Il Manzoni unitario.
Noi abbiamo fin qui toccato del Manzoni come riformatore dello stile
poetico italiano, come scrittore religioso e come autore di tragedie
storiche ed autobiografiche. Vediamo direttamente e particolarmente lo
scrittore politico. Le opinioni politiche espresse in verso da un
giovinetto di quindici anni non sembrano doversi pigliare molto sul
serio. Quella spontaneità che appare, per lo più, nella manifestazione
de' sentimenti di un giovine, è solo apparente; il giovine prima dei
trent'anni sposa con ardore e difende con impetuosa eloquenza quelli
che crede i suoi principii inviolabili e santi; ma egli non gli ha,
gl'impara, li sposa, li riceve, gli accetta; rado accade che essi
siano il prodotto di un intimo proprio convincimento. Il giovine, con
tutta la sua furia simpatica che lo spinge a concepire i disegni più
arditi e più vasti, a intraprendere le opere più pericolose, e con la
felice illusione in cui vive che tutto il mondo sia suo, è meno libero
assai dell'uomo maturo, tanto più composto e regolato nel suo modo di
pensare, di sentire e di operare. Il giovine si crede libero, quando
segue tutti i suoi istinti più diversi; l'uomo invece sente la libertà
solamente dal punto, in cui egli incomincia a governare questa
tumultuosa varietà d'istinti, a reggere la propria volontà, a dominare
sè stesso. Non è quindi da chiedersi ad un giovine conto troppo severo
di quel ch'egli abbia pensato politicamente fra i quindici ed i
trent'anni; ma è poi tanto più mirabile il caso, in cui, come avvenne
nella vita del Manzoni, si abbia a notare fra la giovinezza, la
virilità e la vecchiaia d'un uomo una continuità progressiva di quei
pensieri, che sono il fondamento e la regola della sua condotta
civile. Del Manzoni si può dire che egli temperò con l'età il modo di
manifestare i proprii pensieri; ma la somma di questi rimase costante
e si confermò con la vita. Incominciò, come già sappiamo, a cantare il
trionfo della libertà a quindici anni. Nel primo Canto del _Trionfo_
incontriamo l'immagine dell'uccello che esce di gabbia e gode della
sua libertà, adoprata a significare la gioia del prigioniero italiano
ritornato libero:
E a color che fuggir l'aspra catena,
Prorompea sugli occhi e su le labbia
Impetüosa del piacer la piena,
Come augel che fuggì l'antica gabbia,
Or vola irrequieto tra le frondi,
Rade il suol, poi si sguazza ne la sabbia.
È singolare il vedere come le prime immagini della giovinezza
manzoniana rifioriscono vive nella sua tarda vecchiaia. Il Manzoni,
più che ottantenne, passeggiando ne' Giardini Pubblici di Milano, alla
vista di uccellini chiusi in gabbia, compose alcuni eleganti distici,
nei quali gli uccelli prigionieri, ai quali è contesa la vista del
cielo, si lamentano per invidiare la sorte delle anitre che si
diguazzano liberamente negli stagni:
_Fortunatæ anates quibus æther ridet apertus,
Liberaque in lato margine stagna patent.
Nos hic intexto concludunt retia ferro
Et superum prohibent invida tecta diem.
Cernimus heu! frondes et non adeunda vireta
Et queis misceri non datur alitibus.
Si quando immemores auris expandimus alas,
Tristibus a clathris penna repulsa cadit.
Nullos ver lusus dulcesve reducit amores,
Nulli nos nidi, garrula turba, cient.
Pro latice irriguo, læto pro murmure fontis
Exhibet ignavas alveus arctus aquas.
Crudeles escæ, vestra dulcedine captae
Ducimus æternis otia carceribus._
L'Austria ricevette pure i primi colpi dal giovinetto Manzoni, nel
_Trionfo della Libertà_:
S'alzò tre volte e tre ricadde al suolo
Spossata e vinta l'Aquila grifagna,
Che l'arse penne ricusâro il volo.
Alfin, strisciando dietro a la campagna
Le mozze ali e le tronche ugne, fuggìo
Agl'intimi recessi di Lamagna.
Non ci meravigliamo dunque che tra i Martiri dello Spielberg il conte
Confalonieri sapesse a memoria e recitasse parecchie terzine del poema
giovanile d'Alessandro Manzoni. L'anima gloriosa del francese Desaix
caduto a Marengo combattendo contro gli Austriaci per quella che si
sperava potesse divenire la libertà d'Italia, appare in una specie di
Olimpo al giovine Poeta, il quale, pure imitando il noto incontro di
Virgilio con Sordello, sa ancora trovare e produrre un nuovo effetto
poetico:
Allor ch'egli me vide il piè ramingo
Traggere incerto per l'ignota riva,
Meditabondo, tacito e solingo,
A me corse gridando: "Anima viva,
Che qua se' giunta, u' solo per virtute,
E per amor di libertà s'arriva.
Italia mia che fa? di sue ferute
È sana alfine? è in libertate? è in calma?
O guerra ancor la strazia e servitute?
Io prodigo le fui di non vil'alma."
Dicono che il Manzoni ed il Mazzini, ritrovandosi insieme un giorno
dell'anno 1860, si rallegrassero insieme d'essere stati, per lungo
tempo, i soli veri unitarii d'Italia. Nel vero, entrambi misero una
specie di ostinazione nel desiderare e nel predicare in tutti i modi
ed in ogni occasione l'unità italiana. Anche il Monti, per dire il
vero, nella _Musogonia_ aveva collocata la seguente strofa:
E voi di tanta madre incliti figli,
Fratelli, i preghi della madre udite:
Di sentenza disgiunti e di consigli,
Che pensate, infelici, e chi tradite?
Una deh sia la patria, e ne' perigli
Uno il senno, l'ardir, l'alme, le vite.
Del discorde voler che vi scompagna,
Deh non rida, per Dio! Roma e Lamagna.
Si può anche ammettere che il Monti fosse in quel momento sincero, ed
esprimesse con tali versi il proprio intimo sentimento; ma egli cantò
tante volte idoli diversi, dal Braschi a Napoleone, dal Suvaroff
all'Imperatore d'Austria, che una sua strofa unitaria non può far di
lui un poeta unitario. Prima dell'anno 1860 gli unitarii in Italia si
potevano contare; tra i liberali d'idee più avanzate prevaleva
generalmente l'idea della federazione. Il professor De Benedetti
racconta in questo modo il colloquio che il Mazzini avrebbe avuto col
Manzoni: "Vede, Don Alessandro (avrebbe detto il Mazzini), durante un
pezzo siamo stati noi _due soli_ a credere all'unità di quest'Italia.
Ora possiamo dire che avevamo ragione." Al che il Manzoni volendo
mostrare che egli vi aveva avuto poco merito, perchè l'unità era
inevitabile, con un malizioso sorriso avrebbe risposto: "Il padre del
nostro amico Torti, che aveva sempre freddo, cominciava al primo
fresco di settembre a dire: _Vuol nevicare_. A ottobre e novembre
sentiva crescere il freddo e ripeteva: _Nevica di sicuro_. Finalmente,
a gennaio o febbraio s'aveva una gran nevicata, e il buon Torti
esclamava: _L'avevo detto io che doveva nevicare_." Ma, un anno
innanzi, prima che il Mazzini gli facesse visita, egli, che era sempre
stato un po' repubblicano e molto unitario, compiacevasi, in somma, di
avere indovinato giusto giusto come il padre del Torti. "Alla fede
dell'unità d'Italia (egli diceva) ho fatto il più grande dei
sacrificii che un poeta potesse fare: quello di scrivere
_scientemente_ un brutto verso." Questo brutto verso si trova in un
frammento di Canzone petrarchesca composta dal Manzoni nell'aprile
dell'anno 1815, quando Gioachino Murat bandiva il suo famoso Proclama
di Rimini, col quale chiamava alle armi gli Italiani, in nome
dell'_Unità italiana_. Ma intanto che il Manzoni scriveva, la rotta di
Tolentino, con tutti gli ambiziosi disegni del Murat, faceva cadere la
penna di mano al nostro giovine Poeta, che, a mezzo della quinta
strofa, si arrestava. Il frammento, più che quattro strofe finite, ci
presenta un solo abbozzo, ove conviene tener molto conto de' pensieri
ed usar qualche indulgenza alla inelegante povertà del verso. Nello
stesso anno il giovinetto Leopardi componeva una specie di Orazione
rettorica e reazionaria, della quale mi fece vedere una copia il
marchese Ferrajoli di Roma. Quando verrà pubblicata, se pure a
quest'ora non è già pubblica, sarà utile il riscontrare la Canzone del
_reazionario_ Manzoni con la prosa del Leopardi, il quale, per quanto
intesi, era, alcuni anni dopo, col Nicolini tra quelli che si
sdegnavano più forte contro il pietismo manzoniano e contro la sua
teoria del perdono delle ingiurie. Il Manzoni nei versi del frammento,
per la forma, classicheggia un po' pedestremente; ma ne' concetti egli
si rivela moderno, e libero e coraggioso profeta d'un avvenire,
intuito e sperato per l'Italia da pochi sapienti:
O delle imprese alla più degna accinto,
Signor, che la parola hai proferita,
Che tante etadi indarno Italia attese;
Ah! quando un braccio le teneano avvinto
Genti che non vorrìan toccarla unita,
E da lor scissa la pascean d'offese;
E l'ingorde udivam lunghe contese
Dei re tutti anelanti a farle oltraggio;
In te sol uno un raggio
Di nostra speme ancor vivea, pensando
Ch'era in Italia un suol senza servaggio,
Ch'ivi slegato ancor vegliava un brando.
Sonava intanto d'ogni parte un grido,
Libertà delle genti e gloria e pace,
Ed aperto d'Europa era il convito;
E questa donna di cotanto lido,
Questa antica, gentil, donna pugnace,
Degna non la tenean dell'alto invito;
Essa in disparte, e posto al labbro il dito,
Dovea il fato aspettar dal suo nemico,
Come siede il mendìco
Alla porta del ricco in sulla via;
Alcun non passa che lo chiami amico,
E non gli far dispetto è cortesia.
Forse infecondo di tal madre or langue
Il glorïoso fianco? o forse ch'ella
Del latte antico oggi le vene ha scarse?
O figli or nutre, a cui per essa il sangue
Donar sia grave? o tali, a cui più bella
Pugna sembri tra lor ingiuria forse?
Stolta bestemmia! eran le forze sparse,
E non le voglie; e quasi in ogni petto
Vivea questo concetto:
Liberi non sarem se non siamo uni;
Ai men forti di noi gregge dispetto,
Fin che non sorga un uom che ci raduni.
Egli è sorto per Dio! Sì, per Colui
Che un dì trascelse il giovinetto ebreo
Che del fratello il percussor percosse;
E fattol duce e salvator de' sui,
Degli avari ladron sul capo reo
L'ardua furia soffiò dell'onde rosse;
Per quel Dio che talora a stranie posse,
Certo in pena, il valor d'un popol trade;
Ma che l'inique spade
Frange una volta, e gli oppressor confonde,
E all'uom che pugna per le sue contrade
L'ira e la gioia de' perigli infonde.
Con Lui, signor, dell'itala fortuna
Le sparse verghe raccorrai da terra,
E un fascio ne farai nella tua mano...
I versi non belli, in questo frammento, sono parecchi; ma il Manzoni
alludeva, nel suo discorso, a questo:
Liberi non sarem se non siamo uni.
Per questa unità da lui voluta, sperata, predicata, fin da giovinetto,
il Manzoni aveva il coraggio di combattere apertamente, quantunque
così devoto al Capo spirituale della Chiesa, il potere temporale de'
Papi. Per questo riguardo, il Manzoni s'accordava perfettamente con
l'antico e col nuovo poeta Ghibellino, con l'Alighieri e col
Niccolini; il Poeta quindicenne, nel _Trionfo della Libertà_, e però
prima della sua pretesa conversione, mentrechè egli mostra come Dio,
ossia la religione, insegni soltanto l'amore:
Ei, con la voce di natura, chiama
Tutti ad armarsi, e gli uomini accompagna
E va d'ognuno al cor ripetendo: _ama!_
si rivolge dantescamente a Roma:
Ahi! de la libertà l'ampia ruina
Tutto si trasse ne la notte eterna,
Ed or serva sei fatta di reina.
Che il celibe Levita ti governa
Con le venali chiavi, ond'ei si vanta
Chiuder la porta e disserrar superna.
E i Druidi porporati, oh casta, oh santa
Turba di lupi mansüeti in mostra
Che de la spoglia de l'agnel s'ammanta,
E il popol riverente a lor si prostra
In vile atto sommesso, e quasi Dei
Gli adora e cole, oh sua vergogna e nostra!
Si offendeva il giovinetto Manzoni nel vedere che in Italia molto più
che Cristo si adorasse il suo Vicario; egli presentiva già il giorno,
in cui il Papa avrebbe finito per dichiararsi infallibile; perciò
arditamente cantava:
Infallibil divino a le devote
Genti s'infinse, che a la putta astuta
Prestâro omaggio e le fornîr la dote.
Si dirà facilmente da alcuno di que' devoti che si preparavano alla
beatificazione di Alessandro Manzoni, che non è da tenersi conto del
linguaggio intemperante di un giovine studente traviato; ma il guaio è
che il Manzoni, quantunque ossequente alla Chiesa, in tutto ciò che
riguarda la materia dommatica del Cattolicismo, non s'immaginava mai
che verrebbe un giorno, in cui l'infallibilità e il potere temporale
de' Papi diventerebbero due nuovi dommi, due nuovi articoli del
_Credo_ cattolico! Nell'_Adelchi_, lo stesso Desiderio re de'
Longobardi, a cui l'Autore impresta pure i suoi proprii sentimenti
religiosi, tanto da fargli dire vinto da Carlo Magno queste parole di
sommissione, per le quali si riconosce nel vincitore la potenza del
dito divino:
In te del cielo
Io la vendetta adoro, e innanzi a cui
Dio m'inchinò, m'inchino,
quando si tratta di definire quali possano essere le relazioni di un
Re che ambisce la piena signoria d'Italia col Papa, esclama:
.... Roma fia nostra; e, tardi accorto,
Supplice invan, delle terrene spade
Disarmato per sempre, ai santi studii
Adrian tornerà; re delle preci,
Signor del Sacrifizio, il soglio a noi
Sgombro darà.
In queste poche parole viene espresso, dodici anni prima, il concetto
fondamentale dell'_Arnaldo_ del Niccolini. Il Manzoni perciò non
poteva in nessun modo accordarsi coi Gesuiti, i quali volevano che la
Chiesa s'impacciasse nel governo politico del mondo; e fin dall'anno
1819, scrivendo da Parigi al suo proprio confessore Tosi un po'
giansenista, esprimeva chiaramente il suo pensiero in proposito: "A
malgrado (egli diceva) degli sforzi di alcuni buoni ed illuminati
Cattolici per separare la religione dagli interessi e dalle passioni
del secolo, malgrado la disposizione di molti increduli stessi a
riconoscere questa separazione, e a lasciare la religione almeno in
pace, sembra che prevalgano gli sforzi di altri che vogliono
assolutamente tenerla unita ad articoli di fede politica che essi
hanno aggiunto al _Simbolo_. Quando la Fede si presenta al popolo così
accompagnata, si può mai sperare che egli si darà la pena di
distinguere ciò che viene da Dio da ciò che è l'immaginazione degli
uomini? I solitarii di Porto Reale l'hanno fatto, ma erano pochi,
erano dotti, erano separati dal mondo, assistiti da quella grazia che
non cessarono d'implorare." Ciò che è nuovo nel carattere religioso
della letteratura manzoniana è, per l'appunto, questo richiamo della
religione a' suoi principii fondamentali di carità e di libertà,
questo accordo dei principii umanitarii del Vangelo coi principii
umanitarii proclamati dalla Rivoluzione francese, la quale non gli
osservò poi sempre essa medesima, ma intanto gli ha come consacrati
nella società moderna. Gli scrittori cattolici francesi più venerati,
come il Chateaubriand ed il Montalembert, rimasero, per questo
riguardo, molto più indietro del Nostro. Il Montalembert, per esempio,
che conobbe il Manzoni a Brusuglio nel 1836, discorreva un giorno con
esso intorno all'assetto politico che si poteva sperare o disperare di
dare all'Italia. Il Manzoni disse tosto che il suo ideale sarebbe
stata l'unità d'Italia con un Principe di casa Savoia. Sperava il
Francese che il Manzoni avebbe fatta un'eccezione pel dominio
temporale del Papa, non potendo ammettere che un cattolico supponesse
possibile qualsiasi attentato contro di esso; e però strinse i panni
al Manzoni, chiedendogli quello che contasse di fare del Papa-Re.
"Quando vi ho detto (rispose il Manzoni senza scomporsi) che voglio
l'unità con un Principe che non è il Papa, mi par d'avere già risposto
in anticipazione alla vostra dimanda." Nell'anno 1848, quando tutta
l'Italia delirava per Pio IX e in casa dello stesso Manzoni il suo
primogenito si faceva bello con la medaglia del Papa, il Manzoni fu
de' pochissimi che non si lasciarono sedurre da un entusiasmo, che a
lui pareva più funesto che utile all'unità italiana. Egli non si
lasciava trasportare dalle opinioni volgari, quando non gli pareva che
il senso volgare fosse il buon senso; ma voleva camminare co' suoi
tempi, e progredire; anche nel modo di vestire, desiderando evitare
ogni ridicola stranezza, fino agli ultimi anni di sua vita desiderava
sempre mostrarsi uomo moderno. Di ogni ritorno al passato, di ogni
passo che si dèsse per andare indietro, si doleva. Venerava i dommi
cattolici, ma non trovava certamente che fossero pochi; e però quando
intese che se ne voleva aggiungere uno nuovissimo, quello
dell'infallibilità papale, il vecchio Manzoni si trovò intieramente
d'accordo col giovinetto protestante del _Trionfo della Libertà_, si
schierò dunque animosamente tra gli antinfallibilisti più risoluti e
più rigorosi; "ma quando (scrive il Rizzi) egli, cattolico, seppe che
in Vaticano era passata, come si direbbe noi laici, la nuova legge,
non fece che esclamare: _pazienza!_, e non ne parlò più. E forse in
questa sua sottomissione della ragione alla fede c'entrava per molto
l'esempio del suo dottore e maestro l'abate Rosmini, il quale pure
avea dichiarato di sottomettersi alla censura inflitta al suo libro
delle _Cinque Piaghe_." Ma, in somma, egli si rallegrò che Roma fosse
tolta al governo del Papa, ed accettò con piacere l'onore di venire
ascritto nell'albo de' cittadini di Roma capitale, dove il Papa
infallibile si era rintanato a fare il broncio a quell'Italia, che,
come ben disse lo stesso Manzoni, egli benedisse prima del
Quarantotto, per mandarla, dopo il Quarantotto, a farsi benedire. Egli
conosceva il pregio di certi onori, i quali ricevono importanza
dall'occasione e dalla qualità speciale di chi li riceve e di chi li
concede; perciò egli che, a malgrado dell'intercessione del conte
Andrea Cittadella e di Alessandro Humboldt, non avea temuto offendere
l'Imperatore d'Austria ed il Re di Prussia, ricusando le loro
decorazioni, gradiva poi una stretta di mano del re Vittorio Emanuele,
una rosa del generale Garibaldi, ed un ben tornito complimento del più
dotto fra i coronati viventi, Don Pedro d'Alcantara. Un tempo, quando
pubblicò i _Promessi Sposi_, egli avea pure gradito le cortesie del
Granduca di Toscana; ma non dimentichiamo ch'era quello il decennio
glorioso, in cui nella piccola ospitale Toscanina riparavano gli esuli
delle altre provincie d'Italia, il Pepe, il Colletta, il Poerio, il
Leopardi, il Tommaseo, il Giordani ed altri più che venivano a
riscaldare le loro speranze intorno alla più coraggiosa ed importante
delle Riviste letterarie italiane, l'_Antologia_, e nel Gabinetto
letterario del ginevrino Giampietro Vieusseux. Ed il Manzoni di
nessuno faceva maggiore stima che di quegli Italiani, che aveano avuto
la fortuna non solo di scrivere, ma di patire e di combattere per
l'Italia; quando il Settembrini si dimenticò pertanto a segno da
paragonare il Manzoni _al vecchio Priamo che scagliava il suo telo
senile_, egli, sebbene sentisse tutta l'indegna acerbità dell'offesa,
la voleva perdonare, non tanto perchè come cristiano egli lo avrebbe
dovuto, ma perchè egli pensava che si dovesse perdonar molto ad un
uomo, il quale era stato in prigione per la patria. È noto che il
Manzoni, negli ultimi anni della sua vita, lavorava intorno ad un
_Saggio comparativo fra la Rivoluzione francese del 1789 e la
Rivoluzione italiana del 1859_. L'opera, tuttora inedita, non potè
venir terminata; nella parte che riguarda la Rivoluzione francese,
egli ammira l'Ottantanove e deplora e condanna il Novantatrè, che non
gli pare sia stato nè utile nè, in alcun modo, necessario; trova, in
somma, che il Novantatrè era un Ottantanove peggiorato; sono rimasti
intatti di questa parte ben 286 fogli. La parte italiana, quale rimane
fra le carte inedite del Manzoni, si compone di soli diciotto fogli;
al nostro scopo, che è quello di mostrare quale concetto civile e
politico il Manzoni si faceva della letteratura, basterà qui il
riferirne, poichè la gentilezza e la memoria di un amico ci aiuta,
alcuni saggi che il Manzoni stesso veniva leggendo ai più intimi ed
assidui suoi frequentatori. Di Dante che voleva l'unità con Arrigo di
Lussemburgo, il Manzoni scriveva: "Dante, il grande e infelice
Italiano, che cercava in una qualche forza viva il mezzo di ottenere
l'unità, credette di poterlo trovare nell'Impero. Ma, per verità,
sarebbe difficile il decidere se questo sarebbe stato meno atto a
crearla davvero o a mantenerla." Il Manzoni ammirava il Piemonte e
sperava molto da esso; perciò lasciò scritto: "La concordia nata nel
1849 tra il giovane Re di codesta estrema parte della patria comune e
il suo popolo ristretto d'allora, fu la prima cagione di una tale
indipendenza; poichè fu essa, e essa sola, che rese possibile anche il
generoso e non mai abbastanza riconosciuto aiuto straniero; e essa
sola che fece rimaner privi d'effetto gli sforzi opposti della Potenza
allora prevalente in Italia, e fatalmente avversa a questa
indipendenza." Ma il Manzoni voleva il Piemonte italiano, non già
l'Italia piemontese, e ancora meno l'Italia esclusa dal Piemonte o il
Piemonte dall'Italia. Perciò quando il Piemonte formava con la
Sardegna un regno separato, e l'Accademia delle Scienze, la quale
soleva aggregarsi come _Accademici stranieri_ gl'illustri Italiani
delle altre provincie, nel 1833 eleggeva _Accademico straniero_ il
Manzoni, questi, rifiutando un tale onore, rispondeva al Presidente
dell'Accademia conte Prospero Balbo in questi termini: "Un tanto onore
sarebbe caramente pagato, se io non lo potessi ottenere che col titolo
di _Accademico straniero_; standomi più a cuore l'esser compatriotta
di Lei e degli altri uomini insigni, di cui codesta Accademia si
vanta, che d'esser loro collega; chè, se questo è un effetto della
degnazione loro, quello è un dono di Dio, che mi ha fatto nascere in
questa Italia, che è superba di chiamarli suoi." L'ultime sue parole
d'affetto furono pure per la città di Torino. Egli le scrisse
nell'anno 1873, poco prima di morire, e suonano così: "Trista
condizione di cose, in cui anche gli uomini di alta mente e amici
della patria non potevano far altro che disperare o sognare." Vittorio
Emanuele gli pare: "Un Re che al coraggio e alla costanza della sua
stirpe univa un sentimento per l'Italia, che in questo caso non
consentiremmo di chiamare ambizione, perchè la parte di vanità e
d'interesse personale sottintesa in un tale vocabolo scompare nella
grandezza e nella nobiltà del fine." Riconosce l'antica forza di
resistenza opposta allo straniero invasore dall'esercito del piccolo
Piemonte, con una felice similitudine: "L'esercito piemontese aveva
saputo tener addietro, da quella parte, per ben tre anni, il novo
invasore, come quel valente ragazzo olandese aveva opposta all'acqua
che stava per prorompere da un punto dell'argine la sua piccola, ma
tenace schiena, aspettando soccorso." Riconosce l'importanza del
soccorso, che ci diedero i Francesi nel 1859; ma, nello stesso tempo,
osserva che l'Italia si è pure un poco aiutata da sè: "La vita d'una
nazione non può essere un dono d'altri. È bensì vero che una nazione
divisa in brani, inerme nella massima parte, e compressa da una
preponderante, ordinata e vigilante forza straniera, non potrebbe da
sè rivendicare il suo diritto di essere; e questa è la sua infelicità
e un ricordo di modestia. Ma è anche vero che non lo potrebbe nemmeno
con qualunque più poderoso aiuto esterno senza un forte volere e uno
sforzo corrispondente dalla sua parte. Un braccio vigoroso può bensì
levar dal letto un paralitico, ma non dargli la forza di reggersi e di
camminare." Per la stessa ragione il Manzoni ammirava la grande
impresa compiuta dal generale Garibaldi; ma, quanto più gli appariva
meravigliosa, tanto più ei vi riconosceva l'opera del popolo italiano
che la secondò: "E mille valorosi condotti, come a una festa, da un
valorosissimo a conquistare a questa patria comune un vasto e
magnifico tratto del suo territorio, da principio con l'armi, a
un'immensa disuguaglianza di numero, come a prova dell'ardire, e poi
con la sola forza del nome e della presenza, come a prova della
spontaneità dell'assenso." Questa pare a me e deve parere a molti
bella e buona sapienza politica; si chiama pure (a dispetto di certe
sottigliezze e squisitezze di stile che possono talora apparir
soverchie) un parlar chiaro e sicuro, come d'uomo profondamente
convinto. Il Manzoni ebbe pure la grande fortuna che gli eventi gli
diedero ragione. Nel 1848 egli voleva essere più tosto repubblicano
con l'unitario Mazzini, che federalista col re Carlo Alberto; del che
dolevansi i suoi amici piemontesi, in ispecie il Balbo e l'Azeglio.
Quest'ultimo, perciò, scrivendo a sua moglie sfogava un po' di
risentimento politico contro il Manzoni ed i suoi amici:[1]
"Salutami gli amici, Grossi, Manzoni, e di' a tutti che io, a forza di
girare, conosco l'Italia più di loro; che non si fan repubbliche senza
repubblicani; e di questi non ne ho quasi incontrati in Italia. Di' a
Manzoni che, se riesce a far repubblicano Carlo Alberto, non riescirà
a far Pio IX. Sarebbe metter in seno all'Italia due serpi che si
combatterebbero e lacererebbero loro e lei. Per amor di Dio,
contentiamoci di fare uno Stato forte sul Po, costituzionale; e
preghiamo Dio di trovare un venti per cento che capisca _de quoi il
s'agit_. A star sempre in una camera, parlar cogli stessi uomini, si
giudica male un paese e il mondo pratico. Lasciamo andar la donna del
giudizio di Salomone e il suo bambino; a lei Salomone dava la scelta,
a noi la necessità la nega. Giudizio, cose possibili, e non poesia,
per carità!" Pare che il Manzoni opinasse allora che chi amava
l'Italia dovea piuttosto come, nel giudizio di Salomone, imitar la
vera madre, la quale preferiva piuttosto saper viva ed intatta in mano
altrui la propria creatura, che riscattarla dalle altrui mani per
farla in pezzi, L'Azeglio dava al Manzoni del poeta, altri, con parola
che vorrebbe significare il medesimo, lo qualificavano, a motivo delle
sue idee unitarie, per un utopista; al che egli rispondeva: "Eh! ben
anche la vostra federazione è un'utopia; poniamo pure che l'unità sia
un'utopia; la federazione è un'utopia brutta, come l'unità è invece
un'utopia bella." Dolevasi, invero, che i Francesi avessero chiesto un
compenso del sangue versato in Lombardia, col privare l'Italia
occidentale di due suoi antichi baluardi; ma, dominato dal suo
concetto unitario, egli provava a consolarsi della dolorosa iattura
con una similitudine: "Se la culla del Regno d'Italia (egli pensava) è
stata la Savoia, come il fanciullo cresciuto in età, non avendo più
bisogno della culla, la può dar via, così fece il Regno d'Italia
cedendo la Savoia alla Francia." Ma la Savoia era all'Italia, più
ancora che una culla, una fortezza poderosa; chi la ricevette, invece,
non si rallegrò forse di un acquisto proporzionato alla gravità della
nostra perdita. Ma in Savoia non si parlava italiano, e uno de' più
forti elementi per costituire fortemente l'unità della patria pareva
al Manzoni l'unificarla in un solo linguaggio. Quindi il sacrificio
nazionale, per la perdita di Nizza e Savoia, ma specialmente della
Savoia, al Manzoni dovette parer minimo. Essa non poteva, secondo il
concetto manzoniano, convergere al centro comune della patria, non
poteva associarsi e partecipare all'opera vivificatrice del
linguaggio, che doveva aver sede unica e base fondamentale in Firenze.
Poichè ogni unità, ma specialmente ogni unità organica, ha il suo
centro di attrazione e di gravità, poichè ogni albero ha la sua
radice, la radice dell'albero della lingua italiana, ond'essa dovea
ricevere succo e forza vitale, era pel Manzoni in Firenze, nella
parlata fiorentina, come quella che in Toscana appare meno incerta, e,
come più ricca di storia civile, necessariamente anco più ricca di
parole adatte per esprimere un maggior numero di pensieri. "In fatto
di lingua (diceva egli con vivacità a' suoi amici), in fatto di lingua
non c'è un più o un meno; non c'è che il tutto o il niente." Egli
voleva il tutto; e non ammetteva alcuna diminuzione di questo concetto
ch'ei si era fatto dell'unica base stabile e conveniente alla lingua
italiana.[2] Chi, dicendosi manzoniano, cercava l'italiano in altre
parti della Toscana, fuori del Contado fiorentino, spostava la sua
questione, mostrava di frantenderla e irritava il valentuomo che
l'aveva proposta, forse più degli avversarii aperti, i quali volevano
che la lingua si pigliasse dove tornava più comodo. La questione della
lingua non è punto nuova in Italia; essa è nata, si può dire, con la
nostra letteratura. Merito principale del Manzoni fu d'avere
ricominciato a trattarla _nazionalmente_, con quella stessa serietà,
con la quale l'aveano posta nel Trecento e nel Cinquecento il primo
poeta e il primo prosatore d'Italia, Dante e il Machiavelli. Il merito
dovea parere tanto maggiore nell'anno 1824, quando il Manzoni
s'accinse la prima volta di proposito allo studio della lingua
italiana, poichè Vincenzo Monti con la _Proposta_ e gli Accademici
della Crusca coi loro illustri e minuti battibecchi facevano anzi
nuova mostra infelice, con meschini dispetti provinciali, dell'antica
e funesta discordia italiana. Il Manzoni poi, lasciando stare le
questioni minori, prese, come suol dirsi, il toro per le corna, si
domandò se lingua c'era, dov'essa era migliore, e quando la fiorentina
si riconoscesse migliore, richiese che quella sola si studiasse e
adottasse per farne la lingua di tutti gl'Italiani. Il ragionamento
pareva molto ovvio e semplice; il Manzoni aveva rinnovato il miracolo
dell'uovo di Colombo. Ma quando tutti ebbero capito quello che prima
non capivano, pur volendo mostrare di saperne di più, invece di
convenire che egli avea ragionato bene, si voltarono contro di lui
come contro un sofista che, invece d'allargare la questione, l'avea
ristretta troppo. Ma egli aveva ragionato anche questa volta da
unitario. Egli ammirava forse nella storia più Firenze che Roma, e si
sarebbe contentato che la sede del Regno d'Italia rimanesse in Firenze
anzi che trasferirsi a Roma, la quale in ogni modo desiderava di gran
cuore ridonata all'Italia libera dal dominio temporale de' Papi. I
Fiorentini doveano parere al Manzoni gli Ateniesi d'Italia, la lingua
fiorentina la nostra lingua attica. Ma, perch'egli potesse avere
pienamente ragione, era prima necessario ascoltarlo; ora l'Italia non
convenne a Firenze, per avvivarne l'antica floridezza, per mettervi
dentro tutto il suo sapere, tutta la sua civiltà e per farne veramente
la prima città d'Italia, com'era un tempo Atene per la Grecia;
l'Italia vi si attendò per cinque anni, non vi pose stabile radice e,
migrando nel 1870 ad altra riva, la lasciò più povera e più negletta
di prima. La teoria manzoniana quindi ci pare ora più che mai
eccessiva, poichè in Firenze non s'accentra più, com'era sperato dal
Manzoni e dall'Azeglio, il fiore della civiltà, il nerbo della vita
italiana; ed una lingua per ottenere il consenso universale d'una
nazione ha bisogno di derivar la sua forza da una vita locale più
gagliarda delle altre. Questa vita privilegiata potrebbe esistere, ma
non può dirsi, pur troppo, che esista ora in Firenze; quindi la
necessità di ammettere la ragionevolezza di que' temperamenti che il
Fauriel proponeva già al Manzoni fino dal loro primi colloquii intorno
alla lingua italiana. "Il Fauriel (scriveva il Sainte-Beuve), udendo
le ingegnose ragioni del Manzoni, non ardiva contradirle in tutto, ma
nondimeno aveva qualche cosa da ridire. L'Italia ebbe pure in tutti i
tempi i suoi grandi scrittori; perchè dunque non potrà averne anche
oggi? È poi un male così grande ed irrimediabile, alla fin fine,
d'esser costretto a scegliere, ed anche, in un certo senso, a comporsi
la lingua, a tenerla sollevata dalle trivialità, a cercare
d'indirizzarla verso un tipo superiore, che s'appoggia direttamente,
ma in modo larghissimo, all'esempio degli antichi maestri? È vero che,
superate le difficoltà, ci vuole poi l'ingegno per far bene. Ma il
Fauriel mostrava che qui il campo era assai vasto e glorioso. E
ardiva, per certo, rimandare all'amico un rimprovero che ne avea
ricevuto sovente; e incitarlo a non voler prendere per regola del suo
lavoro un ideale di perfezione, a cui non è dato giungere interamente,
neppure a coloro che ne hanno in sè il sentimento. E rifacevagli
quella guerra che spesso il Manzoni compiacevasi fare a lui, per
troppa incontentabilità. Il Fauriel era infatti incontentabile in ciò
che componeva, ma sulle cose; il Manzoni sullo stile." Noi possiamo
ora trovar ragionevoli i temperamenti del Fauriel, ma dobbiamo essere
persuasi ch'essi non convincevano il Manzoni, il quale mirava ad ogni
specie di perfezione, e riconosceva come un elemento di perfezione
l'unità. Bisognava in Italia scrivere popolarmente per essere intesi
da tutti, bisognava parlare una sola lingua, avere una sola fede
religiosa, una sola fede politica; senza di ciò non vi è armonia e
vera grandezza italiana. Il centro dell'unità del linguaggio doveva
esser Firenze, quello dell'unità della fede Dio, come lo intende e lo
spiega la Chiesa cattolica. Voleva pure unità di stirpe nel popolo
italiano, e però nel suo celebre _Discorso sopra la Storia de'
Longobardi_ che ebbe il merito di promuovere in Italia una nuova serie
d'indagini storiche molto importanti,[3] escludeva i Longobardi
conquistatori da quel popolo italiano che aveano vinto ed oppresso e
derubato, ma in nessun modo, potuto assimilarsi. Voleva bontà ed unità
di leggi, liberate dal capriccio; quindi la critica legislativa della
sua storia della _Colonna Infame_, ove, col pretesto di biasimar le
antiche leggi, colpisce nella stessa condanna le nuove sommamente
arbitrarie dell'Austria. Anche le idee avevano il loro principio, il
loro centro d'unità; nel _Dialogo sull'Invenzione_ egli sostiene la
dottrina rosminiana delle idee innate, e le fa, per conseguenza, anche
se non lo dice, risalire a Dio. Per lo stesso sentimento d'armonia
universale, il Manzoni sente l'alto dominio della poesia, che
abbraccia in sè l'universalità delle cose sentite e pensate, e la
superiorità della poesia alla storia. "È una parte (egli esclama nel
suo _Discorso sul Romanzo storico_) della miseria dell'uomo il non
poter conoscere se non qualcosa di ciò ch'è stato, anche nel suo
piccolo mondo; ed è una parte della sua nobiltà e della sua forza il
poter congetturare al di là di quello che può sapere." La realtà per
lui era la base, l'ideale, la corona di ogni edificio poetico; perciò
il suo edificio piantato sopra la terra poteva facilmente salire fino
al cielo. Per questi supremi diritti concessi alla poesia, il Manzoni,
sebbene confessi che ad ogni uomo d'ingegno giova il consenso altrui
per assicurarsi delle proprie forze, sentendo sè stesso tanto
superiore al volgo da poter talvolta osare di andar contro le opinioni
volgari, lasciò pure scritto: "La maggior parte de' poeti, le cui
opere sopravvissero a loro, ebbero qualche pregiudizio da vincere, e
non divennero immortali se non con l'affrontare il loro secolo in
qualche cosa." Ma non frantendiamo: il Manzoni, per quanto grande
rivoluzionario egli fosse in letteratura, non ha già voluto dire ai
giovani che, per riuscire originali, essi hanno ad urtare i sentimenti
più squisiti e più delicati del loro tempo; lo strano ed il grottesco
non vogliono già dire l'originale; il Manzoni è sempre ragionevole
anche quando egli è maggiormente poeta, ossia quando il suo ingegno si
alza di più; egli ha definito una volta la poesia _l'esaltazione del
buon senso_, e basta questa definizione per farci intendere quello
ch'egli crede si possa dire o non dire in poesia. Il reale e l'ideale
devono essere fusi insieme; l'ideale deve alzare il reale, non
abbassarlo, non abbassarsi ad esso; l'uno fuori dell'altro non istà
nella poesia; e con uno solo di questi elementi non c'è vera poesia.
Il Manzoni, in questo come in altri casi, vuole tutto o niente. Egli,
così destro e fine nel cogliere i particolari accidenti delle cose, li
nota soltanto per le loro attinenze con quell'armonia generale che,
nell'età nostra, nessuno ha sentita più del Goethe. E quantunque assai
lontano il Nostro dal possedere quelle profonde conoscenze nelle
scienze fisiche e naturali, che il Tedesco aveva acquistate, è
mirabile la loro concordia nell'alto concetto dell'unità ideale della
scienza, o, se vogliam meglio, delle scienze. "Questo esser costretti
(scriveva il Manzoni) a spezzar lo scibile in tante questioni, questo
vedere come tante verità nella verità ch'è una, e in tutte vedere la
mancanza e insieme la possibilità, anzi la necessità d'un compimento,
questo spingerci che fa ognuna di queste verità verso dell'altre,
questo ignorare che pullula dal sapere, questa curiosità che nasce
dalla scoperta, com'è l'effetto naturale della nostra limitazione, è
anche il mezzo, per cui arriviamo a riconoscere quell'unità che non
possiamo abbracciare." Io mi sono forse troppo dilungato a parlare
d'un Manzoni diverso da quello che gli stranieri si figurano. Ma tante
volte mi è accaduto di sorprendere sulle labbra di gentili forestiere
un sorriso ironico perchè richiesto d'indicar loro uno scrittore
italiano da leggersi, io raccomandavo a tutte ostinatamente il
Manzoni, tante volte mi sentii rispondere: sono pur noiosi que' suoi
_Promessi Sposi_ ch'io ho voluto dimostrare dapprima: che il Manzoni
sarebbe per noi un grande uomo anche senza i _Promessi Sposi_; ed ora
mi proverò a dichiarare le ragioni, per le quali i _Promessi Sposi_
non possono parer noiosi a noi, e, se non mi lusingo troppo da me
stesso, non dovranno parer più noiosi ai forestieri, pur che
s'avvezzino a leggerli a quel modo con cui siam soliti a leggerli in
Italia da un mezzo secolo e specialmente da alcuni anni in qua, la
guida costante di un _rationabile obsequium_.
[1] Nell'anno 1832 (il Camerini afferma nel 1831) troviamo l'Azeglio
stabilito in propria casa con la figlia primogenita di Alessandro
Manzoni, la Giulia, che ebbe per padrino il Fauriel, divenuta sua
moglie, intento a dipinger quadri e a limare il _Fieramosca_. "Le
lettere (egli scrive ne' _Miei Ricordi_) erano rappresentate in
Milano da Alessandro Manzoni, Tommaso Grossi, Torti, Pompeo Litta,
ec. Vivevano fresche memorie dell'epoca del Monti, Parini,
Foscolo, Porta, Pellico, di Verri, di Beccaria; e per quanto gli
eruditi od i letterati viventi menassero quella vita da sè,
trincerata in casa ed un po' selvaggia, di chi non ama d'esser
seccato, pure a volerli, e con un po' di saper fare, c'erano, e si
poteano vedere, Io mi trovavo portato in mezzo a loro come genero
di Alessandro Manzoni; conoscevo tutti, ma mi ero specialmente
dimesticato con Tommaso Grossi, col quale ebbi stretta ed
inalterata amicizia sino alla sua pur troppo precoce morte. A lui
ed a Manzoni specialmente, desideravo di mostrare il mio scritto e
chiedere consigli, ma di nuovo mi era presa la tremarella, non più
pittorica, ma letteraria. Pure bisognava risolversi, e mi risolsi;
svelai il mio segreto, implorando pazienza, consiglio e _non
indulgenza_. Volevo la verità vera. Fischiata per fischiata,
meglio quella d'un paio d'amici che quella del pubblico. Ambidue
credo che si aspettavano peggio di quello che trovarono, a vedere
il viso approvativo, ma un po' stupito, che mi fecero, quando
lessi loro il mio romanzo. Diceva sorridendo Manzoni: "Strano
mestiere il nostro di letterato; lo fa chi vuole dall'oggi al
domani! Ecco qui Massimo: gli salta il grillo di scrivere un
romanzo, ed eccolo lì che non se la sbriga poi tanto male." Pare
che il Manzoni abbia detto invece: "Eccolo lì che ci riesce alla
prima."--Lo stupore del Manzoni e del Grossi, del resto, aveva il
suo fondamento, se è vero, come pare verissimo, quello che il
signor Gaspare Barbèra disse aver inteso dalle stesso D'Azeglio:
"Quando io scrissi (avrebbe detto l'Azeglio) la prima volta per
illustrare la _Sacra di San Michele_ (che fu stampata nel 1829),
mi posi al lavoro dopo aver fatto raccolta di modi italiani, i
quali mi pareva che dovessero fare un grande effetto sui lettori,
e ne riempii più che potei il mio scritto. Andato in quei giorni a
Milano, offrii a Manzoni una copia della _Sacra_, e lo pregai di
notarmi ciò che gli fosse parso errore o difetto nello stile.
Assunse di buon grado l'incarico; e dopo alquanti giorni essendomi
fatto rivedere, il Manzoni mi fece per l'appunto notare quei passi
che a me parevano i più belli e studiati, richiamandomi alla
maggiore semplicità del dire. E coteste note accompagnate dalle
sue osservazioni verbali mi aprirono un nuovo orizzonte nell'arte
della scrivere e del dipingere."--Il Camerini lasciò pure scritto
che il Grossi ed il Manzoni aiutarono l'Azeglio a correggere le
bozze di stampa del _Fieramosca_. Quando poi si pubblicò il
_Niccolò de' Lapi_, l'opinione che premeva di più all'Azeglio,
ch'egli temeva di più, era quella del Manzoni, ond'egli, nel
dicembre dell'anno 1840, scriveva alla sua seconda moglie, Luisa
Blondel (la prima moglie, la figlia del Manzoni, di cui è figlia
la vivente egregia marchesa Alessandrina Ricci, gli era morta dopo
quattro anni di matrimonio): "Se puoi sapere che cosa dice Manzoni
del mio lavoro, scrivimene qualche cosa; chè, confesso, desidero
di uscir d'incertezza. Già sai che da lui mi basta sentire un:
_Tanto può passare_." Col suo matrimonio con la Blondel l'Azeglio
era diventato una seconda volta parente del Manzoni; tuttavia non
può dirsi che i loro caratteri, le loro idee, i loro sentimenti si
convenissero. La marchesa Alessandrina Ricci, figlia dell'Azeglio,
nipotina del Manzoni, mi rappresenta in questo modo espressivo il
contrasto morale che impediva ai due grandi di avere fra loro più
intime relazioni: "Erano (ella scrive) di troppo diversa natura,
dissentivano troppo in alcuni punti religiosi e politici. Mio
nonno, fosse carattere o maggior filosofia, vedeva, per esempio,
tutto _color di rosa_, prendeva le cose come venivano, sapeva
insomma passar sopra facilmente a quelle che più lo contrariavano;
ciò che, unito alla sua robusta costituzione, gli permise di
campare fino ad ottantotto anni. Mio padre, invece, non prendeva,
pur troppo, le cose come venivano; e di lui si può veramente dire
ciò che io rimpiango continuamente, _que la lame avait usé le
fourreau_."--I dissensi politici fra l'Azeglio ed il Balbo da una
parte e il Manzoni dall'altra si rivelarono specialmente nell'anno
1848, nel quale il Manzoni, nella terza giornata, dopo aver quasi
rischiato il capo, firmando l'indirizzo dei Milanesi a Carlo
Alberto, invocato in soccorso dei Lombardi, appena Carlo Alberto
fu entrato in Lombardia, vide in lui più tosto un usurpatore che
un liberatore; e si associò pertanto alla parte repubblicana che
voleva una Lombardia indipendente. Tuttavia, i due grandi
trattavano ad un modo le questioni di civile decoro. Un giorno il
conte Andrea Cittadella, insigne e coltissimo gentiluomo di
Padova, ciambellano dell'Imperatore d'Austria, si presentò al
Manzoni per offrirgli col miglior garbo possibile una decorazione
austriaca. Il Manzoni rifiutò non solo con fermezza, ma persino
con una certa durezza, anzi non permise altrimenti che si
continuasse un tale discorso. La Blondel aveva annunciato il caso
all'Azeglio, e questi rispondeva: "La condotta di Manzoni porterà
un ribasso almeno del 25% alla partita croci; e lo vado dicendo a
tutti. Un giovane assai caldo mi parlava di questo fatto in modo
che avrei avuto una terribile tentazione di dire: anch'io nel mio
piccolo, eccetera; ma son uscito vittorioso dal conflitto, e spero
che il mio avvocato difensore potrà giovarsi di questo fatto
nell'assise della valle di Giosafat." Questi uomini dunque, che
forse non si amavano molto, erano invincibilmente legati l'uno
all'altro da un mutuo rispetto, fondato sopra la stima leale delle
loro reciproche eccellenti qualità morali. È noto poi come siano
state le premure dell'Azeglio governatore a Milano che fecero
ottenere al Manzoni, presidente dell'Istituto Lombardo, quella
pensione di dodicimila lire annue, con le quali il grand'uomo potè
passar meno angustiati gii ultimi anni della sua vita.
[2] La questione della lingua (mi scrive il Rizzi) fu, come tutti
sanno, una delle passioni della sua vita. Ne parlava quanto più
poteva, e con tutti; e si può dire che, dopo l'unità politica, era
la cosa che gli stava più a cuore di tutte. Negli ultimi giorni
della sua vita, le idee gli si erano confuse, ed egli tratto
tratto diceva cose che non avevano senso, o, per lo meno, legame;
ma, se si tirava il discorso sulla questione della lingua, parlava
ancor sempre con quella maravigliosa lucidità, che fu uno de' suoi
pregi più notevoli in tale questione; lui, così mite, così pieno
di riguardi con tutti, diventava insofferente, s'irritava e
qualche volta anche si sfogava. E non era già la contradizione che
gli désse noia; era il modo con cui gli avversarii ponevano la
questione, era il vedere che le sue ragioni non erano, anche dai
migliori, combattute con altre ragioni, o negate così
all'ingrosso, o trascurate, come se non meritassero nemmeno
attenzione. E anche in questa, come nelle altre questioni, egli
non era uomo da accontentarsi di un'adesione parziale. O tutto, o
niente; la sua logica non gli permetteva di fermarsi e di
acquetarsi in un punto intermedio."
[3] Sopra l'importanza vera del _Discorso storico_ del Manzoni
intorno alla storia dei Longobardi abbiamo l'opinione stessa
dell'Autore, quale egli dovette esprimerla al Fauriel ed al
Cousin. Parlando di quel Discorso, il Sainte-Beuve diceva: "Vorrei
quasi paragonarlo ad alcuna di quelle argutissime lettere critiche
di Agostino Thierry sulla nostra storia di Francia. Senza aver la
pretesa di schiarire quella del Settentrione d'Italia nel IX
secolo, questo Discorso produce l'effetto di rendere _visibile
l'oscurità_, dimostrando come quella che pareva esser luce, non
era. Quel che impazientava il Manzoni sovra ogni cosa e lo
impazientava al pari del suo _confratello_ Thierry (ch'egli
chiamava con questo nome), erano le formole vaghe, volgari,
vigliacche, con le quali gli storici moderni avevano nascoste e
quasi soffocate le questioni che essi non intendevano. Egli era
solito epilogare, scherzando, il senso del suo _Discorso_ storico
in questi termini a un dipresso:--Ho fatto sapere ad essi che non
sapevano nulla; ho detto loro che non avevo nulla da dire; dopo di
che li saluto, pregandoli di far lunghi studii, affine di
sapercene dir qualche cosa. E mi pare che anche questo si chiami
aver fatto un passo."--Sopra il valore del Manzoni come storico ci
promette un saggio critico importante l'illustre storico lombardo
Cesare Cantù.