GLI ABITATORI DEL PARADISO TERRESTRE.

Il primo uomo, e il primo abitatore umano del Paradiso terrestre

fu, secondo la Genesi, Adamo. Il mito ampliato e variato de' tempi

posteriori s'attenne scrupolosamente, per questo rispetto, alla parola

biblica, e la invenzione dei preadamiti, che prima di Adamo avrebbero

dovuto popolare la terra, è una invenzione assai tarda, ignota ai

cristiani dei primi secoli, ignota a quelli dei tempi di mezzo[190].

Eva fu la compagna di Adamo nel beato soggiorno.

Il racconto biblico è assai sobrio di notizie intorno ai due primi

parenti; ma una tal sobrietà non poteva appagare la fantasia dei

credenti, memori dell'antico peccato e consci della infelicità ond'esso

era loro stato cagione. Il bisogno di conoscerne meglio gli autori,

le condizioni, le conseguenze, nacque spontaneo negli spiriti; e da

quel bisogno ebbe origine una moltitudine d'immaginazioni, le quali

ripeterono fantasticamente tutta la storia dei due protoplasti, dalla

creazione alla morte, e più oltre ancora, sino alle vicende della

più prossima loro discendenza. In grazia di quelle immaginazioni, il

succinto e arido racconto biblico si muta in un lungo romanzo pieno

di meraviglie e di stravaganze, le cui parti non sono tutte insieme

congiunte; anzi si può dire che formino come tanti romanzi separati,

aventi il soggetto medesimo, e informati, generalmente parlando,

dal medesimo spirito. Esse appartengono, quando in comune, quando

in particolare, alle tre grandi famiglie religiose che nei libri

dell'Antico Testamento cercano il verbo primo, se non anche l'ultimo,

delle loro credenze: ebrei, cristiani, maomettani.

Prima di passare a vedere un buon numero di quelle immaginazioni, non

sarà fuor di luogo dare una rapida indicazione delle fonti da cui esse

derivano, o, per parlar più giusto, giacchè ben poco si conosce circa

le loro origini prime, delle scritture in cui ebbero a raccogliersi.

Le principali sono: 1º, Alcuni trattati del _Talmud_; 2º, la _Piccola

Genesi_, o _Libro dei Giubilei_, opera di autore ebraico, anteriore

a Gesù Cristo[191]; 3º, _Il Combattimento di Adamo ed Eva_, tradotto

dall'arabico in etiopico, e malamente attribuito a Sant'Epifanio,

vescovo di Cipro[192]; 4º, _La Caverna dei Tesori_, già ricordata; 5º,

_Il Testamento d'Adamo_, il quale è, assai probabilmente, tutt'uno

con l'_Apocalissi d'Adamo_ di cui fa parola Sant'Epifanio, e con la

_Penitenza d'Adamo_ registrata nel decreto di papa Gelasio[193]; 6º, Il

Libro d'Adamo dei Mandaiti[194]; 7º, una Vita greca[195]: 8º, una Vita

latina[196]; 9º, il Corano, e non poche storie, e non pochi trattati

geografici degli Arabi[197].

Le prime favole di cui noi dobbiamo ora prendere notizia sono quelle

concernenti la creazione di Adamo e di Eva. Anzi tutto è da ricordare

che i cabalisti conobbero un tipo celeste dell'Adamo terrestre, e lo

chiamarono col nome di Adam Kadmon, e che un Adamo celeste si mostra

pure nelle dottrine dei primi gnostici[198]. La Bibbia si contenta di

dire che il Signore plasmò il corpo di Adamo della polvere della terra;

ma tale linguaggio parve poi ai credenti troppo generico. Secondo

una finzione dei rabbini, la polvere con cui Dio plasmò quel corpo fu

raccolta da tutta la faccia della terra; secondo una finzione analoga

dei musulmani, la terra necessaria fu dai quattro angeli maggiori

recata dai quattro punti cardinali: solo il cuore ed il capo furon

fatti di terra tolta nei campi dove sorsero poi la Mecca e Medina, la

santa Kaaba e il sepolcro del profeta[199]. Ebrei e cristiani vollero

far notare, che Adamo era stato creato di terra vergine, di terra,

cioè, non ancora bagnata e polluta dalla pioggia e dal sudore e dal

sangue, nè seminata, nè arata[200]; e Sant'Agostino, per tal ragione,

poneva il nascimento del primo uomo a riscontro del nascimento di

Cristo, figliuol d'una vergine[201]. La terra non parve più materia

sufficiente a tant'opera, e si disse che Adamo fu formato di otto parti

diverse, e che la terra fu una delle otto, assegnando le altre, con

più varie enumerazioni, a elementi diversi, o sostanze, o corpi; per

esempio: mare, sole, nuvole, vento, pietre, spirito santo, chiarità

del mondo[202]. La credenza del resto che l'uomo fosse formato di

otto parti, si vede già ricordata da Plutarco, il quale l'attribuisce

agli stoici[203]. Stando a un'opinione assai diffusa, Adamo fu creato

nell'agro damasceno; ma parecchi affermarono ch'ei fu creato in Ebron,

presso Gerusalemme, e ciò per ragioni che vedremo tra poco[204].

I musulmani, i quali narrano più cose mirabili del modo con cui

l'anima immortale fu introdotta da Dio nel corpo appena plasmato, e

del diffondersi di quella per le varie membra e pei sensi, in guisa

che ciascuno ne ricevesse la vita, i musulmani asseriscono che il primo

uomo fu creato un venerdì, nell'ora in cui i credenti sogliono recitare

la terza preghiera, a egual distanza dal mezzodì e dal tramonto del

sole; e s'accordano così, quanto al giorno, con ebrei e con cristiani.

Dice Sant'Ireneo che Adamo fu creato un venerdì, e di venerdì peccò,

nel qual giorno poi ebbe a morire il Redentore per ricomprar quel

peccato[205]. Altri scrittori ecclesiastici notarono che come Adamo

fu creato il sesto giorno, così Cristo nacque nel sesto millenario.

Vedremo in seguito altri riscontri e collegamenti simili, immaginati

per coordinare sempre più fra loro i due fatti del peccato e della

redenzione, dei quali l'uno era causa e l'altro effetto; ma gioverà

notare sin da ora che nel racconto biblico quel benedetto giorno non

è molto sicuramente indicato, perchè mentre in una parte l'uomo appar

creato nel sesto, subito dopo i bruti, in un'altra appar creato prima

dei bruti e prima delle piante; altro segno della poca cura con cui

furono congiunte insieme le due tradizioni. Nel _Bundehesh_ si legge

che Ahura Mazda spese settantacinque giorni in formar l'uomo: non so

che nulla di simile siasi detto del creatore di Adamo.

Ma non da tutti si credette che di una così vile e malvagia creatura

come subito ebbe a mostrarsi l'uomo potesse essere fattore Iddio.

Gli gnostici, che tanto travaglio diedero alla Chiesa primitiva, e

per oltre due secoli ne minacciarono le dottrine e l'esistenza; gli

gnostici, per cui la materia era la corporalità stessa del male,

affermarono che tutta la creazione, e però anche l'uomo, fosse fattura,

non già di Dio, ma del Demiurgo, il quale, nella loro concezione

dualistica, s'immedesima sempre più col principio del male, e contro

cui è tutta rivolta l'opera salutare di Cristo. Pei Marcioniti il

Demiurgo creatore è bensì il Dio degli Ebrei, ma è, in pari tempo, un

principio malvagio, contrapposto al Dio superiore, il quale è tutto

amore e bontà. Il Demiurgo creò l'uomo e gl'infuse il suo spirito. Fra

i Manichei il Demiurgo assume talvolta il nome di Satana. Nel _Libro

d'Adamo_ dei Mandaiti, libro tutto penetrato di dottrine gnostiche, si

dice che il corpo del primo parente fu creato da genii malefici. Nel

medio evo i Concorezensi, i Bogomili e i Catari pensarono che i primi

parenti fossero spiriti angelici rinchiusi in corpi plasmati da Satana,

e che fosse un'illusione e un inganno dello stesso Satana il Paradiso

terrestre[206].

Che Eva fosse stata creata con una costa d'Adamo fu generalmente

ammesso dalle varie famiglie di credenti che si attennero al racconto

biblico; e alcuni rabbini seppero dire perchè il Signore avesse

scelta quella parte del corpo anzichè un'altra, e provarono pure

che, togliendola ad Adamo, Dio non era stato un ladro. Ciò nondimeno

una opinione diversa ebbe pure a sorgere, che suggerita da un'altra

ambiguità di quel racconto medesimo, trovò numerosi seguaci fra i

rabbini, e qualcuno anche tra i cristiani; la opinione cioè che Adamo

fosse creato primamente androgino, o con due corpi di sesso diverso,

congiunti insieme e poi separati da Dio[207]. La celebre visionaria

Antonietta Bourignon (1616-1680), la quale giunse a veder l'Anticristo,

vide pure il primo padre Adamo, quale fu nella sua gloria, e lo vide

androgino; ma a modo suo. In luogo di membro virile egli aveva un

naso, simile in tutto a quello che adorna il volto, e provveduto delle

medesime facoltà; e nel suo ventre avveniva così la produzione come la

fecondazione degli ovuli da cui nascevano altri uomini[208].

Naturalmente si volle che, prima del peccato, Adamo avesse avuto un

corpo molto più perfetto che non ebbe di poi, e che non sia questo

nostro; e si disse che, mentre durò nello stato d'innocenza, egli fu

tutto luminoso. Altrettanto si narrò di quel Yami della mitologia

indiana, il quale ha con l'Adamo biblico più di una somiglianza.

Nell'Evangelo di San Matteo è detto che i giusti risplenderanno come il

sole nel regno del padre loro, e di una parziale lucidità miracolosa

apparsa nel corpo di un santo uomo parla Cesario in uno de' suoi

racconti[209]. Alcuni rabbini pensarono che Dio avesse creato Adamo

con la coda, ma che poi gliela togliesse per amor di bellezza[210];

e qualcuno pur ve ne fu che di quella coda disse formata Eva[211]. Ad

ogni modo, Adamo fu la più bella delle creature, superiore in bellezza

agli angeli ingelositi, inferiore solamente a Dio[212]; ed Eva fu la

sua degna compagna; e se poteva importare, per altri rispetti, che essi

avessero, o non avessero avuto ombelico, per la bellezza non importava

gran fatto[213].

Ebbero bensì statura acconcia alle altre loro perfezioni. Secondo i

rabbini, Adamo toccava col capo il cielo, si stendeva da una a un'altra

estremità della terra. Gli angeli ne furono sgomenti, e allora Dio lo

rimpicciolì sino a mille cubiti; oppure, dopo il peccato, gli gravò una

mano sul capo e lo ridusse di 1000, 900, 300 o 200 cubiti. Anche pei

musulmani Adamo toccava col capo il primo de' sette cieli, e opinioni

consimili corsero tra' cristiani. Mosè Bar-Cefa riferisce, in relazion

con l'opinione che poneva il Paradiso terrestre nell'antictone, una

credenza, secondo la quale Adamo ed Eva, essendo di smisurata statura,

avrebbero attraversato l'oceano a guado per venirsene nella terra di

qua[214]. Non mancarono valentuomini che sulla vera ed esatta statura

dei primi parenti istituirono lunghe e faticose indagini[215].

Il nome stesso di Adamo diede argomento a parecchie strane

immaginazioni, perchè non pareva possibile che il nome imposto al

primo padre da Dio medesimo, non fosse formato in qualche maniera

speciale, non contenesse alcuna significazione occulta. Giuseppe Flavio

si contenta di dire che Adamo vuol dire Il Rosso, e che il primo uomo

fu così denominato perchè formato di terra rossa; ma in un opuscolo

_De montibus Sina et Sion_, falsamente attribuito a San Cipriano, si

mostra come il nome Adam sia formato delle quattro lettere con cui

principiano, in greco, i nomi dei quattro punti cardinali, ἀνατολή,

δύσις, ἄρκτος, μεσημβρία; e ivi stesso si svela che nel nome di Adamo

era indicato il tempo della passione di Cristo e il numero d'anni

speso da Salomone in costruire il Tempio. Sant'Agostino dice che quella

composizione del nome di Adamo sta a mostrare, sia che la discendenza

di Adamo si spargerà per le quattro plaghe della terra, sia che dalle

quattro plaghe saranno raccolti gli eletti[216]. Per quella ragione

Adamo fu detto _tetragrammatos_ e microcosmo[217]. Tralascio di parlar

di coloro che nei nomi di Adamo e di Eva trovarono, o credettero di

trovare, le prove del solito mito solare[218].

La creazione del primo uomo, se fu incominciamento d'iniquità e di

sciagura sopra la terra, fu pure cagione di discordia e di ruina nel

cielo. Narrano i rabbini, che come appena si sparse colassù la nuova

che l'Eterno voleva creare Adamo, si affollarono intorno al trono di

lui gli angeli e i genii, de' quali, parte lo esortavano a crearlo, e

parte ne lo dissuadevano. Gli angeli della Misericordia, della Pace,

della Giustizia e della Verità, espressero varii sentimenti e diedero

opposti pareri. Quest'ultimo gridò piangendo: «Padre del vero, tu crei

sulla terra il padre della menzogna». Ma l'Eterno rassicurò le schiere

degli spiriti, dicendo che la verità avrebbe legato la terra col

cielo; e Adamo fu creato[219]. Nel Corano il contrasto si aggrava, e

produce effetti disastrosi. Dio, dopo che ebbe creato Adamo, chiamò le

schiere degli angeli suoi perchè onorassero la nuova creatura. Tutti si

piegarono volentieri al divino comando, salvo Iblîs, l'angelo superbo,

il quale ricusò d'inchinarsi alla creta, e fu per tale disobbedienza

cacciato dal cielo; di che poi si vendicò, trascinando l'uomo e la

donna al peccato[220]. Fantasie simili ebbero anche i cristiani, e si

può tener per sicuro che Maometto, il quale da cristiani e da ebrei

toglieva ciò che gli tornava utile, ne conobbe qualcuna. Nella Vita

latina ricordata di sopra, Satana stesso narra ad Adamo la cagione

della sua caduta. Creato l'uomo, Dio ordinò a tutti gli angeli di

adorare quella sua immagine. Primo obbedì Michele, il quale poi fece

obbedire gli altri; ma Satana, tenendosi troppo da più di Adamo, ricusò

di adorarlo, e alle minacce di Michele rispose che porrebbe la sua

sede sopra gli astri del cielo, e si farebbe simile all'Altissimo.

L'ira dell'Altissimo piombò su di lui. Egli fu espulso, insieme coi

suoi seguaci, dal cielo, e per vendicarsi trascinò alla colpa chi

fu involontaria cagione della sua caduta[221]. Qualche accenno a sì

fatto mito si trova già, come fu notato da altri, in Tertulliano, in

Sant'Ireneo, in Sant'Agostino. Questi lo ricusa, e sostien la opinione

che Satana cadde per superbia nell'inizio dei tempi[222].

Il primo uomo aveva, del resto, qualità e pregi quasi divini, tali,

insomma, da meritargli l'ammirazione e la reverenza degli angeli. In

più luoghi si trova detto che egli vinceva in perfezione tutti gli

spiriti celesti: stando a una delle tante fantasie rabbiniche, gli

angeli, vedutolo, credettero ch'egli fosse un secondo Dio, e l'unico

vero Dio, per disingannarli, lo fece cadere in un profondo sopore, Non

si dimentichi che in molte altre mitologie il primo uomo è un dio, o

quasi un dio.

Adamo fu il più sapiente degli uomini, superato solo da Cristo, l'Uomo

Dio. Seguendo San Tommaso e la tradizione patristica, dice Dante che in

Adamo e in Cristo fu infuso da Dio stesso

Quantunque alla natura umana lece

Aver di lume[223].

Sapere connato dunque, non acquisito. I cabalisti pensarono invece che

Adamo fosse stato ammaestrato dagli angeli, e Mosè Maimonide asserì

ch'egli fu uno stolto finchè non ebbe gustato il frutto proibito.

La opinione, per altro, ch'egli avesse in sè, comunque acquistata,

ogni dottrina, fu la opinion prevalente. Alcuni rabbini dissero che

Dio stesso mandò ad Adamo, per mezzo dell'angelo Rasiele, un libro,

in cui erano dichiarati tutti i secreti del cielo, ed esposte tutte

le sante dottrine, e che gli angeli scendevano apposta per udirne la

lettura. Questo libro miracoloso ritornò da sè stesso in cielo dopo il

peccato; ma quando Adamo ebbe fatto penitenza, Dio ordinò all'arcangelo

Raffaele di riportarglielo, e Adamo ne fece diligente lettura, e

lo lasciò, morendo, a Seth[224]. Una finzione simile a questa corre

tra' musulmani: nella fantasia di taluno il libro diventò un vero e

proprio libro di magia[225]. Adamo fu tenuto inventore dei caratteri,

peritissimo in astrologia e, generalmente parlando, institutore di

tutte le scienze e di tutte le arti[226]. Frutto di tanto sapere furono

parecchi libri. Sant'Epifanio ricorda certe rivelazioni attribuite

dagli gnostici ad Adamo; alcuni rabbini parlarono di un libro di

singolarissimo pregio in cui egli raccolse quanto nel Paradiso

terrestre udì dalla bocca di Dio; Mosè Maimonide dice che i Sabei

facevano Adamo autore di trattati sopra l'agricoltura: persino libri

di alchimia gli furono attribuiti. Due salmi si volle fossero opera

sua. Eva dovette avere, in qualche parte almeno, il sapere di Adamo:

Sant'Epifanio fa menzione di un evangelo che si diceva dettato da

lei[227].

Una solenne e innegabile prova del suo sapere, se non altro filologico,

diede Adamo quando, essendogli stati condotti innanzi, da Dio, tutti

gli animali creati, egli seppe nominar ciascuno in settanta lingue

diverse, mentre, per confession dei rabbini, gli angeli non avevano

saputo nominarli nemmeno in una lingua sola. Gli è vero, per altro, che

di solito non si concede ad Adamo la cognizione di tante lingue quante

ne nacquero poi, al tempo della edificazione della Torre di Babele; ma

si ragiona della lingua parlata da lui come di una lingua assai più

perfetta che non quelle venute dopo, e perdutasi già sin dai tempi

della prima sua discendenza.

La lingua ch'io parlai fu tutta spenta

Innanzi assai ch'all'ovra inconsumabile

Fosse la gente di Nembrot attenta,

dice lo stesso Adamo a Dante, là nel Paradiso[228]. Vero è che nel

trattato _De vulgari eloquentia_, Dante aveva affermato che la lingua

parlata primamente da Adamo fu quella stessa che parlarono poi gli

Ebrei, serbata integra, affinchè il redentore del mondo potesse

parlare il linguaggio della grazia, e non un linguaggio nato dalla

confusione[229].

Vogliono alcuni che Adamo fosse introdotto da Dio nel Paradiso

terrestre solo quaranta giorni dopo la sua creazione[230]. Checchè

sia di ciò, la felicità di cui godettero nel giocondo giardino egli

e la donna sua fu quale noi non possiamo nemmeno immaginare, nonchè

descrivere. Vivendo in terra, eglino eran fatti partecipi della vita

del cielo. Nel _Testamento_ ricordato pur dianzi, lo stesso Adamo

racconta al figliuolo Seth quale fosse la condizione di lui e di Eva

nel Paradiso, prima del peccato. Udivano il suono armonioso che moveva

dalle ali dei serafini preganti; udivano la gran voce dell'acque, le

quali, dal profondo, adoravano il loro fattore; udivano le preghiere

di tutti gli esseri distribuite per le diverse ore del giorno e della

notte. Fruivano della beatifica visione di Dio, e pascevano l'anime

della parola divina. Godevano delle delizie incomparabili del giardino,

circondati dalla reverenza e dall'amore di tutte le creature viventi.

Ma quanto tempo godettero di così invidiabile felicità? quanto durò, in

altri termini, lo stato di loro innocenza? Su questo punto le opinioni

divariano assai, giacchè nulla dicono le Scritture. San Giovanni

Crisostomo crede che Adamo ed Eva non rimasero forse nemmeno un giorno

nel Paradiso[231]; e narrano alcuni talmudisti che Adamo peccò nella

decima ora del giorno in cui fu creato, e che egli ed Eva furono pieni

di terrore quando, essendo già stati cacciati dal Paradiso, videro per

la prima volta in lor vita tramontare il sole[232]. In Occidente si

accreditò in più particolar modo la opinione che i primi parenti non

rimanessero nel Paradiso più di sett'ore, dalla prima alla settima,

o dalla terza alla nona del giorno in cui furono creati, o vi furono

introdotti. Perciò dice Adamo a Dante:

Nel monte, che si leva più dall'onda,

Fu'io, con vita pura, e disonesta,

Dalla prim'ora a quella che seconda,

Come il sol muta quadra, l'ora sesta[233].

Ma altre opinioni vi furono in buon numero, delle quali alcune poco

si dilungavano da questa, e altre moltissimo; e secondo che si badi

all'una o all'altra, Adamo ed Eva sarebbero rimasti nel Paradiso un

giorno, sei, nove, quaranta giorni, sett'anni, quindici, ventotto, un

secolo[234]. I maomettani ce li fanno stare cinquecent'anni.

Non si creda, del resto, che questi numeri fossero sempre immaginati a

caso; molte volte si cercò in essi un indizio di misteriose e recondite

colleganze tra i due fatti capitali della storia del genere umano,

la caduta e la redenzione. Le condizioni e il modo di quella dovevano

prenunziare le condizioni e il modo di questa. Perciò da taluno si fece

durare il soggiorno dei primi parenti nel Paradiso quanto poi durò la

passione di Cristo; e si disse che il peccato fu commesso l'ora sesta,

nella qual ora Cristo fu posto in croce; e che l'espulsione avvenne

l'ora nona, nella quale ora poi Cristo morì. Altre corrispondenze pure

s'immaginarono. I quarant'anni dovevano rispondere agli altrettanti che

gli Ebrei passarono nel deserto.

Secondo i musulmani, che drammatizzarono in assai poetico modo

la storia della tentazione, Adamo resistette ottant'anni alle

sollecitazioni di Eva, che voleva fargli gustare il fatal pomo. I

cristiani non si curarono di sapere troppi particolari in proposito.

Ammisero, senz'altro, che Adamo fu trascinato al peccato da Eva[235];

e solo si mostrarono alquanto più curiosi di conoscere la vera qualità

del peccato commesso da entrambi. La opinione ortodossa e legittima è

ch'essi abbiano veramente trasgredito il divino precetto mangiando il

pomo; non un pomo simbolico, ma un pomo reale. Divieti simili a quello

di cui narra la Genesi si trovano in tutte le mitologie, e non di rado

riguardano appunto una pianta; e di ciò non si meraviglia chi ricordi

con quanta facilità gli uomini primitivi attribuissero ai frutti, o

ai succhi di certe piante, virtù di conferire, sia la immortalità,

sia un sovrumano sapere. Dante, che in così fatte questioni suol farsi

ripetitore delle dottrine approvate dalla Chiesa, dice, parlando della

sacra pianta del Paradiso terrestre:

Per morder quella, in pena ed in disio

Cinquemil'anni e più, l'anima prima

Bramò colui che il morso in sè punio;

e facendo consistere la colpa, non nel fatto materiale dello aver

mangiato il frutto, ma nella disobbedienza, pone in bocca ad Adamo

queste parole:

Or, figliuol mio, non il gustar del legno

Fu per sè la cagion di tanto esilio,

Ma solamente il trapassar del segno[236].

Alcuni talmudisti, per altro, pensarono, non ostante il detto

divino _Crescete e moltiplicate_, che il peccato fosse consistito

nella copula, e questa loro opinione ebbe seguitatori anche fra'

cristiani[237].

Dove, quando seguì il primo accoppiamento dei due primi genitori? Anche

intorno a ciò vi furono più disparate opinioni. Alcuni rabbini dicono

ch'esso avvenne nel Paradiso, e che nel Paradiso furono concepiti

Caino e Abele. I musulmani narrano meraviglie delle nozze di Adamo

ed Eva, e del padiglione di seta sotto cui esse furono celebrate, nel

bel mezzo del Paradiso. Ma i Dottori cristiani, tra cui San Girolamo e

Sant'Agostino, sostennero sempre che Adamo ed Eva uscirono vergini dal

Paradiso terrestre, e non si congiunsero se non passato certo tempo,

più o meno lungo, dalla loro espulsione; e Felice Faber afferma che,

se fossero rimasti nel Paradiso, avrebbero generato senza perdere la

verginità[238]. Ad ogni modo si ammetteva da tutti che, immediatamente

dopo il peccato, essi avessero perduto in certa guisa la verginità

dello spirito, avvedendosi della nudità propria. Perciò parecchie

sètte di eretici, che si chiamarono col nome di Adamiti, sorte in varii

tempi, considerarono la nudità come un segno di libertà di spirito e

d'innocenza, e rifiutarono ogni maniera di vesti[239].

Ma fu veramente Eva la prima moglie di Adamo? ed Eva, la gran

prevaricatrice, fu ella sempre fedele al suo legittimo sposo? Strani

dubbii si mossero intorno a ciò; anzi strane cose si affermarono. Fu

credenza diffusa tra' rabbini che, prima di generar figliuoli con Eva,

Adamo ne generasse con un demone femmina per nome Lilith, il quale

vuolsi da taluno che sia una cosa istessa con Ilithia, dea della notte

e dello spazio, adorata in Grecia ed in Egitto. Da quelle prime nozze

nacquero molti spiriti maligni[240]. Secondo un'altra finzione, Dio,

prima di trarre Eva dalla costa di Adamo, creò di terra Lilith, la

quale rifiutò di obbedire al marito, lo abbandonò, e divenne un genio

malefico, infesto ai pargoli, e madre di demonii[241]. Per contro,

una favola satirica, dovuta assai probabilmente alla fantasia di un

trovero, narra che, prima d'Eva, Dio aveva dato ad Adamo una compagna

assai più perfetta; ma che Adamo, ingelositosi della superiorità di

lei, la uccise, dopo di che Dio, per punirlo, diedegli Eva, che lo

trasse al peccato[242]. E fu persin detto che Adamo non ischifò di

congiungersi con le fiere.

Eva, da canto suo, non avrebbe dato prova di troppo maggior

continenza[243]. Vogliono ch'ell'abbia avuto commercio con Samaele,

principe de' demonii, e procreato con esso più figliuoli, tra cui

v'è chi pone Caino, e anche Abele. Del resto le notizie intorno

ai figliuoli di Adamo ed Eva sono molto confuse, e non di rado

contraddittorie[244].

Negli apocrifi ricordati di sopra si narra l'aspra e dolorosa vita

che dovettero condurre i due primi parenti dopo la loro cacciata dal

Paradiso; si narra la dura e lunga penitenza con cui si studiarono

di cancellare il peccato e di racquistare la grazia e l'amore di

quel Dio che avevano offeso; si narra la vecchiezza loro e la morte,

supreme calamità che sulla terra produsse la colpa. Usciti dal luogo

di beatitudine, si trovano in una terra inospitale ed ingrata, fra

belve fatte nemiche; errano in cerca di cibo, e debbono contentarsi di

quello onde le belve si pascono. S'accostano di bel nuovo al Paradiso,

con isperanza d'esservi riammessi, ma la speranza rimane delusa. Essi

piangono vedendo i corpi loro tanto mutati da quelli di prima; piangono

pensando alla felicità irreparabilmente perduta. Pregano senza fine

il Signore, ne implorano la pietà, digiunando, rimanendo immersi per

lunghi giorni nelle acque del mare, o in quelle del Giordano o del

Tigri. Ma Satana, e gli spiriti suoi, non dànno loro pace, li insidiano

in tutti i modi, tentano di ucciderli, seducono una seconda volta Eva,

distogliendola dalla cominciata penitenza. A consolare tanta miseria,

a confortare gli animi che stanno per cedere alla disperazione, viene

di quando in quando dall'alto la voce del Signore, che annunzia il

futuro perdono e la redenzione: a rinfrancare i corpi afflitti Dio

misericordioso manda delle frutta del Paradiso. Nuovi uomini nascono

sopra la terra e si vanno aggravando le conseguenze fatali della

colpa. Caino uccide Abele: Adamo ed Eva piangono amaramente l'ucciso.

Sono corsi nove secoli, e Adamo, stremato dalla vecchiezza e dalla

malattia, manda il figliuolo Seth, manda la moglie, prima cagione di

tanto soffrire, a chiedere al cherubino, cui fu commessa la custodia

del Paradiso, l'olio di misericordia. Qui nuova promessa di futura

redenzione. Adamo passa di questa vita, profetando nuove colpe e nuove

sciagure; Eva non tarda a seguirlo. I figliuoli dànno sepoltura ai

loro corpi, e la storia del mondo procede qual fu pronunziata, correndo

incontro al Diluvio.

Tale in succinto, raccolta da' varii racconti, la storia dei due

primi uomini dopo il peccato. Come ognuno può immaginar facilmente,

più e più opinioni particolari si ebbero sopra tale, o talaltro punto

di essa. Nel trattato _Erubim_ si legge che la penitenza di Adamo

durò centotrent'anni: secondo una tradizione musulmana, le lacrime

ch'egli pianse dopo il peccato formarono il Tigri e l'Eufrate; secondo

un'altra, quelle lacrime caddero sull'isola di Serendib, e produssero

le piante medicinali e gli aromati. Uno dei tristi e più visibili

effetti della colpa fu, a detta di certi rabbini, la calvizie[245].

Circa il luogo ove i due primi parenti vissero dopo la espulsione dal

Paradiso, e il luogo dove poi ebbero sepoltura, furono varie credenze.

Si disse da alcuni ch'e' furono rimessi nell'agro damasceno, ov'era

stato creato Adamo. Secondo Sant'Epifanio (sec. IV), Adamo ed Eva

dimorarono alcun tempo in prossimità del Paradiso, poi errarono per

molte regioni, e finalmente vennero in Giudea, ove morirono[246].

Dionigi di Telmahar (sec. IX) dice che la caverna dei tesori, ove

ripararono e vissero i due cacciati, e sulla quale apparve poi la

stella che guidò i Re Magi, era posta nell'ultimo Oriente, nella

montagna di Scir, di contro all'oceano che cinge il mondo, e non

lungi dal Paradiso terrestre. Coloro poi che ponevano il Paradiso

nell'antictone, pensavano, come abbiam veduto, o che Adamo ed Eva

fossero rimasti di là, e la progenitura loro similmente, sino al

Diluvio, o che fossero venuti di qua, attraversando l'oceano. Secondo

un'altra opinione, che fu diffusissima, così in Oriente, come in

Occidente, e in Oriente è viva tuttora, Adamo ed Eva vissero gli anni

del loro esilio nell'isola di Serendib, o Ceilan.

Questa credenza è, senza dubbio, di origine maomettana, o, piuttosto,

è una credenza buddistica trasformata da maomettani; ed ecco in qual

modo. Credevano, e credono ancora i buddisti, che il Budda soggiornò

alcun tempo sopra un monte dell'isola di Ceilan, chiamato Langka dai

bramani del continente[247]; che quivi menò vita contemplativa; e che

sollevandosi poi al cielo, lasciò nella rupe la impronta del proprio

piede, visibile a tutti. I maomettani, usando un procedimento assai

frequente nella storia delle leggende, riferirono ad Adamo quanto si

narrava del Budda, e le due tradizioni continuarono a vivere l'una

accosto all'altra. Di ciò ci porge una curiosa testimonianza Marco

Polo nella relazione dei suoi viaggi. Egli dice che nell'isola di

Ceilan, sulla cima di un alto monte, al quale non si può salire

se non con l'ajuto di catene, è un sepolcro, che i Saracini dicono

essere di Adamo, e gli idolatri (intendi i buddisti), di Sergamon

Borcam. Il séguito del racconto mostra che questo Sergamon non è

altri che il Budda, il quale andò soggetto, come è noto, ad una altra

consimile trasformazione, diventando il santo Josafat della leggenda

cristiana[248]. Gli Arabi chiamarono il monte Rahun, e il primo loro

scrittore che abbia fatto ricordo della leggenda sembra essere stato

Suleymân. Edrîsi, il quale scrisse il suo trattato geografico alla

corte di Ruggero II di Sicilia, nel 1154, Edrîsi, il quale attesta,

fra tant'altre cose, d'aver visitato la grotta dei Sette Dormienti

presso Efeso, e d'aver veduto i loro corpi tra l'aloe, la mirra e la

canfora, non s'intende bene se morti, o sopiti di nuovo, riferisce

la leggenda del monte, da lui chiamato el-Rahuk. A suo dire, narrano

i bramani esservi sulla vetta del monte l'impronta del piè di Adamo,

lunga settanta cubiti e luminosa. Da quel punto, con un passo, Adamo

giunse al mare, ch'è lontano due o tre giornate[249]. Dicono inoltre

i maomettani che Adamo, cacciato dal Paradiso, cadde nell'isola di

Serendib, e quivi morì, dopo aver compiuto un pellegrinaggio al luogo

dove poi doveva sorgere la Mecca. Una descrizione del monte si trova

pure nei viaggi d'Ibn-Batûta[250].

La leggenda passò d'Oriente in Occidente, e dai maomettani ai

cristiani; e il monte di Ceilan, chiamato poi dai Portoghesi Pico de

Adam, diventò celebre. Eutichio, patriarca d'Alessandria (m. 940)

dice solo che Adamo fu cacciato in un monte dell'India[251]; ma il

monte è poi sempre quello di Ceilan. Odorico da Pordenone lo descrive

succintamente, e narra che nella sommità di esso era un lago che quelli

dell'isola dicevano formato delle lacrime piante da Adamo e da Eva

per la morte di Abele[252]. Giovanni de' Marignolli ha un racconto

più particolareggiato e più esplicito. L'angelo di Dio prese Adamo,

e lo posò sul monte di Ceilan, e l'impronta del piede di Adamo rimase

miracolosamente impressa nel marmo, lunga due palmi e mezzo. Sopra un

altro monte, lontano dal primo quattro piccole giornate, l'Angelo posò

Eva, e i due peccatori stettero disgiunti, immersi nel lutto, quaranta

giorni, trascorsi i quali, l'angelo condusse Eva ad Adamo, il quale

era ormai disperato. Sulla prima montagna erano, oltre l'impronta

del piede, una statua seduta, con la destra stesa verso l'Occidente;

la casa di Adamo; una fonte di purissime acque, le quali si credeva

venissero dal Paradiso, e in cui eran gemme, formate, secondo la

opinione di quegli abitanti, delle lacrime di Adamo; un orto pieno

d'alberi che recavano ottimi frutti. Molti pellegrini si recavano a

visitare il santo luogo[253]. Sulla fine del secolo XVII, Vincenzo

Coronelli diceva ancora che sulla cima del monte era sepolto Adamo, e

che ci si vedeva un lago formato delle lacrime versate da Eva per la

morte di Abele[254]. Quest'ultima affermazione contraddiceva a un'altra

credenza, che non sembra, per altro, sia stata molto diffusa. Il già

ricordato Burcardo di Monte Sion dice che nel fianco di un monte, nella

valle d'Ebron, era la spelonca ove Adamo ed Eva piansero cent'anni

la morte di Abele, e che ci si vedevano ancora i letti su cui avevano

dormito, e la fonte delle cui acque avevano bevuto[255].

Se fu posta sulla sommità del monte di Ceilan, la sepoltura di Adamo

fu posta pure in molti altri luoghi. Secondo una leggenda orientale,

Adamo fu seppellito nel Paradiso terrestre[256]; e nella già più

volte ricordata Vita latina si dice il medesimo; e nell'Apocalissi

greca si dice anche di Eva. Ma questa credenza non ebbe molto favore.

Nel _Testamento di Adamo_ si narra che Adamo fu seppellito a oriente

del Paradiso, e che gli stessi angeli e le Virtù del cielo ne fecero

i funerali. Nel _Combattimento di Adamo ed Eva_ il racconto si

arricchisce di particolari a questo riguardo, e si narrano parecchie

vicende a cui andò soggetto il corpo del primo genitore. Adamo mancò

l'anniversario del giorno in cui fu creato, ricorrendo l'ora in cui

fu espulso dal Paradiso. Il suo corpo fu deposto nella caverna dei

tesori, dove andarono a raggiungerlo a mano a mano i corpi degli altri

patriarchi. Avvicinandosi il Diluvio, Noè e i figliuoli tolsero, per

comandamento divino, dalla caverna il corpo di Adamo, insieme con

l'oro, l'incenso e la mirra che v'erano stati raccolti, e lo portarono

nell'Arca, lasciando gli altri corpi nella caverna, la quale fu

chiusa da Dio per modo da non lasciarne veder segno; e così rimarrà

sino al giorno della risurrezione. Molti anni dopo, morto Noè, Sem e

Melchisedec traggono, per ordine di Dio, il corpo dall'Arca, e, guidati

da un angelo, vanno a seppellirlo sul Golgota. Ecco qui la leggenda

celebre che vuole sepolto il peccatore nel luogo stesso ove dovrà poi

sorgere la croce del redentore, e che narra bagnata del prezioso sangue

di questo il capo ribelle che non aveva saputo piegarsi al divino

comandamento. Di questa, che certo è leggenda mirabile, s'inspirarono

le arti del disegno: il teschio che in infiniti quadri si vede fuor di

terra, appiè della croce, è il teschio di Adamo[257]. Alcuni eretici si

spinsero più oltre nei liberi campi della fantasia: essi identificarono

il redentore col peccatore, fecero passar l'anima di Adamo prima in

Davide, poi in Cristo. E Cristo fu anche detto secondo Adamo[258].

Vogliono alcuni Padri della Chiesa greca che la tradizione, la quale

dice Adamo sepolto sul Golgota sia di origine giudaica: concesso pure

che tale sia la sua origine (e gli Ebrei dovevano essere naturalmente

tratti a raccostare il padre del genere umano a Gerusalemme) bisogna

riconoscere che quella tradizione aveva ogni desiderabil carattere

per farsi accettar da' cristiani. Sant'Agostino esprimeva il pensiero

e il sentimento di molti quando mostrava che alla riparazione nessun

altro luogo poteva essere più acconcio di quello ove giaceva sepolto

il colpevole[259]. Accostandosi a certi racconti di cui dovrò parlare

più innanzi, e seguitando una opinione professata da parecchi rabbini e

da parecchi Dottori cristiani, dice l'inglese Sevulfo, nella relazione

del viaggio che fece in Palestina negli anni 1102 1103, che Adamo

era seppellito nella valle d'Ebron, insieme con Abramo, Isacco e

Giacobbe[260]. Di così ingegnosi collegamenti non si dilettarono, del

resto, solamente gli ebrei e i cristiani: secondo una delle tradizioni

maomettane, Adamo fu seppellito a poca distanza dal luogo ove doveva

sorgere la Mecca, sul monte Abù-Cais, oppure sul monte Arafat, dove

Adamo si ricongiunse con Eva dopo centovent'anni di separazione[261].

Adamo ed Eva lasciarono, com'è ben naturale, lungo ricordo di sè,

del loro peccato, e della punizione che gli tenne dietro, nella loro

progenie, defraudata per essi della felicità a cui Dio la voleva

chiamata, e data in preda a inenarrabili sciagure. Non si può aprire

libro di sacro argomento senza incontrare i loro nomi, e un qualche

cenno della istoria loro. Per secoli, durante tutto il medio evo, essi

furono vivi nella coscienza dei credenti, che sognavano e agognavano,

nella comune desolazione, la perduta felicità. Ai tempi di Michele

Psello (sec. XI) si vedevano in un luogo di Costantinopoli le statue

di Adamo ed Eva accanto a quelle della prosperità e della fame. Nella

solitudine dei chiostri, i monaci si proponevano a vicenda indovinelli,

cui porgevano argomento Adamo ed Eva, domandando per esempio: _Chi morì

senz'esser mai nato?_ Nei Misteri si vedeva la creazione dei due primi

parenti, e tutta la storia dolorosa della tentazione e del peccato,

sceneggiata[262]. Nelle epopee francesi del medio evo sono molto

frequenti le preghiere poste in bocca a tale o talaltro dei personaggi,

e quelle preghiere cominciano assai spesso con un cenno alla creazione

dei due progenitori e al peccato da essi commesso[263]. Non era forse

uscita da quel peccato tutta la storia dell'uman genere? I versi

d'Alcuino esprimevano a questo riguardo la credenza e il rammarico di

un infinito popolo:

Postquam primus homo paradisi liquerat hortos,

Et miseras terrae miser adibat opes:

Exilioque gravi poenas cum prole luebat,

Perfidiae quoniam furta et maligna gerit:

Per varios casus mortalis vita cucurrit,

Diversosque dies omnis habebat homo[264].

Ma lasciamo ora, per ritrovarli anco una volta un po' più innanzi,

Adamo ed Eva, e volgiamoci ad altri abitatori del Paradiso.

Primi ci si presentano Enoch ed Elia, il patriarca e il profeta che

mai non pagarono il debito loro alla morte, e vivi furono sottratti

alla vista degli uomini. La tradizione che entrambi li pone ad abitare

nel Paradiso terrestre è assai antica, e comune così ad ebrei come a

cristiani: essa aveva una sua ragion naturale nel pensiero che chi

scampava per divina grazia alla morte dovesse rientrar nel luogo

ove la morte non poteva aver potestà, ov'era l'albero della vita.

Sant'Ireneo, Tertulliano, Santo Agostino, Mario Vittore, Gregorio

di Tours, Sant'Aldelmo, altri assai, così del tempo più antico, come

del medio evo, la ricordano, e se i più l'accettano, parecchi ancora

la rifiutano[265]. Un dubbio rimane, se il luogo dove i due santi

soggiornano da secoli sia proprio il Paradiso terrestre. Nell'apocrifo

_Libro d'Enoch_ è detto che nessuno mai conobbe il luogo ov'ebbe

ricetto il patriarca[266]; e Alano de Insulis, per non recare altri

esempii, in uno degli scritti suoi dice che il santo fu trasportato nel

Paradiso terrestre, e in altro ch'egli fu trasportato, sia nel Paradiso

terrestre, sia in luogo a noi occulto[267]. Ma questo dubbio fu di

pochi. Le leggende medievali ci mostrano assai spesso Enoch ed Elia

nel Paradiso; e nel Paradiso li pongono Fazio degli Uberti e Federigo

Frezzi; e Dante non dice qual ragione l'abbia indotto a non lasciarveli

vedere[268].

Tradizioni simili a queste hanno i maomettani, i quali narrano che

Enoch, da essi chiamato Edris, ed Elia (Kheder, Khidr)[269] trovarono

la fontana di vita, e avendo bevuto delle sue acque non conobbero

la morte: essi sono pressochè sempre in moto per vegliare alla

sicurezza dei pellegrini che si recano alla Mecca, e solo di tanto

in tanto riposano in un paradiso ripieno di tutte le delizie[270]. Il

viaggiatore Abulfauaris dei _Mille ed un giorno_ trova Elia e Kheder

(qui Kheder è diverso da Elia) in un paradiso serbato agli amici e

discepoli del profeta[271].

Enoch ed Elia compaiono di solito vecchissimi, sebbene questa loro

vecchiezza male s'accordi con la credenza che nel Paradiso terrestre

fosse la fontana di giovinezza[272]. Essi non sono mai morti, e serbano

il corpo che già ebbero mentre furon tra gli uomini; ma non per questo

si sottrarranno alla comune e inflessibil legge cui è soggetta tutta

la discendenza d'Adamo. La morte loro è solamente differita. Alla fine

dei tempi essi torneranno sulla terra d'esilio, e combatteranno contro

l'Anticristo, e saranno uccisi da lui, ma per risuscitare poco dopo, ed

essere assunti alla gloria eterna del cielo. Questa credenza suggerita,

per una parte, dalla opinione che i due santi dovessero, come tutti

gli altri uomini, andar soggetti alla morte e alla risurrezione, e per

un'altra, da ciò che nell'Apocalissi è detto[273] di due testimoni

non nominati, i quali saranno uccisi dalla bestia diabolica e poi

risusciteranno, questa credenza ebbe tra' cristiani grandissima

diffusione. Non senza variare tuttavia in parecchi particolari. Così

qualche scrittore aggiunse terzo campione ai due primi San Giovanni;

altri fece compagno ad Elia, non già Enoch, ma Mosè, o Geremia, o

Eliseo; altri parlò del solo Elia[274]. I rabbini favoleggiarono

di un ritorno di Elia pel tempo della venuta del Messia, e poi pel

tempo della irruzione dei popoli di Gog e Magog. Non sarà fuor di

luogo ricordare a questo proposito che Lao-Tseu si tolse agli occhi

degli uomini ritraendosi sulle cime del Kuen-lun, ov'è il paradiso

dei Cinesi; e che la rimozione, o segregazione (quella che i Tedeschi

chiamano _Entrückung_) degli eroi, o di altri personaggi tra l'umano e

il divino, è tema comune la molte mitologie[275].

Nell'Evangelo di Nicodemo Enoch ed Elia accolgono nel Paradiso

terrestre le anime che Cristo ha liberate dall'Inferno, e a capo delle

quali è Adamo[276]. Che quel Paradiso dovesse esser luogo di dimora pei

giusti e per gli eletti, fu opinione seguitata da molti, così tra gli

ebrei come tra' cristiani, e assai naturalmente suggerita dal pensiero

che le anime riscattate da Cristo dovessero racquistare quanto la

diabolica frode aveva fatto loro perdere. Sant'Isidoro Pelusiota (sec.

V) dice che i giusti risorti saranno accolti da Cristo nel Paradiso

terrestre, come nella propria lor patria, dalla quale li ha esclusi

il peccato[277]; e nel già più volte citato _Combattimento di Adamo_

Dio promette al peccatore che il giorno in cui scenderà nel regno dei

morti, e spezzerà le ferree porte dell'Inferno, condurrà le anime dei

giusti nel giardino di beatitudine[278].

Ma la credenza prese, come si può bene immaginare, più forme, e se

da molti fu accolta, fu pure da molti contraddetta. Nel _Libro di

Enoch_, il quale, non tenendo conto di certe aggiunte posteriori, fu

composto, secondo la più probabile opinione, oltre a cent'anni prima

di Cristo, è fatta menzione del giardino ove abitano i giusti e gli

eletti, e tale giardino è, senza dubbio, quello stesso di Adamo[279].

Nel racconto di Rabbi Giosuè, figliuolo di Levi, ricordato di sopra, e

in un altro racconto rabbinico, ove si narra un'avventura di Alessandro

Magno, e del quale dovrò far parola più innanzi, si dice similmente

che il Paradiso terrestre è luogo di dimora ai giusti, e nel secondo si

soggiunge, sino all'universale Giudizio[280].

Tra' cristiani, i più di coloro che pensarono dovere i giusti aver

ricetto nel Paradiso terrestre, asserirono che questo loro soggiorno

sarà temporaneo, e durerà solo sino alla risurrezione e al Giudizio,

dopo il quale ascenderanno in cielo. Taluno di essi volle usata ai

soli martiri cotal grazia; mentre altri, o sostennero la opinione che

giusti e rei sono accolti in un luogo medesimo sino al novissimo dì, o

concedettero ai giusti d'entrare nel Paradiso celeste immediatamente

dopo la morte[281]. Quest'ultima opinione trionfò dopo il V secolo,

e riuscirono vani gli sforzi con cui Giovanni XXII tentò di far

prevalere la contraria dottrina, che gli eletti non saranno ammessi

alla beatifica visione di Dio se non dopo il Giudizio universale.

Ciò nondimeno, questa dottrina, che l'Università di Parigi condannò

come ereticale nel 1240, si vede implicitamente professata in alcune

leggende, delle quali dovrò dire più oltre, e in parecchie Visioni. In

esse, il luogo ove i giusti attendono il gran giorno, è talvolta il

Paradiso terrestre, espressamente nominato, e talvolta un luogo non

nominato, che può essere, o non essere, secondo i casi, il Paradiso.

Beda narra di un uomo di Nortumbria che, pellegrinando nel mondo di là,

giunse a una pianura fiorita e ridente, innondata di luce, chiusa da

altissimo muro, e popolata da innumerevoli beati vestiti di bianco, i

quali, non essendo stati perfetti in vita, attendono ivi il Giudizio.

Non dice che fosse quello il Paradiso terrestre[282]. Nel racconto di

cert'apparizione, riferito da Gervasio da Tilbury, è fatto cenno di un

Purgatorio nell'aria, e di un altro luogo, più remoto dalla terra, dove

le anime dei giusti aspettano il novissimo giorno[283]. Il monaco di

Evesham, di cui narra la Visione Matteo Paris[284], trovò dopo essere

uscito dai luoghi di punizione, anime beate, che soggiornavano in campi

luminosi e fiorenti, separati dal Paradiso da un muro di cristallo.

Nella Visione di Tundalo si parla di anime non abbastanza buone per

meritare il cielo, le quali si stanno esultanti in una dilettosa

campagna; ma non è detto che questa campagna sia il Paradiso terrestre,

sebbene possa farlo credere la fontana di vita che vi si trova[285].

Per contro nell'_Apocalypsis Pauli_ sono anime beate, le quali

aspettano nel Paradiso terrestre il giorno del Giudizio, in compagnia

di Enoch ed Elia[286]; e il medesimo si ha nella leggenda del Pozzo di

San Patrizio, nella Visione di Frate Alberico e in altre[287].

Quel Thurcill, di cui narra la Visione il testè ricordato Matteo

Paris[288], trovò nel Paradiso terrestre, seduto appiè di un albero

meraviglioso, accanto alla fonte da cui scaturiscono i quattro

fiumi, il primo padre Adamo, il quale sembrava ridere con un occhio e

pianger con l'altro, ed era coperto di una veste di più colori e di

meravigliosa bellezza. Egli rideva pensando ai discendenti suoi che

andrebbero a vita eterna, e piangeva pensando a quelli che andrebbero

a eterna dannazione. La sua veste non era intera, ma andava crescendo

per le virtù dei giusti, simboleggiate nei colori di quella: quando

sarà tutta compiuta il mondo avrà fine. Una Visione molto simile a

questa narra di un novizio cistercense Vincenzo di Beauvais[289],

il quale ne trae il racconto da Elinando. Qui nulla è detto di altri

eletti che si trovino nel Paradiso; ma non si esclude che ci sieno.

Altrove si ha notizia di altri particolari eletti, di cui si recano i

nomi, sia poi che ad essi diensi pochi compagni soltanto, o moltissimi,

quanti possono essere i giusti. I rabbini nominano di proposito, oltre

ad Enoch ed Elia, il Messia che deve venire, Elieser, servitore di

Abramo, Hiram, re di Tiro, il quale, montato in superbia, ne fu espulso

e precipitato nell'Inferno, e alcun altro, nove o tredici in tutto.

Nell'_Apocalypsis Pauli_ è fatto speciale ricordo, oltrechè della

Vergine Maria, la quale non è da considerare come abitatrice ordinaria

del Paradiso terrestre, e di Enoch e di Elia, anche di Abramo,

d'Isacco, di Giacobbe, di Giuseppe, di Mosè, d'Isaia, di Geremia, di

Ezechiele e di Noè. Frate Alberico dice che di coloro che sono nel

Paradiso San Pietro gli nominò soltanto Abele, Abramo, Lazzaro e il

buon ladrone. L'ingresso del buon ladrone nel Paradiso terrestre è

descritto nell'Evangelo di Nicodemo, dove si dice pure che dei redenti

da Cristo egli fu il primo a penetrarvi[290]. Altrove sono ricordati

i nomi di Giosuè, di Salomone[291], e, con assai maggior frequenza di

San Giovanni evangelista. Credevasi generalmente che in conformità

di alcune parole pronunziate da Gesù a suo riguardo (_Sic eum volo

manere donec veniam_[292]) l'apostolo prediletto non fosse mai morto,

e aspettasse, per ricomparire, il ritorno del suo maestro. Gregorio

di Tours racconta che San Giovanni si fece seppellir vivo e che dal

suo sepolcro scaturiva manna[293] Isidoro di Siviglia ripete questa

notizia, e dopo lui la ripetono parecchi, alterandola più o meno; e

fra i parecchi sono Brunetto Latini e il Mandeville, il quale ultimo

non dice cosa punto nuova quando dice che il santo era stato portato

in Paradiso, e nel sepolcro suo non si trovava se non manna[294].

L'Ariosto, facendo accogliere Astolfo da San Giovanni nel Paradiso

terrestre, si conformava a modo suo a una tradizione assai antica[295].

Un'altra leggenda fa entrar San Giovanni nella numerosa famiglia

dei _Dormienti_, e narra che l'apostolo dorme in una caverna vicina

ad Efeso, aspettando le ultime battaglie della fede e il ritorno di

Cristo.

Secondo una opinione che discorda da tutte le precedenti, gli eletti

non entreranno nel Paradiso terrestre, il quale alle volte diventa

tutt'uno col celeste, se non dopo il Giudizio universale[296]. Da altra

banda i chiliasti pensarono che tutta la terra dovesse diventare, in

certo qual modo, Paradiso terrestre durante i mille anni del regno di

Cristo, prima dell'ultimo sovvertimento finale.

Ma il beato giardino non fu abitato solamente da uomini: esso fu ancora

abitato da bruti, i quali vincevano di molto in dignità, in bellezza ed

in senno i loro simili della terra d'esilio, ed erano per ogni rispetto

tali da aggiunger vaghezza alla santa dimora. Non solo mostravansi

pieni di benignità e mansuetudine[297]; ma ancora, secondo afferma

San Basilio, parlavano assai sensatamente; e la leggenda maomettana

racconta che il cavallo Meimun rinfacciò ad Adamo, suo signore, il

commesso peccato. Com'è noto, nel paradiso di Maometto sono parecchi

animali, fra gli altri il cammello del Profeta, e l'asino su cui Gesù

entrò in Gerusalemme; e una leggenda tedesca narra di un paradiso

degli animali, dove questi, sotto la tutela di Dio, vivono in piena

tranquillità ed innocenza[298]. Vogliono alcuni che tutti gli animali

parlassero in origine, e che perdessero la favella in séguito al

peccato.

Fra gli animali del Paradiso tengono il principal luogo gli uccelli,

i quali empiono tutto il giardino dei loro dolcissimi canti. Non è

descrizione del santo luogo che non ricordi espressamente, insieme

con l'altre, anche questa delizia; e in più leggende particolari è

detto tale essere l'armonia e la soavità di quei canti da forzare al

sonno chiunque li ascolti. L'uccello del Paradiso è spesso descritto

nel medio evo per la sua gran bellezza, e il nome suo indica la sua

presunta origine[299]. Francesco da Barberino scrive meraviglie di due

uccelli bianchi che sono nel Paradiso terrestre[300] e una leggenda

dei Copti cristiani narra che il gallo fu messo in Paradiso per aver

rivelato a Cristo il tradimento di Giuda[301].

Ma di quanti uccelli poterono ornare e rallegrare di lor presenza il

Paradiso, il più mirabile fu, senza dubbio, la Fenice, quell'unica e

immortale Fenice, di cui tanto aveva favoleggiato l'antichità, e di cui

tanto ancora doveva favoleggiare il medio evo. Le ragioni che dovevano

favorire, anzi richiedere, l'introduzione della Fenice nel Paradiso son

quelle stesse che noi abbiam già veduto operare in altri casi analoghi:

tutto quanto si sottraeva alla morte, a quella morte ch'era apparsa

nel mondo come un effetto del peccato, apparteneva in certo qual modo

al Paradiso, stanza naturale dell'innocenza e della vita. I rabbini

spiegarono la immortalità della Fenice narrando che tutti gli uccelli

mangiarono, insiem con Eva, del frutto proibito, salvo quella, che

perciò rimase immortale[302]. Per i Dottori cristiani il meraviglioso

uccello diventò un vivente simbolo della risurrezione, del rinnovamento

mediante il battesimo, della felicità restaurata, della vita eterna, e

sono senza numero quelli che ne parlano. Come di simbolo ne usò l'arte

cristiana sino dai primi tempi, ritraendo la immagine sua sopra monete,

in sepolcri, in mosaici; ponendola accanto a quelle di Cristo e dei

santi; facendone più tardi una figura del Redentore medesimo[303].

Secondo Alcimo Avito, la Fenice raccoglie in Paradiso gli aromati con

cui forma il vitale suo rogo. Non m'indugerò a ripetere le descrizioni

che di essa si leggono nei _Bestiarii_, e in altri trattati del medio

evo, come sarebbe il _Tresor_ di Brunetto Latini. Dirò solo che della

sua esistenza nessuno dubitava; che il Prete Gianni asseriva d'averla

in quel suo fortunato paese; e che il Mandeville, il quale pretende

d'averla veduta due volte, la dipinge più grossa d'un pavone, con una

specie di corona in capo, le ali e la coda color di porpora, il dorso

turchino, e tinta di tutti i colori dell'arcobaleno quando il sole la

illumina. Il Petrarca vide un giorno, sognando desto,

Una strania fenice, ambedue l'ale

Di porpora vestita e 'l capo d'oro[304];

ma il Tasso, il quale osa dirla

Augello eguale alle celesti forme,

ne fa una pittura ben più pomposa nel poemetto che appunto s'intitola

_La Fenice_[305]. Nè m'indugerò a dire dell'altre sue meraviglie; del

modo che teneva per abbruciarsi, anzi per rinnovarsi; e del tempo che

si diceva passare tra uno e un altro rinnovamento, e che varia, secondo

le opinioni, da 500 a 7000 anni. Noterò solamente, parendomi abbia più

stretta relazione col nostro argomento, che le fu attribuita anche una

certa virtù curativa, conveniente, del resto, alla natura del luogo

ove credevasi da molti ch'essa dimorasse. Secondo certa versione di una

leggenda che io ho già ricordata più sopra[306], i tre figliuoli del re

infermo vanno in cerca, non della fontana di giovinezza, o di vita, ma

della Fenice, che restituisca la sanità al padre loro[307].

Un'altra finzione fece compagno della Fenice, nel Paradiso terrestre,

il pellicano, simbolo anch'esso di Cristo, che dà col proprio sangue la

vita ai peccatori.

Certi monaci, della cui leggenda ho già fatto cenno e dovrò dar

ragguaglio più oltre, videro nel Paradiso, fra molt'altre meraviglie,

«una fontana lunga uno quinto miglio, et era ampia secondo che

rispondeva alla grandezza (_lunga e larga per spazio di miglia cinque_,

secondo altre redazioni) et era piena di pesci, i quali cantavano

tanto dolcemente, che quasi ogni creatura umana vi sarebbe dormentata,

tanto era soave e dolce a udire. E questo canto facevano a certe ore

canoniche del dì, quando udivano cantare gli angioli del Paradiso».

E basterà degli abitatori.

Miti, leggende e superstizioni del Medio Evo, vol. I · 第 16 / 46 题