L'autore di una poesia spagnuola intitolata _La isla de Jauja_, detto
che in quella terra chi lavora riceve dugento bastonate ed è cacciato
in bando, descritte tutte le comodità di cui vi si gode, si volge ai
poveri idalghi, al gran popolo dei miseri:
Animo pues, caballeros,
Animo, pobres hidalgos;
Miserables, buenas nuevas,
Albricias todo cuitado,
Que el que quisiere partirse
A ver este nuovo pasmo,
Diez navìos salen juntos
De la Coruña este año.[476]
Ma poichè i pasciuti hanno sempre confuso gli affamati coi furfanti,
così vediamo il Paese di Cuccagna, sogno degli affamati, diventare
talvolta una terra di riprovazione. Dallo Schlaraffenland descritto da
Hans Sachs sono sbanditi gli uomini morigerati e dabbene: le bugie vi
son tenute in gran conto, e chi più le dice grosse è premiato:
für ein gross lügn gibt man ein kron.[477]
Per contro si vede la finzione del paese di Cuccagna adoperata come
strumento di satira e d'invettiva contro i pasciuti e i gaudenti.
Così nel poemetto inglese citato di sopra, il quale è tutto una satira
contro la grassa e dissoluta vita dei monaci. A volte poi i racconti
non sembrano nascere da altro che dalla voglia di ridere e di sballarle
grosse[478]. Il Novati giustamente distingue dalla immaginazione del
Paese di Cuccagna certe immaginazioni epicuree, quali son quelle che
s'incontrano nel _fableau_ di _Belle Eyse_ e nella descrizione che il
Rabelais fa dell'abbazia di Thélème[479].
Se le finzioni greche, di cui s'è detto di sopra, sono talvolta parodia
dell'età dell'oro o dell'Elisio, la finzione del Paese di Cuccagna non
è, o almeno di rado è, una parodia voluta del Paradiso terrestre. Le
vere parodie di questo bisogna cercarle altrove, nel _Paradis perdu_
del Parny, in un poemetto intitolato _Adam et Eve_ e inserito nel vol.
VI della raccolta _L'Evangile du jour_, pubblicata in Parigi dal 1769
al 1778, ecc.[480]
Finalmente è qui da dir qualche cosa di quelli che si possono chiamare
paradisi artificiali. Non è improbabile che i giardini sospesi di
Babilonia volessero essere una riproduzione del Paradiso assiro[481].
Il più celebre di questi paradisi artificiali fu senza dubbio quello
del famoso Veglio della Montagna, di cui tanto si parlò e si scrisse
nel medio evo[482]. Narrasi in certe tradizioni orientali che Ad,
pronipote di Noè, divisò un meraviglioso giardino, e quello poi disse
essere il Paradiso, e che Sceddad, figliuolo di Ad, costruì una città
chiamata Gennet, cioè Paradiso, la quale sparì dopo l'esterminio
di lui e de' suoi. Di questo Paradiso molti autori musulmani fanno
ricordo. Secondo Scehabeddin, nel _Libro delle perle_, Sceddad,
avendo saputo che nel Paradiso terrestre le colonne erano d'oro e
d'argento, la polvere di muschio e d'ambra, e i sassi gemme, volle
rifare quelle meraviglie, e mandò messi pel mondo, i quali penarono
cent'anni a trovare un luogo acconcio[483]. Altri soggiungono che la
città di Sceddad era costruita nei deserti d'Aden; che le mura de'
suoi edifizii erano d'oro e d'argento, le colonne di smeraldi e di
rubini, e che c'erano voluti trecento anni per erigerla. Ibn Khaldun,
ne' suoi _Prolegomeni storici_, lamenta la credulità degli scrittori
che avevano divulgato quelle favole[484]. Di un orto nel quale s'erano
fatti seppellire Jannes e Mambres, magi di Faraone, con la speranza di
risuscitarvi e vivervi come in un paradiso, si narra nelle _Vite de'
Santi Padri_[485].