INTRODUZIONE

È ormai notissimo a tutti che la immaginazione di uno stato di felicità

e d'innocenza di cui gli uomini avrebbero goduto nell'inizio dei tempi,

e dal quale sarebbero poi decaduti, immaginazione che porge argomento

ad uno degli antichi racconti tradizionali che vennero a raccorsi e

collegarsi nella Bibbia, e forma come il luogo d'origine di tutta

la rimanente storia che ad essa consegue; non è una immaginazione

particolare; non appartiene in proprio a quel libro; ma è generalissima

e diffusissima, e appare, con forme varie e mutabili, nei libri e nelle

tradizioni di molte religioni diverse, ed è parte vivace e saldissima

della comune e spontanea credenza umana, tanto che questa rimanga

impenetrata alla scienza e riottosa alla critica. Noi la troviamo su

tutta la faccia della terra, dovunque son uomini; essa era già nata

quando non era ancor nata la storia; essa vive presentemente; essa

vivrà per lungo tempo ancora in avvenire, benchè premuta da ogni banda

e incalzata da nuovo pensiero e da nuova coltura. Gl'Indi, gli Egizii,

gl'Irani, i Cinesi, le varie famiglie dei Semiti, i Greci, i Latini,

i Celti, i Germani conobbero il mito: se, lasciato il vecchio mondo,

attraversiamo i mari, noi ritroviamo il mito in America, in Oceania,

nelle ultime plaghe di terra abitata che cingono il polo.

E in tutti i tempi, e fra tutte le genti, sotto sembianze quando

simili in tutto, quando leggiermente disformi, il mito serba la stessa

sostanza di concetto e la stessa significazione, e secondochè più

direttamente e più strettamente si leghi all'idea di tempo, o all'idea

di luogo, esso riesce, sia alla immaginazione di un'età beata ed aurea,

sia a quella di un luogo paradisiaco ed arcano, primo ed unico albergo

della umana felicità.

I libri sacri dell'India e il _Mahâbhârata_ celebrano l'aureo monte

Meru, da cui sgorgano quattro fiumi, che si spandono poi verso

le quattro plaghe del cielo, e sulle cui giogaje eccelse olezza e

risplende, incomparabile paradiso, l'Uttara-Kuru, dimora degli dei,

prima patria degli uomini, sacra ai seguaci del Budda non meno che

agli antichi adoratori di Brama. Gli Egizii, a cui forse appartenne

in origine la immaginazione degli Orti delle Esperidi, serbavano

lungo ricordo di una età felicissima, vissuta dagli uomini sotto la

mite dominazione di Râ, l'antichissimo dio solare. L'Airyâna vaegiâh,

che sorgeva sull'Hara-berezaiti degl'Irani, fu un vero Paradiso

terrestre, innanzi che il fallo dei primi parenti e la malvagità

d'Angrô-Mainyus l'avessero trasformato in un bujo e gelido deserto;

e nell'Iran, e nell'India, come in Egitto, durava il ricordo di una

prima età felicissima. I Cinesi coronarono il Kuen-lun di un paradiso,

ove sono parecchi alberi meravigliosi, e d'onde sgorgano parecchi

fiumi. Nelle tradizioni religiose degli Assiri e dei Caldei il mito

appare con sembianze che non si possono non riconoscere come simili

affatto a quelle del mito biblico. Greci e Latini favoleggiarono

della età dell'oro, dei regni felici di Crono e di Saturno, e di più

terre beate. Non giova moltiplicar questi cenni: in tutte così fatte

immaginazioni noi troviamo elementi comuni che si compongono insieme o

si suppliscono a vicenda: alberi e frutti datori di vita e di scienza,

fontane d'immortalità o di giovinezza, fiumi che si spargono intorno

a fecondare la terra, mitezza e giocondità di cielo, riso perpetuo di

natura, un divieto, una trasgressione, una caduta; — una breve felicità

originale a cui sussegue lunga e crescente miseria.

La credenza che il monoteismo giudaico fosse religion primigenia,

indivisa, tutta omogenea e tutta coerente, è credenza sfatata da tempo,

e non v'è più modo di dubitare che il racconto biblico della caduta

dell'uomo non provenga d'altronde e non si leghi ad un mito molto più

generale e più remoto. Basterebbe a darne prova il fatto della poca

coesione sua con l'altro racconto, detto eloista, al quale esso si

congiunge nella Genesi. Il Lenormant, giudice non sospetto in così

fatta materia, e che, pur dichiarando di voler rimanere cristiano,

accetta le conclusioni della critica biblica moderna, scrive queste

testuali parole: «Ce que nous lisons dans les premiers chapitres de

la Genèse, ce n'est pas un récit dicté par Dieu lui-même et dont la

possession ait été le privilège du peuple choisi. C'est une tradition

dont l'origine se perd dans la nuit des âges les plus reculés, et que

tous les grands peuples de l'Asie antérieure possédaient en commun

avec quelques variantes. La forme que lui donne la Bible est même si

étroitement apparentée avec celle que nous retrouvons aujourd'hui à

Babylone et dans la Chaldée, elle en suit si exactement la marche, que

je ne crois plus possible de douter qu'elle ne sorte du même fond»[1].

E con ciò rimane annullata l'altra credenza che l'unica verità della

Bibbia voleva rifratta e dispersa nelle tradizioni e nei miti delle

varie genti pagane, a quel modo che, passando pel prisma, si rifrange e

disperde, colorandosi variamente, la luce bianca del sole. Questa fu la

credenza dei Padri e dei Dottori della Chiesa, e questa era ancora la

credenza di Dante, quando a Matelda, là, nel Paradiso terrestre, faceva

dire:

Quelli che anticamente poetaro

L'età dell'oro e suo stato felice

Forse in Parnaso esto loco sognaro.

I moderni scrutatori dei linguaggi, delle tradizioni e dei miti

posero in sodo che il mito, da alcuni per brevità chiamato edenico,

è uno dei più antichi di cui l'umanità serbi memoria. Le indagini

loro hanno disvelato una lontana convergenza, ed una, almeno

parziale sovrapposizione geografica delle tradizioni paradisiache

sparse fra le genti della doppia famiglia ario-semitica; e una

opinione s'è accreditata e fatta ormai generale fra essi, che quelle

tradizioni, per quanto spetta ai grandi popoli storici, mettan capo

a un'era antichissima, quando la gente aria viveva ancora congiunta

nell'altipiano del Tibet, o in regione a quello adiacente, e sieno,

in parte, lontane e diversificate reminiscenze di una patria comune.

Il mito, quale appare nelle tradizioni assiro-caldaiche e fenice,

e quale cel porge il racconto biblico, è esso stesso, secondo ogni

probabilità, di origine indo-germanica. Il cherubino, che nel racconto

della Genesi sta a custodia del Paradiso, non appartiene, nè pel

nome, nè per la condizione e l'officio, al mondo semitico, ma rimanda,

secondo congettura il Renan, a una radice gribh, o grabh, occorrente

in tutte quasi le lingue ariane, e ricorda in singolar modo, secondo

avverte il Lenormant, i Garudi dell'India. Da altra banda un vasto

complesso d'indizii mostra che l'Eden biblico deve rintracciarsi in

quei medesimi luoghi ove i libri sacri dell'India e dell'Iran pongono

il Meru e l'Hara-berezaiti. A me basta di avere accennato rapidamente

tutto ciò, non essendo mio còmpito addentrarmi nell'esame dei fatti

e delle opinioni, nè richiedendosi ch'io ne faccia una esposizione

particolareggiata e compiuta[2]. Ma come nacque, e di che ragioni,

il mito meraviglioso? e quali sono i collegamenti suoi con la realtà

geografica, con la vita storica primitiva, e con quello che, in

mancanza di più acconcia espressione, chiamerò il contenuto della

coscienza? Non è cosa agevole rispondere a così fatte domande.

Che il mito abbia una radice storica; che contenga dentro di sè,

oscurato più o meno, il ricordo di una antichissima sede, di una

prisca patria, alla quale tornano col pensiero e col desiderio,

fantasticamente abbellendola, le razze che ne migrarono; e che

immedesimandosi quel ricordo via via, come porta la fortuna di

migrazioni consecutive, con ricordi d'altre sedi mutate e rimutate,

serbi pur sempre alcun che dell'originale esser suo, è cosa che si deve

senz'altro ammetter per vera, e che tale è provata da più altri esempii

di miti affini.

Che, inoltre, nel mito, si riverberi il ricordo annebbiato di una

primitiva condizione sociale, anteriore allo stabilimento della

proprietà fondiaria, e agli ordinamenti che ne furono la necessaria

conseguenza, può credersi; ma che il mito stesso abbia significato

_essenzialmente_ economico, ch'esso sia _un grido di dolore del

proletariato_ e la _propria leggenda del socialismo_, come dissero

il Laveleye, il Malon, e ultimamente con dottrina copiosissima e

lucidissima esposizione, il Cognetti De Martiis[3], non parmi opinione

che regga, quando si considerino le condizioni tutte d'organamento e

di vita sociale con le quali si concilia, sia l'apparizione, sia la

perduranza del mito, e quando si ponga mente agli elementi molteplici

ond'esso mito è composto.

Innanzi tutto, come spiegare il fatto che il mito, sia pure in forma

rudimentale, appare tra schiatte d'uomini le quali durano nella

medesima, primitiva condizione di vita sociale ed economica di cui

quello dovrebb'essere, per lo appunto, un ricordo? Inoltre, se il mito

è leggenda di proletarii, perchè mai le teocrazie e le aristocrazie

tutte lo raccolsero esse così amorosamente, e così gelosamente lo

custodirono? Più lo scruto e lo sviscero, e più mi sembra che il mito,

s'è, per qualche picciola parte un ricordo, sia per la massima parte

una visione ideale, nasca dalla projezione di un fantasma interiore

nel tempo e nello spazio. Vero è che giova, a questo proposito, fare

alquanto maggiore la separazione tra il mito dell'età dell'oro e il

mito del Paradiso terrestre, e riconoscere che più copiosi in quello

sono gli elementi storici, sociali, economici, più copiosi in questo

gli elementi ideali, mitici ed etici.

Che nel mito paradisiaco ario-semitico, e in altri affini, si trovin

tracce di un antichissimo culto della natura, non credo si possa

negare. L'albero della vita è l'albero che porge il nutrimento;

l'albero della scienza è l'albero che dà responsi: entrambi appajono

in numerose mitologie, fatti spesso compagni dell'albero generatore

da cui procedono gli uomini. Indipendentemente da qualsiasi storica

reminiscenza, l'uomo è tratto, per virtù spontanea di fantasia, a

immaginare uno stato di vita assai più felice di quello toccatogli in

sorte, e a porre quella felicità assai remota da sè, o nello spazio,

o nel tempo. Se nel tempo, egli deve necessariamente respingerla nel

passato o nel futuro. A respingerla nel passato egli sarà sollecitato

da quella medesima illusione che forza i vecchi a lodare i giorni e le

cose che furono, da quella stessa mitica fantasia che lega insieme la

felicità, l'apparir del sole, il cominciamento dell'anno, la primavera,

la nascita di tutte le cose. Altre cagioni e ragioni potranno

sollecitarla ad allontanar nel futuro quel sogno di felicità, come

interviene a noi, cui la scienza vieta ormai di colorirlo nel passato.

Disse lo Schopenhauer: «La felicità è sempre, o nel futuro, o nel

passato, e il presente è da rassomigliare a una piccola nube oscura,

cacciata dal vento sul piano soleggiato: innanzi ad essa e dietro di

essa tutto è chiaro: essa sola getta sempre un'ombra sul piano.»[4] E

Vittore Hugo, nell'_Année terrible_:

Les philosophes, pleins de crainte ou d'espérance,

Songent et n'ont entre eux pas d'autre différence,

En révélant l'Eden, et même en le prouvant,

Que le voir en arrière ou le voir en avant.

A noi non è più concesso figurare il sogno nello spazio, almeno in quel

tanto spazio che la superficie del nostro pianeta comprende; ma tutta

l'antichità credette all'esistenza di popoli remoti, i quali, governati

dal senno e dalla virtù, beneficati da terra feconda e da clementissimo

cielo, vivevano felicissimi, esenti dai morbi, non asserviti al lavoro,

fruenti di rigogliosa longevità.

Quando la coscienza morale si desta, nuove ragioni concorrono a

figurare il mito e fermarne il significato. Gli uomini primitivi non

considerano e non intendono la morte come un fatto naturale: per essi

la morte è effetto di un errore, di un malefizio, di un castigo. In

molti miti di popolazioni selvagge si afferma che gli uomini dovevano

essere immortali, ma che per un error di messaggio, o per malizia

di certo messaggere, o per altra cagione sì fatta, avvenne poscia il

contrario. Allargandosi e chiarendosi sempre più la coscienza morale,

si venne a considerare la morte, e i mali stessi ond'è ripiena la vita,

quale conseguenza di un peccato commesso e di un meritato castigo.

Questa interpretazione non si ebbe se non quando furono ben definiti i

concetti di colpa e di pena, ed è frutto di un ragionamento, non giusto

certo, ma naturale in menti incolte: la pena è dolore; ma dolore sono

e la vita e la morte: dunque la vita e la morte son pena. Allora il

sogno di primitiva felicità diventa anche sogno di primitiva innocenza,

e l'intero sogno può benissimo intrecciarsi con ricordi storici o

semistorici, sia di una patria remota, sia di una perduta condizione di

vita sociale.

Dopo quanto son venuto dicendo non credo di dover giustificare

con altre ragioni l'uso da me preferito di dire _mito del Paradiso

terrestre_ anzichè _leggenda del Paradiso terrestre_, tanto più che

io prendo a considerare la tradizione quando è già staccata da quelle

radici storiche e reali che possa avere. Da altra banda occorre appena

avvertire che il mito, volgendosi, a guisa di largo fiume, attraverso

i secoli, e in mezzo a disparatissime genti, accoglie nel suo corso,

insieme con altri e svariati miti, leggende in gran numero.

Il mito del Paradiso terrestre doveva acquistare nuovo valore e nuova,

maggiore celebrità col diffondersi del cristianesimo, che tutto poggia

sulla dottrina della caduta e della redenzione. I profeti appena

fanno ricordo della beata dimora; i Padri e i Dottori cristiani son

pieni delle sue lodi, e spogliano i poeti pagani per far più vaghe le

descrizioni che vanno di essa intessendo. Non senza giusta ragione. Di

contro all'opera misteriosa e solenne della redenzione compiuta da un

Dio fatto uomo, il fallo dei primi genitori doveva apparire più che mai

mostruoso ed enorme, e per necessario effetto di contrasto, a paragon

di quel fallo doveva parere incommensurabile il primo benefizio di Dio,

doveva la patria dell'uomo innocente rifulgere di un più intenso lume

di cielo, e quello stato di prisca felicità dipingersi alle menti con

colori tanto più vaghi ed accesi, quanto maggiore era la miseria de'

tempi, quanto più vivo il sentimento della fragilità ereditata, quanto

più angoscioso il pensiero degli ostacoli innumerabili che impedivano

il conseguimento della salute, quanto più grave e più insistente il

terrore degli atroci castighi minacciati a coloro che fossero per

lasciar perdere il frutto della redenzione. Invano si tentò da alcuni

dare al racconto biblico un significato puramente allegorico: i più

lo presero alla lettera, e i poeti della nuova legge si voltarono

desiosamente a quelle prime origini a cui pareva dovesse ripiegare

il corso della storia, mentre una opinione già teneva gli spiriti,

che la beata dimora dei padri colpevoli, riaperta ai figli redenti,

dovesse accogliere, per misurato spazio di tempo, sino al giorno

dell'Universale Giudizio, le anime degli eletti, destinate ad ascendere

poi alle glorie incomparate e senza fine della Gerusalemme celeste. I

Chiliasti sognavano un nuovo Eden, sotto il regno millenario di Cristo,

e il sogno loro non era ancor spento nel secolo IX, quando si levava

a dannarlo Pascasio Radberto. I tempi, volgenti più e più al peggio,

favorivano quella disposizion degli spiriti. Si sfasciava l'impero di

Roma, irrompevano i barbari da ogni banda: una età di ferro, quale non

avevano immaginata le mitopee dell'antichità, pesava sul mondo, che,

nel corso di una storia calamitosa ed oscura, pareva divenir sempre

più il regno incontrastato di Satana. Qual meraviglia se poeti de'

primi secoli, Tertulliano, Proba Faltonia, Draconzio, Claudio Mario

Vittore, Alcimo Avito; se poeti e romanzatori, e narratori di leggende,

e scrittori d'opere ascetiche de' secoli successivi, raccolgono quante

reminiscenze dell'arte classica durano in loro, stemperano i colori più

accessi delle lor fantasie, impregnano di mistici ardori il sentimento

e la frase, per ripresentare agli animi una viva immagine di quel primo

soggiorno di beatitudine? Quanto più rude e turbolenta e malvagia

si faceva la vita, tanto più intenso doveva crescere negli spiriti

contemplativi il desiderio di ritrarsi con la fantasia in quella

solitudine beata e sacra.

Oi! paradis, tant bel maner!

Vergier de gloire, tant vus fet bel veer!

sospirava un trovero del XII secolo. E un poeta latino, forse anteriore:

Eden digne pingere vanum est conari,

Stillas paucas extraho de tam magno mari.

Di quel desiderio, come fiori da pianta vigorosa e feconda, nacquero,

nel corso dei secoli, numerose leggende e infinite altre immaginazioni,

nelle quali si vedono riapparire, con meraviglia di chi le consideri,

venuteci non si sa come, nè per qual via, molte particolarità del

mito più generale, trascurate nel racconto biblico. Se ne vedranno le

prove qua e là, nella trattazione che segue. Quelle finzioni sono,

come ho detto, assai numerose, e dovevano essere, dato il luogo che

nella memoria di tante generazioni di credenti aveva a tenere quella

prima patria degli uomini, dove s'erano scontrati tutti in un punto i

pugnanti fattori della storia, l'amor del piacere, l'amor del sapere,

il desiderio di potestà, la legge e la ribellione, la virtù e la colpa,

la vita e la morte. Molte di esse sono anche belle e fantasiose, accese

de' più vivi colori di una poesia fervorosa ed ingenua, e trasportan

la mente in un cielo di sogni meravigliosi, il cui ricordo faceva

esclamare al Leopardi:

Oh fortunata

Di colpe ignara e di lugubri eventi,

Erma terrena sede!

E di quelle finzioni principalmente io intendo fare discorso,

non toccando, se non di volo, qua e là, delle dispute teologiche

arruffatissime che si legano e si frammezzano a quelle, e sono, il

più delle volte, altrettanto vane e fastidiose, quanto sono quelle

dilettevoli ed istruttive[5].

Miti, leggende e superstizioni del Medio Evo, vol. I · 第 7 / 46 题