ad gloriam, per haec sacrae
oblationis libamina vel tolerabilia fiant ipsa tormenta_[509].
Riprendiamo la enumerazione delle immaginazioni e delle leggende in cui
è in vario modo espressa la credenza che le pene dei dannati possano
essere alcuna volta mitigate o sospese.
San Pier Damiano (988-1072) racconta quanto segue: «Non mi par da
tacere ciò ch'io appresi dall'arcivescovo Umberto, uomo di somma
autorità. Tornando egli dai confini di Puglia, asseriva essere nel
territorio di Pozzuoli un promontorio sassoso e ronchioso, sorgente
di mezzo ad acque negre e puzzolenti. Fuor da quell'acque vaporanti
si vedono repentinamente sorgere, per consueta usanza, uccelli di
spaventevole aspetto, i quali, dall'ora vespertina del sabato sino
al nascer del sole del lunedì, son soliti mostrarsi alla vista degli
uomini. Durante quel conceduto spazio di tempo si vedono vagare
liberamente in qua e in là per il monte, come prosciolti d'ogni
vincolo. Spandono l'ali, si ravviano col becco le penne, e per quanto è
dato d'intendere si rifanno nella tranquillità del refrigerio che per
un tempo è loro largito. Questi uccelli non sono mai veduti cibarsi,
nè si possono prendere, per nessun'arte che s'usi. Come schiara l'ora
matutina del lunedì, ecco che un corvo, grande quanto un avvoltojo,
si mette lor dietro, gravemente gracchiando dalla concava gorga.
Quegli incontanente si sommergono nell'acque e si nascondono, nè più
si lascian vedere, sino a che all'imbrunire del sabato novamente si
levano dalla voragine dello stagno sulfureo. Però vogliono alcuni che
sieno essi anime d'uomini dannati alle vendicatrici pene dell'Inferno,
le quali anime, tormentate tutti gli altri giorni della settimana,
abbiano, a gloria della risurrezione di Cristo, refrigerio la domenica
e l'una e l'altra notte tra cui quella è compresa[510].
San Pier Damiano ricorda, a questo proposito i versi di Prudenzio,
riferiti qui sopra, e dice che Desiderio, abate di Montecassino,
sopraggiunto quando egli aveva scritto il racconto di Umberto,
negò recisamente la cosa, mentre da canto suo Umberto disse di non
affermarla come vera, ma d'averla solamente riferita quale si narrava
dagli abitanti della campagna di Pozzuoli.
Corrado di Querfurt (m. 1202) narra in sostanza il medesimo fatto, ma
con qualche diversità, nella nota lettera scritta di Puglia l'anno
1196 allo scolastico Herbord. Egli pone la scena del miracolo in
Ischia, forse per un error di memoria, e propriamente intorno a certa
bocca dell'Inferno che ci si vedeva: «Tutti i sabati, circa l'ora
nona, in prossimità di quel medesimo luogo, si vedono, in certa valle,
uccelli neri, e brutti di sulfurea fuliggine, i quali ivi riposano la
domenica fino all'ora del vespero, quando con gran dolore e lamento se
ne partono e s'immergono in un lago bollente, nè più ritornano sino
al sabato susseguente. E stimano taluni siano essi anime tormentate,
oppure demonii»[511]. Il racconto di San Pier Damiano è riferito, quasi
con le stesse parole, da Vincenzo Bellovacense[512].
Corrado di Querfurt dice che quegli uccelli erano creduti da alcuni
anime dannate, o demonii, e demonii veramente sono gli uccelli che
incontra nell'avventuroso suo viaggio San Brandano, la cui leggenda
latina risale per lo meno all'XI secolo, e quelli ancora che in
prossimità del Paradiso terrestre trova Ugone d'Alvernia, e che hanno
riposo la domenica[513]. Tale immaginazione deve essere del resto
assai antica, perchè se ne trova traccia nella leggenda di san Macario
Romano, attribuita ai tre monaci Teofilo, Sergio ed Igino[514].
Che la preghiera potesse alleviare la pena dei dannati, era, come
abbiam veduto, opinione di alcuni, anzi di molti; ma non mancavano
altri modi d'alleviarla. Cesario di Heisterbach (m. c. 1240) racconta a
tale proposito una edificante novella. Certo milite morto fa manifesto
a un tale d'essere in Inferno per aver tolto ingiustamente l'altrui, e
dice che se i figliuoli suoi volessero farne restituzione, potrebbero
scemargli alquanto il castigo. I tristi figliuoli preferiscono
lasciarglielo intero[515]. In una novellina popolare della Bassa
Brettagna, viva ancora tra il popolo, ma, probabilmente, antica di
origine, un fanciullo mitiga nell'Inferno le pene dei dannati gettando
acqua benedetta nelle caldaje dove essi stanno a bollire[516].
Non era possibile che in così fatto ciclo di leggende o prima o poi
non entrasse la Vergine, la pietosissima donna, la interceditrice a
cui nulla si nega, l'avvocata dei peccatori. Il già citato Tischendorf
diede notizia di un'_apocalypsis Mariae_, conservata in parecchi
codici greci, e opera certamente di un monaco del medio evo. La
leggenda ebbe, sembra, varie redazioni; ma la sostanza del racconto
è la seguente. Maria desidera di visitare l'Inferno, e l'arcangelo
Michele, accompagnato da numerosa schiera di angeli, ve la conduce.
Vedute le pene orribili dei dannati, ella chiede d'essere condotta in
cielo, affine di poter pregare Iddio per loro. L'arcangelo le dice
che egli, insieme con gli angeli tutti, prega per i dannati sette
volte il dì e sette la notte, ma invano. Maria insiste, e rinnovate
le preci col concorso di tutti i beati, Dio accorda un alleviamento
di pena, alleviamento che dai frammenti trascritti dal Tischendorf non
si può capire qual sia[517]. Mi par probabile che questa _apocalypsis
Mariae_ altro non sia che una imitazione dell'_apocalypsis Pauli_,
con la quale ha veramente molta somiglianza, e la sostituzione della
Vergine all'apostolo parrà più che naturale a chiunque abbia qualche
famigliarità con le leggende mariane del medio evo e specialmente
con quelle in cui si vede la Vergine adoperarsi e intercedere per
i peccatori più malvagi e più indurati. E nel medio evo fu opinione
di alcuni che le pene dei dannati fossero mitigate, in grazia della
Vergine, nel santo giorno dell'assunzione di lei.
Il naturale sentimento di pietà che suggeriva l'idea di una generale
mitigazione di pena accordata in certi tempi, e con certe condizioni,
ai dannati, poteva pure, anzi doveva suggerir l'idea di certe
mitigazioni speciali accordate ai dannati più rei, a quelli cui alcun
singolare peccato, eccedente i termini della malvagità consueta,
procacciava in Inferno, o anche fuori di esso, alcuno speciale castigo,
eccedente i modi delle pene ordinarie. Il più malvagio dei peccatori,
il più indegno di perdono, o di commiserazione, è Giuda, e la pena
cui egli soggiace è di regola, tra quante colpiscono i dannati, la più
terribile e la più orrenda. Ne fanno fede le Visioni tutte e tutte le
descrizioni dell'Inferno, nelle quali è parola di lui; e un pezzo prima
di Dante, altri aveva pensato di porre tra le formidabili mascelle
di Lucifero il discepolo traditore[518]. Ma la stessa immanità del
castigo, voluta dal fervore della fede, doveva destare negli animi meno
rigidi un senso di pietà, e suggerire il pensiero di un temporaneo
alleviamento. Secondo una leggenda musulmana, Iblîs, veduto che Dio
aveva perdonato ad Adamo, chiese ed ottenne che il proprio castigo
fosse sospeso sino al dì del Giudizio.
Nel corso della sua miracolosa peregrinazione, San Brandano trova
Giuda seduto sopra una pietra in mezzo all'oceano; dinanzi a lui pende
un panno, raccomandato a certe forche di ferro. Le onde lo assalgono
e lo percotono d'ogni banda, recedono, lo investono di bel nuovo; il
vento gli sbatte quel panno nel volto. Interrogato dal santo, egli
dà contezza di sè e narra la propria pena. Per sei giorni consecutivi
egli arde e arroventa, simile a massa di piombo fuso; ma il settimo,
cioè la domenica, la misericordia divina gli accorda quel refrigerio,
in onore della risurrezione di Cristo. Il medesimo alleviamento di
pena gli è conceduto dalla Natività sino alla Epifania, dalla Pasqua
sino alla Pentecoste, e dalla Purificazione sino all'Ascensione di
Maria. Negli altri giorni soffre inenarrabili tormenti in compagnia di
Erode, di Pilato, di Anna e di Caifasso. Quel panno egli diede in vita
a un lebbroso; ma poichè non era suo, gli nuoce ora, più che non gli
giovi, la mal fatta elemosina. Le forche di ferro diede ai sacerdoti
del Tempio perchè se ne servissero a sorreggere le caldaje. La pietra
su cui siede usò a turare certa fossa che era in una pubblica via di
Gerusalemme. Il suo refrigerio dura dal vespero del sabato a quello
della domenica, e in confronto delle torture che sopporta gli altri
giorni, gli par quello un paradiso. San Brandano, per quella volta,
glielo prolunga sino allo spuntar del sole del lunedì[519].
Dalla leggenda di San Brandano lo strano racconto passò, alterandosi
in varii modi, nella _Image du monde_[520], in una leggenda di Giuda,
latina ed in versi, pubblicata solo in parte dal Du Méril[521],
nella continuazione dell'_Huon de Bordeaux_, così in verso[522], come
in prosa[523], nel _Baudouin de Sebourc_[524]. Nella continuazione
dell'_Huon de Bordeaux_, Ugone trova Giuda perpetuamente sbattuto in un
gran gorgo di mare, dove passano e ripassano tutte le acque del mondo.
Il dannato non ha altro schermo che un pezzo di tela, postogli da
Cristo accanto al viso. Di altra pena, o di riposo, non è cenno.
Che alleviamento e abbreviamento di pena si potesse procacciare
alle anime purganti, con la elemosina, con la preghiera, e con altre
pratiche di devozione, era credenza universale, e su di essa non fa
bisogno d'insistere; ma l'alleviamento assumeva anche in tal caso,
alle volte, una forma e un carattere che importa di far rilevare.
In principio del secolo VIII San Bonifazio narra in una delle sue
epistole la visione di un tale che vide anime purganti, in figura di
uccelli neri, uscir di un pozzo che vomitava fiamme, posare alquanto
sul margine, e riprofondarsi nel pozzo[525]. Nella Visione che da lui
prende il nome (fine del secolo IX) Carlo il Grosso trova in Purgatorio
suo padre Luigi, che un giorno sta immerso in un dolio d'acqua
bollente, e un altro in un dolio d'acqua tiepida e chiara, grazia
concedutagli per le preghiere di San Pietro e di San Remigio[526].
Migliore d'assai è la condizione del re Comarco, cui Tundalo vede
sedere con gran gloria e letizia sopra uno splendido trono, in un
palazzo luminoso e mirabile, ma che paga la pena di certi suoi peccati
stando tre ore di ciascun giorno immerso nel fuoco sino all'ombelico, e
coperto il rimanente corpo di cilicio[527].
Nel poemetto francese intitolato _La court de Paradis_, Maria
Vergine impetra dal figliuolo due giorni di riposo per le anime del
Purgatorio[528]; al qual proposito è da ricordare che Santa Brigida
asseriva d'avere udito dire alla Vergine stessa che per intercessione
di lei le pene del Purgatorio si mitigavano[529].
L'esempio di quanto avveniva in Purgatorio avrà più d'una volta
contribuito a far nascere l'idea di certi alleviamenti di pena
conceduti ai dannati in Inferno. Anche in tal caso la fantasia popolare
sapeva mostrarsi ragionevole e logica. Se la preghiera, se le opere
buone possono far sì che Dio punisca le anime del Purgatorio meno
aspramente di quanto la colpa loro, secondo giustizia, vorrebbe;
perchè non potranno esse produrre il medesimo effetto in beneficio
delle anime dannate? E a questo proposito vuol essere ricordato che
i teologi stessi di professione ammettevano che la giustizia divina
non si eserciti sopra i dannati con tutto il rigore che alla malvagità
loro si converrebbe; ammettevano una parziale, ma continua remission di
castigo, riconoscendo che essi erano puniti _citra condignum_. Perchè
dunque la giustizia divina, che s'era già da sè stessa mitigata una
volta, non dovrebbe più altre volte, o mitigarsi da sè, o lasciarsi
mitigare da altrui?
Ma la teologia che io ho chiamata del sentimento non fu paga
di arrecare alcun lenimento alle orrende torture che le anime
soffrivano in Inferno; essa si ribellò anche al dogma della eternità
incondizionata ed assoluta di quelle torture, e volle che, in certi
casi almeno, le porte dell'Inferno potessero riaprirsi e lasciar
libero il passo a chi le aveva varcate una volta, e che alcun'anima
dannata potesse, per eccezione, esser fatta cittadina del cielo.
Questo suo placito si afferma in numerose leggende. Quella di Trajano
imperatore, liberato dall'Inferno per le insistenti preghiere di San
Gregorio Magno, è cognita a tutti[530], e il curioso si è che San
Gregorio afferma l'eternità e irrevocabilità delle pene infernali.
Egli dice nel l. IV, c. 44 dei suoi _Dialoghi_ esser giusto che non
manchi mai di tormento chi mai non mancò di peccato. Sant'Agostino
racconta come Dinocrate fu liberato dall'Inferno per le preghiere
di sua sorella Perpetua[531]. Santa Viborada liberò nello stesso
modo un fanciullo. Sant'Odilone, abate di Cluny, rese tale servigio
all'anima di Benedetto IX papa, che davvero non lo meritava[532]. Di
un certo Evervach, dannato, a cui Dio permette di tornare al mondo a
farvi espiazione narra Cesario di Heisterbach[533], e son numerose le
leggende in cui tal miracolo si compie per intercessione della Vergine,
o di santi[534]. E c'è di più. Nella Visione del monaco Ansello si
dice che tutti gli anni, nel giorno della Risurrezione, Cristo scende
all'Inferno e libera le anime dei peccatori meno malvagi[535]. Nel
_fableau De saint Pierre et du jougleor_, un giullare, che era stato
lasciato dai diavoli a custodia dei dannati, giuoca questi a dadi con
san Pietro, che vince, e tutti li conduce in Paradiso[536]. In molti
racconti popolari si legge di pessimi uomini, che avendo meritato dieci
volte l'Inferno, riescono, con astuzia o con inganno, a cacciarsi fra i
beati.
La teologia del sentimento, che il più delle volte è la stessa
teologia popolare, ammetteva che le pene potessero essere alleviate
in qualche modo ai dannati; ma la teologia raziocinante, dottrinale,
scolastica, di solito lo negava. San Tommaso d'Aquino, lume di questa
seconda teologia, dimostra a fil di logica che in Inferno non può
esservi mitigazione di pena[537], e San Bonaventura è del medesimo
avviso, sebbene ammetta che Dio punisce i dannati meno di quanto si
converrebbe alle colpe loro. San Bernardo di Chiaravalle si scalmana a
dimostrare che i beati godono dello spettacolo che pongono loro sotto
gli occhi i tormenti dei dannati, e ne godono per quattro ragioni
propriamente: la prima, perchè quei tormenti non toccano a loro; la
seconda, perchè dannati tutti i rei, non potranno più temere malizia
alcuna, nè diabolica, nè umana; la terza, perchè la gloria loro sarà
fatta maggiore dal contrasto; la quarta, perchè ciò che piace a Dio
deve piacere ai giusti[538]. Qualsiasi mitigazione di pena conceduta
ai dannati sarebbe dunque diminuzione di beatitudine agli eletti,
e tale diminuzione tornerebbe in nuovo refrigerio dei dannati,
i quali, per più loro tormento (così si dice), hanno cognizione
di quella beatitudine. La Chiesa non porse mai, gli è vero, una
soluzione dogmatica del dubbio, ma non pregando per i dannati diede
implicitamente ragione a coloro che negano qualsiasi mitigazione.
Come la pensò in proposito Dante? Non è senza importanza il notarlo.
In materia teologica Dante s'attiene, essenzialmente, alle dottrine
dell'Aquinate, e certo non è da aspettarsi che voglia scostarsene
quanto alle pene infernali: ciò nondimeno, anche in questa parte, come
in altre, si può notare nel discepolo alcun dissentimento dal maestro,
e, alle volte, qualche po' di contraddizione con sè stesso.
Molte volte, percorrendo i varii cerchi dell'Inferno, Dante si mostra
preso di pietà profonda alla vista dei tormenti atroci cui soggiacciono
i dannati. Egli è _quasi smarrito_ di pietà quando ode da Virgilio
Nomar le donne antiche e i cavalieri;
vien meno al racconto dei casi di Francesca e di Paolo; lagrima
sull'affanno di Ciacco; ha il cor compunto alla vista del castigo che
travaglia i prodighi ecc.[539] Vero è che quando egli non può _tener
lo viso asciutto_ vedendo lo strazio degli indovini, Virgilio gliene fa
rimprovero e lo ammonisce con le terribili parole:
Qui vive la pietà quando è ben morta[540];
ma lo stesso Virgilio, divenuto tutto smorto in su la proda
Della valle d'abisso dolorosa,
aveva detto al discepolo:
L'angoscia delle genti
Che son quaggiù nel viso mi dipigne
Quella pietà che tu per tema senti[541].
Ma la pietà altrui può essa arrecare qualche beneficio ai dannati? e
può mai aversi in Inferno alcuna interruzione o alcun alleviamento di
pena? Parlando della bufera che travolge i _peccator carnali_, Dante la
chiama
La bufera infernal che mai non resta;
e di quei peccatori dice espressamente:
Nulla speranza li conforta mai
Non che di posa, ma di minor pena;
ma poco più oltre fa dire a Francesca che il vento alcuna volta si
tace[542], e questi riposi del vento non si possono intendere disgiunti
da un certo riposo concesso alle anime dannate. La piova del terzo
cerchio imperversa sempre ad un modo,
Regola e qualità mai non l'è nova;
ma i dannati
Dell'un de' lati fanno all'altro schermo,
e si volgono spesso[543], e riescono in tal modo a trovare un
alleggiamento, sia pur piccolissimo, al loro tormento. Similmente i
dannati del cerchio ottavo, sommersi nella pegola ardente, guizzan
fuori alquanto _ad alleggiar la pena_[544]. Per contro i dannati, o
almeno i diavoli, possono andar soggetti a un accrescimento di doglia
prima ancora del Giudizio universale[545]: dopo il Giudizio, i dannati,
rivestiti dei corpi loro, soggiaceranno a pena maggiore[546].
Dante ammette che i dannati possano avere, in mezzo alla spaventosa
loro miseria, alcuna consolazione. Francesca e Paolo hanno dallo stare
insieme, non accrescimento, ma lenimento di pena. Virgilio invita
il discepolo a chiamarli a sè _per quell'amor che i mena_, ed essi
non sanno resistere all'_affettuoso grido_, e delle lacrime di Dante
si mostrano riconoscenti. I dannati cui non bruttarono colpe vili,
desiderano, come Ciacco, Pier delle Vigne, Brunetto Latini, Guido
Guerra, Tegghiajo Aldobrandi, Jacopo Rusticucci, il conte Ugolino,
che la memoria di loro sia rinfrescata o vendicata nel mondo, e Dante
promette ad alcuno il suo ajuto. Afferma San Tommaso d'Aquino che
l'amore dei congiunti e degli amici non lenisce, ma inacerba i tormenti
dei dannati, i quali se ne sentono indegni. Dante non la pensa proprio
a quel modo. Cavalcante Cavalcanti, tuttochè dannato, ama il figliuolo,
e certo non può essergli grave d'essere amato da lui; Brunetto Latini
senza dubbio si allieta dell'affetto che addimostragli Dante.
Che Dante abbia conosciuta la _Visio Pauli_ è più che probabile[547];
che non l'abbia imitata in quella finzione dell'interrotto castigo è,
credo, da deplorare. Di quella finzione il meraviglioso suo ingegno
avrebbe saputo senza dubbio giovarsi. Con far tacere subitamente le
grida disperate dei dannati, con farle poi ricominciare, giunto il
termine del riposo, più spaventose di prima, egli avrebbe trovata la
via a bellezze poetiche di prim'ordine, degne del poema immortale. San
Tommaso forse fu quegli che non gliel permise.