Intermezzo lirico: Le strofe del _Marzo 1821_. Il _Cinque Maggio_.
Ho promesso di discorrere finalmente de' _Promessi Sposi_; ma, cosa
che parrà alquanto singolare, questi non s'intendono bene se prima non
rileggiamo insieme le strofe del _Marzo 1821_ ed il _Cinque Maggio_.
Ho detto rileggiamo, ma io temo pur troppo che le prime non solo alla
maggior parte de' lettori stranieri, ma ad un gran numero di lettori
italiani non siano note affatto; e le doveva ignorare il Settembrini,
quando, con improvvida leggerezza, lanciava al Manzoni l'accusa di
essere stato il _poeta della reazione_. Le conosceva invece benissimo
e le faceva gustare vivamente al pubblico affollato di Zurigo
nell'anno 1856 l'illustre critico Francesco De Sanctis, conchiudendone
la lettura concitata con queste belle parole: "Non è una
_Marsigliese_, neppure una poesia del Berchet, potentissimo de' nostri
poeti patriottici. Ne' versi di costui sentite una certa profondità di
odio che spaventa, la tristezza dell'esigilo, l'impazienza del
riscatto, ed un tale impeto e caldo di azione che talora vi par di
sentire l'odore della polvere ed il fragore degli scoppi; qui è il suo
genio. La poesia del Manzoni non è solo un inno di guerra
agl'Italiani, ma un richiamo a tutte le nazioni civili; la parola del
poeta è indirizzata agl'Italiani ed ai Tedeschi insieme. In tanta
concitazione di animi non gli esce una sola parola di odio, di
vendetta, di bassa passione; lontano parimente da ogni iattanza, non
vi è il fremito e la spuma della collera, ma la quieta temperanza di
un'anima virile." Ma questa bellissima tra le liriche manzoniane fu il
meno fortunato de' suoi componimenti; nato nel marzo del 1821, alto
scoppiar della rivoluzione torinese, quando s'attendeva da un giorno
all'altro che l'esercito liberatore piemontese varcasse il Ticino,
compresso dalle armi del Bubna e del Latour ogni moto rivoluzionario
in Piemonte, rimase nascosto fino al giugno dell'anno 1848, quando la
rivoluzione lombarda non solo era già scoppiata, ma ferveva calda e
vivissima la pugna fra gl'Italiani e gli Austriaci. Prostrata
nuovamente ogni speranza italiana, tornò a nascondersi in Lombardia
fino all'anno 1859, e solo fece capolino nella _Rivista Contemporanea_
dell'anno 1856, dopo che il De Sanctis l'ebbe recitata a Zurigo. Nel
1859 si ristampò, ma oramai come una poesia già vecchia, divenuta
rara, non già come una lirica viva, eloquente, e piena di affetti
vigorosamente italiani. Così essa tornò a dimenticarsi, e non si trova
ancora, ch'io sappia, in alcuna nelle nostre antologie poetiche.
[1] E pure mancò poco che per essa il Manzoni non rischiasse il capo,
quando si pensi che per assai meno si empirono di generosi patriotti
italiani le carceri di Gradisca e dello Spielberg. È noto come il
Confalonieri, quando in attesa de' Piemontesi si ponevano già dai
congiurati lombardi del 1821 le prime basi di un Governo provvisorio,
abbia pregato l'amico suo Manzoni di adoprare i suoi buoni amici
presso il canonico Sozzi di Bergamo, affinchè questi si disponesse a
prendervi parte; il Sozzi fu abbastanza avveduto per rispondere:
"Vengano prima e allora ci troveranno tutti pronti." Nel processo, il
Confalonieri ebbe il torto di parlar troppo e nominò pure, quasi a
propria scusa, il Sozzi fra i membri designati al futuro Governo
provvisorio; un commissario di Polizia si recò prontamente presso il
canonico; ma questi, evitando a studio di nominare il Manzoni, si
strinse soltanto nelle spalle, dichiarando semplicemente che al
Confalonieri egli non avea parlato mai e che non era mai nè pure
passata fra loro alcuna lettera; il che era vero; così il Manzoni per
quella volta fu salvo, ma il pericolo corso fu assai grande e gli
dovette porre nell'animo un vivo sgomento. Il Confalonieri, che aveva
il difetto di parlar troppo, sapeva a memoria le tremende strofe
manzoniane per la rivoluzione piemontese del marzo e, se avesse
parlato, il Manzoni era perduto. Quindi il Manzoni si ritrasse, in
que' giorni pieni di sospetti e di denuncie, da Milano a Brusuglio,
ove per tutto il tempo che durarono i processi politici, non cessò di
temere. Non mai la poesia politica italiana aveva spiccato il suo volo
così alto. Vi è una grande serenità e tranquillità in tutto l'Inno; ma
quella pace sarebbe stata tanto più minacciosa ai tedeschi dominatori,
se allora essi avessero potuto prenderne notizia. Col dedicarla poi
nell'anno 1848 a Teodoro Koerner, il Manzoni che, come s'è detto, avea
avuto la fortuna d'essere stato compreso e consacrato dal Goethe[2]
volle fare intendere alla Germania che egli sapeva distinguere il
popolo tedesco da' suoi Governi tirannici; ben disse dunque il Carcano
che quella dedicatoria era omaggio insieme e rimprovero alla nobile
nazione che ci calpestava. Il ritrarsi del Manzoni a Brusuglio, se fu
consiglio di prudenza domestica, non fu già una viltà civile. Egli non
faceva all'Austria alcuna concessione. Egli non le abbandonava nulla.
Egli avea cessato di sperare nell'opera immediata della rivoluzione,
quindi ritirava il suo Inno per riserbarlo a tempi migliori. Ma
intanto continuava a protestare, e dolersi del presente, a custodire
tutte le sue speranze patriottiche dell'avvenire. La rivoluzione
piemontese era fallita; di là dunque per il momento non c'era da
attendere altro. Ma nessuno ebbe una fede più viva del Manzoni
nell'opera del tempo. Ed egli continuò a scrivere anche ne' giorni più
desolati come un uomo che spera. Sentì e si persuase che egli non era
fatto per cospirare, che la parte anche piccolissima da lui,
quantunque inettissimo, presa alla congiura del Confalonieri non era
adatta al suo temperamento; ma sentì che come scrittore, col permesso
della Censura, la quale non avrebbe capito ogni cosa e approvato molte
cose che non capiva, egli avrebbe ancora potuto fare un gran bene.
Egli mostravasi ossequente alla censura; ne accettava tutti i tagli,
bene persuaso che ciò che sarebbe rimasto sarebbe bastato a far
penetrare il suo pensiero. Così sappiamo ora che la Censura austriaca
fece parecchi tagli nell'_Adelchi_. Il Manzoni, specialmente quando
egli scriveva il _Discorso storico_, ne' Longobardi raffigurava non
già i Lombardi, ma la stirpe germanica, i Tedeschi, gli Austriaci. Il
Giannone avea scritto che la signoria de' Longobardi doveva ormai
risguardarsi come una signoria nazionale, perchè dominante in Italia
da oltre due secoli; il Manzoni, in quegli anni, ne' quali la Grecia
si agitava per la sua guerra d'indipendenza, demandava semplicemente
se non fossero pure stranieri i Turchi in Grecia, benchè vi
dominassero da tre secoli. La Censura soppresse quel brano. Quattro
altri bei versi, ne' quali il giovine Adelchi, supplicando il padre a
far la pace con papa Adriano, parlava dell'attitudine degli oppressi
Latini, ossia degli oppressi Italiani:
Di questa plebe che divisa in branchi,
Numerata col brando, al suol ricurva,
Ancor dopo tre secoli, siccome
Il primo dì, tace, ricorda o spera,
furono pure sacrificati. Così, nel Coro dell'_Adelchi_, scritto dopo
che fallì la rivoluzione piemontese del 1821, tra gli altri versi
vennero soppressi questi, ove l'Autore si rivolgeva agl'Italiani:
Stringetevi insieme l'oppresso all'oppresso,
Di vostre speranze parlate sommesso.
Ma il censore che si credeva furbo, lasciò passare nello stesso Coro
questi altri versi, ove il volgo latino vedendo arrivare i Franchi
guerrieri (si legga Buonaparte coi Francesi),
rapito d'ignoto contento,
Con l'agile speme precorre l'evento,
E sogna la fine del duro servir.
I Franchi, ossia i Francesi, arrivano contro i Longobardi, ossia
contro i Tedeschi di Lombardia, contro gli Austriaci; ma, invece di
liberare, portano in Italia una nuova tirannide, la tirannide
napoleonica; e il censore si contenta che l'ultima strofa del Coro
manzoniano dica così:
Il forte si mesce col vinto nemico,
Col novo signore rimane l'antico;
L'un popolo e l'altro sul collo vi sta.
Dividono i servi, dividon gli armenti,
Si posano insieme su i campi cruenti
D'un volgo disperso che nome non ha.
Era un canto di dolore, che dovea seguire naturalmente a quello tutto
fiducioso che, nel marzo 1821, il Manzoni stesso avea composto, quando
i congiurati lombardi aspettavano con ansia le novelle che l'esercito
rivoluzionario piemontese avea passato il Ticino. Ma il censore non
capì intanto che era l'Austria _la rea progenie_,
Cui fu prodezza il numero,
Cui fu ragion l'offesa,
E dritto il sangue, e gloria
Il non aver pietà,
e che con quelle parole il Manzoni vendicava finalmente nel 1822 i
martiri piemontesi e lombardi della libertà italiana. Dopo il 1821, il
Manzoni fece della Censura austriaca la propria alleata, per divulgare
i suoi pensieri patriottici; prima di quel tempo, aveva, invece,
anch'esso, se bene inutilmente, cospirato un poco. Ne' _Cento Giorni_,
quando si temeva in Italia una nuova ristorazione della tirannide
napoleonica, il Manzoni aveva, fra il 23 aprile e il 12 maggio 1814,
composta una Canzone che si conserva inedita a Milano, diretta contro
la signoria francese in Italia. Ne reco qui, per saggio, la prima
strofa, la quale mi pare abbastanza significante pel suo particolare
sapore manzoniano:
Fin che il ver fu delitto, e la menzogna
Corse gridando, minacciosa il ciglio,
Io son sola che parlo, io sono il vero,
Tacque il mio verso e non mi fu vergogna.
Non fu vergogna, anzi gentil consiglio;
Che non è sola lode esser sincero,
Nè rischio è bello senza nobil fine.
Or che il superbo morso
Ad onesta parola è tolto alfine,
Ogni compresso affetto al labro è corso;
Or si udrà ciò che sotto il giogo antico
Sommesso appena esser potea discorso
Al cauto orecchio di provato amico.
Dopo il 1822, il Manzoni giudicò cosa più prudente e più pratica il
confidarsi tutto all'ignoranza de' suoi censori. Quando il 5 maggio
1821 morì Napoleone, il nostro Poeta si trovava a Brusuglio. Parve a
sua madre che quella morte sarebbe stata degno soggetto di un suo
canto. Il Manzoni si raccolse brevemente in sè stesso, e bastarono
sole ventiquattro ore ad ispirargli una delle più belle liriche del
nostro secolo, nella quale il soggetto epico trae pure calore lirico
dalle impressioni stesse che il poeta aveva ricevute nella sua
gioventù alla vista di Napoleone. Lo Stoppani ci ha fatto noto che il
verso del _Cinque Maggio_, ove si rappresenta il modo terribile, con
cui il primo Napoleone poteva talora guardare:
Chinati i rai fulminei,
risale ad una impressione ricevuta dal Manzoni giovinetto al _Teatro
della Scala_. Dopo la battaglia di Marengo il Buonaparte era venuto a
Milano più da padrone che da liberatore: entrò una sera in teatro, e
scorse in un palco la contessa Cicognara, nemica implacabile che non
gli perdonava l'ignobile mercato di Venezia. Incominciò a puntare gli
occhi sopra di lei, quasi per fulminarla, e per tutta la sera non si
rimosse. "Che occhi! (diceva il Manzoni, il quale stava nel palco
della Contessa), che occhi aveva quell'uomo!" e richiesto se potesse
esser vero che quegli occhi gli avessero suggerito il noto verso,
rispose: "Proprio così, proprio così." Il Buonaparte gli aveva
lasciato certamente per questo ricordo e per altri consimili una
forte, viva e profonda impressione. Al poeta Longfellow, che, in una
sua visita al Manzoni, avvertiva la Impossibilità, nella quale egli si
era trovato di render convenientemente in inglese tutte le bellezze di
quell'Inno straordinario, il Manzoni con la sua solita originalità ed
arguzia, pur facendosi tutto rosso in viso, rispondeva: "Dio buono!
Era il morto che portava il vivo!" Il Manzoni era, del resto,
sinceramente persuaso che si fosse un poco esagerato il merito del
proprio componimento, a cui fu senza dubbio non piccola gloria e pari
fortuna l'essere stato proibito dalla Polizia austriaca, tradotto in
tedesco dal Goethe, imitato in francese dal Lamartine.[3] L'Austria
aveva tosto riconosciuto nel _Cinque Maggio_ del Manzoni un omaggio
troppo splendido al suo temuto nemico, che pareva come evocato dal suo
sepolcro, in quelle strofe potenti. Non ne permise la stampa; ma il
Manzoni ebbe l'accorgimento di presentarne alla Censura due esemplari:
un esemplare il censore tenne gelosamente presso di sè; dell'altro
esemplare non prese alcuna cura; ed il caso volle che andasse smarrito
negli stessi ufficii di Polizia, o sia che qualche impiegato lo
trafugasse e trafugato lo divulgasse; onde il Manzoni poteva poi dire
con la sua consueta maliziosa bonarietà, ch'egli il _Cinque Maggio_
non l'aveva proprio stampato mai, non avendone mai avuto il tempo,
poichè quella Polizia che ne avea proibita la stampa, si era essa data
briga di farlo divulgare, tanto che usci la versione tedesca del
Goethe prima che ne fosse conosciuta alcuna edizione italiana. Ogni
grande scrittore ha nella sua vita il suo momento epico; il Manzoni
lodato dal Goethe che canta Napoleone, dovette sentire tutta la
potenza del suo genio poetico, e ch'egli, in quel punto, dominava
veramente le altezze:
Lui sfolgorante in soglio
Vide il mio genio e tacque.
L'_io_ Manzoniano qui appare potente come in quei _forse_ già da me
notato, forse più ambizioso di qualsiasi più audace affermazione:
E scioglie all'urna un cantico
Che forse non morrà.
Il _Cinque Maggio_ è il degno epilogo poetico di una grande epopea
storica, tanto più grande e più eloquente in bocca d'un poeta che
poteva, con fiero e legittimo orgoglio, quasi unico tra i poeti
italiani e francesi del suo tempo, dirsi innanzi alla memoria di
Napoleone
Vergin di servo encomio,
E di codardo oltraggio,
quantunque la notizia che abbiamo ora di una Canzone antinapoleonica,
non codarda certamente e non oltraggiosa, ma pure scritta dal Manzoni,
quando il colosso napoleonico non lo poteva più ferire, scemi una
parte dell'efficacia potente che avevano que' due mirabili versi.[4]
[1] Mi giova qui pertanto rimetterla sotto gli occhi de' lettori
nella sua integrità:
MARZO 1821
--
ALL'ILLUSTRE MEMORIA
DI TEODORO KOERNER
POETA E SOLDATO
DELLA INDIPENDENZA GERMANICA,
MORTO SUL CAMPO DI LIPSIA
IL GIORNO XVIII D'OTTOBRE MDCCCXIII
NOME CARO A TUTTI I POPOLI
CHE COMBATTONO PER DIFENDERE O PER RICONQUISTARE
UNA PATRIA
---------
ODE
Soffermati sull'arida sponda,
Volti i guardi al varcato Ticino,
Tulti assorti nel novo destino,
Certi in cor dell'antica virtù,
Han giurato: non fia che quest'onda
Scorra più tra due rive straniere;
Non fia loco, ove sorgan barriere
Tra l'Italia e l'Italia, mai più!
L'han giurato; altri forti a quel giuro
Rispondean da fraterne contrade,
Affilando nell'ombra le spade
Che or levate scintillano al Sol.
Già le destre hanno strette le destre;
Già le sacre parole son porte:
O compagni sul letto di morte,
O fratelli su libero suol!
Chi potrà della gemina Dora,
Della Bormida al Tanaro sposa,
Del Ticino e dell'Orba selvosa
Scerner l'onde confuse nel Po;
Chi stornargli del rapido Mella,
E dell'Oglio le miste correnti,
Chi ritogliergli i mille torrenti
Che la foce dell'Adda versò;
Quello ancora una gente risorta
Potrà scindere in volghi spregiati,
E a ritroso degli anni e dei fati
Risospingerla ai prischi dolor:
Una gente che libera tutta,
O fia serva tra l'Alpe ed il mare,
Una d'arme, di lingua, d'altare,
Di memorie, di sangue e di cor.
Con quel volto sfidato e dimesso,
Con quel guardo atterrato ed incerto,
Con che stassi un mendìco sofferto
Per mercede nel suolo stranier,
Star doveva in sua terra il Lombardo;
L'altrui voglia era legge per lui;
Il suo fato un segreto d'altrui;
La sua parte servire e tacer.
O stranieri, nel proprio retaggio
Torna Italia, e il suo suolo riprende;
O stranieri, strappate le tende
Da una terra che madre non v'è.
Non vedete che tutta si scote
Dal Cenisio alla balza di Scilla?
Non sentite che infida vacilla
Sotto il peso de' barbari piè?
O stranieri! sui vostri stendardi
Sta l'obbrobrio d'un giuro tradito:
Un giudizio da voi proferito
V'accompagna all'iniqua tenzon:
Voi che a stormo gridaste in quei giorni:
"Dio rigetta la forza straniera;
Ogni gente sia libera, e pêra
Della spada l'iniqua ragion."
Se la terra, ove oppressi gemeste,
Preme i corpi de' vostri oppressori,
Se la faccia d'estranei signori
Tanto amara vi parve in quei dì;
Chi v'ha detto, che sterile, eterno
Sarìa il lutto dell'itale genti?
Chi v'ha detto che ai nostri lamenti
Sarìa sordo quel Dio che v'udì?
Sì, quel Dio, che nell'onda vermiglia
Chiuse il rio che inseguiva Israele,
Quel che in pugno alla maschia Giaele
Pose il maglio ed il colpo guidò;
Quel che è Padre di tutte le genti,
Che non disse al Germano giammai:
"Va, raccogli ove arato non hai;
Spiega l'ugne, l'Italia ti do."
Cara Italia! dovunque il dolente
Grido uscì del tuo lungo servaggio,
Dove ancor dell'umano lignaggio
Ogni speme deserta non è;
Dove già libertade è fiorita,
Dove ancor col segreto matura,
Dove ha lagrime un'alta sventura,
Non c'è cor che non batta per te.
Quante volte sull'Alpi spiasti
L'apparir d'un amico stendardo!
Quante volte intendesti lo sguardo
Ne' deserti del duplice mar!
Ecco alfin dal tuo seno sboccati,
Stretti intorno a' tuoi santi colori,
Forti, armati de' propri dolori,
I tuoi figli son sorti a pugnar.
Oggi, o forti, sui volti baleni
Il furor delle menti segrete;
Per l'Italia si pugna, vincete!
Il suo fato sui brandi vi sta.
O risorta per voi la vedremo
Al convito de' popoli assisa,
O più serva, più vil, più derisa
Sotto l'orrida verga starà.
O giornate del nostro riscatto!
O dolente per sempre colui
Che da lunge, dal labbro d'altrui,
Come un uomo straniero le udrà!
Che a' suoi figli narrandolo un giorno
Dovrà dir, sospirando: "Io non v'era;"
Che la santa vittrice bandiera
Salutata in quel dì non avrà.
Notiamo, tuttavia, come ci sembri molto probabile che l'ultima strofa
sia stuta composta dal Manzoni tra il poetico furore delle Cinque
gloriose Giornate di Milano.
[2] Un opuscolo tedesco intitolato: _Interesse di Goethe per Manzoni_
fu tradotto per cura dell'Ugoni in italiano. Ma alle notizie
contenute in quell'opuscolo conviene premettere le poche parole
che si trovano negli _Annalen_ del Goethe, le quali non mi ricordo
che siansi finqui citate dai biografi del Manzoni, neppure del
Sauer. Raccogliendo dunque il Goethe nella memoria i casi
principali della sua vita, nell'anno 1820, scriveva: "Quanto alla
letteratura straniera, io m'occupai del _Conte di Carmagnola_.
L'amabilissimo autore Alessandro Manzoni, un poeta nato, per avere
infranta la legge di unità di luogo, fu da' suoi concittadini
accusato di romanticismo, sebbene de' vizii di questo non se ne
sia appigliato alcuno a lui. Egli s'attenne al procedimento
storico; la sua poesia prese un carattere interamente umano; e
sebbene egli indugi poco nelle metafore, i suoi voli lirici
divennero gloriosi come gli stessi critici malevoli furono
costretti a riconoscere. I nostri buoni giovani tedeschi
potrebbero vedere in lui un esempio per mantenersi naturalmente in
una semplice grandezza; ciò servirebbe forse a trattenerli da ogni
falso trascendentalismo." L'anno seguente, negli stessi _Annalen_,
il Goethe scriveva che dall'Italia aveva ricevuta l'_Ildegonda_
del Grossi, ove doveva ammirare molte cose, senza essersi tuttavia
potuto formare un concetto pieno e preciso del lavoro; e
soggiungeva: "Perciò tanto più gradito mi riesce il _Conte di
Carmagnola_, tragedia del Manzoni, un vero e schietto poeta, che
concepisce chiaramente, che va a fondo delle cose, e che sente
umanamente." L'articolo del Goethe nel giornale: _Ueber Kunst und
Alterthum_, si compendiava in queste parole: "Noi non abbiamo
trovato nel suo dramma un solo passo, ove avremmo desiderata una
parola di più o di meno. La semplicità, la forza e la chiarezza
sono nel suo stile fuse indissolubilmente, e, per questo riguardo,
non ci periteremo di definire come _classico_ il suo lavoro."
[3] Dopo aver letto il _Cinque Maggio_, il Lamartine ne aveva scritto
così al suo amico De Virieu: "J'ai été bien plus satisfait que je
ne m'y attendais de l'ode de Manzoni; je faisais peu de cas de sa
tragédie (_Il Conte di Carmagnola_); son ode est parfaite. Il n'y
manque rien de tous ce qui est pensée, style et sentiment; il n'y
manque qu'une plume plus riche et plus éclatante en poésie. Car,
remarque une chose, c'est qu'elle est tout aussi belle en prose et
peut-être plus; mais n'importe; je voudrais l'avoir faite."
Quest'ultima confessione, in bocca del Lamartine, vale quanto il
più splendido elogio.
[4] In un articolo intitolato: _Storia dei maneggi letterarii in
tempo del dominio di Buonaparte_, inserito, alla caduta del primo
Impero, nel secondo numero del giornale _Lo Spettatore_, leggiamo
che parecchi del così detto _partito filosofico_ che manteneva
idee repubblicane e però avverse a qualsiasi tirannide, finirono
con far la corte al primo Console e poi all'Imperatore. Il poeta
Lebrun riguardava come soverchia degnazione, come una discesa, il
sedersi del Buonaparte sul trono dei re:
Et l'heureux Bonaparte est trop grand pour descendre
Jusqu'au trône des rois.
Il poeta Chènier, pel suo _Ciro_, riceveva una pensione di seimila
franchi. Non mancarono i poeti genealogisti. L'Esmenard, per
esempio, faceva discendere il Buonaparte da un Baldus re degli
Ostrogoti, e lo fingeva parente del re di Svezia Gustavo IV. "Il
padrone disgradò la ridicola adulazione, non fece alcun caso di
quell'ostrogoto lignaggio, e nobilmente dichiarò che la famiglia
Buonaparte incominciava dal 18 brumaio, êra di salute per la
Francia. Pure il poeta genealogista, sulle prime fischiato, dopo
due o tre anni ricavò frutto dalla sua cortigianeria." Nell'elogio
del Viennet proferito all'Accademia francese dal conte di
Haussonville, troviamo che il Viennet repubblicano avea risposto
all'Esmenard con un'Epistola, ov'era questa strofa:
J'estime tes aïeux, mais j'aime mieux te voir
Être grand par toi-même, et ne leur rien devoir.
La France, en t'elevant au trône de ses maîtres,
A compté tes hauts faits, et non pas tes ancêtres.
Dicono che l'Imperatore, pur ignorandone l'autore, abbia molto
gradito l'Epistola, e siasi esso stesso preso la briga di
divulgarla. Quanti fatti consimili avrà avuto occasione di notare
e però di ricordare il giovine Manzoni in Francia ed in Italia, e
quanto disgusto deve egli aver provato alla caduta di quel Grande,
nel vederlo indegnamente insultato da quegli stessi che l'avevano
maggiormente esaltato! Il Rosini, ne' suoi _Cenni di Storia
contemporanea_ (Pisa, 1851), dice del Buonaparte console com'egli
"nelle sue prime campagne in Italia onorò gl'ingegni dei viventi e
dei trapassati, come una festa solenne celebrar fece per Virgilio,
come un'altra egli ne promosse pel trasporto delle Ceneri
dell'Ariosto, come una Iscrizione ordinò d'apporre sulla porta
della casa, dove abitò Corilla in Firenze, come fondar fece una
cattedra di Letteratura dalla Nazione israelitica, per farne
grazia al loro poeta (Salomone Fiorentino), e come finalmente,
volendo conoscer di persona l'Alfieri, e ributtato da lui, gli
rispondesse non già come appare dalla _Vita_ di quello (anno 1800,
cap. 28), ma, per quanto allor se ne disse, precisamente
così:--Aveva letto le vostre opere, e aveva desiderato di
conoscervi; ho letto il vostro biglietto e me n'è passata la
voglia.--" Ma il Buonaparte fece destituire il Cicognara,
consigliere di Stato in Milano, per aver accettata la dedicazione
de' versi del poeta Ceroni Mantovano, il quale sotto il nome di
_Timone Cimbro_ lamentava la caduta e il destino della Repubblica
di Venezia. Secondo il Cantù (_Cronistoria dell'Indipendenza
italiana_) deve attribuirsi al Ceroni il Sonetto che incomincia:
Tinse nel sangue de' Capeti il dito
Il ladron Franco; e, di sue fraudi forte,
Vincitor scese nell'ausonio lito,
Ebbro gridando: Libertade o morte.
E finisce:
Che più? fra noi seder dee un Gallo in trono?
Ahi! se cangiar tiranno e libertade,
O terra, ingoia il donatore e il dono.
In un breve scritto di Giovanni Rosini: _Sugli Epistolari del
Cesarotti e del Monti_, trovo intorno al Cicognara questa notizia:
"Tornato in questo tempo in Milano e creato Consigliere di Stato,
co' nobili suoi modi e col suo bell'ingegno a sè attirava gli
sguardi dell'universale il conte Leopoldo Cicognara, e insieme con
lui, anzi, come è più naturale, al disopra di lui, la bella, colta
ed animosa sua consorte. Col cuore sempre vòlto a compiangere la
caduta e il destino della veneta Repubblica, sua cara patria, ella
fece gran plauso a certi versi del poeta Ceroni Mantovano, che
trattavano quell'argomento e che furon letti, per quanto mi venne
riferito, tra un gran numero di convitati, a pranzo da lei. Per
l'arditezza dei sentimenti levaron grido, e mentre alcuni se ne
ripetevano imparati a memoria, pochi giorni appresso comparvero
stampati colla intitolazione: _Versi di Timone Cimbro a
Cicognara_. Colui che comandava in Milano le armi francesi, partir
fece un giandarme, che, cambiatosi di brigata in brigata, recò
velocissimamente i _Versi_ a Napoleone, il quale colla stessa
sollecitudine ordinò la destituzione del Cicognara, e la sua
cacciata da Milano. Allora fu che riparossi in Toscana, dove si
diede a continuar lo studio delle Belle Arti, che gli affari
politici gli avevano fatto interrompere. Ma la Contessa rimase in
Milano." Il Monti, invece, del primo Console cantava:
L'anima altera,
Che nel gran cor di Bonaparte brilla,
Fu dell'italo Sole una scintilla;
poi volgendosi al Console stesso per rappresentargli le miserie
d'Italia, aggiungeva:
Vedi che, _priva
Del Creator tuo sguardo_, appena è viva.
Il poeta Lodovico Savioli, nel 1803, salutava in Napoleone "il
guerrier della vittoria alunno;" Luigi Lamberti "l'eroe dei Numi
amor," e infine esclamava:
Fondar popoli e far con sante leggi
La virtute reina e il vizio domo,
Impresa è sol d'immortal Nume, o d'uomo
Che a Nume si pareggi.
Il poeta Veneto Buttura diceva da Venezia a Napoleone:
Sull'indegne mio piaghe affisa il ciglio,
Vien, vinci, abbatti i coronati mostri;
E rendi a te la gloria, a me la vita.
Son note le basse adulazioni del Cesarotti, autore della
_Pronea_, che parlava in versi a Napoleone, dicendo:
Parlo in prosa ai mortali, in versi ai Numi.
Il Foscolo non inneggiò a Napoleone, ma non fu insensibile alle
grazie della vice-regina Beauharnais:
Novella speme
Di nostra patria, e di sue nuove grazie
Madre e del popol suo, bella fra tutte,
Figlia di regi, e agli Immortali amica.
Un'Ode del Crocco scritta per la _Nascita del Re di Roma_ e citata
dal Cantù, cantava:
Si scosse il Tebro, lo squallor depose
Roma, rinata allo splendor dal soglio,
Ed alla maestà si ricompose
Del prisco orgoglio.
Brillò limpido il Sol, di repentina
Gioia su i sette Colli alzossi un grido,
E più superba l'aquila latina
Uscì dal nido.
Il Gagliuffi voltava in distici latini il Codice napoleonico. Il
Monti aveva celebrato nel vincitore di Marengo il liberatore
d'Italia:
Il giardino di Natura
No, pei barbari non è.
Ma nella sua visione presentendo in Napoleone l'ambizione di
diventar Sovrano, gli fa consigliar da Dante d'impadronirsi della
signoria:
Vate non vile
Scrissi allor la veduta meraviglia
E fido al fianco mi reggea lo stile
Il patrio amor che solo mi consiglia.
Nel tempo stesso scriveva al Cesarotti: "Il Governo mi ha
comandato e m'è forza obbedire. Batto un sentiero, ove il voto
della Nazione non va molto d'accordo colla politica, e temo
rovinare. Sant'Apollo m'aiuti, e voi pregatemi senno e prudenza."
Lo stesso Monti dedicando la traduzione dall'_Iliade_ al
Beauharnais che gli avea ottenuto il posto di storiografo del
Regno d'Italia, scriveva nella dedicazione: "Se il cielo,
invidiandovi ai nostri giorni, vi avesse concesso agli eroici,
Omero vi avrebbe collocato vicino ad Achille fra Patroclo e
Diomede. Noi, testimoni delle vostre alte virtù, vi collochiamo in
grado più d'assai eminente; tra Minerva ed Astrea, vicino al
massimo vostro Padre." Napoleone tuttavia si doleva di avere per
sè tutta la piccola e contro di sè tutta la grande letteratura.
Non mancò a Napoleone il suo improvvisatore imperiale, Francesco
Gianni, che, pensionato con seimila franchi l'anno, cantava:
Quell'eroe terribil tanto,
Onde Ettor di vita uscì,
In due lustri non fe' quanto
Bonaparte in un sol dì.
Il Mascheroni prima di morire scriveva al Serbelloni: "Vi prego
dire a Buonaparte ch'egli è in cima di tutti i miei pensieri," e
gli dedicò la _Geometria del Compasso_. "Egidio Patroni, perugino
(scrive il Cantù nella _Cronistoria_), oltre altri componimenti,
fece la _Napoleonide_, collezione di cento Odi, ciascuna preceduta
da una medaglia incisa, celebranti i fasti dell'Eroe." Tra i
lodatori del Buonaparte, il Cantù ricorda ancora Quirico Viviani,
Giulio Perticari, Carlo Porta, Saverio Bettinelli, Paolo Costa,
Cesare Arici, Felice Romani, Davide Bertolotti, Mario Pieri che
d'aver lodato si pentì troppo tardi, Angelo Mazza. "Il divinizzare
Napoleone (scrive ancora il Cantù) fu un luogo comune dei nostri
retori. Nell'Università di Padova, dinanzi al suo busto, il
Rettore magnifico conchiuse l'orazione;--Veneriamo, o signori, la
presenza del Nume. -" Il Giordani nel _Panegirico_, dove si vanta
di "altamente sentire la dignità del secolo," ribocca di
espressioni simili a queste: "Il mondo è venuto in potestà di
tale, non oso dir uomo. Invitando gl'Italiani a considerare le
grandezze de' tuoi benefizii, augusto Principe, in cui la nostra
nazione adora il più caro benefizio che riconosca dall'Imperatore
in Italia. Quale altro che Iddio, o virtù somiglievole agli Dii,
poteva fare sì stupenda consonanza? La virtù di questo divino
spirito non ci lascia sembrar temeraria qualunque speranza." Nello
stesso _Panegirico_ il Giordani chiama Napoleone "l'Ottimo e
Massimo," e loda Cesena di fare ogni anno riaprire l'Accademia con
le lodi del Buonaparte, egli che più tardi biasimò poi l'uso
dell'Università di Torino di lodare ogni anno il Re di Sardegna.