La immaginazione del Paradiso terrestre, e le altre consimili, hanno
stretta relazione con quella del Paese di Cuccagna, o come altrimenti
si chiami la terra beata che nelle tradizioni orali e nelle letterature
di buona parte d'Europa ebbe quel nome. Tale relazione non è, come fu
troppo leggermente asserito, quella proprio che passa tra la parodia
e la cosa parodiata; giacchè se la parodia fa capolino talvolta nelle
allegre descrizioni del Paese di Cuccagna, non però si può dire sia
quella che consuetamente ne suscita negli spiriti e ne promuove la
immaginazione. Entrambe le immaginazioni piuttosto traggono l'origine
da un principio medesimo, da uno stesso desiderio e da uno stesso
sogno di felicità, i quali, se variano quanto a certe parvenze e a
certi caratteri, nella sostanza rimangono pur sempre invariati. Il
Paradiso terrestre e la Cuccagna sono due termini diversi, ma non
contraddittorii, a cui riesce lo stesso pensiero, secondo l'affetto che
lo muove, e in conformità della mente entro la quale si muove[450].
Del resto, tra le due immaginazioni non c'è una separazione costante
e sicura, anzi si passa per gradi dall'una all'altra: il Paradiso è
talvolta poco più nobile e poco più spirituale del Paese di Cuccagna,
e talvolta il Paese di Cuccagna, idealizzandosi alquanto, diventa
un Paradiso. Sarebbe forse difficile dire se l'uno o l'altro sia il
luogo di beatitudine promesso da Maometto a' suoi seguaci. I paradisi
delle religioni inferiori sono veri Paesi di Cuccagna, e poco mancò
che tal Paese non diventasse talvolta anche il Paradiso cristiano, sia
terrestre, sia celeste.
I Greci, ch'ebbero la finzione dell'età dell'oro e dei Campi Elisi,
ebbero anche quella di una terra felice, la quale mostra con la
Cuccagna grandissima somiglianza. Tale finzione sembra sia stata assai
popolare ed ebbe talvolta, ma non sempre, carattere e intenzione
di parodia. Ateneo ricorda nel sesto libro de' suoi Δειπνοσοφισταί
sette poeti comici che la introdussero in loro commedie[451].
La città degli uccelli, nella commedia di Aristofane, abbonda di
ricchezze e di letizia. I racconti meravigliosi concernenti l'India e
l'Etiopia indussero taluno a porre in quelle remote regioni la terra
sognata[452], mentre certa comica bizzarria d'umore e certo gusto del
paradossale, non disgiunti talvolta da intenzione satirica, indussero
altri a fare della descrizione di quella terra un tessuto risibile
d'ingegnose fanfaluche e di argute panzane. Con la lepidezza che
gli si appartiene Luciano descrive nella _Vera Istoria_ la città dei
beati, la quale è tutta d'oro, con le porte di cinnamomo, il suolo
d'avorio, i templi di berillo, gli altari d'ametista. Cinge la città
un fiume d'ottimo unguento, largo cento cubiti, profondo cinquanta. Le
terme sono grandi palazzi di cristallo, dove, in luogo di acqua, si
adopera rugiada riscaldata. Quivi non è mai notte, nè dì, ma un lume
mitissimo, quale si ha il mattino, prima del levare del sole; nè altra
stagione vi si conosce che la primavera, nè altro vento che il zeffiro.
Abbondano in quella terra piante bellissime d'ogni qualità e che mai
non cessano di far frutto. Le viti si coprono di grappoli dodici volte
l'anno; le spiche del grano, in luogo di chicchi, recan pani. Intorno
alla città sono trecentosessantacinque fontane d'acqua, altrettante
di miele, cinquecento di varii unguenti, ma più piccole, sette fiumi
di latte, otto di vino. L'Elisio è un campo bellissimo, cinto da una
selva di grandi alberi vitrei, che recan per frutti coppe di varie
forme e grandezze. Chi vuol bere non ha che a spiccarne una, la quale
tosto si colma di vino. Dense nubi assorbono dalle fontane e dal fiume
gli unguenti, e premute da lievi aure, li riversano in rugiada[453].
Altrove Luciano parla di un'isola di formaggio, che sorge in un mare
di latte, coperta di viti che dànno latte[454], e nei _Saturnali_
introduce Saturno a fare una comica descrizione della felicità de'
suoi tempi. In un trattatello, greco in origine, tradotto in latino nel
secolo IV, e intitolato _Expositio totius mundi_, si descrive un paese,
dove un popolo felice, ignaro dei morbi, si ciba di miele e di pani che
cadono dal cielo[455].
La finzione fu certamente nota anche ai Latini, sebbene nella loro
letteratura non si trovi ricordata in modo esplicito. Il valoroso
Terapontigono Platagidoro del _Curculio_ di Plauto, conquistò, fra
molt'altre, anche le terre di Peredia e di Perbibesia.
Nel medio evo la finzione riappare assai per tempo, e acquista di poi
favore grandissimo. La troviamo la prima volta in quel poemetto latino
di _Unibos_, che un chierico franco d'ignoto nome compose nel secolo X.
Il contadino Unibos, di cui si narrano quivi le astuzie e gl'inganni,
dà ad intendere a tre suoi persecutori che in fondo al mare è un
regno felicissimo, e così li induce a precipitarvisi e si libera di
loro[456]. Qui si ha appena un cenno fuggevole del paese felice; ma si
può credere che in alcune almeno delle versioni del racconto, che già
sin da allora dovevano correre tra i volghi d'Europa, si avesse di esso
una descrizione più particolareggiata, e meglio acconcia ad accendere
la fantasia e sollecitare il desiderio di coloro cui si supponeva fatto
l'inganno. Tale sarà stato il caso per taluno almeno dei racconti
orientali da cui probabilmente traggono la prima origine i racconti
largamente diffusi in Occidente[457], e tale è infatti per parecchi
di questi[458]. Nei romanzi persiani è spesso ricordo di un paese di
Sciadukiam, che non è punto diverso dal Paese di Cuccagna[459].
Non si può dire con sicurezza quando appaja da prima questo nome di
Cuccagna[460], nè molto sicura è la sua etimologia[461]. A me basterà
qui di ricordare che un _abbas Cucaniensis_ è già in una poesia
goliardica composta probabilmente fra il 1162 e il 1164[462]; che
Cuccagna fu il nome di un castello ancora in parte esistente presso
Treviso; che tal nome occorre già in documenti del 1142; che un
Warnerius de Cuccagna comparisce in una carta del 1188[463]; e che nel
_Pataffio_ si legge:
Erro, cu cu andra' tu in cuccagna
Dal pero al fico sempre perperando?[464]
Sia qual essere si voglia l'origine del nome, il componimento più
antico, fra quelli sino a noi pervenuti, ove si descriva il paese
indicato per esso, è un _fableau_ del secolo XIII, intitolato _Li
fabliaus de Coquaigne_[465]. L'autore dice d'essere andato per
penitenza al papa, che lo mandò al paese di Cuccagna:
Li pais a à non Coquaigne,
Qui plus i dort, plus i gaaigne.
Le case vi son fatte di pesci, di salsicce e d'altre cose ghiotte. Le
oche grasse si vanno avvolgendo per le vie, arrostendosi da se stesse,
accompagnate dalla bianca agliata, e vi son tavole sempre imbandite
d'ogni vivanda, a cui ognuno può assidersi liberamente, e mangiare di
ciò che meglio gli aggrada, senza mai pagare un quattrino di scotto. Da
bere porge un fiume, il quale è mezzo di vino rosso, e mezzo di vino
bianco. In quella terra il mese è di sei settimane, e vi si celebrano
quattro pasque, e quadruplicate sono l'altre feste principali, mentre
la quaresima viene solo una volta ogni vent'anni. I denari si trovano,
come i sassi, per terra; ma non bisognano, perchè nessuno compra o
vende, e tutto quanto è necessario alla vita si dà per nulla. Le donne
che vi sono altro non chiedono che di fare altrui piacere, e ci è la
fontana di gioventù,
Qui fet rajovenir la gent.
Il poeta, uscitone, non trovò più la via di tornarvi.
Non giova ch'io vada ritessendo la descrizione delle delizie ond'è
pieno, secondo i varii racconti, il Paese di Cuccagna, giacchè se
mutano esse nei particolari, o nell'ordine con cui sono presentate,
rimangon sempre, sostanzialmente, le stesse, e non muta lo spirito di
sensualità, alle volte assai grossolano, che ne suggerisce e ne informa
il concetto. E nemmeno tenterò di rifare la storia della finzione
nel medio evo e nel tempo di poi, o di ricordare ordinatamente i
componimenti cui essa diede materia nelle varie letterature d'Europa,
bastando al proposito mio ch'io noti della finzione alcun elemento
principale, alcun carattere più generale.
Il più delle volte non si dice, e per buone ragioni, dove sia il Paese
di Cuccagna, o la situazione sua s'indica con parole scherzevoli che
non danno senso, come le _drey Meil hinter Weynachten_, di una poesia
di Hans Sachs. Talvolta invece si ha una indicazione geografica più
o meno determinata e precisa. La terra di Bengodi, della quale Maso
narra le meraviglie a Calandrino, terra dove si legano le vigne con le
salsicce, ed hassi _un'oca a denajo e un papero giunta_, è posta nel
paese dei Baschi, ed è lontana da Firenze più di millanta miglia[466].
In un poemetto inglese, composto, come pare, verso la fine del secolo
XIII, o sul principiar del seguente, il paese di Cuccagna è in mezzo
al mare, ad occidente della Spagna[467]. In un codice del Museo Correr
si ha una _Descrittion del Paese di Cuccagna vicino a S. Daniel, città
nel Friuli, Stato della Repubblica veneta_[468]. Finalmente, in un
dramma religioso tedesco lo Schlaraffenland è tra Vienna e Praga[469].
Qui il Paese di Cuccagna s'immagina in luogo assai prossimo a chi
scrive: altrove, per contro, è accennata grande distanza, senz'altre
indicazioni geografiche. Nella _Historia nuova della città di Cucagna,
data in luce da Alessandro da Siena e Bartolamio suo compagno_[470],
si dice che per andare in Cuccagna bisogna viaggiare ventotto mesi
per mare e tre per terra; e _in quodam terrae cantone remoto_ pone
il felice paese Teofilo Folengo[471]. Una poesia tedesca del secolo
XVI lo pone a mano manca del Paradiso terrestre[472], mentre un'altra
vuole si avverta che esso non è nel Paradiso, _dov'era vietato di
mangiare_[473]. A questo proposito è da notare che l'autore del
poemetto inglese testè ricordato giudica il Paese di Cuccagna assai
miglior luogo del Paradiso, ove non c'è altro da mangiare che frutta, e
altro da bere che acqua[474].
Se un desiderio, dirò così, generico di felicità e d'innocenza suscita
nell'anime devote l'immagine delle delizie del Paradiso, un desiderio
più particolare di uscir di stento, di appagare gli appetiti più
animaleschi e più imperiosi suscita l'immagine delle delizie del Paese
di Cuccagna in tutti i miseri, in tutti gli affamati, in tutti coloro
la cui vita è un perpetuo combattimento fatto più aspro e doloroso
dallo spettacolo degli agi e delle lautezze altrui. Per tutti costoro
la Cuccagna è una vera _terra promissionis_, com'ebbe a dirla Geiler
di Keisersberg, da far riscontro alla _terra repromissionis sanctorum_
delle leggende ascetiche, e dove si mangia e si beve e d'ogni buona
cosa si gode senza metter mai fuori un quattrino. Perciò coloro che ne
celebrano le meraviglie spesso si volgono ai poveretti, e li chiamano a
raccolta, e annunzian loro che anche per essi è venuta finalmente l'ora
di scialare; e chi li invita si trova nella stessa lor condizione. In
certo _Capitolo di Cuccagna_ esclama il poeta:
hor andiamoci tutti, o poverelli!
e in certo _Trionfo de' poltroni_: