Fu comune opinione tra coloro (ed erano di gran lunga i più) i quali
ponevano il Paradiso terrestre in questa nostra terra, e lo dicevano
tuttavia esistente, che esso, o non si potesse per nessun modo trovare
dagli uomini, o, se pur si poteva trovare, fosse loro impossibile di
penetrarvi. I Padri sono concordi su questo punto. La impossibilità
di penetrarvi si faceva venire, di solito, dal volere divino, per
decreto del quale il Paradiso terrestre doveva, dopo il peccato,
rimanere inesorabilmente chiuso ai viventi; ma si faceva anche venire
da difficoltà naturali, che non lasciavano via da passare a chi avesse
in animo di recarvisi. Brunetto Latini, ripetendo quanto molti avevano
affermato prima di lui, dice nel _Tresor_: _Et sachiez que après lou
pechiéz dou premier hom, cist leus fu clos à touz autres_[308]. E nel
_Tesoretto_, parlando di Adamo:
Per quel trapassamento
Mantenente fu miso
Fora del Paradiso,
Dov'era ogni diletto,
Senza niuno eccetto
Di freddo o di calore,
D'ira nè di dolore.
E per quello peccato
Lo loco fue vietato
Mai sempre a tutta gente[309]
Che anche Dante avesse il monte del Paradiso in conto d'inaccessibile,
sembra risulti dal racconto che Ulisse fa del suo viaggio (_folle
volo_) nell'oceano[310]. Il Geografo Ravennate s'ingegna di mostrare,
con ogni maniera di buoni argomenti, come non sia possibile agli
uomini penetrare nel Paradiso[311]; e il Mandeville, cui duole di non
averlo potuto visitare, dice, ripetendo ancor egli cose già dette da
altri, che molti tentarono inutilmente di andarvi, e che l'altezza
e l'asprezza dei monti, e le strane fiere che infestano il paese
d'intorno, non lasciano che nessun vi s'accosti. Ne' _Fioretti della
Bibbia_ si legge: «Questa montangnia si dice ch'è sì alta et dura e
aspra fortemente e sì maravigliosa che neuno huomo per sua bontà non vi
potè mai salire, nè là drento intrare, secondo quelli che vi sono stati
nel paese»[312]. Perciò Fazio degli Uberti lo dice _un monte ignoto a
tutta gente_, e Giovanni di Hese lo descrive altissimo, con le pareti
a perpendicolo, a guisa di torre, _ita quod nullus potest esse accessus
ad illum montem_.
Ricordiamoci che per gli antichi gli Elisii erano _reclusum nemus,
discretae piorum sedes, regna impervia vivis_; e che frugando nelle
memorie mitologiche e nelle leggende, molti altri esempii si trovano
di luoghi o vietati, o inaccessibili. Del paese degl'iperborei dice
Pindaro che non vi si può andare nè per terra, nè per acqua. All'isola
dov'era l'Orto dell'Esperidi, serbato agli dei, nessuna nave poteva
approdare[313]; e al monte Kâf degli Arabi non si perviene se non
per arte magica; e all'isola Bulotu, immaginata dagli abitanti di
Tonga, non si approda se non per volontà degli dei. Il Mons Romuleus
(Rocciamelone), ove un re Romolo raccolse ingente quantità di tesori,
è descritto come inaccessibile nel _Chronicon Novaliciense_; e di
una montagna inaccessibile, a poca distanza dalla città di Die, nel
Delfinato, parla uno scrittore francese del secolo XVII[314].
Ma, a dispetto di chi diceva che non ci si poteva andare, e di chi
affermava che nessuno di coloro che avevan corsa felicemente tutta la
via era poi riuscito a penetrarvi, parecchi, in varii tempi, ebbero
desiderio di tentare l'avventurosa impresa; e se di alcuni la leggenda
narra che non fu dato loro di passare il formidabile muro di fuoco
o di diamante, e la ben custodita porta, di altri narra che superato
ogni ostacolo, penetrarono veramente nell'impareggiabil giardino, e
vi fecero alcuna breve o lunga dimora, e ne tornarono per dare altrui
alcun debole ragguaglio delle sue inenarrabili meraviglie. Ricordiamo,
anche a questo proposito, che gli Elisii antichi furono, più di una
volta, penetrati da vivi, e che altri consimili esempii si trovano in
altre mitologie.
Le leggende che ora io mi accingo ad esporre sono assai varie, non solo
per la qualità delle cose che narrano, e pel modo della narrazione,
ma ancora pel diverso spirito che le informa, e la ragione ond'hanno
principio. Alcune hanno carattere spiccatamente ascetico, e pajono
dettate da un indomabile fervore di fede e di desiderio; altre hanno
carattere spiccatamente romanzesco, e pajono dettate, più che da altro
sentimento o pensiero, da quella immaginosa e inquieta curiosità, da
quel vivo amor del meraviglioso che nelle fortunose epopee, nei lunghi
romanzi di avventura, si agitano, ma non si appagano. Molte di esse son
figlie tutte ideali della fantasia; ma parecchie ve n'ha, le quali pur
solvendosi, come l'altre, in un sogno, muovono tuttavia da alcun che
di reale. Nessuno di questi viaggi, per certo, ebbe suo compimento nel
Paradiso terrestre; ma più d'uno fu, anzichè immaginato da narratori,
impreso davvero da pellegrini e da naviganti. Ben s'intende come queste
distinzioni, che io ho accennate, sieno, del resto, assai più agevoli
e sicure in teorica che non in pratica; e se nelle pagine che seguono
io mi studierò di tenere un ordine che ad esse corrisponda, questa
corrispondenza sarà soltanto approssimativa, e quell'ordine avrà tanto
di rigore quanto ne può concedere la natura stessa delle cose, e non
più.
Ecco qua, anzi tutto, una leggenda celebre, la quale è inspirata bensì
da quel fervore di fede e di desiderio che informa l'altre di carattere
più risolutamente ascetico; ma vuol essere pure considerata come una
naturale espansione e prosecuzione _storica_, se così posso esprimermi,
di un tema leggendario anteriore, in quanto viene ad esplicare ed a
compiere, in conformità di certi postulati della coscienza religiosa,
una storia mitica non compiuta e non chiusa. Intendo dire la leggenda
di Seth, mandato dal padre infermo, e già vicino a morte, al Paradiso
terrestre per procacciare l'olio della misericordia. Questa leggenda
ebbe a congiungersi poi con quella del legno della croce, e delle due
se ne formò una assai complessa, la quale nel medio evo più tardo, a
partire dal XII secolo, ebbe così gran diffusione che nessun'altra
ebbe l'eguale. Tale leggenda ci pervenne in narrazioni di tutte le
lingue parlate da popoli cristiani, conservata in libri d'ogni titolo
e qualità, distribuita in numerose versioni, le quali furono dottamente
paragonate fra loro e raccolte in gruppi e categorie. Nella esposizione
che segue io dovrò attenermi a pochi racconti principali, e rimandare
il lettore desideroso di più minuti particolari alle ottime monografie
cui essi diedero argomento[315].
La prima memoria, sino a noi pervenuta, di un'andata di Seth al
Paradiso terrestre, si ha probabilmente in quell'Apocalissi greca da me
più volte ricordata nel capitolo precedente, e, senza giusta ragione,
intitolata Apocalissi di Mosè. Quivi si logge che Adamo, giunto all'età
di 930 anni, e infermo, mandò Eva e Seth al Paradiso terrestre, per
ottenere, a sollievo delle sue sofferenze, l'olio di misericordia[316].
Cammin facendo, Seth è morso dal serpente. Giungono alla porta del
Paradiso, ma non ne varcan la soglia; l'arcangelo Michele dice loro
che non avranno, per ora, quanto desiderano, e li fa tornare addietro,
annunziando che in capo di tre dì Adamo si morrà. Nella Vita latina,
pure ricordata nel precedente capitolo, si ha, con lievi differenze,
lo stesso racconto: Michele dice ai due pellegrini che l'olio di
misericordia non sarà conceduto se non passati 5500 anni; che allora
Cristo, figliuol di Dio, scenderà in terra, si farà battezzare nel
Giordano, risusciterà Adamo e gli altri morti, e a tutti i credenti in
lui largirà l'olio tanto desiderato. Così li accommiata, annunziando
che ad Adamo non rimangono se non sei giorni di vita. Si può tener per
certo ch'entrambi questi racconti derivino da una fonte più antica,
rimasta sinora sconosciuta[317].
Il racconto della Vita passa nell'Evangelo di Nicodemo, con questa
sola diversità di rilievo, che di Eva più non si parla, e Seth compie
solo il viaggio, e solo ascolta le rivelazioni dell'angelo[318].
Da indi in poi Eva rimane esclusa dalla leggenda, la quale, come ho
detto, si lega all'altra del legno della croce, e fa corpo con essa.
Questo congiungimento si può dire che fosse inevitabile, provocato,
e in certa maniera imposto, da quel vivo e tenace desiderio cui ho
più volte accennato, di raccostare alla caduta la redenzione, di
contessere, per così dire, in un'unica trama i fatti dell'una e i
fatti dell'altra. Leggende intorno al legno onde fu formata la croce,
strumento di redenzione, dovettero sorgere assai per tempo, ed era
naturale che alcune, se non tutte, facessero venire quel legno dallo
stesso giardino ov'era stato commesso il peccato, e dallo stesso albero
che aveva dato esca al peccato. Di più leggende simili, che poi furono
sopraffatte da una finzione più rigogliosa, e che meglio appagava
il sentimento e la fantasia dei credenti, è rimasta i memoria. «Una
tradizione greca narra senza più che un ramo dell'albero nel cui frutto
peccò Adamo, fu trasportato a Gerusalemme; e ne sorse un grand'albero,
donde fu fatta la croce. Altri dicono che Adamo stesso portò seco
dal paradiso un frutto o un rampollo dell'albero. Secondo una terza
versione Dio dopo il peccato svelse l'albero e lo gittò di là dal muro
del paradiso. Mille anni più tardi Abramo lo trovò e lo piantò nel suo
giardino. Un angelo (o Dio stesso) gli annuncia che su di esso Dio
(egli) verrà crocifisso[319]». O prima o poi, una di tali leggende
doveva incontrarsi con la leggenda di Seth, e mescendosi con essa,
dare origine a una tradizione nuova, secondo la quale l'albero onde fu
fatta la croce sarebbe venuto da un virgulto, o da semi che Seth stesso
riportò dal Paradiso. E in questa forma la leggenda trionfò.
Non può essere còmpito mio tener dietro alle troppe versioni in cui
essa ebbe a spartirsi, e al moto de' suoi varii elementi, i quali
senza posa si accozzano insieme, si disgiungono, trapassano da luogo
a luogo e gli uni agli altri sottentrano, come fanno i pezzetti di
vetro multicolore nelle mutabili figure del caleidoscopio. Io mi
contenterò di dar qui la sostanza di un racconto latino, il quale è
certamente anteriore alla fine del secolo XIII, e in cui la leggenda
appare in tutta la sua pienezza. Questa, nella forma che in esso
consegue, «ottenne straordinario favore, e si diffuse per tutta
Europa, dall'Irlanda e dalla Svezia alla Spagna, dalla Cornovaglia alla
Grecia», dando luogo a traduzioni e rimaneggiamenti innumerevoli[320].
Adamo ha vissuto 932 anni nella valle d'Ebron, nella terra d'esilio.
Egli è stanco di estirpare i rovi dal suolo, stanco del male e dei
mali che vede crescer nel mondo, fra la sua posterità, stanco di
vivere. Chiama a sè il figliuolo Seth, e lo manda al cherubino che
con la spada fiammeggiante sta a custodia dell'albero della vita, per
avere da lui certezza dell'olio della misericordia che Dio promise
al peccatore il giorno stesso in cui fu commesso il peccato. Va,
dic'egli al figliuolo: tu conoscerai il cammino dalle impronte che
noi vi lasciammo, tua madre ed io, venendo in questa valle, e sulle
quali non è più cresciuta l'erba. Seth s'avvia, giunge alla porta del
Paradiso. Il cherubino saputa la ragione del suo venire, lo invita a
mettere il capo dentro alla porta, e a gettar gli occhi sul giardino:
tre volte pronunzia l'invito ed altrettante Seth vi si conforma. La
prima volta questi contempla la vaghezza del Paradiso, vede le piante
e i fiori, il fonte lucidissimo da cui nascono i quattro fiumi, e
sopra esso un'arbore ramosa, ma nuda di frondi e di corteccia. La
seconda, scorge un gran serpente avvolto al tronco della pianta. La
terza, vede l'arbore elevata sino al cielo, e sulla cima un bambino
appena nato, e, da basso, le radici, penetrate sin nello inferno, ove
gli si scopre l'anima di suo fratello Abele. L'angelo spiega a Seth la
visione, gli annunzia la venuta del Redentore, e, nell'accommiatarlo,
gli porge tre granella del pomo fatale onde mangiarono i suoi genitori,
ingiungendogli di porli sotto la lingua di Adamo, quando, di là a tre
dì, questi sia morto. Seth se ne torna, e Adamo, udite da lui le parole
dell'angelo, ride per la prima volta in sua vita (deve intendersi
dopo il peccato), e muore. Seth gli pone sotto la lingua i tre semi,
e sotterra il padre nella valle d'Ebron, e dai tre semi nascono tre
virgulti, di cedro il primo, di cipresso il secondo, di pino il terzo,
i quali così si rimangono, senza mai crescere oltre l'altezza di un
cubito, e senza mai perdere il verde, sino al tempo di Mosè. Questi,
giunto col suo popolo, dopo l'uscita dall'Egitto, nella valle d'Ebron,
conosce essere nelle tre verghe alcun che di miracoloso, le toglie
di terra, sana con esse coloro che erano morsi dai serpenti, e con
esse fa scaturire l'acqua dal sasso; poi, conscio della morte vicina,
le ripianta alle radici del monte Tabor, o dell'Oreb, ed entrato,
ivi presso, in una fossa, rende l'anima a Dio. Mille anni stanno le
verghe in quel luogo, sino a che Davide, per avvertimento del cielo,
le viene a levare, e le porta in Gerusalemme, dove, poste in una
cisterna, metton radice, e si uniscono in un'unica pianta, cui Davide,
per trent'anni di seguito, cinge, ogni anno, di un cerchio d'argento.
Davide sa già, per rivelazione divina, che della pianta si farà la
croce, per la cui virtù cancellerassi il peccato. E la pianta cresce
lo spazio di trent'anni; e sotto di essa piange Davide i suoi peccati,
e sotto di essa compone il salterio; poi muore. Salomone gli succede,
e dà opera a compiere il Tempio. Un giorno gli artefici, abbisognando
di una trave, recidono l'albero miracoloso; ma poi, per quanto si
argomentino, non riescono ad adattare il legno ov'era bisogno, e
Salomone, chiamato a veder tal miracolo, ordina che il legno sia posto
nel Tempio, e da tutti onorato. Una donna per nome Massimilla vi si
pone sopra a sedere, e incontanente le sue vesti prendono fuoco, ed
ella grida: Signore mio, e Dio mio Gesù; udite le quali parole, gli
Ebrei, come bestemmiatrice, la trascinano fuori della città, e la
lapidano, facendo di lei la prima martire; poi tolgono la trave dal
Tempio, e la gettano nella probatica piscina che, per nuovo miracolo,
acquista virtù di sanare gl'infermi. Sdegnati, gli Ebrei tolgon la
trave dalla piscina, e la gettano, a mo' di ponte, sul Siloe, perchè
sia calcata dai piedi dei passanti. Viene a Gerusalemme la regina di
Saba, e ricusa di passare sulla trave, sapendo a che sia serbata, e
profetizza il Messia. Venuto il tempo della passione, gli artefici
fanno con essa la croce su cui è confitto Cristo.
Ho detto che non intendo tener dietro alle numerose versioni della
leggenda; solo ricorderò che in una di esse i viaggi di Seth al
Paradiso son due; e che talvolta l'angelo dà a costui, non già le
tre granella, come nel racconto testè riferito, ma un ramoscello
dell'albero della scienza, e che da quel ramoscello pende ancora, in
uno o due casi, parte del frutto morso da Eva.
Il viaggio che nei precedenti racconti si narra di Seth, Gotofredo
da Viterbo narra di Jonito (o Jonico) figliuolo di Noè[321]. Jonito,
udita dal padre la descrizione delle meraviglie del Paradiso, chiede
a Dio in grazia di poterle contemplare con gli occhi suoi proprii, e
ottenuto il suo desiderio, ne riporta tre virgulti, di abete, di palma
e di cipresso, i quali piantati da lui separatamente, si congiungono
in un'arbore sola, che ha tre colori, e le foglie di tre maniere, a
simboleggiare la Trinità. Seguono le fortune del legno (le quali in
parte solo concordano con quelle narrate nel racconto precedente)
finchè di esso si fa la croce. Gotofredo cita un Atanasio, il quale è
probabilmente immaginato da lui, come da lui probabilmente è immaginato
il rapimento di Jonito al Paradiso, giacchè della leggenda, in questa
forma, non si trova altro vestigio. Bensì è narrato altrove che un
figliuolo di Noè, per nome Jerico, desideroso di vedere la tomba di
Adamo si recò nella valle d'Ebron, e trovati i tre virgulti, li svelse,
poi li ripiantò, come narra il cronista[322].
Ma prima di passar oltre, fermiamoci a fare qualche considerazione
non oziosa sovra un punto della leggenda di Seth e del legno della
croce. Seth vede da prima l'albero del peccato, vedovo di fronde e
spoglio della sua corteccia, e io ho già avvertito nel capitolo II che
quell'albero è descritto assai volte come un albero secco. Ora, di un
Albero Secco, posto, di solito, nel remoto Oriente, e per più ragioni
mirabile, è frequente ricordo in iscritture del medio evo. Varian
molto le descrizioni che se ne fanno; ma io non dubito che, in alcuni
casi almeno, esso non sia da identificare con la pianta disseccata del
Paradiso, dalla quale, del resto, un poemetto latino, composto circa
il 1300, lo fa derivare. Secondo alcune leggende riguardanti la fine
del mondo, l'ultimo imperatore appenderà la corona ai rami dell'Albero
Secco, o alla croce[323].
Seth vede poi la pianta mirabilmente ingrandita, e fatta simile ad uno
di quegli alberi cosmogonici che in altre mitologie comprendono fra le
radici la terra, e, tra i rami e le foglie, il cielo, quali lo skambha
vedico, l'ilpa buddistico, l'irminsul e l'yggdrasil della mitologia
germanica. Anche la croce fu considerata come un albero, la quale
recò ottimo frutto, e talvolta a dirittura come un albero cosmogonico.
Venanzio Fortunato così la saluta in un suo inno:
Arbor decora et fulgida,
Ornata regis purpura,
Electa digno stipite
Tam sancta membra tangere;
e in un altro inno ecclesiastico si legge:
Crux fidelis inter omnes
Arbor una nobilis:
Nulla silva talem profert
Fronde, flore, germine.
Come un albero di dolcissimo e vital frutto, e tutto fragrante di
fiori, è invocata spesso la croce nelle laudi[324], e come albero di
vita in un canto latino del sec. XIV:
Salve, Christi crux praeclara,
Arbor astris pulchrior,
Facta reis ex amara
Mellis stilla dulcior;
Vitae nobis viam para.
Dux effeta gratior.
L'albero della croce diventa una pianta meravigliosa, come si può
vedere nell'opuscolo di San Bonaventura intitolato _Lignum vitae_, ove
si leggono questi due versi:
O crux, frutex salvificus, viva fonte rigatus,
Cujus flos aromaticus, fructus desideratus.
Ma già in un _Hymnus de Pascha_, attribuito a San Cipriano, la croce
è diventata una specie di albero cosmico, che s'innalza sino al cielo
e dalle cui radici scaturisce una mirabil fonte. I frutti di quello
dànno la vita eterna; l'acqua di questa lavano d'ogni macchia. Tutta
l'umanità trae all'albero meraviglioso. Gerolamo Vida, in un carme _In
Jhesu Christi crucem_, esclama:
Nunc prope numen habes, sancta et venerabilis arbor,
Coelo mixta comas caput inter sidera condis.
Il legno della croce fu fatto derivare di solito dall'albero della
scienza del bene e del male, ma talvolta ancora dall'albero della vita,
o da un altro albero paradisiaco, detto della salute[325]. Secondo una
leggenda siriaca la croce fu fatta del legno di un albero che da indi
in poi non cessò più di tremare, la tremula. Abbiam veduto come tre
virgulti di specie diversa, ma tutti derivati dal medesimo albero, si
ricongiungessero insieme per formar di nuovo un albero solo. Stando
ad altre immaginazioni, la croce fu veramente formata di quattro
legni differenti, palma, cedro, cipresso, olivo; oppure di tre, cedro,
cipresso, pino; palma, cipresso, abete. Il numero di tre simboleggiava
la Trinità[326]. Ricorderò da ultimo che, secondo i musulmani, la legge
da Mosè recata agli Ebrei era scritta su tavole formate del legno di
un albero Sedr, ch'è nel settimo cielo, e che secondo Mosè Bar-Cefa, la
lancia con cui fu ferito Cristo era quella stessa del cherubino posto a
custodia del Paradiso.
Io qui non parlo di coloro che videro il Paradiso terrestre solamente
in ispirito, come suole accadere nelle Visioni; ma di coloro che
v'andarono in carne ed ossa; e perciò solò in passando fo cenno della
questione agitata per sapere se San Paolo fosse stato rapito in cielo,
o nel Paradiso terrestre, o in entrambi. La questione non era ancor
risoluta a' tempi di Torquato Tasso, il quale nelle _Sette giornate_
chiedeva:
È ver che 'l terzo cielo, ove fu ratto
Già Paolo col pensier levato a volo,
Sia terren paradiso?[327]
Nella leggenda che or segue noi abbiamo la favolosa istoria di alcuni
pellegrini che non muovono propriamente alla ricerca del Paradiso, ma,
dopo molte avventure, giungono in luogo prossimo ad esso, e di là se
ne tornano indietro. È questa la leggenda, greca di origine, e certo
assai antica, dei tre santi monaci Teofilo, Sergio ed Igino, nella
quale noi cominciamo a far conoscenza con quei monaci irrequieti ed
audaci, che spinti, non meno da curiosità venturiera, che da certo
fervor religioso, disertano i chiostri e si dànno a correr le terre ed
i mari attraverso a mille casi e mille pericoli[328]. Essa si lega al
nome di San Macario Romano, santo misterioso ed oscuro, il quale non si
sa in che tempo sia vissuto, e da taluno si dubita che in niun tempo, e
ch'egli sia, come tant'altri, un santo mitico.
Tre monaci di un convento di Mesopotamia, posto tra l'Eufrate ed il
Tigri, Teofilo, Sergio ed Igino, sedevano un giorno sulla riva di
quel primo fiume, e ragionavano devotamente tra loro della umana vita
e delle molte tribolazioni che affliggono i servi di Dio. A Teofilo
vien nell'animo un desiderio, e lo palesa ai compagni: Io vorrei, egli
dice, camminare tutto il tempo della mia vita, e giungere colà ove il
cielo tocca la terra. I compagni s'accendono del medesimo desiderio,
e nato del desiderio il proposito, tutti e tre, quella stessa notte,
si partono dal monastero. In capo di diciasette giorni giungono a
Gerusalemme, ove adorano il Sepolcro; dopo cinquanta, passano il Tigri
ed entrano in Persia; scorsi quattro mesi, entrano nell'India. Quivi
cadono in man degli Etiopi, e soffrono molti maltrattamenti; poi,
cacciati dagli Etiopi, rimangono ottanta dì senza prendere cibo alcuno.
Andando sempre verso Oriente, attraversano le terre dei Cananei,
altrimenti (così il testo) detti Cinocefali; quelle dei Pichiti, alti
un cubito; una regione montuosa ed orrenda, tutta popolata di draghi,
di aspidi, di basilischi, e altri animali velenosi; un'altra regione,
tutta sparsa di rupi asperrime; una gran pianura, ove pascolano
mandrie di elefanti; un'altra, ingombra di dense tenebre, e giungono
a un'abside eretta da Alessandro Magno quando inseguì Dario. Vivono la
più parte del tempo miracolosamente, senza cibarsi, e, proseguendo il
viaggio, trovano un lago pieno di anime dannate; un gigante incatenato
fra due monti; una donna avviluppata da un dragone; un bosco di grandi
alberi, su cui anime in forma di uccelli chiedono ad alta voce perdono
dei loro peccati. Succede a questi orribili e strani luoghi un luogo
bellissimo, custodito da quattro vecchi, i quali hanno corone d'oro
in capo ed auree palme tra mani; poi viene una regione tutta piena di
canti e di odori soavissimi, ove brilla una chiesa di varii colori,
d'incomparabil bellezza, e che par fatta tutta di cristallo. Intorno
ad essa sono uomini santi, di venerabile aspetto, che cantano, e
dall'altare scaturisce un fonte, che sembra di latte. Dopo avere
incontrato un altro popolo di pigmei, i tre pellegrini giungono alla
spelonca ove da lunghissimo tempo San Macario mena vita anacoretica, a
sole venti miglia di distanza dal Paradiso terrestre, e il santo dice
loro che non si può passare più oltre, e che il Paradiso è vietato a
tutti i mortali. Udita da lui la sua storia, i monaci riprendono la
via per cui sono venuti, scortati sino all'abside di Alessandro da due
leoni, compagni amorevoli e consueti del santo.
In questo racconto noi abbiamo un evidente influsso delle storie
favolose di Alessandro Magno, comprovato da quel ricordo dell'abside
da costui edificata. Leggonsi appunto in esse alcune delle meraviglie
incontrate da' monaci, e altre molte per giunta, delle quali è
frequente ricordo in iscritture del medio evo, e che veggonsi
pure raffigurate in parecchie mappe[329]. Non intendo discorrere
partitamente di tutte quelle che nella leggenda ascetica si trovano, ma
di taluna mi pare opportuno dir qualche cosa.
Di una specie di regione infernale posta in prossimità del Paradiso
terrestre abbiamo già trovato altri ricordi, molto meno antichi di
quello che hassi nella nostra leggenda [330]. Della regione tenebrosa,
per contro, abbiamo ricordi e più recenti e più antichi. Una regione
così fatta descrivesi nelle dottrine cosmografiche dell'India. Di là
dal fiume oceano si distende, a occidente della terra, secondo Omero ed
Esiodo, il tenebroso paese dei Cimmerii[331]; più tardi esso fu posto
a settentrione, intorno ai monti Rifei. Alessandro Magno si spinse un
tratto in una regione coperta di tenebre, la quale chiudeva in sè il
paese dei beati[332]; e di terre ov'è notte perpetua fanno parola Marco
Polo, il Mandeville e altri.
Le anime peccatrici, che i tre monaci trovano in sembianza di uccelli
appajono molto frequentemente in leggende ascetiche del medio evo,
quando come anime dannate, quando come purganti; al qual proposito
è da ricordare che nel simbolismo cristiano l'anima è consuetamente
rappresentata sotto forma di uccello, e che in una delle saghe
della _Saemundar Edda_, intitolata _Solar-liodh_, è ricordo di
anime in forma di uccelli neri[333]. In una leggenda riferita da San
Bonifazio, anime purganti, simili nell'aspetto ad uccelli neri, volano
intorno a un pozzo, da cui prorompono fiamme ardenti, e nel pozzo si
sprofondano[334].
Seth potè solamente sporgere il capo dalla porta del Paradiso
terrestre, e i tre monaci Teofilo, Sergio ed Igino dovettero fermarsi
a venti miglia di distanza da esso. Altri furono più fortunati. Ecco
qua la leggenda di tre altri monaci, la quale fa degno riscontro alla
precedente, sebbene sia da essa molto diversa[335].
Sulle rive del Gihon è un monistero abitato da uomini di santa vita.
Tre di questi, lavandosi un giorno nel fiume, veggono venir giù,
portato dalla corrente, un ramo meraviglioso: «l'una foglia pareva
d'oro battuto, l'altra pareva d'ariento, l'altra pareva d'azzurro
fino, l'altra vermiglia, l'altra era bianca, e così era isvariato
d'ogni colore». Il ramo recava, per giunta, frutti _molto dilettevoli_
a mangiare. Lo traggono fuori dell'acqua, e mentre lo contemplano,
pieni di ammirazione e di alleggrezza, senton nascersi in cuore un
desiderio smodato d'andarne sin là, all'incantato paese d'onde quel
ramo è venuto. E subito, accordatisi in un comune proposito, senza dir
nulla a persona, si partono dal convento, e camminando lungo la ripa
del fiume, ch'è uno dei quattro del Paradiso, si pongono in viaggio.
Giungono, dopo lunga peregrinazione, alla famosa porta custodita
dall'angelo, e domandato e ottenuto di varcarne la soglia, s'aggirano
fra l'ombre e le delizie del giardino immortale, mangiano di quelle
frutta soavissime, bevono di quell'acque miracolose che rinnovano la
giovinezza, e ragionano co' due vecchiardi Enoch ed Elia delle cose
del cielo. Credono d'essere stati nel beato luogo tre giorni, e vi sono
rimasti tre secoli. Tornati al convento, che ancora sussiste, ma dove
già dieci generazioni di monaci si son succedute, eglino, con l'ajuto
de' vecchi libri memoriali, mostrano e provano la lor condizione, e
narrata la storia mirabile del loro viaggio, in capo di quaranta giorni
improvvisamente si dissolvono in cenere, e ascendono alla gloria eterna
del cielo.
Questa leggenda sembra sia nata in Italia: io non so che si trovi in
altri linguaggi volgari, e nemmeno mi è noto un testo latino da cui le
redazioni italiane possano essere derivate. Ed è leggenda schiettamente
ascetica. Le descrizioni che delle meraviglie del Paradiso vi si
leggono sono come penetrate di un'aura di estasi, partecipano del
sogno. Il narratore non trova nel linguaggio degli uomini parole
acconce ad esprimere la novità e la bellezza degli spettacoli che si
offrono agli sguardi attoniti dei tre pellegrini, a significare lo
smarrimento di dolcezza onde sono prese le anime loro; e quando vuol
fare intendere altrui, in qualche modo, la virtù rapitrice che muove
da un canto non più udito, dice che ogni anima umana vi si sarebbe
addormentata, o avrebbe perduto ogni memoria e cognizione di sè[336].
Nella leggenda sono due cose che voglio notare: quel ramo meraviglioso
da cui i tre monaci sono allettati al viaggio, e l'error loro quando,
essendo dimorati nel Paradiso trecent'anni (settecento, in altre
redazioni), stimano esservi rimasti solamente tre dì (altrove, sette).
Giovanni de' Marignolli dice che foglie e frutti degli alberi del
Paradiso si trovano sovente nei fiumi che da questo derivano. Secondo
una tradizione riferita da Mosè Maimonide, Seth riportò dal Paradiso
parecchi alberi, tra' quali uno che aveva le foglie e i rami d'oro;
e secondo i musulmani l'albero della vita aveva il tronco simile a
dell'oro, i rami come argento, le foglie come smeraldi.
Di quell'alterazione nel corso del tempo, o nel giudizio della sua
durata, c'è da dire qualche cosa di più. Essa si produce in numerose
leggende, la più celebre delle quali è la tedesca del monaco Felice,
non più antica, sembra, del secolo XIV[337]. Era costui un monaco
cistercense, di ottima indole, di saldissima fede e d'irreprensibili
costumi, il quale, leggendo un giorno come la letizia del Paradiso
celeste sia eterna, e senza mescolanza alcuna di dolore, cominciò, per
la prima volta in sua vita, a entrare in un dubbio, e a disputar seco
stesso per che modo possa ciò essere. E il modo gli fece intendere
Iddio con un miracolo. Venne dal cielo un augelletto più candido che la
neve, il quale si mise a cantare con sì nuova e meravigliosa dolcezza,
che il monaco si credette un tratto rapito in Paradiso, e, voglioso
di averlo tra mani, si mosse per prenderlo; ma l'augelletto aperse
l'ali e sparì. Felice, rimasto pieno di desiderio e di rammarico, ode
una campana sonar mattutino, si ricorda del suo convento, e torna
addietro. Ma il portinajo non lo riconosce, e non lo vuol lasciare
entrare, e gli dà dell'ubbriaco e del pazzo quando gli ode narrare
la storiella dell'augelletto bianco che rapiva l'anima col suo canto.
Sopraggiungono gli altri frati con l'abate; ma nessuno riconosce colui
che afferma d'aver dimorato quarant'anni nel chiostro. Finalmente il
più vecchio della famiglia, il quale v'era stato già ben cento anni,
e giacevasi allora infermo, si ricorda che nel tempo in cui egli era
novizio, un dei fratelli, per nome Felice, era sparito un giorno di
primavera, e non se n'era mai più avuta novella. L'abate fa portare il
libro in cui da trecent'anni si registravano le morti dei monaci, e
si trova che Felice, il quale credeva d'essere stato assente un'ora,
era stato assente un secolo. In altre versioni della leggenda il
monaco chiede in grazia a Dio un piccolo saggio della beatitudine del
Paradiso, o è travagliato da un dubbio, come mai possa un secolo non
parere a Dio maggior di un istante[338]; ma in tutte è quell'error di
giudizio circa la durata del tempo; e tale errore si ripete in alcune
leggende paradisiache delle quali dirò or ora, e in altre pure, di
vario argomento. Narra il Joinville che un principe dei Tartari fu
assente tre mesi, e quando tornò credeva l'assenza sua esser durata
non più di una sera, ed ebbe nel frattempo una visione, o fu rapito
in Paradiso[339]. L'eroe di una leggenda celtica, Oisin, crede di
passare in compagnia di una bella fanciulla alcuni giorni solamente,
e sono, in realtà, più di trecento anni. Nel racconto di Roberto di
Boron, Giuseppe d'Arimatea, sostentato dalla vista del Graal, passa
quarant'anni in carcere senz'avvedersene. Secondo Giovanni di Hese,
tre giorni passati in quell'isola dilettosa ch'egli chiama Radice del
Paradiso, non sembrano durare più di tre ore[340].
Alla leggenda italiana dei tre monaci credo di dover far seguire la
leggenda del giovane principe; sia perchè italiana, come pare, ancor
essa di origine; sia perchè presenta con quella dei tre monaci, molta
somiglianza nello scioglimento e parecchia nello spirito di che è
penetrata. Benchè italiana, essa si legge in latino e in tedesco, nè
so che ve ne sia traccia in libri italiani, stampati o manoscritti.
La narra, o si vuol che la narri, Eberardo, vescovo di Bamberg, il
quale afferma d'averla udita in Italia, dall'abate di un monastero di
cluniacensi, posto nelle Alpi. Di vescovi di Bamberg, con quel nome, ce
ne furono due, l'uno morto nel 1041, l'altro nel 1172; ma è probabile
che il nostro sia il meno antico. Ecco, ad ogni modo, compendiato, il
suo poetico racconto[341].
Il figliuolo di un principe si ammoglia, e invita alle nozze il
suo angelo custode. Giunto il vespro del giorno solenne, egli, che
religiosissimo è, monta a cavallo, e si reca a pregare a certa chiesa,
che sorge su un monte. Al ritorno incontra un vecchio di venerabile
aspetto, vestito di candidi panni, circonfuso di luce, e seduto sopra
un mulo tutto candido anch'esso. Compreso di affettuosa reverenza, il
giovane prega lo sconosciuto di volere assistere alle sue nozze, e
menatolo al castello, quivi il fa signore d'ogni cosa. Si celebrano
le nozze pomposamente, e tre giorni dura il banchettare, senza che
mai le provvigioni per quanto si profondano, vengano meno. L'ospite
finalmente chiede licenza, e da tutti ringraziato e desiderato, si
parte, accompagnandolo il giovane sposo per un tratto di via. Giungono
al luogo ove si sono incontrati la prima volta. Il giovane vorrebbe,
tanto amore gli ha posto, abbandonare e la sposa e la patria, e andarne
con esso lui; ma quegli il dissuade dicendo: Non ora: fra tre dì, se tu
vuoi, potrai venirne alla mia stanza. Questo sentiero vi conduce, e qui
troverai tu questa mia cavalcatura, la quale ti porterà ove tu brami
di essere. Ciò detto si parte. Venuto il giorno segnato, il giovane si
accommiata dalla sposa, annunziandole che in breve sarà di ritorno,
si mette in via, accompagnato da' suoi cavalieri, giunge al luogo
stabilito, trova il mulo, e licenziati i compagni, monta su di quello
e segue suo viaggio. Passa una gola tetra ed angusta, e riesce in una
campagna di meravigliosa bellezza, piena di ogni maniera di alberi,
dipinta di odorosissimi fiori, rallegrata dal canto d'infiniti uccelli.
Percorre quattro stazioni, ove sono tabernacoli constellati di pietre
preziose, addobbati di seta e di porpora, adorni di tanta ricchezza e
splendore che nulla di simile può raffigurare la fantasia. Ciascuna
stazione ha numerosi abitatori, vestiti sfarzosamente, raggianti di
luce, i quali accolgono con gaudio e con onore il pellegrino. Nella
quarta questi trova l'ospite suo, non più solo, ma circondato da
molti compagni, tutti vestiti di bianco, tutti fregiati di corone, e
più luminosi che il sole. Le accoglienze sono, quanto mai si possa
dire, affettuose e magnifiche; il luogo pieno di tanta gloria e di
tanta letizia che nessuna parola può darne una immagine. Il giovane
vi dimora trecento anni e stima esservi stato tre ore. Indarno la
sposa, i congiunti, i cavalieri, i servi, pieni di ansietà e di dolore,
aspettano ch'egli torni. Il padre e la madre di lui vanno ad abitare
nel luogo ov'egli s'accommiatò dai seguaci, mutano il castello in
un chiostro, in una chiesa il palazzo. Volano gli anni: muojono i
genitori, muore la sposa, muojono l'uno dopo l'altro tutti i soggetti;
le generazioni succedono alle generazioni, ininterrottamente. Scorsi
trecent'anni, il giovane, il quale ha serbata incolume intanto la sua
giovinezza, chiede licenza e l'ottiene; ma tornato nella sua terra,
trova ogni cosa mutata, e nuove genti, che nè lui conoscono, nè sono
da lui conosciute. Gli appare il castello mutato in chiostro; gli appar
la chiesa eminente e magnifica, guernita di torri, dalle quali scoppia
un clamor di campane che fa tremare i monti circostanti, e sulla cui
sommità sventola, in luogo del vessillo con l'aquila, il vessillo con
la croce. Il giovane si dà a conoscere al portinajo del convento. Ecco
l'abate, ecco i monaci tutti trasecolati di meraviglia; ecco accorrere
d'ogni intorno il popolo tratto al grido di così nuovo prodigio.
Il principe narra la sua storia, la quale è messa per iscritto; poi
l'abate ordina un sontuoso banchetto, raccoglie buon numero d'invitati;
ma il principe, come appena ha assaggiato il pan degli uomini,
improvvisamente appar vecchio di decrepita, non più veduta vecchiezza.
Lo portano in chiesa, e quivi egli, ricevuti i sacramenti, si muore. Il
corpo suo, dopo funerali pomposi, è deposto in quello stesso sepolcro
ove da secoli già dorme la sposa.
Questa è leggenda risolutamente ascetica, e tale ancora è la leggenda
del cavaliere irlandese Owen, che nel 1153, secondo narra Enrico di
Saltrey, visitò in carne ed ossa i luoghi di punizione e il Paradiso
terrestre, non peregrinando per lunga distesa di terre e di mari, ma
scendendo in quel misterioso Pozzo di San Patrizio della cui fama fu
pieno per molti secoli il mondo. Vedremo in seguito che anche altri
prese, per giungere al Paradiso, quella medesima strada, non certo più
comoda, ma molto più breve[342].
Il cavaliere Owen[343], dopo una vita di dissipazione e di peccato,
fu preso da pentimento, e cercò modo di scontare, mentr'era ancor
vivo la pena che troppo temeva di dover pagare dopo la morte. A tal
fine si fece introdurre nella cava di San Patrizio, la quale dava
adito ai regni dei morti, e cominciò il meraviglioso suo viaggio,
del quale fece poi, ritornato nel mondo dei vivi, il racconto.
Attraversò da prima varii luoghi di punizione, e vide i castighi a
cui erano assoggettate le anime, e n'ebbe la parte che gli toccava,
insidiato e deriso per giunta dai diavoli che di quei castighi eran
ministri. Giunse ad un ponte periglioso (il solito ponte delle leggende
infernali), e passatolo, si trovò in una gioconda campagna, dinanzi
ad un muro altissimo e meraviglioso, e ad una porta tutta contesta di
metalli preziosi e di gemme. La quale apertasi, ecco venire incontro
al pellegrino una gloriosa processione di santi, e fargli lieta
accoglienza, e introdurlo nella divina città, e taluno di quelli
mostrargliene a mano a mano tutte le meraviglie. Il cavaliere non
vorrebbe più partirsi da quel luogo di beatitudine; ma gli è forza
tornare al mondo, e purgato d'ogni antica bruttura, ci torna[344].
Dice San Patrizio, in certa _Confessio_ a lui attribuita, che quelli
del suo sangue furono dalla Provvidenza dispersi in qua e in là
sino agli ultimi termini della terra[345]. Queste parole, vere o
supposte, di un santo di cui la stessa esistenza fu posta in dubbio,
ci richiamano ad un altro gruppo di leggende, nelle quali allo spirito
ascetico si accompagnano lo spirito di esplorazione e di ventura, e che
hanno per giunta questo comun carattere, d'esser leggende marittime,
e di avere ad eroi certi monaci settentrionali che odiano la pace
e l'ozio dei chiostri, ardono del desiderio di propagare la fede di
Cristo, sognan cose mostruose e terribili, ed essendo, in generale,
grandissimi santi, hanno pure in sè qualche cosa del pirata. Costoro
fioriscono più particolarmente sulle coste occidentali dell'Irlanda,
della Scozia e della Frisia; e campo alle loro imprese è lo sterminato
oceano che le bagna di onde perpetuamente in tumulto, e si stende,
formidabile e sconosciuto, fino all'estrema plaga del cielo, ove il
sole tramonta, fin sotto alla notte del polo; terribile ed infinito
oceano che tutto il mondo circonda, scrive Adamo Bremense (m. 1076),
oceano pieno d'intollerabile gelo e di caligine immensa.
Esso fu dalla turbata fantasia degli antichi prima, da quella degli
uomini del medio evo poi, empiuto di pericoli, popolato di mostri[346],
il terror de' quali fu di non lieve ostacolo alla temeraria
navigazion di Colombo, ma non valse a trattenere quegli arditi ed
oscuri esploratori del Settentrione a cui devesi la scoperta della
Groenlandia, e d'altre terre boreali, e della stessa America forse,
molti secoli prima che v'approdasse il grande Italiano[347]. Delle
esplorazioni loro molti ricordi, tra storici e favolosi, sono giunti
sino a noi, ed io volentieri m'indugio, prima di proceder oltre,
intorno a taluno, dacchè essi hanno stretta attinenza con le leggende
che verrò poscia esponendo, e servono a determinarne vie meglio il
carattere e ad illustrarle.
Di Aroldo, principe di Norvegia, narra il testè ricordato Adamo
Bremense come corresse con le sue navi il mare settentrionale, finchè
si vide intenebrare dinanzi gli estremi confini del mondo, e come a
stento scampasse da un _immane baratro dell'abisso_. Lo stesso Adamo
narra la seguente istoria. Alcuni nobili di Frisia, desiderosi di
accertarsi con gli occhi loro se verso Settentrione non vi fosse
più terra alcuna, ma solo quel mare che dicesi concreto o viscoso,
com'era comune sentenza, si misero in nave e sciolsero le vele ai
venti. Lasciando dall'una mano la Danimarca, dall'altra la Brettagna,
giunsero alle Orcadi, e seguitando la navigazione loro a occidente
della Norvegia (Nordmannia), pervennero alla glaciale Islanda,
d'onde, più oltre procedendo, verso il polo, entrarono nella region
delle tenebre, e furono travolti, con veementissimo impeto, in quella
profonda voragine, che assorbendo, com'è fama, e rivomitando immensa
copia di acque, dà origine al flusso e al riflusso del mare. Parecchie
loro navi andarono miseramente perdute con quelli che dentro vi erano;
altre, risospinte dal gorgo, uscirono dalle tenebre e dalla plaga del
gelo, e giunsero insperatamente ad un'isola, la quale era, a guisa di
fortezza, munita tutto intorno di altissimi scogli. Scesi a terra, i
naviganti non videro per allora gli abitatori, i quali, essendo l'ora
meridiana, si tenevano celati nelle loro spelonche; ma ben videro,
davanti agli aditi di queste, molti vasi d'oro, e d'altri metalli che
gli uomini stimano preziosi, e tolti di quelli quanti più poterono,
lietamente fecero ritorno alle navi. Ma ecco che improvvisamente si
videro inseguiti da uomini smisurati, che noi chiamiamo Ciclopi, i
quali erano preceduti da cani di molto maggior mole che i nostri non
sieno. Raggiunsero coloro uno dei fuggenti, e subito il fecero a brani;
mentre gli altri poterono riparar nelle navi, e allontanarsi, non
senza che i giganti li inseguissero buon tratto in alto mare, gridando
e minacciando. Tornarono a Brema gli esploratori, e narrate le lor
fortune al vescovo Alebrando, offersero sacrifici a Cristo redentore e
al confessor suo Villecado, in ringraziamento di lor salvezza[348].
Quell'immane abisso, quella voragine che produce il flusso e il
riflusso del mare, è probabilmente il Maelstrom, aggrandito e trasposto
dalla fantasia, ed altri ricordi se ne trovano in iscritture del medio
evo[349]. Quanto ai Ciclopi è noto che il mito loro fu diffuso così in
Occidente come in Oriente, e che nel medio evo esso riappare più di una
volta[350]. Del mare concreto o viscoso dirò più innanzi.
Un'altra spedizione, degna d'essere rammemorata, narra Sassone
Grammatico. Gormo, re di Danimarca, bramoso di scoprir cose nuove,
raccoglie trecento compagni, e alla guida di un tal Torkillo, con
tre navi saldamente costrutte, si mette in mare. In capo di certo
tempo giungono i naviganti a una terra, ove, essendo già stremati di
vettovaglie, fanno strage dei greggi che vi trovano. Le divinità del
luogo, offese, non li lasciano partire sino a che non abbiano offerto
in sacrificio d'espiazione tre di loro compagnia. Di quivi passano
nella Biarnia ulteriore, paese di delusive lusinghe e d'incantamenti
diabolici. Torkillo vieta ai compagni di parlare cogli abitanti, di
accondiscendere ai loro inviti, questo essendo il solo modo di render
vane le loro malie: quattro più incontinenti trasgrediscono il divieto,
e rimangono nella terra in una condizione di servitù neghittosa,
immemori del passato. Gli altri si partono liberamente, e pervengono a
un orribil castello, custodito da cani famelici, abitato da mostruose
e spaventevoli larve. Qui Torkillo ammonisce di nulla temere e di nulla
prendere delle cose che s'offrono alla vista, e lusingan la cupidigia;
ma egli stesso non sa resistere alla tentazione. Ne segue una terribile
zuffa. Al ritorno, dei trecento compagni non ne rimangono più che
venti[351].
Narrazioni consimili ebbero corso e celebrità fra i Celti, i quali
le designarono col proprio nome d'_imramha_[352]. Fantastica in
sommo grado, e lunghissima è quella della navigazione di Maelduin,
il quale desideroso di vendicare la morte del padre, ucciso da certi
pirati, si mise in mare con più di sessanta compagni, e correndo
verso Settentrione e verso Ponente, visitò un numero stragrande
di isole, piene d'infinite meraviglie, ed una tra l'altre in cui
non s'invecchiava, nè di male alcuno si pativa, e dalla quale era
malagevole cosa partirsi[353]. I figliuoli di Conall Dearg Ua-Corra
erano stati prima pirati, ma poi, pentitisi, fecero un pellegrinaggio
in mare, e videro anch'essi moltissime meraviglie, e tra l'altro alcune
isole che facevano officio d'inferno o di Purgatorio, e dov'erano
variamente puniti peccatori di più maniere[354]. Avventure in parte
simili alle loro, in parte diverse, si hanno nella narrazione del
viaggio di Snedhgus e di Mac-Riaghla[355], e in altri racconti, alcuni
dei quali tuttavia inediti. Di Merlino narravasi che fosse andato con
una nave di cristallo in traccia dell'Isole Beate[356].
Fra tanti navigatori erano forse i più ardenti, e non erano i meno
audaci, i monaci; sia che li sollecitasse la speranza di piantare la
croce in qualche isola incognita, perduta nella immensità dell'oceano;
sia che li movesse il desiderio di compiere, a salute dell'anime
loro, un pio pellegrinaggio su quel mare pien di pericoli, che si
credeva accogliesse, nella più remota sua parte, l'isola arcana
del Paradiso. Testimonianze del IX e dell'XI secolo provano che lo
zelo dei missionarii fece scoprire parecchie terre nell'Atlantico
settentrionale[357]; e Dicuil, nel suo trattato _De mensura orbis
terrae_, parla delle loro spedizioni[358]. I monaci di San Colombano
correvano temerariamente l'oceano con barche leggiere, intessute di
vimini, coperte di pelli, quali usavano sulle coste d'Irlanda, e uno
di essi fu spinto dai venti nell'Oceano settentrionale lo spazio di
quattordici giorni e quattordici notti. San Colombano stesso (m. 597)
fu un ardito navigatore[359]. Ed eccoci giunti ora a quella famosa
leggenda di San Brandano, che acconciamente fu detta una Odissea
monastica, e cui il Renan giudicò _une des plus étonnantes créations
de l'esprit humain et l'expression la plus complète peut-être de
l'idéal celtique_[360]: la quale non è punto, come pareva al Greith,
un'allegoria mistica intesa a rappresentare la vita claustrale[361],
ma è un racconto fantastico formatosi intorno ad un nucleo reale, e
strettamente legato a tradizioni e credenze gaeliche.
San Brandano fu irlandese, e se si debbono tener per sicuri i termini
che alla sua vita assegnano i biografi, nacque nel 484, morì nel
576 o 577. Il nome suo si scrisse in latino Brendanus; ma prese poi,
col divulgarsi della leggenda per le varie province d'Europa, varie
forme: Brandan, Brandanus, Brandon, Brandain, Blandin, Borodon, sotto
l'ultima delle quali ebbe forse ad essere confuso con San Barinto
(Barint, Barrendeus, Borandon) uno dei suoi precursori. San Brandano
(noi useremo questa forma, come quella che occorre più di frequente)
fu abate di Llancarvan e di Clonfert e fece veramente un viaggio,
e vuolsi che tornato in patria scrivesse un libro _De Fortunatis
Insulis_[362]. Questo viaggio egli compiè, secondo affermano parecchi
cronisti, l'anno 561[363], e la leggenda non dovette tardare a narrarlo
in guisa fantastica, sebbene sia da credere che solo a poco a poco essa
abbia preso rigoglio e raggiunta quella pienezza con la quale è sino
a noi pervenuta. Il racconto più antico, fu probabilmente gaelico,
ed è forse, in una forma più o meno alterata, quello stesso che si
conserva nel così detto _Libro di Lismore_, il quale è, per altro,
di età assai tarda, essendo stato scritto nel secolo XV. Dal racconto
gaelico avrebbe attinto l'autore del primo racconto latino, noto sotto
il titolo di _Navigatio Sancti Brendani_, conservato in un codice della
Vaticana, che, a ragione o a torto, fu stimato del secolo IX[364],
e in altri codici assai numerosi dei secoli XI, XII e XIII; e dalla
_Navigatio_ dipendono, direttamente o indirettamente, in tutto o in
parte, i molti racconti venuti di poi, latini e volgari, in prosa e in
verso[365].
Ridotto in breve, il racconto della _Navigatio_ è il seguente.
Un giorno San Brandano, padre di quasi tremila monaci, ricevette la
visita di San Barinto, il quale ebbe a narrargli come fosse andato
a visitare un altro sant'uomo, Mernoc, che con più monaci viveva in
un'isola dell'oceano, detta Isola Deliziosa; come in sua compagnia
fosse andato, verso Occidente, all'Isola della promessione dei santi
(_terra repromissionis sanctorum_), piena di ogni delizia, durata
incolume dal principio del mondo, e serbata da Dio ai santi suoi,
quando verranno gli ultimi tempi; come quivi avessero trovato un uomo
circonfuso di luce, col quale parlarono, e un fiume, che divideva
l'isola per mezzo, ed oltre il quale non fu loro conceduto di passare;
come tornassero indietro pel già corso cammino. Udita la narrazione di
Barinto, San Brandano arse del desiderio di vedere ancor egli l'isola
meravigliosa; e consigliatosi co' suoi monaci, dopo un digiuno di
quaranta giorni, presi seco quattordici compagni, e poi altri tre,
sopravvenuti senza suo desiderio, si recò nella terra ov'erano i
parenti suoi, e costrutta quivi una nave assai leggiera, formata di
legname e di pelli, entrò in mare e diedesi a navigare verso Occidente,
con prospero vento. Passati quaranta giorni, e venute già a mancare le
vettovaglie, giunsero gli esploratori ad un'isola altissima, le cui
ripe di pietra erano tutt'intorno tagliate a perpendicolo, men che
in un punto, ove s'apriva un seno capace di una sola nave; ed essi
entrativi, trovarono un castello, con una gran sala parata, ma vuoto
di abitatori, e per tre giorni consecutivi ebbero mensa imbandita
e ottimo ristoro. Quivi uno dei tre monaci sopraggiunti da ultimo,
rubò, contro l'ammonizione espressa del santo, un freno d'argento,
e per questo morì, ma confesso e perdonato, così che l'anima sua fu
dagli angeli assunta in cielo. Gli altri, rientrati in nave, ripresero
il viaggio, e vennero a un'isola popolata d'innumerevoli pecore
bianche, di grandezza maggiori dei buoi; poi ad una che pareva isola
ed era invece uno sterminato pesce, detto Jasconius, dal quale i
monaci fuggirono precipitosamente quando, sentito il calor del fuoco
accesogli sul dorso, quello si cominciò a muovere; poi a un'altra
isola, dov'era un infinito numero di uccelli candidissimi e parlanti,
sotto alle cui penne si celavano gli angeli che si mantennero neutrali
al tempo della ribellione di Lucifero; e quivi San Brandano e i suoi
monaci celebrarono la festa di Pasqua, e rimasero sino alla ottava di
Pentecoste. Partitisi anche da quella, non videro più, per tre mesi
interi, se non l'acqua e il cielo, finchè giunsero a un'isola abitata
da ventiquattro monaci santi, i quali si nutrivan di pane largito loro
dal cielo, serbavano rigoroso silenzio, non pativano i danni della
vecchiezza e dei morbi. Quivi celebrarono i navigatori il Natale, poi,
ripreso il mare, visitarono un'isola ov'era un fonte, le cui acque
inducevano profondo sopore in chi le beveva; navigando quindi verso
Settentrione, trovarono un mare che per troppa tranquillità era quasi
coagulato; poi approdarono di nuovo ad alcune delle isole che già li
avevano accolti l'anno innanzi, e nell'isola degli uccelli celebrarono
la Pasqua. Sette anni durò la meravigliosa navigazione, e tutti gli
anni gli esploratori, condotti dalla Provvidenza, tornarono a celebrare
il Natale e la Pasqua ne' medesimi luoghi. Noi non terrem dietro a
questi ritorni e alle ripetizioni cui dànno argomento; ma noterem solo
le nuove cose mirabili onde fa memoria il racconto. In sul principiar
del terz'anno i naviganti scamparono da un gran pericolo. Uno smisurato
cete li inseguì gran tratto, e li avrebbe tutti inghiottiti, se un
altro mostro marino, che sbuffava fuoco dalla bocca, non fosse venuto
con esso a combattimento, e non l'avesse ucciso. I monaci approdarono
a un'isola, dove stettero tre mesi, trattenuti dall'imperversare dei
venti contrarii, poi, navigando sempre verso Settentrione, giunsero a
un'altr'isola, popolata da tre torme, di fanciulli l'una, di giovani
l'altra, e di seniori la terza, i quali tutti consumavano il tempo
cantando salmi e lodando il Padre celeste; e quivi si rimase il secondo
di quei fratelli che raggiunsero il santo dopo la dipartita sua dal
monastero. E sempre meraviglie seguitavano a meraviglie: un'isola
tutta densa di alberi di una sola specie, i quali recavan per frutto
grappoli d'uva di portentosa grandezza, ove ogni acino era della misura
di un pomo; l'uccello _griffa_, che minacciò di divorare i naviganti,
e fu ucciso da un altro uccello; un mare di meravigliosa limpidità, in
fondo al quale si vedevano giacer sull'arena infiniti animali, a guisa
di greggi; una smisurata colonna di cristallo chiarissimo, la quale
sorgeva dal profondo del mare, e pareva toccare con la cima il cielo, e
aveva intorno come un gran padiglione, fatto a maglie larghissime e di
una sostanza che aveva il color dell'argento. Tanto corsero i naviganti
verso Settentrione che raggiunsero le terre dei dannati. E prima videro
una isola popolata da orrendi fabbri ferrai, i quali scaraventarono
loro dietro sul mare ingenti masse di metallo arroventato; poi un
monte ignivomo, dove il terzo ed ultimo di quei monaci avventizii fu
rapito dai diavoli. Passati alcuni giorni, trovarono Giuda sedente
sopra una pietra in mezzo all'oceano, in una condizione che sembra
a lui di riposo e di felicità paragonata con quella della sua dimora
ordinaria, nel più profondo abisso d'inferno. Quel refrigerio è a lui
conceduto dalla divina misericordia in ciascuna domenica, e nei giorni
ancora che vanno dal Natale all'Epifania, dalla Pasqua alla Pentecoste,
e dalla purificazione all'assunzion di Maria. Più oltre, navigando
verso Mezzodì, trovarono sopra uno scoglio un eremita per nome Paolo,
il quale, nutrito miracolosamente da una lontra, aveva raggiunto
l'età di centoquarant'anni, e doveva aspettare, vivo, il giorno del
Giudizio. Essendo già prossima la fine del settimo anno, San Brandano
e i compagni suoi, si videro avvolti un giorno da una densa caligine,
e quella attraversata, giunsero a un'isola circonfusa di splendidissima
luce. Era quella la terra di promissione, l'isola paradisiaca, da essi
con sì tenace desiderio cercata. Scesero su quella spiaggia benedetta,
e videro la campagna tutta verde di alberi, e mangiarono di quei frutti
deliziosi, e bevvero di quell'acque dolcissime. Trovarono il fiume
che spartiva la terra per mezzo, e oltre il quale non era lecito di
passare, e seppero da un giovane che Dio rivelerebbe quella felice
stanza ai cristiani quando fossero ricominciate le persecuzioni.
Adempiuto il voto, i felici esploratori presero la via del ritorno,
dopo avere empiuta la nave di frutti e di gemme, e rividero finalmente
la patria, dove San Brandano indi a poco morì, migrando gloriosamente a
Dio e alla gloria del cielo.
Tale è il racconto di questo mirabile viaggio, tutto impregnato di
spirito ascetico, ma penetrato ancora di un certo spirito eroico. I
naviganti continuamente si raccomandano a Dio, pregano, digiunano,
sono pasciuti miracolosamente, ascoltano rivelazioni e predizioni,
e si mostrano in tutto degni del nome di santi; ma sostengono pure
enormi fatiche, affrontano spaventosi perigli, e provano di meritare
anche il nome di eroi. San Brandano chiama i compagni _commilitones_
e _conbellatores_; gli autori delle versioni francesi e tedesche li
chiamano _baruns_ e _degen_.
Di quali elementi, e donde venuti, s'ha a dire composto sì fatto
racconto? Fu opinione del Cholevius che alcune delle meraviglie in esso
narrate sieno di origine classica[366]; ma sebbene questa opinione,
presa in sè stessa, non appaja troppo improbabile, quando si pensi al
rifiorimento di studii classici onde fu rallegrata l'Irlanda nei secoli
VI, VII, e VIII[367], pure non regge a un diligente e spregiudicato
esame[368]. Le immaginazioni ond'è tessuto il racconto dovettero
nascere, per la più parte, nella patria stessa di San Brandano; ma
non si può escludere la possibilità che alcune di esse sieno orientali
di origine, come non si può escludere la possibilità che alcune sieno
passate dal racconto latino in racconti orientali[369].
Tre sono, come ho detto, le redazioni della leggenda di San Brandano:
quella del racconto gaelico; quella della _Navigatio_; quella di alcuni
racconti tedeschi e di uno olandese. Veduta per intero la seconda,
vediamo ora alcune particolarità per cui dalla seconda si differenziano
le altre due.
Nella redazione gaelica manca il racconto di San Barinto. San Brandano
sente nascersi dentro spontaneamente il desiderio di visitare la terra
di promessione; la contempla anticipatamente da lungi, per grazia che
il cielo gli concede, e riceve da un angelo la promessa che il suo
desiderio sarà appagato. Prende il mare con tre navi, entro ciascuna
delle quali sono trenta de' suoi compagni. Naviga sette anni, e ritorna
in patria, senz'aver veduta la terra beata che l'aveva tratto sui mari.
Imprende un secondo viaggio, e dopo altri sette anni giunge finalmente
alla terra di promessione, e gli è conceduto di visitarla. Non accade
far ricordo delle avventure del doppio viaggio, le quali son quasi
tutte diverse da quelle della _Navigatio_.
Nella redazione che chiameremo tedesca il principio del racconto è
di tutt'altra maniera. San Brandano getta nelle fiamme, come opera
bugiarda, un libro in cui son narrate appunto quelle meraviglie di
cui egli dovrà essere spettatore più tardi. Dio, per punirlo della sua
incredulità, gl'impone di compiere il viaggio e di riscrivere il libro.
I naviganti incontrano le stesse avventure narrate nel racconto latino;
ma anche più altre, di cui non è cenno in questo: sono spinti da una
procella nel Mare viscoso, mar formidabile, sparso di navi trattenute
quivi in perpetuo; scampano al gran pericolo del Monte della calamita;
hanno briga coi grifoni e con le sirene. Queste immaginazioni son
derivate da altri racconti romanzeschi.
Nella _Navigatio_ il Paradiso terrestre è descritto con sobrietà
che può parere eccessiva, quando si pensi ch'esso porge lo scopo
del viaggio, e si consideri la prolissità con cui vi sono descritte
o narrate cose di assai minor conto. Questo difetto non incontra
nell'altre due redazioni, e non incontra nemmeno in parecchie versioni
della _Navigatio_. Nella redazione gaelica il Paradiso è descritto
assai lungamente, e non troppo in breve nella redazione tedesca. Qui si
legge che San Brandano e i compagni suoi giunsero a un'isola tenebrosa,
il cui suolo era d'oro, tutto sparso di pietre preziose, e dopo essere
rimasti quindici giorni immersi nell'oscurità, pervennero, rimontando
il corso d'un'acqua, in una sala tutta scintillante d'oro e di gemme,
dinanzi alla quale era un fonte, che spandeva quattro rivi, di latte,
di vino, d'olio e di miele, e da cui derivavano la lor virtù tutti
gli aromi e le spezie. Nella sala erano cinquecento seggi, e quante
ricchezze può avere un imperatore: il soffitto era coperto di penne di
pavone. Giunsero poi i naviganti a una città di meravigliosa bellezza,
raggiante di luce, immune da qualsiasi intemperie, davanti alla cui
porta sedevano Enoch ed Elia, ed era un angelo, con una spada di fuoco
in mano. Costoro presero uno dei monaci, e lo misero dentro alla città,
e subito Enoch chiuse la porta e lasciò gli altri di fuori[370]. Merita
d'esser notato che nella redazione tedesca San Brandano e i compagni
suoi giungono al Paradiso, non già in fine, ma quasi in principio del
viaggio. In qualche rimaneggiamento latino, e in taluna delle versioni
francesi della _Navigatio_, si descrive il muro tutto sfolgorante
di gemme ond'è cinto l'aureo monte del Paradiso, la porta custodita
da dragoni, i boschi pieni di selvaggina e le acque popolate di
pesci[371]. La versione italiana contiene una descrizione abbastanza
diffusa, con particolarità che non appajono altrove[372].
Soffermiamoci alquanto, chè non sarà senza frutto, a rilevare nella
nostra leggenda alcune cose che possono dar materia a indagini e a
riscontri.
Il racconto della _Navigatio_ somiglia molto a quelle narrazioni
gaeliche di viaggi ricordate più sopra. Il palazzo inabitato, dov'è
copia di tutte le cose necessarie alla vita; i frutti portentosi
di cui basta uno solo a sfamare e dissetare per lunghi giorni i
naviganti; l'isola popolata di fabbri ferrai; il mare limpidissimo di
cui si scorge il fondo; la colonna smisurata che si leva dall'acque e
nasconde la sommità fra le nuvole, l'isola degli uccelli bianchi; altre
meraviglie vedute da San Brandano e da' compagni suoi, si trovano nel
racconto delle navigazioni di Maelduin e di Snedhgus e Mac-Riaghla.
Quanto all'isola popolata di pecore, gioverà ricordare che Ulisse
trova, vicino al paese dei Ciclopi, l'isola Lachea; ma è questo un
riscontro puramente fortuito. Un'isola, dov'era grandissima quantità di
montoni, scoprirono anche gli Almagrurini, viaggiatori arabici, la cui
navigazione è narrata da Edrîsi e da Ibn-al-Vardi. Notisi che il nome
delle isole Färoer è composto di due vocaboli, i quali significano,
l'uno pecora, l'altro isola, e che Dicuil dice quelle isole _plenae
innumerabilibus ovibus_[373].
Il cete scambiato per un'isola si ha nello Pseudo-Callistene, nella
narrazione dei viaggi di Sindbad, in un racconto talmudico[374],
altrove; ma questo tema di leggenda ebbe origine probabilmente
nel Settentrione, e dal Settentrione, insieme con altri assai, che
già diedero materia al poema di Aristeo di Proconneso intitolato
’Αριμάσπεια, si diffuse verso Mezzodì e verso Oriente.
Gli angeli caduti, che San Brandano trova sotto forma di uccelli in
un'isola, darebbero luogo a parecchie osservazioni, e argomento a
parecchi riscontri; ma di essi mi si porgerà occasione di discorrere
altrove[375].
Nella _Navigatio_ è cenno di un mare _quasi coagulatum pre nimia
tranquillitate_; ma nei racconti tedeschi esplicitamente si parla di
un mare glutinoso, che nelle onde innavigabili trattiene prigioniere le
navi. Questo mare non fu ignoto agli antichi. I Latini lo dissero _mare
pigrum_, _coenosum_, o _concretum_[376], ed esso trova un riscontro
nel _Polmone marino_ di Pitea e nel Marimarusa di Filemone[377].
Dai Tedeschi fu chiamato _Lebermeer_, _Lebersee_ (_mare jecoreum_),
_Klebermeer_, e vedesi ricordato, o descritto, in parecchi de' loro
poemi, per esempio nel _Herzog Ernst_ e nell'_Orendel_[378]. Il _mare
coagulatum_ è ricordato pure nella già citata lettera del Prete Gianni
all'imperatore Emanuele, come quello che dovrebbe trovarsi a occidente
dell'Europa[379]: ma Giovanni di Hese pone il _mare jecoreum_ in
Oriente, di là dall'Etiopia, e seguendo l'esempio datogli da altri,
ne congiunge il mito con quello del Monte della calamita[380]. Anche
Beniamino di Tudela del resto sembra aver posto nel remoto Oriente un
mare coagulato.
Prima di giungere al Paradiso terrestre San Brandano e i compagni suoi
attraversarono una così densa caligine che appena l'uno poteva scorgere
l'altro. Essi passarono probabilmente quell'incognito e tenebroso mare
a cui accenna Adamo Bremense, e che già noto agli antichi, vedesi
spesso descritto dai geografi arabici; mare che era nell'estremo
Occidente e nell'estremo Oriente, perchè confondevasi col misterioso
oceano che fasciava tutto intorno la terra[381]. Credettero gli Arabi
che fuori dal mar tenebroso occidentale si levasse la smisurata mano di
Satana, pronta a ghermire le navi che ci si avventurassero[382]; e nel
_Pellegrinaggio di tre figli del Re di Serendib_, di Cristoforo Armeno,
si parla di una regione dell'India, dove si vedeva uscir dal mare una
gran mano aperta, che la notte ghermiva gli abitanti e li trascinava
sott'acqua.
I fabbri ferrai non sono già Ciclopi, come parve al Cholevius; ma
veri diavoli (e qualcuna delle versioni lo dice espresso), e, assai
probabilmente, diavoli martellatori di anime. Così fatti martellatori
già compajono nella Visione di Tespesio, riferita da Plutarco[383],
e ricompajono più volte in Visioni e leggende del medio evo. Nella
Visione di Tundalo sono fabbri diabolici che con le tenaglie afferrano
le anime, le gettano nelle fornaci ardenti, e arroventatele, e
appastatene venti, trenta, cento insieme, le martellano a furia sulle
incudini[384]. Giovanni Villani, ripetuto da Ricordano Malispini,
racconta che Ugo, marchese di Brandeburgo, cacciando un giorno in un
bosco, trovò _uomini neri e sformati_, che tormentavano, _con fuoco
e con martello_, anime dannate, e fu da quelli avvertito che, non
emendandosi, gli sarebbe toccata egual sorte[385].
Alle genti di razza brettone e gaelica doveva parer naturale di porre
l'Inferno, anzichè nelle viscere della terra, nelle varie isole mal
note e di malagevole accesso, sparse per il burrascoso oceano[386].
Nelle carte medievali è spesso indicata col nome d'isola dell'Inferno
una delle Isole Canarie, e più particolarmente quella di Teneriffa.
Dopochè San Brandano ebbe veduto Giuda sedere sopra una pietra in mezzo
all'oceano, più altri esploratori e venturieri, meno reali e storici di
lui, ebbero ad incontrarlo, presso a poco nelle medesime condizioni:
tali Ugone da Bordeaux e Baldovino da Sebourg. Ugone lo trovò in un
gran gorgo di mare, pel quale debbono passare tutte le acque che sono
sulla terra:
Toutes les iaves, quanques dix fait en a,
U qu'eles soient par ichi pasera[387].
Il monte ignivomo di San Brandano è certamente l'Hecla.
Da ultimo è da ricordare che la leggenda marinaresca fiorì già in
Grecia in antico e riappar frequente nella letteratura tedesca del
medio evo[388].
L'isola paradisiaca visitata da San Brandano lasciò di sè lungo
ricordo e vivissimo desiderio. Durante tutto il medio evo, e per buon
tratto di tempo anche dopo, si credette generalmente e fermamente
alla sua esistenza. Nelle carte essa fu molte volte indicata, sebbene
con differenze grandi, e naturali, di luogo. Quelle più antiche le
assegnano presso a poco la latitudine dell'Irlanda, o una latitudine
anche più settentrionale; nelle più moderne l'isola scende verso
Mezzodì, e appare a ponente delle Canarie, o Isole Fortunate, e con
queste, facendosene d'una parecchie, è confusa talvolta, o col gruppo
di Madera. Così nella mappa dei Pizzigani, ove si vedono nel mare
occidentale le _ysole dicte Fortunate S. Brandany_, e San Brandano in
atto di stendere le braccia verso di esse; così in quella di Grazioso
Benincasa, ove pur compajono le _Insule fortunate sancti Brandani_,
e in quella del Genovese Beccaria. Il Maurolico nel _Martyrologium_,
e Onorio Filopono nella _Navigatio in Novum Mundum_, affermano che
San Brandano approdò alle Canarie. Nel globo di Martino Behaira, del
1492, l'isola meravigliosa è situata assai più verso Occidente e in
prossimità dell'equatore[389]. Gli abitanti delle isole di Madera, di
Palma, di Gomera e del Ferro, ingannati da nubi, o dagli spettri della
Fata Morgana, credevano talora di scorgerla dalla parte di Occidente,
come perduta fra l'acqua e il cielo. E già essa aveva preso il nome
d'isola Perduta, _Insula Perdita_, e dicevasi, con qualche reminiscenza
forse dell'ἀπρόσιτον νῆσον degli antichi[390], che quando si cercava
non si trovava. Nella _Image du monde_ si legge:
Une autre ille est que on ne puet
Veoir comme on aler se veult,
Et aucune fois est veue:
Si l'appelle on l'Ille Perdue.
Celle ille trouva sains Brandains,
Qui mainte merveille vit ains[391].
Ma quest'isola Perduta, visitata da San Brandano, non si diceva poi
che fosse il Paradiso terrestre. Onorio d'Autun l'aveva descritta come
la più amena e la più fertile di quante ne sono in terra: «Est quaedam
Oceani insula dicta Perdita, amoenitate et fertilitate omnium rerum
prae cunctis terris praestantissima, hominibus ignota. Quae aliquando
casu inventa, postea quaesita non est in venta, et ideo dicitur
Perdita»[392]. Rodolfo da Ems dice che l'Isola Perduta è il più bel
paese del mondo, dopo il Paradiso terrestre, e che San Brandano v'andò,
der vil wunderliche gotes degen;
ma a nessun altr'uomo fu più conceduto di ritrovarla[393]. Pietro
Bersuire riferisce questa stessa immaginazione alle Isole Fortunate,
così dette da alcuni «quia casu et fortuna quandoque reperiuntur; si
autem a proposito quaerantur, raro aut nunquam inveniuntur»[394]. In un
trattato dell'arte di navigare di Pietro di Medina, autore spagnuolo
del secolo XVI, l'Isola Perduta si confonde con la famosa Antilia, da
cui venne il nome alle Antille[395].
L'Isola Perduta e introvabile fu cercata da molti, specie dopo che la
scoperta del Capo di Buona Speranza e dell'America, ebbe acceso negli
animi la febbre delle remote esplorazioni; e qualcuno pretese anche di
averla trovata[396]. Ad ogni modo era comune speranza che dovesse, un
dì o l'altro ritrovarsi; e quando, il 4 di giugno del 1519, Emanuele di
Portogallo rinunziò alla Spagna, col trattato d'Evora, ogni suo diritto
sull'Isole Canarie, l'Isola Perduta, o Nascosta, fu espressamente
compresa nella rinunzia[397]. Nel 1569 Gerardo Mercator segnava ancora
sulla sua mappa l'isola misteriosa, e nel 1721 partivano in traccia di
essa gli ultimi esploratori.
La leggenda di San Brandano n'ebbe poche pari in celebrità. Essa fu
introdotta, in forma più o meno svolta, secondo le redazioni, nella
_Image du monde_, che diffusissima essa stessa, ajutò a diffonderla
sempre più[398]. Un frate Filippo di Cork la inserì, non so se per
disteso o in ristretto, in un suo trattato provenzale delle meraviglie
dell'Ibernia, che si conserva tra' manoscritti del Museo Britannico;
Pietro de Natalibus nel suo _Catalogus Sanctorum_; Wynkyn de Worde
nella sua _Golden Legend_, ecc. Ricordi se ne trovano nel _Lohengrin_,
nel _Wartburgkrieg_, e in altri poemi tedeschi. Essa era divenuta un
tema consueto di narrazione e di recitazione, e in un luogo della prima
rama del _Renard_ si trova ricordata insieme con istorie romanzesche
del ciclo brettone. Inni di religiosi sonarono in onore del santo che
aveva corsi i mari, e preghiere si recitarono, che dissero composte da
lui fra i perigli della temeraria navigazione[399]. Giovanni di Hese
ebbe fantasia di emularlo, e accrebbe con brandelli della leggenda di
lui l'ingegnoso tessuto delle sue innocenti bugie. Nel presente secolo
poeti inglesi si ricordarono del santo morto da dodici secoli, e presi
d'ammirazione, ne ricantarono in vario modo le meravigliose avventure.
Di queste avventure pochissimi si mostrarono disdegnosi nel medio evo,
e di questi pochissimi fu Vincenzo Bellovacense. Egli dice d'avere
escluso affatto dall'opera sua la storia della peregrinazione di
San Brandano a cagione dei vaneggiamenti ond'essa è piena, _propter
apocripha quaedam deliramenta que in ea videntur contineri_[400].
Ora, sì fatto rigore ha alquanto dello strano, perchè se la fama onde
Vincenzo gode presso i posteri è, per più rispetti, onorevole, non però
è fama di uomo in cui abbondi lo spirito critico e naturalmente avverso
a raccontar fanfaluche. E più sembra strano quando si vede ch'egli,
mentre ricusa di narrare la storia di San Brandano, narra poi la storia
non molto meno miracolosa di San Maclovio[401].
San Maclovio o Macute, o Macuto (il Saint Malo dei Francesi) fu
irlandese ancor egli; ma ottenne poca celebrità in patria, e divenne
per contro un santo famoso tra gli Armoricani, i quali si studiarono di
allargarne e adornarne quanto più poterono la leggenda, e l'allargarono
e l'adornarono, sembra, a spese di San Brandano; e dico _sembra_,
perchè la cronologia, in tutte queste storie di santi, è assai oscura
ed incerta, e può dar luogo a opinioni contraddittorie. Nei ricordi
più antichi San Maclovio è soltanto uno dei monaci di San Brandano,
e un compagno de' suoi viaggi, i quali sono ricordati solamente di
volo[402]; ma poi usurpa il luogo del suo superiore e diventa il capo
della spedizione, e San Brandano diventa uno dei seguaci. San Maclovio
imprende due viaggi per ritrovare l'isola d'Ima, la quale non è il
Paradiso, ma ha col Paradiso moltissima somiglianza. Nel secondo ha
compagno San Brandano, e chiede a un gigante da lui risuscitato notizie
dell'isola di cui va in traccia. Il gigante ricorda d'aver visitato
una volta un'isola, la quale, cinta di un aureo muro, splendeva come
uno specchio, ed era vuota di abitatori. Pregatone, egli, ch'è di
smisurata altezza, entra nell'oceano profondo, e si trae dietro la
nave dei monaci, per andare alla scoperta dell'isola beata; ma insorge
una furiosa burrasca, e debbon tutti tornarsene onde sono venuti. Poco
dopo il gigante, che ha ricevuto il battesimo, si muore[403]. Sigeberto
Gemblacense narra anch'egli il viaggio di San Maclovio; ma dice che
questi fu sollecitato, oltrechè dal desiderio proprio, dall'esempio
del suo maestro ed abate Brandano, il quale ardeva non men di lui della
brama di trovar l'isola felice, e fu il promotore della peregrinazione,
_ut scriptura vitae ejus demonstrat_. Mette in dubbio che l'isola da
essi cercata sia il Paradiso terrestre, e dice che, stando alla fama,
è un'isola copiosa di tutti i beni e abitata da _cittadini del cielo_,
che menan quivi santa e gioconda vita[404]. Anche San Maclovio scese
co' suoi compagni sopra il dorso di una balena, credendola un'isola,
e vi celebrò una messa. Quanto al gigante risuscitato e battezzato
da lui, sarà opportuno avvertire che nel racconto gaelico della
navigazione di San Brandano, questi risuscita e battezza una gigantesca
fanciulla bionda, la quale misura ben cento piedi d'altezza, e che
richiesta, dopo il battesimo, se voglia tornare fra' suoi, o andarne
subito in Paradiso, elegge la sorte più felice, e ricevuto il viatico,
incontanente rimuore[405].
Gli esempii di San Barinto e di San Mernoc, di San Brandano e di San
Maclovio, dovettero scaldare la fantasia e turbare i sonni a molti
monaci di buona volontà, non meno provveduti di fede che di coraggio.
Gotofredo da Viterbo, che parla della esploratrice curiosità di certi
monaci dell'Armorica,
Qui marium fines scrutantur et ultima terrae,
Ut valeant populis post tempora longa referre
Quas ibi materies, quae loca mundus habet,
narra, fondandosi su certo _Libro d'Enoch ed Elia_, a noi sconosciuto,
una storia, che reca novella prova di quei desiderii irrequieti. Cento
frati in una volta si cacciano a navigar per l'Oceano:
Vela vehunt validis erecta per aequora ventis.
His super alta maris per tempora longa retentis,
Sola poli facies, aequora sola patent.
Corrono fra cielo ed acqua tre anni, poi si scontrano in certe statue
emergenti dai flutti, le quali col braccio teso additano loro la via.
Arrivano finalmente a una montagna odorosissima, tutta d'oro, sulla
cui vetta è una città aurea, e una chiesa, d'oro essa pure, tempestata
di gemme sfolgoranti, e nella chiesa, sopra un altare prezioso,
un'immagine di Maria col bambino. È quello il Paradiso terrestre.
I naviganti, pieni di meraviglia, cercano da ogni banda se non vi
sia persona viva, e da ultimo scoprono, in una celletta splendida e
riposta, due vecchioni con barbe e chiome lunghe e candidissime, Enoch
ed Elia.
Inclyta barba senum fuerat, longique capilli,
Candida caesaries; nautisque petentibus illis,
Surgentes pariter verba dedere senes.
I due santi dicono loro come in quel luogo sia variata la ragione del
tempo; come, al tornare che faranno in patria, troverannosi vecchi, e
vedranno mutate le generazioni, e tutt'altra la condizion delle cose.
Per ingiunzione di quei due si celebra allora una messa, alla quale
séguita una general comunione. I naviganti si partono, e rifanno in
cinque giorni la via in cui prima consumaron più anni; ma tornati in
patria non trovan più nulla di quanto già vi lasciarono. Sparita è la
loro chiesa, sparita è ancor la città, e ad un popolo nuovo nuovo re dà
legge novella. L'assenza loro durò trecent'anni[406].
Quelle statue che mostran la via hanno qualche riscontro; ma è più
frequente il caso di statue, o di colonne, che avvertono altrui di non
passare più oltre. Esse si moltiplicano sulle rive, o nelle men remote
isole di quel formidabile Atlantico, che fu teatro alle audaci imprese
dei nostri esploratori. Già le famose Colonne d'Ercole vietavano il
passo gaditano[407]. I geografi arabici, Ibn-al-Vardi Yakut, Edrîsi,
Masûdi, il Geografo Nubiense, parlano di statue colossali poste in
Cadice e nelle Canarie, o anche nelle Isole del Capo Verde, le quali
facevan cenno di non passare più oltre; e quella di Cadice è ricordata
anche nella Cronaca detta di Turpino. Nel _Mare amoroso_, attribuito a
Brunetto Latini, si fa cenno di un passo di mare
Che fie chiamato il braccio di Saufi,
Ch'à scritto in sulla man: niuno ci passi,
Per ciò che mai non torna chi vi passa[408];
e nella mappa dei Pizzigani è una figura in atto di respingere i
naviganti che vorrebbero inoltrarsi sull'oceano[409]. Il Camoens ebbe
a ricordarsi di queste fantasie quando immaginò il suo gigantesco
Adamastore, che tenta di far tornare indietro Vasco di Gama. Ma fu pur
detto che nell'isola di Corvo, la più settentrionale dell'Azore, fosse
la statua di un cavaliere che con la destra indicava l'Occidente, quasi
per additare il cammino agli scopritori del Nuovo Mondo.
Dalle spiagge dell'Irlanda e dell'Armorica passiamo ora in Asia, o,
se meglio piace, in Ispagna per incontrarvi l'ultimo di questi santi
esploratori, Sant'Amaro, di cui narra le avventure una leggenda
spagnuola. Chi fu Sant'Amaro? in che tempo viss'egli? Confesso
schiettamente di non saperlo, e dubito forte non appartenga ancor egli
a quella abbastanza numerosa famiglia di santi, che vivissimi nella
fantasia popolare, non furono mai vivi al mondo. Un santo Amaro d'ossa
e di polpe ci fu, nativo, credesi, di Francia, fermatosi poi in Burgos,
e già venerato in Ispagna nel secolo XV[410]; ma egli, che attese tutto
il tempo di vita sua a curar gli ammalati e servir i poveri di quella
città, nulla ha da spartire col nostro. Sia come si voglia, la leggenda
di questo è assai moderna, e forse di poco anteriore al 1558, del quale
anno se ne ha una stampa, col titolo: _La vida del bienaventurado sant
Amaro y de los peligros que posò hasta que llegò al Parayso terrenal_.
Nelle altre letterature non se ne ha traccia; ma in Ispagna essa entrò
a far parte della letteratura popolare, e leggesi tuttavia. Io la
riferisco di su un _pliego suelto_ stampato in Madrid, senz'anno, ma
recentissimo[411].
Amaro fu d'Asia (non si dice di quale città o provincia) uomo
devotissimo, caritativo, e tutto preso dal desiderio di vedere una
volta il Paradiso terrestre, di cui sempre chiedeva novelle, ma
inutilmente, ai molti pellegrini che gli capitavano in casa. Una notte,
stando in orazione, udì una voce che gli disse: «Amaro, abbandona
la tua casa, va al porto, entra in una nave, lasciala andare dove
la Provvidenza la condurrà, e vedrai ciò che desideri». La dimane il
santo distribuì ai poveri le sue ricchezze, solo quel tanto ritenendone
che poteva bastare alla sua navigazione, e il terzo dì, accompagnato
da due servitori, e da quattro amici che non vollero andasse solo a
quell'impresa, si recò al porto più vicino, comperò una buona nave,
la fornì del necessario, e spiegò le vele, lasciandosi menare dai
venti. Trovò da prima un'isola, chiamata Deserta, ma subito se ne
dilungò, avvertito da una voce del cielo che quella era terra di
peccatori. Attraversò il Mar Rosso, e giunse a una seconda isola, detta
Fuen-Clara, fertilissima e deliziosa, abitata da uomini di bonissima
indole, i quali vivevano centocinquant'anni, senza conoscere infermità
o disagio alcuno. Non si sa come, i naviganti, dopo lungo tempo,
si trovarono nei mari polari, e per poco non rimasero prigionieri
dei ghiacci, dai quali venne loro fatto di scampare per un buon
suggerimento che diede a Santo Amaro la Vergine Maria. Approdarono ad
altre due isole, nell'una delle quali vivevano tredici monaci in una
badia murata, difendendosi a gran pena da innumerevoli e formidabili
fiere, e nell'altra era un sant'uomo, chiamato Leonita, perchè viveva
in compagnia di sei leoni, mansueti come agnelli. Giunsero finalmente
a una spiaggia deliziosa, ove nè caldo si pativa nè freddo, e quivi
Sant'Amaro ebbe finalmente notizia della terra beata di cui andava
in traccia, prima da due eremiti, poi da una santa donna per nome
Baralides, la quale era badessa di un chiostro ivi presso, e l'aveva
veduta una volta di lontano. Guidato da costei per un tratto di via,
Sant'Amaro, i cui compagni erano rimasti addietro, nel luogo ove
avevano preso terra, risalì una valle, superò alti e dirupati monti,
e giunse da ultimo in vista di un meraviglioso palazzo, munito di
altissime torri, cerchiato di saldissimo muro, formato il tutto di
gemme d'ogni colore, le quali ardevano di luce incomparabile. Fuor del
palazzo, alla cui porta vegliava un gagliardo giovane con una spada
in pugno, correvano quattro fiumi. Era quello il Paradiso terrestre.
Accostatosi alla porta magnifica, Sant'Amaro chiese al guardiano
se gli fosse lecito d'entrar dentro; ma quegli rispose che no, e
che si contentasse di ciò che poteva vedere standosi sulla soglia.
Obbedendo al precetto, Sant'Amaro vide gli alberi pieni di frutti, e
quello, fra gli altri, del cui frutto mangiarono Adamo ed Eva; e vide
cori di bellissime donzelle, coronate di fiori, le quali cantavano
dolcissimamente, e sonavano varii strumenti, e servivano con somma
riverenza e vivissimo amore la Vergine. Sant'Amaro credette di aver
fruito di quel divino spettacolo un'ora, ed erano passati dugent'anni.
Tornato al luogo dove aveva lasciato i compagni, trovò una bella città,
che essi avevan fondata, e finì i suoi giorni in un monastero che gli
abitatori di quella edificarono appositamente per lui.
Ma lasciamo oramai i santi, co' quali ci siam trattenuti così a lungo,
e accostiamoci a un'altra schiera, formata di conquistatori e di
venturieri, i quali, o deliberatamente muovono in traccia del Paradiso
terrestre, con animo, talvolta di assoggettarlo al loro dominio,
o, quasi senza pensarvi, a forza di girare il mondo, lo trovano, e
riescono, o non riescono, secondo i casi, a penetrarvi. E come ragion
vuole cominciamo da colui che la leggenda consacrò principe e modello
dei venturieri e degli eroi, da Alessandro Magno.
In un racconto latino, intitolato _De itinere ad Paradisum_, si legge
quanto segue. Alessandro, di ritorno dalla conquista dell'Indie,
si ferma sulle rive del Gange, il quale è qui tutt'uno col Fison, e
contemplando alcune foglie mirabili venute dal Paradiso, esce in tale
lamento: «Nulla io feci nel mondo, e nulla stimo la gloria mia, se
di tali delizie non godo». E subito, raccolti cinquecento seguaci,
salita una gran nave, si mette a navigare su per il fiume. In capo di
trentaquattro giorni ecco appar loro una gran città, le cui mura, tutte
coperte di musco non lasciano scorgere adito alcuno, e sembrano essere
di grandissima antichità. Per tre giorni cercano gli esploratori tutto
all'ingiro, e finalmente scoprono una postierla angusta e sbarrata.
Alessandro manda suoi messi a intimar l'obbedienza ed a chieder
tributo, essendo egli signore del mondo. Al picchiar di coloro, uno
di dentro apre l'usciolo, e alle parole minacciose e superbe risponde
con voce blanda e tranquilla l'aspettino alquanto fin ch'ei ritorni.
Va e torna, recando una gemma di singolare qualità e bellezza, e
dice loro la dieno al lor re, perchè conosciutane la natura, tosto
smetterà ogni ambizioso pensiero. Alessandro, veduta la gemma, udita
la risposta, incontanente si parte, e raggiunge le sue genti, insieme
con le quali se ne va poscia a Susa. Quivi un vecchio Ebreo gli fa
conoscere la virtù della gemma, e gliene svela il misterioso, simbolico
significato. La gemma, messa nel piatto di una bilancia, vince di
peso ogni maggior copia d'oro che le si contrapponga, ma, coperta di
un pizzico di polvere, diventa più leggiera di una piuma. Stupisce
Alessandro, e l'Ebreo gli dice: «Questa gemma è immagine dell'occhio
umano, che vivo di nessuna cosa si appaga, morto e coperto di terra
più nulla vagheggia». Alessandro intende l'ammaestramento, e represso
ogni ambizioso affetto, e licenziati i compagni d'arme, si ritrae in
Babilonia, dove dal tradimento è troncata la gloriosa sua vita. La
città murata e chiusa è la dimora dei giusti, ove soggiorneranno sino
al dì del Giudizio[412].
Questo racconto, pervenuto sino a noi in una redazione che
probabilmente appartiene al XII secolo, è, senza dubbio, di origine
molto più antica, e scaturisce da fonte giudaica. Nel trattato _Tamid_
del _Talmud di Babilonia_ se ne legge uno che ha con esso colleganza
strettissima, anzi si può dir quel medesimo, salvo che il latino deriva
da una redazione più larga e più antica. Nel racconto talmudico,
l'andata di Alessandro al Paradiso si rannoda con l'avventura della
fontana di giovinezza, e l'eroe riceve dagli abitatori del Paradiso,
non una gemma simbolica, ma un vero occhio umano, il quale si comporta
del resto come la gemma[413]. La leggenda passò nell'_Alexander_ del
Tedesco Lamprecht, ma con alcune particolarità diverse da quelle pur
ora vedute, e ch'egli, o poneva di suo, o toglieva da scrittura a noi
incognita. Alessandro e i compagni suoi risalgono l'Eufrate (non il
Fison) sostenendo grandi fatiche, e terribili procelle, che mettono a
dura prova il loro coraggio e la loro perseveranza. Alessandro ha fermo
nell'animo di conquistare il Paradiso, e infiamma i commilitoni alla
gloriosa impresa. Dopo lunga navigazione giungono a un muro altissimo,
tutto costruito di pietre preziose, del quale non viene lor fatto di
vedere la fine. Trovano da ultimo la porta, fanno la intimazione a quei
di dentro, ricevono la gemma. I più giovani contendono co' più vecchi e
savii: questi consigliano ad Alessandro di tornare; quelli di seguitar
l'impresa incominciata. Prevale il consiglio dei primi. Tornato in
Grecia, Alessandro fa vedere la gemma a molti che non sanno conoscerne
la virtù, finchè un vecchio Ebreo, da lui fatto venire appositamente,
gliela scopre, servendolo per giunta di una lunga ammonizione. Con
quest'avventura finisce il poema[414].
L'avventura fu pure narrata da Tommaso di Kent nel _Roman de toute
chevalerie_, e introdotta da un interpolatore nel poema di Lambert li
Tors e Alessandro da Bernay, e ripetuta nella compilazione intitolata
_Faits des Romains_[415], nei _Fatti di Cesare_ nostri[416], dal
Mandeville[417], da Pietro Paludano nel suo _Thesaurus novus_. Giovanni
di Hese dice che vicino al Paradiso terrestre è un monte, sul quale fu
Alessandro, che soggiogato tutto il mondo, dallo stesso Paradiso volle
avere tributo[418]. La novella dell'occhio umano, o della gemma che lo
simboleggia, si trova anche separatamente dal racconto del viaggio di
Alessandro al Paradiso[419].
Gli Arabi e i Persiani, che tante favole meravigliose narrano del
Macedone, parlano bensì di una spedizione ch'ei fece in cerca della
fontana di giovinezza, ma ignorano la sua andata al Paradiso. Solo
Nizâmi, il quale fa compiere all'eroe un viaggio nell'Oceano Atlantico,
dice ch'ei seppe, da certi selvaggi abitatori d'un deserto posto di
là dal mare, come fosse, nella regione dove più non brilla il sole,
una città magnifica, abitata da uomini di santa vita, i quali, senza
mai invecchiare, vivevano cinquecent'anni; e il poeta conduce l'eroe
a una terra felice, posta verso Settentrione, popolata da genti scevre
di ogni malizia[420]. A questo proposito non parrà superfluo ricordare
come Firdusi narri dell'andata di Rustem all'Alburz.
Di Alessandro Magno, che presunse di assoggettare persino il Paradiso
terrestre, ebbe forse a ricordarsi l'Ariosto, quando attribuì il
pensiero temerario di così gran conquista al suo Senapo, che ne fu
punito con la cecità e con le Arpie. Il Senapo
Inteso avea che su quel monte alpestre,
Ch'oltre alle nubi e presso al ciel si leva,
Era quel Paradiso che terrestre
Si dice, ove abitò già Adamo ed Eva.
Con cammelli, elefanti, e con pedestre
Esercito, orgoglioso si moveva,
Con gran desir, se v'abitava gente
Di farla alla sua legge ubbidiente[421].
Un autore spagnuolo del secolo XVI, Giovanni Gonzalez di Mendoza,
narra, traendola non so d'onde, la storia di un re del Bengala,
il quale mandò gente, con molte barche, su per il Gange, ordinando
loro d'andarne alla scoperta del Paradiso terrestre. Gli esploratori
navigarono più mesi a ritroso del fiume, e giunsero finalmente a un
luogo ove era mitissima la corrente, e già molti segni apparivano
della prossimità della felice dimora; ma per quanti sforzi facessero
non poterono passar più oltre, sebbene non ci si vedesse impedimento
alcuno[422].
Tornando per un istante ancora ad Alessandro Magno, ricorderò, per
opportunità di riscontro, come nello Pseudo-Callistene si racconti
l'andata di lui, attraverso a un paese tenebroso, ov'è la fontana
di giovinezza, sin presso alle sedi dei beati, dalle quali lo fanno
allontanare due uccelli parlanti; e come nel racconto di Giulio
Valerio, sia dato il nome di Paradiso al luogo dove gli Alberi del Sole
e della Luna diedero all'eroe il famoso responso[423]. Nel Titurel, due
principi indiani, che si vantano discendenti da Alessandro, descrivono
il loro paese, che si chiama Paradiso, senza però esser quello dei
primi parenti.
Ecco ora farcisi innanzi parecchi eroi della leggenda cavalleresca
medievale. Di Merlino si narra che movesse con una nave di cristallo in
traccia dell'isole beate[424]. Di Ugone da Bordeaux si può dire che, se
non fu nel Paradiso terrestre, fu in luogo molto a quello somigliante.
Un grifone lo trasportò sopra una montagna che non conosce le tempeste,
e dove sono alberi bellissimi e tutti i frutti della terra, e la
fontana di giovinezza. Gesù Cristo vi si riposò e la benedisse. Per
comando di un angelo, il cavaliere tolse tre pomi, che avevano virtù
di far ringiovanire[425]. Ma ben giunse al Paradiso terrestre un altro
eroe, Baldovino da Sebourg. Spinti da una furiosa procella, Baldovino
e Poliban passarono il mar d'Inghilterra, passarono il mare d'Irlanda,
e corsero oltre finchè si offerse loro agli sguardi un giardino
meraviglioso, murato tutto intorno di cristallo, splendente come l'oro.
Era quello il Paradiso terrestre. Approdarono i naviganti, e sulla
porta trovarono Enoch ed Elia, i quali, non vecchi già, ma parevano
essere nel fiore della giovinezza, e accolsero i cavalieri molto
benevolmente, e li misero dentro. Qui le solite meraviglie: uccelli che
cantano dolcissimamente, tra' quali alcuni che nascono da un raggio
di sole e sono detti _salamandre_; serenità perpetua; alberi sempre
verdi e carichi di frutti; l'albero del peccato, tutto secco. Elia fece
tornare il re Poliban di trent'anni, dandogli a mangiare di certo pomo.
Baldovino, ch'era giovane, avendo voluto far ancor egli l'esperimento,
contrariamente all'ammonizion del profeta, divenne in un momento
vecchissimo, e pien d'acciacchi, e non racquistò la gioventù perduta
se non quando Enoch gli ebbe dato a mangiare di un altro pomo del
giardino. I cavalieri seppero dai profeti che nel Paradiso avverrà il
Giudizio universale. Quando se ne partirono, sembrava loro di esserci
stati due giorni, e c'erano invece rimasti due mesi[426].
Un eroe più illustre di Baldovino, e anche di Ugone, fu Uggeri il
Danese, del quale pure si narra che andasse al Paradiso terrestre. In
uno dei poemi francesi cui la sua storia porge argomento, il poeta lo
conduce, non nel Paradiso propriamente, ma in quelle vicinanze:
Car le Danois s'en va ou chastel d'aimant,
Qui siet par faerie les Avalon le grant,
Et Paradiz terrestre est un petit avant,
Dont Enoc et Elie vont le saint lieu gardant,
Et y furent ravy en char de feu ardant,
Et la sont tous en vie, et sont jusqu'à tant
Qu'Antecrist regnera, et cil deux dieu sergant
Le meteront a fin: on le treuve lisant
En la sainte escripture qui pas ne va mentant.
Segue poi il racconto del lungo soggiorno che fece l'eroe in quel
paradiso dei cavalieri che fu l'isola di Avalon[427]. Il medesimo si
ha nel romanzo in prosa, calcato sul poema[428]; ma moltiplicando e
affastellandosi sempre più le avventure dell'eroe, gli era naturale
che venisse a cacciarsi tra queste anche un vero e proprio viaggio al
Paradiso. Di tale viaggio è ricordo nei _Fioretti dei paladini_[429].
Giovanni d'Outremeuse narra che Uggeri volle conquistare il Paradiso
terrestre, e con un esercito di ventimila uomini passò regioni popolate
di serpenti, attraversò la valle tenebrosa, vide molte isole, molti
strani e spaventosi animali, mangiò dei frutti degli Alberi del Sole
e della Luna, e giunse al Paradiso, il quale è tutto cinto di monti
altissimi, ed ha un'unica entrata, guardata da fiamme, che non lasciano
passare nessuno[430].
Uggeri non pare che sia penetrato nel luogo vietato, ma bene vi
penetrò un altro cavaliere, il quale ebbe anche la ventura di visitare
l'Inferno, Ugo d'Alvernia. Dopo molte e molte avventure, le une più
strane delle altre, Ugo giunge al Paradiso terrestre, vede la fonte da
cui nascono i quattro fiumi, e presso a quella l'albero disseccato,
che pare tocchi con la vetta il cielo, e tra i rami dell'albero la
Vergine, con in braccio il bambino; poi trova Enoch ed Elia, i quali
si comunicano con cert'ostie ch'egli ebbe dal papa, e portò seco nel
viaggio. Così nel testo italiano del poema, che manoscritto si conserva
nella Nazionale di Torino, e così ancora, secondo ho ragion di credere,
nel franco-italiano della Biblioteca Regia di Berlino[431]. Nel romanzo
in prosa di Andrea da Barberino il racconto corre alquanto diverso. Ugo
risalì, cavalcando, verso le sorgenti del Nilo, accompagnato da alcuni
grifoni, suoi fedeli ajutatori: «trovò una nugola, come tenebra scura,
ed era come un muro, e alta, e tagliata insino all'aria, e divideva
la luce». Quivi presso era un pilastro, con una scritta, la quale
avvertiva chiunque non fosse mondo di peccato di non andare più oltre.
Ugo penò tre giorni ad attraversar quelle tenebre, dopo di che giunse
a un bel prato fiorito, pieno d'alberi, ch'era la _Terra Santa di
Promissione_: Vide Enoch ed Elia, e un luogo cerchiato di muro, ch'era
più propriamente il Paradiso terrestre, dove i santi dissero che nessun
uomo vivo poteva entrare; e non ben s'intende se all'eroe sia conceduto
d'entrarvi[432].
Molta somiglianza morale ha con Ugo d'Alvernia Guerino il Meschino,
e molta somiglianza spesso è tra le loro avventure. Guerino giunge
al Paradiso terrestre scendendo nel Pozzo di San Patrizio. Uscito
dall'Inferno, il cavaliere perviene, in compagnia di molti spiriti
vestiti di bianco, davanti a un muro, che gli sembra d'oro massiccio,
tempestato di gemme, ed è alto sino al cielo, e splende a guisa di
fuoco ardente. S'apre una porta, e n'esce un soavissimo odore, e uno
di quegli spiriti porge al cavaliere un _pomo molto odorifero_, da cui
questi si sente tutto riconfortare. Soppraggiungono Enoch ed Elia, i
quali menano il cavaliere in giro per una felice campagna che si stende
tutto all'intorno. Nel Paradiso stesso nessun uomo mortale può entrare.
Più oltre Guerino vede una città risplendente, cinta di un muro di
fuoco, e ode il canto degli angeli, ond'è rallegrata, ed ha, attraverso
una porta, un'assai strana visione della Trinità. Non s'intende bene
se questo sia il Paradiso terrestre o il celeste; ma è probabile
sia il celeste[433]. Tullia di Aragona rinarra tutto ciò, con alcune
differenze, nel suo poema, e pone ad abitare nel Paradiso terrestre,
insieme con Enoch ed Elia, anche San Giovanni[434].
Con la storia di Ugo d'Alvernia e di Guerino ha molta affinità la
storia di un Fortunato, che non ha nulla di comune con quello celebre
della leggenda popolare, al quale la Fortuna aveva fatto dono della
borsa che mai non si votava. Tale istoria porge materia a un ponderoso
romanzo in prosa, che si conserva fra i manoscritti palatini di
Firenze[435]. Come Guerino, il nostro Fortunato va in cerca del padre,
che non conosce; compie il solito viaggio in remote regioni; vede le
solite meraviglie; e giunge, con alcuni compagni alle falde del monte
del Paradiso, il quale è «tanto altissimo, che la fine dell'altezza»
non si può vedere, e nemmeno il mezzo; e così erto, che non ci si può
salire da quella parte. I viaggiatori son venuti su per il Fison, e
si trovano nella provincia d'Etiopia, confusa spesso, come s'è già
notato, con l'India. Dopo molt'altri giorni di viaggio, confessatisi
e comunicatisi a una badia, salgono il monte dalla parte opposta, e
trovano «molte ville e abitanti,» da' quali sono ricevuti con onore,
finchè, a un certo punto, vedono il monte «cerchiato di fuoco infino
all'aria,» e un angelo «tutto focoso, con una spada in mano,» dice
loro che a nessun uomo mortale è lecito salir più su, e li invita a
mandare un sacerdote che battezzi le genti da essi convertite alla fede
cristiana.
Gli è strano che l'altro Fortunato, quello la cui storia compare in
tutte quasi le letterature d'Europa, non esclusa l'italiana, non giunga
ancor egli al Paradiso terrestre, dappoichè la leggenda lo fa scendere
nel pozzo di San Patrizio, visitare il paese del Prete Gianni, e
correre tutto il mondo.
Gli ultimi cavalieri da noi incontrati ci hanno quasi ricondotti nel
mondo monacale ed ascetico, tanto è spiccato in essi il carattere
religioso, tanta la devozione con cui lungo tutto il corso degli
strani lor viaggi, e in mezzo a mille avventure e a mille pericoli, si
raccomandano a Dio, gridano i loro peccati, digiunano, si macerano, e
si confessano ogni qual volta è data loro occasione di poterlo fare.
Perciò sarà da ricordare qui la saga di Eirek, figlio di Thrand,
re di Drontheim, saga che manifestamente intende alla edificazione.
Partitosi dalla sua terra, Eirek giunge, in compagnia di un suo amico,
a Costantinopoli; ha con quell'imperatore un colloquio di argomento
religioso; attraversa la Siria, entra in mare, giunge in India, e a
un ponte guardato da un drago. Di là dal ponte è il Paradiso. Eirek
vi penetra, gettandosi nella bocca spalancata, passando attraverso il
corpo del mostro. Trova una campagna fiorita, corsa da rivi di miele, e
una torre sospesa in aria, a cui sale su per una scala leggiera, e dove
gli si offre una tavola apparecchiata. Tornato in patria dopo sette
anni di assenza, narra, a confusion dei pagani, le sue avventure, poi
sparisce, rapito miracolosamente, e di lui non si ha più notizia[436].
Ricorderò ancora Hélias, o il Cavalier dal Cigno, dei poemi francesi,
la figliuola della Reina d'Oriente, e il buon Astolfo. Del primo
fu detto che venisse dal Paradiso terrestre quando comparve sulla
navicella incantata, cui traeva per l'onde il candido uccello[437].
La seconda ci fu fatta andare dal Pucci[438]. Il terzo ci fu
condotto dall'Ariosto[439]. Astolfo, chiusa la bocca dell'Inferno, e
imprigionate per sempre le tetre Arpie, si lava da capo a piè:
Poi monta il volatore, e in aria s'alza,
Per giunger di quel monte in su la cima,
Che non lontan con la superba balza
Dal cerchio della luna esser si stima.
Tanto è il desir che di veder lo 'ncalza,
Ch'al cielo aspira e la terra non stima.
Dell'aria più e più sempre guadagna,
Tanto ch'al giogo va della montagna.
Quivi fiori che pajon gemme, alberi sempre fecondi, uccelletti di
tutti i colori che cantano dolcemente, ruscelli e laghi che vincono
di limpidezza il cristallo, un'aura soave che va predando ai fiori il
profumo, uno smisurato palazzo
in mezzo alla pianura,
Ch'acceso esser parea di fiamma viva:
Tanto splendore intorno e tanto lume
Raggiava, fuor d'ogni mortal costume.
Enoch, Elia, San Giovanni accolgono amorevolmente il cavaliere, lo
alloggiano in una stanza, gli dànno di quelle frutta che non hanno
simili in terra, provvedono buona biada all'ippogrifo. Il dì seguente
l'eroe si leva, e dopo aver discorso con San Giovanni
Di molte cose di silenzio degne,
venuta la sera, entra con l'apostolo in un carro, tratto da quattro
destrieri più rossi che fiamma, e sale al mondo della luna per
ricuperare il senno d'Orlando.
Astolfo fu l'ultimo visitatore del Paradiso terrestre. Fausto,
l'inquieto ed insaziabile scrutator delle cose, figura e simbolo di una
nuova età, dopo aver corso in compagnia di Satana tutta la faccia della
terra, e penetrato gli abissi, pervenne, secondo il popolare racconto,
alle fatali giogaje del Caucaso, e vide, da lungi, fiammeggiare la
spada ardente del cherubino; ma, come tratto da nuova cura, non si
fermò e passò oltre[440]. E dopo di lui nessuno più vide la porta
meravigliosa sognata da tanti, e da così pochi varcata; la porta d'oro
e di gemme ormai chiusa per sempre.