NATURA, CONDIZIONI E MERAVIGLIE DEL PARADISO TERRESTRE.

Nella Genesi non si dice che il Paradiso fosse un monte, o sopra un

monte; ma i quattro fiumi che ne scaturivano lasciano congetturare

quale sia stata a tale riguardo la immaginazione primitiva. Essa non

era certamente disforme da quella che si trova in altri miti affini:

il Meru indiano, l'Alburz iranico, l'Asgard germanico, il Kâf arabico,

sono tutti monti; nè è questo il luogo d'andar ricercando le ragioni di

così fatta immaginazione. Ezechiele pone il giardino dell'Eden sopra

un monte tutto scintillante di gemme[55]. Tale riman poi la credenza

nei primi secoli del cristianesimo e durante tutto il medio evo. Molti

identificarono il monte del Paradiso col monte su cui si fermò l'Arca

di Noè quando cominciarono a scemare le acque del Diluvio; per Dante il

Paradiso è sulla cima del monte del Purgatorio.

Qui ci si offre una particolarità costante nella finzione. Il monte

paradisiaco s'immagina altissimo sopra tutti gli altri monti della

terra; al qual proposito non è da dimenticare che molti popoli, fra'

quali gli Ebrei, attribuirono ai monti più alti un certo carattere di

santità. Il Meru, meravigliosamente descritto nel _Mahâbhârata_ e nei

_Purâni_, si leva tanto sopra le nubi che nemmeno il pensiero vi può

salire. L'Alburz, l'Asgard, sono ancor essi di smisurata altezza. Del

Caucaso dissero gli antichi che attingesse col vertice le stelle, e

dell'Atlante che sorreggesse il cielo. Il Sinai e l'Olimpo si levavano

sopra la regione dei venti[56].

Le opinioni circa l'altitudine del Paradiso sono tutte concordi in

questo, che fanno veramente smisurata la elevatezza del monte, sebbene

poi discordino nei ragguagli. La credenza di alcuni, che il giardino

dell'Eden fosse stato distrutto dalle acque del Diluvio[57], era

contraddetta dalla credenza degl'innumerevoli, i quali pensavano che le

acque punitrici avessero bensì superato tutte l'altre cime della terra,

ma non quella, sopra tutte l'altre innalzata, del monte sacro. Nel

già citato _Combattimento di Adamo_ si legge che le acque del Diluvio

sollevarono l'Arca, sino appiè del giardino, e che quivi si umiliarono

gli elementi sconvolti ed infuriati[58]. Efrem Siro, ed altri assai,

dicono che il Paradiso non fu sommerso dal Diluvio; Merlino, insieme

con altri nove bardi, andò in traccia dell'isola verde che il Diluvio

non aveva potuto sommergere[59].

Nel l. VII delle _Istorie apostoliche_, attribuite ad Abdia, supposto

vescovo di Babilonia, San Matteo, predicando al popolo, afferma il

Paradiso terrestre salir tant'alto da esser vicino al cielo; e Alberto

Magno dice aver trovato in antichissimi libri che Matteo Apostolo fu il

primo a metter fuori la opinione secondo cui il Paradiso attingerebbe

il cerchio della luna[60]. Tale opinione ebbe seguaci parecchi,

fra' quali Rabano Mauro, Valafredo Strabone e Pietro Lombardo; ma fu

combattuta dai più[61]. Mosè Bar-Cefa si contentò di dare al monte del

Paradiso una grande altezza, allegando che senza di ciò non avrebbero

potuto i quattro fiumi passar sotto il mare e scaturir di bel nuovo

nelle nostre regioni[62]; e San Giovanni Damasceno di dire ch'esso è

più sublime di ogni altro luogo che sia in terra[63]. E' pare che Dante

ponesse ben alto il suo Paradiso, se s'ha a giudicare da ciò che nel

c. XXVII del _Purgatorio_ dice delle stelle, le quali sembravangli

più chiare e maggiori; ma vuolsi notare tuttavia che in fatto di

astronomia stellare le nozioni erano molto imperfette a' suoi tempi, e

che appena dei corpi del sistema solare si calcolava, assai falsamente,

la distanza. Al monaco Alberico il Paradiso era parso prossimo al

cielo[64]: in una leggenda italiana di tre monaci che andarono al

Paradiso terrestre, leggenda della quale dovrò parlare a suo luogo,

il monte è alto cento miglia. Il già ricordato Giovanni de' Marignolli

dice che il monte di Ceilan è forse, dopo quello del Paradiso, il più

alto che sia in terra.

Le opinioni circa l'estensione del Paradiso furono molto discordi, e

alcune di esse inconciliabili con la credenza che il Paradiso stesso

formasse la cima di un monte, o uno spianato altissimo. Come abbiam

veduto, credettero alcuni che il Paradiso coprisse in origine tutta

la faccia della terra, o la cingesse tutto intorno; altri pensarono

ch'esso chiudesse ne' suoi confini più regioni assai vaste, in modo

da potere accogliere tutto il genere umano, qualora Adamo non avesse

peccato. Nella leggenda di San Brandano, si dice che costui, e i

compagni suoi camminarono quaranta giorni nell'isola del Paradiso

senza poterne trovare la fine. I rabbini disputarono molto intorno a

questo punto, e alcuni di essi fecero l'Eden parecchie centinaja di

volte più spazioso della terra. Rabbi Giosuè (Jehoshûa), che ci fu e

lo descrisse, vi trovò, fra l'altro, sette case, ciascuna delle quali

era lunga 120000 miglia e larga altrettanto[65]. Per contro affermò

il Tostato che il Paradiso ebbe non più di tre o quattro leghe di

diametro, e circa dodici dì circonferenza.

La credenza più comune fece il Paradiso non troppo esteso, e permise di

cingerlo di un muro, il quale è talvolta di solida materia, e talaltra

di fiamma viva. Il muro solido è, secondo i casi, di cristallo, di

diamante, o d'altra gemma, di bronzo, d'argento, d'oro. Il muro di

fiamma, che probabilmente trae la origine dalla spada fiammeggiante

del cherubino, ricordata nella Genesi, s'incontra assai più spesso.

Già Tertulliano, e poi Lattanzio e San Giovanni Crisostomo, ne fanno

menzione[66]; ma chi ne ribadì la credenza nel medio evo fu Isidoro

di Siviglia, il quale dice che quell'incendio quasi s'alza sino al

cielo; e da esso attinsero, direttamente o indirettamente, Rabano

Mauro, Onorio Augustodunense, Giacomo da Vitry, Rodolfo da Ems, e altri

assai[67]. Nella già ricordata mappa dei tempi di Carlo V di Francia il

muro di fiamme è assai chiaramente indicato, e in pieno secolo XVI lo

descriveva ancora Davide Lindsay nel suo poema intitolato _The dream_.

Tale immaginazione non è, del resto, senza riscontri. Il castello in

cui, secondo la saga raccolta nell'Edda, dorme per decreto di Odino la

valkiria Sigurdrifa, è circonvallato di fiamme; a detta del Mandeville,

l'Arca di Noè, tuttavia esistente sul monte Ararat, è circondata da un

fuoco celeste che non permette altrui di avvicinarsele.

Molto sovente il Paradiso fu immaginato, nel medio evo, non più come un

giardino propriamente, ma come una città chiusa, o come un castello,

cinto di buone mura, fornito di torri e provveduto di porte; e così

si vede rappresentato in molti manoscritti e in parecchie carte[68].

Tale fantasia si lega, senza dubbio, come vedremo più oltre, alla

descrizione che della Gerusalemme celeste si legge nell'Apocalissi[69],

descrizione che diede più di un elemento alle nostre finzioni. Del

resto il Vara, o Paradiso dell'iranico Yima, era anch'esso cinto di

muro e conteneva molti e varii edifizii.

Ma prima di spingerci attraverso quel formidabile muro di fuoco, o di

varcare la soglia di quelle porte, per vedere le meraviglie molteplici

che in sè racchiude il divino luogo, bisogna che noi scorriamo alquanto

il paese dattorno (isole o terra ferma) e vediamo di qual natura esso

sia. Ora, è da notare che queste vicinanze si presentano nella finzione

con caratteri alle volte affatto opposti, quando dilettose e felici,

quando spaventose ed orrende.

L'idea di far precedere al Paradiso una regione che mostrasse in sè

alcuna delle condizioni di quello, e ne ricevesse, in certo qual modo,

il benefico influsso, era un'idea così naturale che non poteva non

sorgere negli spiriti e non riversarsi nella leggenda, sebbene dovesse

contrariarla il racconto dei patimenti a cui erano andati soggetti

Adamo ed Eva dopo la cacciata, durante il loro soggiorno in luoghi

affatto prossimi al giardino di beatitudine. In certo libro di Juniore

Filosofo, libro composto, secondo ebbe ad opinare il Mai, ai tempi

dell'imperatore Costanzo, e conservato in un manoscritto del secolo

X, si parla di un popolo il quale abita nel paese d'Eden, prossimo al

Paradiso, in una condizione di felicità e d'innocenza. Vivono quegli

uomini di pane che piove loro dal cielo, non conoscono le infermità e

campan cent'anni[70]. In parecchie delle leggende che dovrò riferire

più innanzi, coloro che muovono in cerca del Paradiso sono avvertiti

della sua prossimità dalla mitezza dell'aria, dallo splendore del

cielo, dall'amenità dei campi, dal sorriso dell'intera natura. Il paese

del Prete Gianni, situato a poca distanza dal Paradiso, è una specie

di paradiso esso stesso, dove è dolcissimo il clima, e gli animali sono

pieni di mansuetudine, e abbondano piante di gran virtù e di soavissimi

frutti, ed è grandissima copia di oro e di gemme, e scaturiscono

acque le quali serbano l'uomo sempre sano e sempre giovane, e scorrono

persino fiumi di miele e di latte[71].

Quivi il balsamo nasce; e poca parte

N'ebbe appo questi mai Gerusalemme.

Il muschio ch'a noi vien quindi si parte;

Quindi vien l'ambra, e cerca altre maremme;

Vengon le cose in somma da quel canto

Che nei paesi nostri vaglion tanto[72].

Giovanni di Hese, del quale feci ricordo nel precedente capitolo, parla

di un'isola deliziosa, ove non è mai notte, e che si chiama Radice del

Paradiso: nel romanzo di Ugo d'Alvernia, la terra prossima al Paradiso

è detta Terra di promissione. Terre beate si stendono appiè del Meru e

dell'Hara-berezaiti.

Non di rado l'immaginazione è tutt'altra: appiè del Paradiso si

stende una regione selvaggia, tenebrosa ed orrenda, asserragliata da

monti inaccessibili, piena di serpenti spaventosi e di altri animali

terribili. Giacomo da Vitry afferma che tra la dimora dei primi parenti

e questo _nostro esilio_ è un gran caos, una gran distesa di terre,

popolata da serpenti innumerevoli[73]. Giordano da Sévérac narra che

nella Terza India, ov'è il Paradiso, «sono dragoni in grandissima

quantità, i quali recano sul capo pietre lucenti, dette carbonchi.

Questi animali giacciono sopra arene d'oro, e crescono assai, e mandan

fuori un fiato puzzolente ed infetto, simile a densissimo fumo, quando

si leva dal fuoco. A certi tempi si accolgono insieme e mettono le

ali, e cominciano ad alzarsi per l'aria; ma allora, per voler di Dio,

cadono, essendo di sì gran peso, in un fiume ch'esce dal Paradiso, e

quivi muojono[74].» Di una regione popolata di serpenti è spesso fatto

ricordo in racconti orientali, come, per citarne uno, in quello dei

viaggi di Sindbad, che si legge nelle _Mille e una notte_[75]; e del

Meru è detto che serpenti orribili ne guardano l'accesso. Il Mandeville

e altri parlano della regione inospitale ed asprissima che si frappone

tra il Paradiso e le terre abitate; una regione tenebrosa trovasi già

descritta nelle storie favolose di Alessandro Magno.

Nelle Visioni il Paradiso terrestre è, non di rado, posto in regione

assai prossima all'Inferno o al Purgatorio, di guisa che l'anima

peregrina passa subitamente dai luoghi di tormento, al luogo di

beatitudine. Così nella leggenda del Pozzo di San Patrizio, nella

Visione di Thurcill, in quella di Frate Alberico, ecc. Il Mandeville

pone una specie d'antinferno in vicinanza del fiume Fison, e l'Ariosto

apre una bocca dell'inferno alle radici del monte su cui è il

Paradiso[76]. Dante fa che il Paradiso coroni il monte del Purgatorio,

e in una specie di prologo che precede una delle redazioni del noto

poema _La vengeance de Jésus-Christ_, contenuto in un manoscritto

della Biblioteca Nazionale di Torino, il Purgatorio è nel fosso da

cui il Paradiso è cinto tutto all'intorno[77]. Così l'Elisio fu,

dagli antichi, immaginato contiguo al Tartaro: Ulisse, Enea, passano

direttamente da questo a quello.

E ora varchiamo il fosso e il muro e penetriamo nel luogo sacro, il

quale, stando a una ragionevole opinione di Marcione, il noto eresiarca

del secondo secolo, fu formato con la più pura parte della terra, e,

secondo Filosseno vescovo di Bagdad (secolo IX) e Mosè Bar-Cefa (secolo

X), di una materia più tenue e più pura, che teneva dello spirituale.

Regna nel beato giardino una perpetua primavera; non mai turbata da

venti e da procelle. Il cielo, che spande sopr'esso un lume sette volte

più chiaro che non sia quello del nostro giorno, ma scompagnato da ogni

fastidiosa caldura, non vi patisce nube alcuna, e mai non lo ingombra

la notte. Nè mai per l'aria dolcissima si riversa grandine o pioggia,

nè mai vi s'ode il pauroso fragore del tuono e l'orrendo schianto

della folgore. Tiene il luogo un'altissima quiete, una pace serena e

sacra, ignote affatto a chi vive quaggiù. Padri e Dottori della Chiesa,

e poeti cristiani dei primi secoli, vanno a gara in descrivere tanta

letizia, e le lor voci raccoglie Dante, quando nel canto ventesimottavo

del Purgatorio descrive

La divina foresta spessa e viva,

e ricorda _l'aura dolce, senza mutamento_, che ne sommoveva le fronde,

e la perpetua primavera[78]. Anche qui i riscontri abbondano. Il Meru

e l'Hara-berezaiti non conoscono i rigori del verno, nè le tenebre,

nè le nubi, nè intemperie di nessuna sorte. Di tutti gli altri luoghi

di beatitudine fu necessariamente immaginato altrettanto. Veggasi ciò

che Omero ed Esiodo e Platone e Virgilio e tanti altri antichi dicono

del soggiorno dei giusti, o della condizione della terra durante l'età

dell'oro, o del paese degl'iperborei, o di altri così fatti:

Hic aeterna quies, nulla hic jura procellis[79].

L'isola di Avalon, di cui tanto favoleggiarono nel medio evo i poeti

e i romanzatori del ciclo arturiano, e dove Artù, mortalmente ferito

in battaglia, era, per forza di miracolo, serbato in vita, l'isola di

Avalon godeva gli stessi benefizii del Paradiso terrestre[80].

Che quella stanza del Paradiso dovesse poi essere saluberrima; che i

morbi non vi potessero penetrare, nè vi potesse penetrare la morte,

s'intende di leggieri, ed è cosa in tutto conforme al concetto del

mito biblico. Ma non si creda che essa fosse sola a fruire di così

notabili prerogative. Dell'isola di Pafo fu creduto anticamente che

nessuna infermità vi potesse aver luogo. Nell'isola de' Macrobii, posta

nel mare dell'India, e visitata da Alessandro Magno, l'aria era così

pura, e così sano il clima, che gli uomini vi solevan vivere circa un

secolo e mezzo. Plutarco, rimaneggiando finzioni antichissime, narra

di due isole a ponente della Brettagna, abitate, l'una da uomini di

santa vita, immuni da ogni umana infermità, l'altra da Crono, immerso

in letargo e servito da demonii[81]. Nel l. VIII delle sue _Istorie

Filippiche_, delle quali non sono rimasti se non pochi frammenti,

Teopompo raccontava, conformemente a un'antica leggenda, come il re

Mida fosse riuscito ad ubbriacare Sileno e ad avvincerlo di catene.

Per racquistare la libertà Sileno dovette comunicare al re la sua

scienza, e tra l'altro gli narrò della terra Merope, posta di là

dall'oceano, e dove gli uomini vivono il doppio che altrove, e non

conoscono infermità, e il suolo spontaneamente produce le messi e ogni

altro frutto[82]. Di consimil natura era l'isola di Jambulo, di cui

dà ragguaglio Teodoro Siculo. Anche di luoghi dove non si moriva ce

n'era più d'uno. Giraldo Cambrense parla di due isole, poste in un lago

dell'Irlanda, nella minor delle quali nessuno poteva morire e nessuno

mai era morto, e perciò era detta Isola dei viventi. Chi oppresso dai

morbi, o giunto allo stremo della vecchiezza, desiderava por fine a

una vita divenuta ormai troppo incresciosa, si faceva trasportare

nell'altra isola, e come appena toccava terra, moriva[83]. Queste

isole sono spesso ricordate in leggende celtiche, e veggonsi poste

più di frequente nel mare ibernico. Si legge nel _Perceforest_ che i

principi Dardanon, Gadiffer con la moglie sua, Perceforest e Gallafar

si ritrassero nell'Isola di vita, per potervi aspettare la venuta del

Redentore. Invecchiano oltre modo aspettando, tanto che la vita s'è

fatta loro insopportabile. Avuta la nuova che il Redentore è nato, si

fanno trasportare altrove e muojono in pace[84]. Pietro Comestore parla

di più _isole dei viventi_, ove a nessuno è dato morire, e Gervasio

da Tilbury ne ricorda una, visitata da Alessandro Magno, là nei mari

dell'India[85]. Contrastava con queste un'isola dove non si poteva

nascere[86]. Il Paradiso terrestre, che Dante, acconciamente, disse

Fatto per proprio dell'umana spece[87],

era immune dalla morte e dai morbi, non solo perchè il santo luogo non

poteva, per sua natura, essere contaminato da nessuna delle miserie

di quaggiù, le quali furono il tristo retaggio della colpa; ma ancora

perchè accoglieva in se stesso, come ora vedremo, più cose le quali

avevano virtù di combatterle e di tenerle lontane.

Degl'infiniti alberi d'ogni specie, che dovevano empiere il giardino

dell'Eden, la Genesi ne nomina più particolarmente due: l'albero della

vita e l'albero della scienza del bene e del male, concesso quello,

vietato questo ai due primi parenti. Il linguaggio del libro sacro è

del resto un po' ambiguo, perchè ora pare vi si parli di due alberi

diversi, e ora di uno solo, il che è da ascrivere certamente alla

imperfetta corrispondenza e alla poca fusione dei due racconti onde il

libro stesso fu composto. Vi è poi anche ricordato il fico, delle cui

foglie Adamo ed Eva copersero la lor nudità. Non parlo del _bedolach_,

intorno alla cui natura fu tanto disputato.

La stretta affinità che gli alberi paradisiaci della vita e della

scienza hanno con alberi meravigliosi di altre mitologie, col soma

degl'indiani, con l'haoma degl'Irani, con l'albero delle tradizioni

caldeo-assire, con l'albero della immortalità, che insieme con altri

alberi meravigliosi sorge nel Kuen-lun dei Cinesi, con quello che,

tutto splendente di poma d'oro, era custodito gelosamente nell'Orto

delle Esperidi, fu notata da un pezzo, nè io intendo di farne qui

particolare discorso[88].

Molto fu immaginato e disputato circa la specie e la natura dei due

alberi della vita e della scienza, e più specialmente del secondo.

Dall'uno o dall'altro si fece derivare, in una leggenda celebre di

cui avrò a parlare in luogo più acconcio, il legno onde fu formata

la croce; e il primo diede argomento anche a un'altra leggenda,

assai strana, ove si narra che mille anni dopo il peccato dei primi

parenti, Dio trapiantò l'albero della vita nell'orto di Abramo; che

una figliuola di Abramo ingravidò respirando il profumo dei fiori

dell'albero, e diede alla luce un fanciullo, il quale si chiamò Fanuel;

e che costui, avendo forbito sulla propria coscia il coltello con cui

aveva tagliato uno dei frutti dell'albero, vide la coscia gonfiarsi e

mettere al mondo, a tempo debito, una bambina che fu Sant'Anna, madre

della Vergine Maria[89].

Nel _Testamento d'Adamo_ Seth domanda che albero fosse quello del cui

frutto mangiarono i suoi genitori, e Adamo risponde che era un fico.

Isidoro Pelusiota, morto circa il 450, dice che, secondo l'antica

opinione, l'albero che condusse a peccare i primi parenti fu un fico,

e un fico si vede talvolta rappresentato nei monumenti della primitiva

arte cristiana[90]. Un fico lo dissero pure alcuni rabbini; ma altri

rabbini, seguiti in ciò dai Bogomili, pensarono che dovesse essere

la vigna (la quale fu, per contro, dai Mandaiti considerata pianta di

vita) oppure il grano[91]. Nel _Libro d'Enoch_, il profeta, seguitando

una sua fantasiosa peregrinazione, giunge al giardino di giustizia, e

vi trova, fra altri alberi, l'albero della scienza, il quale somiglia

al tamarindo, ha i frutti simili a grappoli d'uva, e spande intorno

un profumo balsamico[92]. Secondo una opinione molto diffusa tra i

musulmani il frutto vietato era, come per alcuni rabbini, il grano[93].

Felice Faber afferma che tutti gli Orientali credevano l'albero fatale

essere il musa (banano, fico del Paradiso), e dice che il frutto

mostra, quando è intero, la traccia di un doppio morso, e quando

è tagliato a mo' del rafano, il segno della croce, con una oscura

immagine del crocifisso, in ogni fetta che se ne leva[94]. Felice

scriveva verso la fine del secolo XV; ma molti prima di lui avevano

parlato del musa, e de' suoi frutti, chiamati anche pomi del Paradiso

(_arbor Adae, poma Adae_). Giacomo da Vitry e Giacomo di Maerlant,

nel suo poema _Der naturen bloeme_, e Thietmar, e, in generale, tutti

i peregrinatori di Terra Santa, ne fanno ricordo, notando più di

proposito la particolarità di quel morso, che pareva attestare in modo

irrefragabile l'origine della pianta e la parte da essa avuta negli

umani destini. Burcardo di Monte Sion descrive abbastanza minutamente

la pianta e i suoi frutti, ma nulla dice nè del morso, nè del segno

di croce[95]. Giovanni de' Marignolli per contro sa che delle foglie

del musa, le quali sono assai grandi, si coprirono, dopo il peccato,

i primi parenti, e che tagliando per traverso il frutto si vede in

ciascuna metà l'immagine di un uomo crocifisso[96]. Comunque sia, si

credeva universalmente che il pomo vietato, e gli altri frutti del

Paradiso, fossero di così grato odore e di così squisito sapore da

vincere di gran lunga quanti ne nascono in terra. San Giovanni, Enoch

ed Elia ne dànno alcuni ad Astolfo

Di tal sapor, ch'a suo giudicio, sanza

Scusa non sono i duo primi parenti,

Se per quei fûr sì poco ubbidienti[97].

Ma si sa che il mal desiderato frutto restò nella strozza ad Adamo,

e formò quello che appunto si chiama dal volgo il pomo d'Adamo, e dai

dotti cartilagine tiroidea. Dio, «perciò che l'uomo sapesse che tutte

le schiatte doveano essere colpevoli di questo peccato, fece rimanere

lo nodo che àe la gola», si legge nel _Libro di Sidrach_[98]; e più

esplicitamente nei _Fioretti della Bibbia_: «Et quando Adamo mangiò

del pome, avengnia che buono gli parve al ghusto, sì gli ricordò del

comandamento che iddio gli avea fatto, et puosesi allora la mano alla

ghola, e ristrinse la volontae e fu pentuto, et per questo si dice che

gli uomeni anno uno nodo nella ghola e le femmine no»[99].

Tutti, o quasi tutti coloro che poterono penetrare nel Paradiso

terrestre, videro l'albero che aveva dato materia al peccato, spoglio

delle sue fronde e inaridito. Le leggende che io riferirò nel capitolo

IV cel proveranno. Nel _Combattimento d'Adamo_ è detto che Dio

stesso disseccò, dopo il peccato, la pianta; e disseccata prima, poi

_rinnovellata di novella fronda_, la vide Dante:

Io sentii mormorare a tutti: Adamo!

Poi cerchiaro una pianta dispogliata

Di fiori e d'altra fronda in ciascun ramo[100].

Tale, e ingombra di spine per giunta, e con avvolta al tronco la

scoglia d'un serpente, la descrive Federigo Frezzi:

Quando trovai un arbor senza fronde

Ch'era di spoglio d'un serpente avvolto,

Sì come un'edra che un ramo circonde.

Lo spoglio avea di forma umana il volto;

E l'arbore di spine era pien tutto

Intorno a sè, siccome luogo incolto.

Ogni altro legno ivi era pien di frutto,

E di be' fiori e frondi, fresco e bello;

E questo solo era secco e distrutto;

E su non vi cantava alcun uccello[101].

Nello strano racconto francese che ho citato poc'anzi si dice che Dio

aveva fatto dono dell'albero della scienza ai demonii, e che Adamo ed

Eva, avendo mangiato del suo frutto, caddero in loro potestà.

Nella leggenda italiana de' tre monaci, della quale ho già fatto

parola, si ricordano quattro alberi meravigliosi di cui andava lieto

il Paradiso: l'albero del bene e del male, l'albero della salute,

del cui legno fu fatta la croce, l'albero della vita e l'albero della

grazia, o della gloria[102]; ma ben più numerose eran le piante che

v'allignavano. Ezechiele ricorda nominatamente i cedri, gli abeti e

i platani, e accenna a molti altri _ligna voluptatis, quae erant in

Paradiso Dei_[103]. Nelle innumerevoli descrizioni che se ne fecero la

selva divina appar sempre densa di alberi, e dove non è selva, è campo

sparso di minori piante, vestito d'erba e smaltato di fiori. I fiori

sono, di solito, questi nostri, la rosa, il giglio, il giacinto, la

viola, salvo che hanno assai più vivi i colori e più soavi i profumi.

Gli alberi, o sono i nostri, con più perfetta natura, come si conviene

al luogo, o son di specie meravigliose, incognite a noi, e sempre in

grandissima quantità. Rabbi Giosuè già ricordato, ne noverava 800,000

specie[104].

Si credeva che le piante aromatiche, le spezie, i balsami, venissero

dal Paradiso terrestre, o da luoghi prossimi al Paradiso terrestre, e

fatti, in certa misura, partecipi della sua condizione. Già Tertulliano

ricorda, a tale proposito, la cannella e l'amomo, e Alcimo Avito

descrive piante che stillano balsami. Arnaldo di Bonneval (m. dopo

il 1156) dice, in una sua entusiastica descrizione, che dalle piante

del Paradiso stillavano resine odorose e balsami d'ogni specie[105];

e il Mandeville fa venir giù dal Paradiso, con la corrente del Nilo

(che diventò, come s'è già notato, uno dei quattro fiumi) l'aloe; e

il Joinville, oltre l'aloe, ne fa venir la cannella, lo zenzevero o

gengiovo, il rabarbaro, i garofani e altre spezie[106]. Ma sino dal

IV secolo, Sant'Atanasio, arcivescovo di Alessandria, aveva detto che

gli aromati vengono dall'Oriente, perchè il Paradiso terrestre, che

appunto è in Oriente, impregna de' suoi olezzi le piante delle regioni

circostanti[107]; opinione seguìta poi dall'Anonimo Ravennate. A quei

fiati del Paradiso accenna Gualtiero di Châtillon, quando, descrivendo

l'Asia, dice:

instat ab arcto

Caucasus, irriguo Paradisus spirat ab ortu[108].

Secondo una leggenda musulmana gli aromati nacquero dalle lacrime di

Adamo, espulso dal Paradiso e caduto nell'isola di Ceilan, mentre dalle

lacrime di Eva nascevano le perle.

Nel Paradiso era pure ogni specie di piante medicinali. Tertulliano,

dopo aver descritte molt'altre cose mirabili che ci si trovavano, dice:

Et pulcre redolet munus medicabile Cretae[109],

alludendo al dittamo, o a più erbe medicinali, per cui andò famosa un

tempo l'isola di Creta. Nel trattato _Abodath Hakkodesh_ del Talmud è

detto che nel Paradiso terrestre sono tutte le piante medicinali[110];

e Gotofredo da Viterbo fa menzione di certi frutti ch'eran buoni,

sembra, contro tutti i mali:

Optima per fluvium currentia poma tenentur;

Infirmis oblata viris medicina tenentur;

Solus odoratùs sanat odore caput[111].

Piante medicinali coprivano i fianchi del Meru: nell'isola d'Avalon,

qual è descritta nella _Bataille Loquifer_, le pietre della città

guarivano tutti i mali del corpo e dell'anima.

Il Petrarca paragona il suo lauro simbolico agli alberi del Paradiso:

In un boschetto novo i rami santi

Fiorian d'un lauro giovenetto e schietto

Ch'un degli arbor parea di paradiso[112];

ma gli è certo che nel Paradiso ci erano alberi i quali vincevano di

molto in pregio e in virtù quel suo lauro. Onorio d'Autun ne ricorda

di proposito tre, oltre a quello della vita. Chi, a tempo opportuno,

avesse gustato dei frutti del primo, non avrebbe mai più avuto fame;

e chi avesse gustato dei frutti del secondo, sarebbe stato liberato

in perpetuo dalla sete; e chi di quei del terzo, non avrebbe più

conosciuto stanchezza[113]. Vedremo più oltre che nel Paradiso c'erano

pure alberi con le fronde d'oro e d'argento. In un luogo del _Mondo

creato_ Torquato Tasso accenna a _canuta e sacra fama_ appo gli

Ebrei, secondo la quale le piante del Paradiso avrebbero avuto senno

e favella. Da altra banda, nel _Libro d'Enoch_, è ricordato un albero

sempre verde, sempre fiorito, che spande un soavissimo odore, e a cui

non può agguagliarsi nessuno di quelli dell'Eden. I frutti suoi sono

serbati agli eletti dopo il Giudizio[114]. Le piante del Paradiso

non abbisognavano di nessuna coltura; e benchè mai non le bagnasse la

pioggia, serbavansi sempre verdi e fresche, e recavano sullo stesso

ramo il fiore appena sbocciato e il frutto già maturo. Tutti i poeti

concordemente lo affermano[115].

Sia ricordato ancora che il paradiso di Maometto è tutto pieno di

alberi, tra' quali primeggia lo smisuratissimo Thuba, grave sempre di

ogni specie di frutti; che un nuovo albero vi si pianta ogni volta

che un credente dice _Lode a Dio!_ e che secondo una opinione del

Profeta, o a lui attribuita, deriva dal Paradiso il succo del popone,

il quale perciò guarisce settanta specie di mali, e ha tal virtù che un

boccone che se ne mangi equivale a dieci buone opere e cancella dieci

peccati[116]. Alberi erano pure nel Vara, o paradiso dell'iranico Yima.

Nel racconto biblico è fatta parola della fonte che irrigava il

Paradiso, e da cui nascevano i quattro fiumi; ma non è detto che essa

avesse virtù di perpetuare la vita, o di restituire la giovinezza

perduta. Ciò nondimeno, l'idea di porre accanto all'albero della vita

anche una fontana di vita e di gioventù era un'idea così naturale,

tanto consentanea ad una delle fantasie mitiche più diffuse e più

costanti, che non poteva, o prima o poi, non sorgere nello spirito

di qualcuno. A farla sorgere sarebbero bastati i parecchi accenni

che ad una fonte di vita si trovano nelle Sacre Scritture[117];

sarebbe bastato l'esempio dell'autore dell'Apocalissi, che nella

celeste Gerusalemme fa scorrere presso l'albero della vita il fiume

della vita[118]; ma, anche senza di ciò, la fonte meravigliosa

sarebbe scaturita nel luogo di tutte le delizie, e perchè la natura

stessa del luogo pareva richiederla, e perchè essa esisteva già

e non c'era bisogno d'inventarla. Nel paradiso indiano sgorga la

fonte Ganga, da cui nasce il Gange; nell'iranico sgorga la fonte di

vita Ardvî-sûra; nel cinese è un fonte giallo dell'immortalità, il

quale si spartisce in quattro fiumi, o un fiume giallo, che ritorna

alla sua fonte, ed ha la stessa virtù; negli Orti delle Esperidi, o

nell'Elisio, sono i fonti dell'ambrosia, cioè del sacro liquore che

procaccia la immortalità[119]. Una fonte di giovinezza si trova nel

paradiso messicano, e nel gaelico[120], e in quello degli abitanti

dell'arcipelago di Hawai, e in altri. Di uno stagno, le cui acque

hanno virtù di ringiovanire, si parla nel _Satapatha Brâhmana_[121].

La immaginazione riappar frequente in tradizioni di più sorta e in

novelline popolari, alcune delle quali sono senza dubbio assai antiche.

Di una spedizione di Alessandro Magno alla ricerca della miracolosa

fontana si narra nello Pseudo-Callistene, nei poemi di Firdusi e di

Nizâmi[122], in quello di Lambert li Tors e Alessandro da Bernay,

ecc. Tra le fiabe tedesche pubblicate dai fratelli Grimm, ve n'è una

intitolata _Das Wasser des Lebens_, nella quale si narra di tre giovani

principi, che per ridare la sanità al padre ammalato muovono in cerca

dell'acqua della vita: solo il minore dei tre riesce a trovarla[123].

Questa novella fu narrata anche in latino, ed ebbe corso nel medio

evo[124]; fiabe consimili si trovano nelle letterature popolari

di tutta Europa[125]. Nei racconti orientali la fontana di vita, o

di gioventù, è spesso ricordata[126], e i più dei geografi arabici

la pongono in Oriente[127], e in Oriente la lasciano, di solito, i

racconti occidentali. Il desiderio di Fausto fu desiderio di tutti i

tempi e di tutte le genti.

La fontana di vita e di giovinezza doveva dunque scaturire dal suolo

benedetto del giardino di felicità. Nel _Combattimento d'Adamo_,

l'acqua di che si formano i quattro fiumi sgorga dalle radici

dell'albero della vita[128]. Sant'Agostino racconta nel suo trattato

_De origine animae_ come a Santa Perpetua fosse conceduto di vedere

il proprio fratello, morto di lebbra, «aggirarsi pieno di salute e di

bellezza in una splendente dimora, bevendo acque miracolose entro una

coppa d'oro»[129]. Non dice che acque fossero; ma s'indovina ch'erano

attinte a una fontana di vita: quanto alla dimora splendente, essa

è, senza dubbio, come vedremo più oltre, il Paradiso terrestre. Nelle

leggende medievali concernenti il Paradiso si parla risolutamente di

una vera e propria fontana[130].

In altre leggende questa fontana appar di bel nuovo fuori del Paradiso,

con cui può serbare o non serbar relazione: nel secondo caso nulla

vieta di credere che si ammettessero più fonti diverse; nel primo

la fonte deriva in qualche modo dal Paradiso, o è piuttosto un'acqua

derivata dalla fonte del Paradiso. Di una fonte così derivata si parla

nell'_Huon de Bordeaux_:

Ens ou vregiet l'amiral est entré;

Dix ne fist arbre qui péust fruit porter

Que il n'éust ens el vregiet planté.

Une fontaine i cort par son canel;

De paradis vient li rius sans fauser.

Il n'est nus hom qui de mere soit nés,

Qui tant soit vieus ne quenus ne mellés,

Que se il puet el ruis ses mains laver

Que lues ne soit meschins et bacelers[131].

Nel già citato _Romans d'Alixandre_ di Lambert li Tors e Alessandro

da Bernay la fontana ha la medesima origine, sebbene non troppo se ne

intenda il modo:

Li fontaine sordait de l'flun de paradis,

De l'aighe de Deufrate qui départ de Tigris[132].

Nel _Trojanischer Krieg_ di Corrado da Würzburg, Medea usa di un'acqua

venuta dal Paradiso terrestre per far ringiovanire il padre di

Giasone[133]; e dal Paradiso deriva la fonte che guarisce tutti i mali,

della quale si parla nel _Titurel_ di Albrecht[134]. Nell'_Arzigogolo_

del Lasca è ricordata cert'acqua che ha virtù di far ringiovanire e che

un tale andò a cercare nel Paradiso terrestre, sul Caucaso, consumando

nel viaggio gran parte della vita[135]

Ma della fonte si parla pure, come ho detto, indipendentemente dal

Paradiso terrestre. Stefano di Borbone (m. c. 1262) narra, per averlo

udito narrare da altri, il caso di un vecchio, il quale avendo, là

nelle terre d'oltremare, bevuto, senza intenzione, dell'acqua di

certa fonte, tornò subito giovane, ma dopo non potè ritrovar mai

più il luogo ov'essa scaturiva[136]. Il Mandeville, che tante cose

vide, vide anche questa. Egli dice che la fontana miracolosa sgorga

alle falde di un monte, vicino alla città di Polambe; che ha odore

e sapore di tutte spezie, e muta l'uno e l'altro a ciascun'ora del

giorno. Chi, a digiuno, beve tre volte di quell'acqua guarisce d'ogni

male; e gli abitanti di quelle terre vicine, i quali spesso ne usano,

vanno esenti da malattie e pajono sempre giovani. Il viaggiatore volle

berne ancor egli e credette di sentirsi tutto ringagliardito[137].

Nel _Phisiologus_ di Teobaldo (sec. XI), nei _Bestiarii_ di Filippo

di Thaun (sec. XII) e del chierico Guglielmo (sec. XIII), e altrove,

è riferita una credenza secondo la quale l'aquila, quando è vecchia,

sale verso il sole, e ne' suoi raggi quasi s'abbrucia, poi va in

Oriente, s'immerge nell'acqua di certa fontana, e insieme con la

giovinezza racquista il vigore perduto[138]. Questa fontana benedetta

fu anche fatta sgorgare nel Paese di Cuccagna e nel paese del Prete

Gianni. Nella lettera a Emanuele, imperatore d'Oriente, lettera che

andò soggetta a tante interpolazioni, il Prete Gianni dice che in un

suo palazzo, il quale vince di magnificenza tutti gli altri palazzi

del mondo, «scaturisce un fonte che non ha l'eguale per fragranza e

per sapore, e che non esce da quelle mura, ma corre da uno a un altro

angolo del palazzo, e scende sotterra, e correndo quivi in contraria

direzione, ritorna là d'onde è nato, a quella guisa che torna il sole

da Oriente a Occidente. L'acqua ha il sapore di quella cosa che colui

che la gusta può desiderare di mangiare o di bere, ed empie di tanta

fragranza il palazzo come se ci si manipolassero tutte le sorta di

balsami, di aromi e di unguenti». Chi la beve con certo modo e regola

campa più di trecent'anni, serbandosi sempre in età giovanissima[139].

In pieno secolo XVI la fontana di vita o di giovinezza[140] faceva

ancora sognare più d'uno. Luca Cranach si contentava di torla

a soggetto di un suo dipinto, e Giovanni Sachs di una poetica

fantasia; ma Ponce de Leon, lo scopritore della Florida (1512), mosse

appositamente con due navi per cercarla nell'isola di Bimini, dove

credeva ch'essa scaturisse[141]. Altri pure ebbe sì fatti sogni, e

trovò, sembra, chi lo mise in canzone[142].

La fantasia degli uomini del medio evo non si appagò del resto

della fontana di vita o di giovinezza, ma più altre cose venne

immaginando provvedute di quelle stesse virtù. In molti racconti

si parla di un'erba che ridà la vita[143]. Nella continuazione

dell'_Huon de Bordeaux_ si parla di pomi del Paradiso terrestre che

fanno ringiovanire; e Ugone ne dà a mangiare anche al sultano di

Tauride[144]. Gervasio da Tilbury dice che i frutti degli Alberi della

Luna e del Sole, alberi che diedero responso ad Alessandro Magno,

facevano vivere quei sacerdoti quattrocent'anni[145]; e Uggieri il

Danese ebbe a mangiarne. Del Santo Graal fu detto che avesse, tra le

altre virtù, anche quella di ringiovanire i vecchi e risuscitare la

Fenice[146]; e del pastorale di San Patrizio la leggenda narra che

conservava la gioventù e la bellezza. Virtù consimili furono attribuite

a molte altre cose. L'anello che Morgana dà ad Uggieri il Danese lo

restituisce e lo serba in età di trent'anni, sebbene egli ne abbia

più di cento: il cavallo bianco del re Thiermana-Oge, nel paese di

gioventù, ha, secondo la leggenda irlandese, tal qualità, che chi vi

monta su racquista immediatamente la più florida giovinezza, ma, come

ne smonta, subito la perde[147].

La fontana, di cui ho parlato, mi conduce ora, naturalmente, a dire

dei fiumi. La Scrittura ne ricorda quattro, tanti quanti ne venivan

dal Meru. La fonte da cui traggono l'origine, sia essa, o non sia, la

fonte di vita o di giovinezza, è spesso descritta come ridondante di

acque, dalle quali i quattro fiumi prendono nascimento[148]. A far

immaginare tanta copia di acque nel Paradiso deve aver contribuito,

oltre i precedenti mitici normali, la scarsità di cui se ne pativa

in Palestina, e che doveva di molto accrescerne il pregio agli occhi

degli Ebrei: in fatti sono frequenti nei profeti le lodi dell'acqua

fresca[149]; e anche nel paradiso di Maometto sono acque in gran copia.

Il Mandeville dice che a cagione delle grandi acque le quali vengono

dal Paradiso tutta l'India è come spartita in isole. Precipitando

dal monte altissimo, su cui fiorisce il giardino, nella sottostante

pianura, le acque levano un così terribil fragore che le genti di

quelle terre vicine son fatte sorde, anzi nascono sorde[150].

Già dentro al Paradiso, oppur fuori di esso, da un lago che il fonte

formava, nascevano i quattro fiumi, Fison, Gihon, Tigri (Hiddekel) ed

Eufrate[151], i quali ridussero alla disperazione quanti cercarono di

conciliare ciò che se ne dice nella Genesi con una realtà geografica

qualsiasi. Circa gli ultimi due non vi fu dubbio, generalmente

parlando; ma circa i due primi le opinioni furono infinite, e chi

volesse raccogliere tutte quelle che si trovano sparse negli scrittori

ecclesiastici e non ecclesiastici potrebbe formare un volume che

riuscirebbe di mole non picciola e di assai maggiore fastidio[152].

Basti dire che non vi fu fiume di qualche importanza il quale non

siasi fatto venire dal Paradiso. L'antica, diffusa e comoda dottrina

del corso sotterraneo, e anche sottomarino dei fiumi, permetteva, a

tale riguardo, e rendeva inconfutabile qualsiasi più arrischiata e

più strana opinione[153]; e la confusione, solita a farsi, dell'India

con l'Etiopia agevolava le più chimeriche fantasie. Ne ricorderò solo

qualcuna.

Che uno dei quattro fiumi, e propriamente il Gihon, fosse il Nilo è

credenza antica. Già Giuseppe Flavio, certamente non primo, asseriva

che il Gange, l'Eufrate, il Tigri e il Nilo derivano dal fiume

paradisiaco che cinge tutto intorno la terra[154]. Nel medio evo

quella credenza fu molto comune e sarebbe lungo ed ozioso recarne le

testimonianze: la confusione, pur ora notata, fra l'India e l'Etiopia

doveva favorirla e la favorì nel fatto[155]. Secondo gli autori del

_Bundehesh_ e dell'_Avesta_, risalendo l'Indo e il Nilo si giungeva

all'Hara-berezaiti. Altri, per ragioni facili a intendere, fece

venire dal Paradiso il Giordano[156]; e altri, non si sa perchè, il

Danubio[157]. Federigo Frezzi, per non far torto a nessuno, fa venire

dal Paradiso, oltre i quattro fiumi biblici, anche il Danubio, il Po,

il Reno, il Tanai[158].

Ma al Paradiso i soli fiumi d'acqua non potevano bastare, e Tertulliano

vi fa scorrere i rivi di latte. Più di un rabbino parla di fiumi di

latte, d'olio, di vino, di balsamo[159]; e Maometto se ne ricorda

descrivendo il luogo di beatitudine serbato a' suoi seguaci[160].

Cosa ben più strana, vi scorreva anche un fiume di pietre preziose.

Veramente, da prima, si parla di uno o più fiumi che, venendo dal

Paradiso, trascinano con sè grande quantità d'oro, d'argento e di

gemme. Nel già citato libro di Juniore Filosofo è detto che quelle

genti, le quali abitano in prossimità del Paradiso terrestre,

raccolgono con reti le gemme che seco mena un fiume[161]. Per Brunetto

Latini questo fiume è l'Eufrate[162]; ma secondo Giordano da Sévérac

le gemme abbondano in tutti e quattro i fiumi[163]. I fiumi del

paradiso di Maometto hanno le rive d'oro, il letto pieno di rubini e

di perle, scorrono fra montagne di muschio; e nella paradisiaca dimora

di Quetzalcoatl, quale la immaginarono gli Aztechi, sono in copia,

fra molte altre cose meravigliose, le gemme e i metalli preziosi.

Nella ricordata lettera del Prete Gianni all'imperatore Emanuele si

discorre di un fiume, chiamato Idono, il quale, venendo dal Paradiso,

mena con sè gran quantità di smeraldi, di zaffiri, di carbonchi, di

topazii, di crisoliti e di altre pietre preziose[164]; e si discorre

di un altro fiume, il quale passa sotterra, menando similmente con sè

grandissima copia di gemme. Di questo secondo fiume, che dà occasione a

una delle avventure di Sindbad il Navigatore nelle _Mille e una Notte_,

non è detto che venga dal Paradiso[165]. Un piccolo sforzo ancora e

si avrà il fiume di sole gemme immaginato da Giovanni d'Outremeuse

(secolo XIV), fiume che sbocca nel mar dell'arena[166]; nè quello

era uno sforzo difficile a fare, giacchè di un fiume di sassi e di

un mare d'arena, che si vedevano in Asia, parecchi avevan narrato le

meraviglie[167].

Era naturale che nel Paradiso terrestre si ponessero tutte le ricchezze

e tutti gli splendori: l'oro, l'argento e le gemme vi dovevano essere

in abbondanza. Un passo di Ezechiele mostra sì fatta tendenza in

modo assai spiccato[168]; il monte Meru, secondo una delle molte

immaginazioni cui porse argomento, aveva quattro lati, l'uno d'oro,

l'altro di cristallo, il terzo d'argento e il quarto di zaffiro.

Nell'Elisio descritto da Platone gli alberi recano gemme, come nel

paradiso di Maometto; e nella Gerusalemme celeste descritta dall'autore

dell'Apocalissi, abbondano le pietre e i metalli preziosi. Delle molte

gemme che sono nel Paradiso terrestre Tertulliano ricorda il prasio,

il carbonchio, lo smeraldo, e Alcimo Avito afferma che quelle che noi

chiamiamo gemme sono i sassi di colà. Sebbene il Mandeville dica che

non si può sapere di che cosa sia formato il muro del Paradiso, tanto

lo velano agli altrui sguardi il musco e l'edera, pure molti sapevano

ch'esso era di materia preziosissima e tutto tempestato di gemme[169].

Secondo qualche rabbino, tutto il Paradiso era selciato di pietre

preziose e di perle. Si sapeva inoltre che Adamo, uscendo dal giardino,

aveva potuto recar con sè l'oro, l'incenso e la mirra che dovevano

poi, dai Re Magi, essere offerti al bambino redentore, e deporli,

insieme con altre ricchezze, in una caverna, detta, per ciò appunto,

la Caverna dei Tesori[170]. Se si pensa alle virtù meravigliose, che

già nell'antichità, e poi, durante tutto il medio evo, si attribuirono

alle gemme, virtù di cui si discorre largamente nei _Lapidarii_, e al

significato simbolico che si soleva dar loro, non parrà strano che di

gemme si volessero pieni il Paradiso e le sue acque[171].

Il Meru, quale è descritto nel Mahâbhârata, è coperto d'oro, e aureo è

detto nei Purâni. Aureo meriterebbe d'essere chiamato anche il Paradiso

terrestre. Il muro che lo serra è, talvolta, tutto d'oro, e d'oro sono

i palazzi e le chiese ch'esso contiene. Un soldato di cui San Gregorio

narra la visione, passa un fetido fiume, e giunge a prati fioriti, dove

si stan costruendo, di mattoni d'oro, mirabili case[172]. Note sono

le relazioni mitiche dell'oro con la luce, col sole, con la felicità.

Una città d'oro, stanza di beatitudine, sognarono gl'indiani; la

Gerusalemme celeste sfolgora d'oro; i palazzi del paradiso di Maometto

sono costruiti d'oro, di perle, di smeraldi e di rubini. El Dorado

chiamarono gli Spagnuoli la nuova terra di promissione[173].

Con tali condizioni di luogo e di clima quali abbiamo vedute, con tanto

rigoglio di vegetazione soprammirabile, con tanto splendore di metalli

preziosi e di gemme, il Paradiso terrestre doveva essere di tale

bellezza e magnificenza da vincere ogni più ardita e fervida fantasia.

Ma ciò appunto doveva stimolare e far vie più intenso il desiderio di

rappresentarselo e colorirselo nella mente, di descriverlo con parole.

Chi sa quante anime innamorate di solitarii e di reclusi lo sognarono

nelle ore di estatica contemplazione, credettero d'intravvederne

gl'immortali splendori nello spettacolo d'un tramonto pomposo! I primi

poeti cristiani, che presero a sparger di fiori la nuda terra del

Golgota e a lumeggiare l'austera speranza sorta novamente negli animi,

andarono a gara in narrarne le divine delizie. Bisognava che gli uomini

conoscessero ciò che avevano perduto per poter meglio intendere il

pregio di ciò che il sangue di Cristo aveva loro ridato. Tertulliano,

Proba Falconia, Prudenzio, Draconzio, Mario Vittore, Alcimo Avito, ci

lasciarono tutti descrizioni calde di entusiasmo e non prive di merito,

le quali hanno questo carattere comune, che tutte traggono elementi,

colori ed immagini dalle descrizioni che i poeti gentili avevan fatte,

degli Elisii[174]. Nè questo poteva sembrare ai poeti cristiani un

procedimento illegittimo, giacchè essi credevano che il mito degli

Elisii altro non fosse se non una ricordanza e come dire un riflesso

alterato del racconto biblico[175]. E fu appunto la gran somiglianza

di sì fatte descrizioni quella che permise di attribuire a Lattanzio

il noto poemetto _De Phoenice_, il quale, non solo non è di lui, ma

non è, forse, nemmeno di autore cristiano, e in cui si descrive, non

già, come fu creduto, il Paradiso terrestre, ma il Bosco del Sole[176].

Proba Falconia formava la descrizion sua, e tutto il compendio del

Vecchio e del Nuovo Testamento di cui quella descrizione è parte, con

versi tolti a Virgilio. Mario Vittore chiamava il Paradiso col nome di

Tempe, e sebbene in certa _Epistola de perversis suae aetatis moribus

ad Salmonem abbatem_ rimproverasse, più specialmente alle donne, di

posporre Salomone e Paolo a Virgilio, ad Ovidio, ad Orazio, a Terenzio,

i suoi versi sono tutti pieni di reminiscenze classiche. L'autore

di un _metrum in Genesim_ (forse Ilario d'Arles, ancor egli, come

Mario Vittore, del V secolo), prendeva a modello il primo libro delle

_Metamorfosi_[177], e Sidonio Apollinare, cristiano, descriveva gli

Orti del Sole con quelle parole medesime che si usavano a descrivere il

Paradiso terrestre[178].

Le descrizioni del Paradiso terrestre si possono dire innumerevoli, e

vanno moltiplicando dai primi tempi del cristianesimo, attraverso il

medio evo, sino ai giorni nostri, e sono in verso e in prosa, e sono

in tutte le lingue. Compajono com'è naturale, nei Commentarii alla

Genesi, negli _Hexaemera_, nelle Bibbie versificate e istoriate, in

molti trattati teologici; compajono in trattati scientifici, varii di

natura e di forma; compajono in cronache, in Visioni, in leggende;

compajono in poemi d'ogni sorta[179]. I rabbini gareggiano in così

fatte descrizioni coi dottori e coi poeti cristiani, e di gran lunga

li vincono quanto a stranezza e audacia d'immaginazioni[180]; e tra'

cristiani v'è chi non si contenta delle descrizioni fatte da uomini, ma

altre ne pone in bocca a Dio stesso e agli stessi demonii[181].

Molte di quelle descrizioni sono documenti assai notabili del carattere

che venne assumendo nei primi secoli del cristianesimo e nel medio

evo il sentimento della natura[182]. La natura vi è idealizzata

conformemente a una immaginazione di bellezza e di giocondità

sovrammondana, che il Frezzi rese non infelicemente in tre versi:

Rallegra tutto il cor quel paradiso:

Ivi ogni cosa intorno m'assembrava

Un'allegrezza di giocondo riso.

Il Paradiso terrestre diventava un prototipo di bellezza, e suscitava

altre immaginazioni affini, e di esso si ricordavano quanti poeti

prendevano a descrivere luoghi di delizie e di felicità. Isole e

giardini d'incantevol bellezza abbondano nei poemi cavallereschi,

nei romanzi di avventura, e hanno col Paradiso terrestre anche

questa somiglianza, che rinchiudono un principio malvagio, una

causa di scadimento e di perversione, come i giardini di Alcina e di

Armida[183]. Il paese delle fate, o _pays de faërie_, o semplicemente

_Faërie_, spesso descritto nei romanzi francesi, ha col Paradiso

terrestre moltissima somiglianza, e così l'hanno il regno sotterraneo

di Venere nella leggenda tedesca, e quello della Sibilla nella leggenda

italiana[184].

E a somiglianza del Paradiso terrestre fu immaginato il Paradiso

celeste, come già prova la Gerusalemme celeste dell'Apocalisse, e

come si può vedere negli scritti di parecchi Padri. Tale somiglianza

è spiccatissima in un _Rhythmus de gloria et gaudiis Paradisi_,

falsamente attribuito a Sant'Agostino, ma certamente assai antico[185].

San Pier Damiano pone nel Paradiso celeste prati fioriti, odori soavi,

musiche meravigliose[186]. Leggendo certa poesia latina pubblicata dal

Böhmer, non s'intende di qual Paradiso il poeta voglia parlare, fino

a che, a togliere il dubbio, non appajono il trono dell'Eterno, e i

cori dei santi e degli angeli che gli stanno d'intorno[187]. Talvolta

il Paradiso terrestre e il celeste sono fusi insieme e ne formano un

solo[188].

Tali, quali abbiamo vedute, erano le bellezze e le meraviglie di quello

che gl'Italiani chiamarono dolcemente il Paradiso deliziano[189]:

vediamo ora quali ne fossero, o ne fossero stati, gli abitatori.

Miti, leggende e superstizioni del Medio Evo, vol. I · 第 13 / 46 题