XVI.

Il Manzoni unitario.

Noi abbiamo fin qui toccato del Manzoni come riformatore dello stile

poetico italiano, come scrittore religioso e come autore di tragedie

storiche ed autobiografiche. Vediamo direttamente e particolarmente lo

scrittore politico. Le opinioni politiche espresse in verso da un

giovinetto di quindici anni non sembrano doversi pigliare molto sul

serio. Quella spontaneità che appare, per lo più, nella manifestazione

de' sentimenti di un giovine, è solo apparente; il giovine prima dei

trent'anni sposa con ardore e difende con impetuosa eloquenza quelli

che crede i suoi principii inviolabili e santi; ma egli non gli ha,

gl'impara, li sposa, li riceve, gli accetta; rado accade che essi

siano il prodotto di un intimo proprio convincimento. Il giovine, con

tutta la sua furia simpatica che lo spinge a concepire i disegni più

arditi e più vasti, a intraprendere le opere più pericolose, e con la

felice illusione in cui vive che tutto il mondo sia suo, è meno libero

assai dell'uomo maturo, tanto più composto e regolato nel suo modo di

pensare, di sentire e di operare. Il giovine si crede libero, quando

segue tutti i suoi istinti più diversi; l'uomo invece sente la libertà

solamente dal punto, in cui egli incomincia a governare questa

tumultuosa varietà d'istinti, a reggere la propria volontà, a dominare

sè stesso. Non è quindi da chiedersi ad un giovine conto troppo severo

di quel ch'egli abbia pensato politicamente fra i quindici ed i

trent'anni; ma è poi tanto più mirabile il caso, in cui, come avvenne

nella vita del Manzoni, si abbia a notare fra la giovinezza, la

virilità e la vecchiaia d'un uomo una continuità progressiva di quei

pensieri, che sono il fondamento e la regola della sua condotta

civile. Del Manzoni si può dire che egli temperò con l'età il modo di

manifestare i proprii pensieri; ma la somma di questi rimase costante

e si confermò con la vita. Incominciò, come già sappiamo, a cantare il

trionfo della libertà a quindici anni. Nel primo Canto del _Trionfo_

incontriamo l'immagine dell'uccello che esce di gabbia e gode della

sua libertà, adoprata a significare la gioia del prigioniero italiano

ritornato libero:

E a color che fuggir l'aspra catena,

Prorompea sugli occhi e su le labbia

Impetüosa del piacer la piena,

Come augel che fuggì l'antica gabbia,

Or vola irrequieto tra le frondi,

Rade il suol, poi si sguazza ne la sabbia.

È singolare il vedere come le prime immagini della giovinezza

manzoniana rifioriscono vive nella sua tarda vecchiaia. Il Manzoni,

più che ottantenne, passeggiando ne' Giardini Pubblici di Milano, alla

vista di uccellini chiusi in gabbia, compose alcuni eleganti distici,

nei quali gli uccelli prigionieri, ai quali è contesa la vista del

cielo, si lamentano per invidiare la sorte delle anitre che si

diguazzano liberamente negli stagni:

_Fortunatæ anates quibus æther ridet apertus,

Liberaque in lato margine stagna patent.

Nos hic intexto concludunt retia ferro

Et superum prohibent invida tecta diem.

Cernimus heu! frondes et non adeunda vireta

Et queis misceri non datur alitibus.

Si quando immemores auris expandimus alas,

Tristibus a clathris penna repulsa cadit.

Nullos ver lusus dulcesve reducit amores,

Nulli nos nidi, garrula turba, cient.

Pro latice irriguo, læto pro murmure fontis

Exhibet ignavas alveus arctus aquas.

Crudeles escæ, vestra dulcedine captae

Ducimus æternis otia carceribus._

L'Austria ricevette pure i primi colpi dal giovinetto Manzoni, nel

_Trionfo della Libertà_:

S'alzò tre volte e tre ricadde al suolo

Spossata e vinta l'Aquila grifagna,

Che l'arse penne ricusâro il volo.

Alfin, strisciando dietro a la campagna

Le mozze ali e le tronche ugne, fuggìo

Agl'intimi recessi di Lamagna.

Non ci meravigliamo dunque che tra i Martiri dello Spielberg il conte

Confalonieri sapesse a memoria e recitasse parecchie terzine del poema

giovanile d'Alessandro Manzoni. L'anima gloriosa del francese Desaix

caduto a Marengo combattendo contro gli Austriaci per quella che si

sperava potesse divenire la libertà d'Italia, appare in una specie di

Olimpo al giovine Poeta, il quale, pure imitando il noto incontro di

Virgilio con Sordello, sa ancora trovare e produrre un nuovo effetto

poetico:

Allor ch'egli me vide il piè ramingo

Traggere incerto per l'ignota riva,

Meditabondo, tacito e solingo,

A me corse gridando: "Anima viva,

Che qua se' giunta, u' solo per virtute,

E per amor di libertà s'arriva.

Italia mia che fa? di sue ferute

È sana alfine? è in libertate? è in calma?

O guerra ancor la strazia e servitute?

Io prodigo le fui di non vil'alma."

Dicono che il Manzoni ed il Mazzini, ritrovandosi insieme un giorno

dell'anno 1860, si rallegrassero insieme d'essere stati, per lungo

tempo, i soli veri unitarii d'Italia. Nel vero, entrambi misero una

specie di ostinazione nel desiderare e nel predicare in tutti i modi

ed in ogni occasione l'unità italiana. Anche il Monti, per dire il

vero, nella _Musogonia_ aveva collocata la seguente strofa:

E voi di tanta madre incliti figli,

Fratelli, i preghi della madre udite:

Di sentenza disgiunti e di consigli,

Che pensate, infelici, e chi tradite?

Una deh sia la patria, e ne' perigli

Uno il senno, l'ardir, l'alme, le vite.

Del discorde voler che vi scompagna,

Deh non rida, per Dio! Roma e Lamagna.

Si può anche ammettere che il Monti fosse in quel momento sincero, ed

esprimesse con tali versi il proprio intimo sentimento; ma egli cantò

tante volte idoli diversi, dal Braschi a Napoleone, dal Suvaroff

all'Imperatore d'Austria, che una sua strofa unitaria non può far di

lui un poeta unitario. Prima dell'anno 1860 gli unitarii in Italia si

potevano contare; tra i liberali d'idee più avanzate prevaleva

generalmente l'idea della federazione. Il professor De Benedetti

racconta in questo modo il colloquio che il Mazzini avrebbe avuto col

Manzoni: "Vede, Don Alessandro (avrebbe detto il Mazzini), durante un

pezzo siamo stati noi _due soli_ a credere all'unità di quest'Italia.

Ora possiamo dire che avevamo ragione." Al che il Manzoni volendo

mostrare che egli vi aveva avuto poco merito, perchè l'unità era

inevitabile, con un malizioso sorriso avrebbe risposto: "Il padre del

nostro amico Torti, che aveva sempre freddo, cominciava al primo

fresco di settembre a dire: _Vuol nevicare_. A ottobre e novembre

sentiva crescere il freddo e ripeteva: _Nevica di sicuro_. Finalmente,

a gennaio o febbraio s'aveva una gran nevicata, e il buon Torti

esclamava: _L'avevo detto io che doveva nevicare_." Ma, un anno

innanzi, prima che il Mazzini gli facesse visita, egli, che era sempre

stato un po' repubblicano e molto unitario, compiacevasi, in somma, di

avere indovinato giusto giusto come il padre del Torti. "Alla fede

dell'unità d'Italia (egli diceva) ho fatto il più grande dei

sacrificii che un poeta potesse fare: quello di scrivere

_scientemente_ un brutto verso." Questo brutto verso si trova in un

frammento di Canzone petrarchesca composta dal Manzoni nell'aprile

dell'anno 1815, quando Gioachino Murat bandiva il suo famoso Proclama

di Rimini, col quale chiamava alle armi gli Italiani, in nome

dell'_Unità italiana_. Ma intanto che il Manzoni scriveva, la rotta di

Tolentino, con tutti gli ambiziosi disegni del Murat, faceva cadere la

penna di mano al nostro giovine Poeta, che, a mezzo della quinta

strofa, si arrestava. Il frammento, più che quattro strofe finite, ci

presenta un solo abbozzo, ove conviene tener molto conto de' pensieri

ed usar qualche indulgenza alla inelegante povertà del verso. Nello

stesso anno il giovinetto Leopardi componeva una specie di Orazione

rettorica e reazionaria, della quale mi fece vedere una copia il

marchese Ferrajoli di Roma. Quando verrà pubblicata, se pure a

quest'ora non è già pubblica, sarà utile il riscontrare la Canzone del

_reazionario_ Manzoni con la prosa del Leopardi, il quale, per quanto

intesi, era, alcuni anni dopo, col Nicolini tra quelli che si

sdegnavano più forte contro il pietismo manzoniano e contro la sua

teoria del perdono delle ingiurie. Il Manzoni nei versi del frammento,

per la forma, classicheggia un po' pedestremente; ma ne' concetti egli

si rivela moderno, e libero e coraggioso profeta d'un avvenire,

intuito e sperato per l'Italia da pochi sapienti:

O delle imprese alla più degna accinto,

Signor, che la parola hai proferita,

Che tante etadi indarno Italia attese;

Ah! quando un braccio le teneano avvinto

Genti che non vorrìan toccarla unita,

E da lor scissa la pascean d'offese;

E l'ingorde udivam lunghe contese

Dei re tutti anelanti a farle oltraggio;

In te sol uno un raggio

Di nostra speme ancor vivea, pensando

Ch'era in Italia un suol senza servaggio,

Ch'ivi slegato ancor vegliava un brando.

Sonava intanto d'ogni parte un grido,

Libertà delle genti e gloria e pace,

Ed aperto d'Europa era il convito;

E questa donna di cotanto lido,

Questa antica, gentil, donna pugnace,

Degna non la tenean dell'alto invito;

Essa in disparte, e posto al labbro il dito,

Dovea il fato aspettar dal suo nemico,

Come siede il mendìco

Alla porta del ricco in sulla via;

Alcun non passa che lo chiami amico,

E non gli far dispetto è cortesia.

Forse infecondo di tal madre or langue

Il glorïoso fianco? o forse ch'ella

Del latte antico oggi le vene ha scarse?

O figli or nutre, a cui per essa il sangue

Donar sia grave? o tali, a cui più bella

Pugna sembri tra lor ingiuria forse?

Stolta bestemmia! eran le forze sparse,

E non le voglie; e quasi in ogni petto

Vivea questo concetto:

Liberi non sarem se non siamo uni;

Ai men forti di noi gregge dispetto,

Fin che non sorga un uom che ci raduni.

Egli è sorto per Dio! Sì, per Colui

Che un dì trascelse il giovinetto ebreo

Che del fratello il percussor percosse;

E fattol duce e salvator de' sui,

Degli avari ladron sul capo reo

L'ardua furia soffiò dell'onde rosse;

Per quel Dio che talora a stranie posse,

Certo in pena, il valor d'un popol trade;

Ma che l'inique spade

Frange una volta, e gli oppressor confonde,

E all'uom che pugna per le sue contrade

L'ira e la gioia de' perigli infonde.

Con Lui, signor, dell'itala fortuna

Le sparse verghe raccorrai da terra,

E un fascio ne farai nella tua mano...

I versi non belli, in questo frammento, sono parecchi; ma il Manzoni

alludeva, nel suo discorso, a questo:

Liberi non sarem se non siamo uni.

Per questa unità da lui voluta, sperata, predicata, fin da giovinetto,

il Manzoni aveva il coraggio di combattere apertamente, quantunque

così devoto al Capo spirituale della Chiesa, il potere temporale de'

Papi. Per questo riguardo, il Manzoni s'accordava perfettamente con

l'antico e col nuovo poeta Ghibellino, con l'Alighieri e col

Niccolini; il Poeta quindicenne, nel _Trionfo della Libertà_, e però

prima della sua pretesa conversione, mentrechè egli mostra come Dio,

ossia la religione, insegni soltanto l'amore:

Ei, con la voce di natura, chiama

Tutti ad armarsi, e gli uomini accompagna

E va d'ognuno al cor ripetendo: _ama!_

si rivolge dantescamente a Roma:

Ahi! de la libertà l'ampia ruina

Tutto si trasse ne la notte eterna,

Ed or serva sei fatta di reina.

Che il celibe Levita ti governa

Con le venali chiavi, ond'ei si vanta

Chiuder la porta e disserrar superna.

E i Druidi porporati, oh casta, oh santa

Turba di lupi mansüeti in mostra

Che de la spoglia de l'agnel s'ammanta,

E il popol riverente a lor si prostra

In vile atto sommesso, e quasi Dei

Gli adora e cole, oh sua vergogna e nostra!

Si offendeva il giovinetto Manzoni nel vedere che in Italia molto più

che Cristo si adorasse il suo Vicario; egli presentiva già il giorno,

in cui il Papa avrebbe finito per dichiararsi infallibile; perciò

arditamente cantava:

Infallibil divino a le devote

Genti s'infinse, che a la putta astuta

Prestâro omaggio e le fornîr la dote.

Si dirà facilmente da alcuno di que' devoti che si preparavano alla

beatificazione di Alessandro Manzoni, che non è da tenersi conto del

linguaggio intemperante di un giovine studente traviato; ma il guaio è

che il Manzoni, quantunque ossequente alla Chiesa, in tutto ciò che

riguarda la materia dommatica del Cattolicismo, non s'immaginava mai

che verrebbe un giorno, in cui l'infallibilità e il potere temporale

de' Papi diventerebbero due nuovi dommi, due nuovi articoli del

_Credo_ cattolico! Nell'_Adelchi_, lo stesso Desiderio re de'

Longobardi, a cui l'Autore impresta pure i suoi proprii sentimenti

religiosi, tanto da fargli dire vinto da Carlo Magno queste parole di

sommissione, per le quali si riconosce nel vincitore la potenza del

dito divino:

In te del cielo

Io la vendetta adoro, e innanzi a cui

Dio m'inchinò, m'inchino,

quando si tratta di definire quali possano essere le relazioni di un

Re che ambisce la piena signoria d'Italia col Papa, esclama:

.... Roma fia nostra; e, tardi accorto,

Supplice invan, delle terrene spade

Disarmato per sempre, ai santi studii

Adrian tornerà; re delle preci,

Signor del Sacrifizio, il soglio a noi

Sgombro darà.

In queste poche parole viene espresso, dodici anni prima, il concetto

fondamentale dell'_Arnaldo_ del Niccolini. Il Manzoni perciò non

poteva in nessun modo accordarsi coi Gesuiti, i quali volevano che la

Chiesa s'impacciasse nel governo politico del mondo; e fin dall'anno

1819, scrivendo da Parigi al suo proprio confessore Tosi un po'

giansenista, esprimeva chiaramente il suo pensiero in proposito: "A

malgrado (egli diceva) degli sforzi di alcuni buoni ed illuminati

Cattolici per separare la religione dagli interessi e dalle passioni

del secolo, malgrado la disposizione di molti increduli stessi a

riconoscere questa separazione, e a lasciare la religione almeno in

pace, sembra che prevalgano gli sforzi di altri che vogliono

assolutamente tenerla unita ad articoli di fede politica che essi

hanno aggiunto al _Simbolo_. Quando la Fede si presenta al popolo così

accompagnata, si può mai sperare che egli si darà la pena di

distinguere ciò che viene da Dio da ciò che è l'immaginazione degli

uomini? I solitarii di Porto Reale l'hanno fatto, ma erano pochi,

erano dotti, erano separati dal mondo, assistiti da quella grazia che

non cessarono d'implorare." Ciò che è nuovo nel carattere religioso

della letteratura manzoniana è, per l'appunto, questo richiamo della

religione a' suoi principii fondamentali di carità e di libertà,

questo accordo dei principii umanitarii del Vangelo coi principii

umanitarii proclamati dalla Rivoluzione francese, la quale non gli

osservò poi sempre essa medesima, ma intanto gli ha come consacrati

nella società moderna. Gli scrittori cattolici francesi più venerati,

come il Chateaubriand ed il Montalembert, rimasero, per questo

riguardo, molto più indietro del Nostro. Il Montalembert, per esempio,

che conobbe il Manzoni a Brusuglio nel 1836, discorreva un giorno con

esso intorno all'assetto politico che si poteva sperare o disperare di

dare all'Italia. Il Manzoni disse tosto che il suo ideale sarebbe

stata l'unità d'Italia con un Principe di casa Savoia. Sperava il

Francese che il Manzoni avebbe fatta un'eccezione pel dominio

temporale del Papa, non potendo ammettere che un cattolico supponesse

possibile qualsiasi attentato contro di esso; e però strinse i panni

al Manzoni, chiedendogli quello che contasse di fare del Papa-Re.

"Quando vi ho detto (rispose il Manzoni senza scomporsi) che voglio

l'unità con un Principe che non è il Papa, mi par d'avere già risposto

in anticipazione alla vostra dimanda." Nell'anno 1848, quando tutta

l'Italia delirava per Pio IX e in casa dello stesso Manzoni il suo

primogenito si faceva bello con la medaglia del Papa, il Manzoni fu

de' pochissimi che non si lasciarono sedurre da un entusiasmo, che a

lui pareva più funesto che utile all'unità italiana. Egli non si

lasciava trasportare dalle opinioni volgari, quando non gli pareva che

il senso volgare fosse il buon senso; ma voleva camminare co' suoi

tempi, e progredire; anche nel modo di vestire, desiderando evitare

ogni ridicola stranezza, fino agli ultimi anni di sua vita desiderava

sempre mostrarsi uomo moderno. Di ogni ritorno al passato, di ogni

passo che si dèsse per andare indietro, si doleva. Venerava i dommi

cattolici, ma non trovava certamente che fossero pochi; e però quando

intese che se ne voleva aggiungere uno nuovissimo, quello

dell'infallibilità papale, il vecchio Manzoni si trovò intieramente

d'accordo col giovinetto protestante del _Trionfo della Libertà_, si

schierò dunque animosamente tra gli antinfallibilisti più risoluti e

più rigorosi; "ma quando (scrive il Rizzi) egli, cattolico, seppe che

in Vaticano era passata, come si direbbe noi laici, la nuova legge,

non fece che esclamare: _pazienza!_, e non ne parlò più. E forse in

questa sua sottomissione della ragione alla fede c'entrava per molto

l'esempio del suo dottore e maestro l'abate Rosmini, il quale pure

avea dichiarato di sottomettersi alla censura inflitta al suo libro

delle _Cinque Piaghe_." Ma, in somma, egli si rallegrò che Roma fosse

tolta al governo del Papa, ed accettò con piacere l'onore di venire

ascritto nell'albo de' cittadini di Roma capitale, dove il Papa

infallibile si era rintanato a fare il broncio a quell'Italia, che,

come ben disse lo stesso Manzoni, egli benedisse prima del

Quarantotto, per mandarla, dopo il Quarantotto, a farsi benedire. Egli

conosceva il pregio di certi onori, i quali ricevono importanza

dall'occasione e dalla qualità speciale di chi li riceve e di chi li

concede; perciò egli che, a malgrado dell'intercessione del conte

Andrea Cittadella e di Alessandro Humboldt, non avea temuto offendere

l'Imperatore d'Austria ed il Re di Prussia, ricusando le loro

decorazioni, gradiva poi una stretta di mano del re Vittorio Emanuele,

una rosa del generale Garibaldi, ed un ben tornito complimento del più

dotto fra i coronati viventi, Don Pedro d'Alcantara. Un tempo, quando

pubblicò i _Promessi Sposi_, egli avea pure gradito le cortesie del

Granduca di Toscana; ma non dimentichiamo ch'era quello il decennio

glorioso, in cui nella piccola ospitale Toscanina riparavano gli esuli

delle altre provincie d'Italia, il Pepe, il Colletta, il Poerio, il

Leopardi, il Tommaseo, il Giordani ed altri più che venivano a

riscaldare le loro speranze intorno alla più coraggiosa ed importante

delle Riviste letterarie italiane, l'_Antologia_, e nel Gabinetto

letterario del ginevrino Giampietro Vieusseux. Ed il Manzoni di

nessuno faceva maggiore stima che di quegli Italiani, che aveano avuto

la fortuna non solo di scrivere, ma di patire e di combattere per

l'Italia; quando il Settembrini si dimenticò pertanto a segno da

paragonare il Manzoni _al vecchio Priamo che scagliava il suo telo

senile_, egli, sebbene sentisse tutta l'indegna acerbità dell'offesa,

la voleva perdonare, non tanto perchè come cristiano egli lo avrebbe

dovuto, ma perchè egli pensava che si dovesse perdonar molto ad un

uomo, il quale era stato in prigione per la patria. È noto che il

Manzoni, negli ultimi anni della sua vita, lavorava intorno ad un

_Saggio comparativo fra la Rivoluzione francese del 1789 e la

Rivoluzione italiana del 1859_. L'opera, tuttora inedita, non potè

venir terminata; nella parte che riguarda la Rivoluzione francese,

egli ammira l'Ottantanove e deplora e condanna il Novantatrè, che non

gli pare sia stato nè utile nè, in alcun modo, necessario; trova, in

somma, che il Novantatrè era un Ottantanove peggiorato; sono rimasti

intatti di questa parte ben 286 fogli. La parte italiana, quale rimane

fra le carte inedite del Manzoni, si compone di soli diciotto fogli;

al nostro scopo, che è quello di mostrare quale concetto civile e

politico il Manzoni si faceva della letteratura, basterà qui il

riferirne, poichè la gentilezza e la memoria di un amico ci aiuta,

alcuni saggi che il Manzoni stesso veniva leggendo ai più intimi ed

assidui suoi frequentatori. Di Dante che voleva l'unità con Arrigo di

Lussemburgo, il Manzoni scriveva: "Dante, il grande e infelice

Italiano, che cercava in una qualche forza viva il mezzo di ottenere

l'unità, credette di poterlo trovare nell'Impero. Ma, per verità,

sarebbe difficile il decidere se questo sarebbe stato meno atto a

crearla davvero o a mantenerla." Il Manzoni ammirava il Piemonte e

sperava molto da esso; perciò lasciò scritto: "La concordia nata nel

1849 tra il giovane Re di codesta estrema parte della patria comune e

il suo popolo ristretto d'allora, fu la prima cagione di una tale

indipendenza; poichè fu essa, e essa sola, che rese possibile anche il

generoso e non mai abbastanza riconosciuto aiuto straniero; e essa

sola che fece rimaner privi d'effetto gli sforzi opposti della Potenza

allora prevalente in Italia, e fatalmente avversa a questa

indipendenza." Ma il Manzoni voleva il Piemonte italiano, non già

l'Italia piemontese, e ancora meno l'Italia esclusa dal Piemonte o il

Piemonte dall'Italia. Perciò quando il Piemonte formava con la

Sardegna un regno separato, e l'Accademia delle Scienze, la quale

soleva aggregarsi come _Accademici stranieri_ gl'illustri Italiani

delle altre provincie, nel 1833 eleggeva _Accademico straniero_ il

Manzoni, questi, rifiutando un tale onore, rispondeva al Presidente

dell'Accademia conte Prospero Balbo in questi termini: "Un tanto onore

sarebbe caramente pagato, se io non lo potessi ottenere che col titolo

di _Accademico straniero_; standomi più a cuore l'esser compatriotta

di Lei e degli altri uomini insigni, di cui codesta Accademia si

vanta, che d'esser loro collega; chè, se questo è un effetto della

degnazione loro, quello è un dono di Dio, che mi ha fatto nascere in

questa Italia, che è superba di chiamarli suoi." L'ultime sue parole

d'affetto furono pure per la città di Torino. Egli le scrisse

nell'anno 1873, poco prima di morire, e suonano così: "Trista

condizione di cose, in cui anche gli uomini di alta mente e amici

della patria non potevano far altro che disperare o sognare." Vittorio

Emanuele gli pare: "Un Re che al coraggio e alla costanza della sua

stirpe univa un sentimento per l'Italia, che in questo caso non

consentiremmo di chiamare ambizione, perchè la parte di vanità e

d'interesse personale sottintesa in un tale vocabolo scompare nella

grandezza e nella nobiltà del fine." Riconosce l'antica forza di

resistenza opposta allo straniero invasore dall'esercito del piccolo

Piemonte, con una felice similitudine: "L'esercito piemontese aveva

saputo tener addietro, da quella parte, per ben tre anni, il novo

invasore, come quel valente ragazzo olandese aveva opposta all'acqua

che stava per prorompere da un punto dell'argine la sua piccola, ma

tenace schiena, aspettando soccorso." Riconosce l'importanza del

soccorso, che ci diedero i Francesi nel 1859; ma, nello stesso tempo,

osserva che l'Italia si è pure un poco aiutata da sè: "La vita d'una

nazione non può essere un dono d'altri. È bensì vero che una nazione

divisa in brani, inerme nella massima parte, e compressa da una

preponderante, ordinata e vigilante forza straniera, non potrebbe da

sè rivendicare il suo diritto di essere; e questa è la sua infelicità

e un ricordo di modestia. Ma è anche vero che non lo potrebbe nemmeno

con qualunque più poderoso aiuto esterno senza un forte volere e uno

sforzo corrispondente dalla sua parte. Un braccio vigoroso può bensì

levar dal letto un paralitico, ma non dargli la forza di reggersi e di

camminare." Per la stessa ragione il Manzoni ammirava la grande

impresa compiuta dal generale Garibaldi; ma, quanto più gli appariva

meravigliosa, tanto più ei vi riconosceva l'opera del popolo italiano

che la secondò: "E mille valorosi condotti, come a una festa, da un

valorosissimo a conquistare a questa patria comune un vasto e

magnifico tratto del suo territorio, da principio con l'armi, a

un'immensa disuguaglianza di numero, come a prova dell'ardire, e poi

con la sola forza del nome e della presenza, come a prova della

spontaneità dell'assenso." Questa pare a me e deve parere a molti

bella e buona sapienza politica; si chiama pure (a dispetto di certe

sottigliezze e squisitezze di stile che possono talora apparir

soverchie) un parlar chiaro e sicuro, come d'uomo profondamente

convinto. Il Manzoni ebbe pure la grande fortuna che gli eventi gli

diedero ragione. Nel 1848 egli voleva essere più tosto repubblicano

con l'unitario Mazzini, che federalista col re Carlo Alberto; del che

dolevansi i suoi amici piemontesi, in ispecie il Balbo e l'Azeglio.

Quest'ultimo, perciò, scrivendo a sua moglie sfogava un po' di

risentimento politico contro il Manzoni ed i suoi amici:[1]

"Salutami gli amici, Grossi, Manzoni, e di' a tutti che io, a forza di

girare, conosco l'Italia più di loro; che non si fan repubbliche senza

repubblicani; e di questi non ne ho quasi incontrati in Italia. Di' a

Manzoni che, se riesce a far repubblicano Carlo Alberto, non riescirà

a far Pio IX. Sarebbe metter in seno all'Italia due serpi che si

combatterebbero e lacererebbero loro e lei. Per amor di Dio,

contentiamoci di fare uno Stato forte sul Po, costituzionale; e

preghiamo Dio di trovare un venti per cento che capisca _de quoi il

s'agit_. A star sempre in una camera, parlar cogli stessi uomini, si

giudica male un paese e il mondo pratico. Lasciamo andar la donna del

giudizio di Salomone e il suo bambino; a lei Salomone dava la scelta,

a noi la necessità la nega. Giudizio, cose possibili, e non poesia,

per carità!" Pare che il Manzoni opinasse allora che chi amava

l'Italia dovea piuttosto come, nel giudizio di Salomone, imitar la

vera madre, la quale preferiva piuttosto saper viva ed intatta in mano

altrui la propria creatura, che riscattarla dalle altrui mani per

farla in pezzi, L'Azeglio dava al Manzoni del poeta, altri, con parola

che vorrebbe significare il medesimo, lo qualificavano, a motivo delle

sue idee unitarie, per un utopista; al che egli rispondeva: "Eh! ben

anche la vostra federazione è un'utopia; poniamo pure che l'unità sia

un'utopia; la federazione è un'utopia brutta, come l'unità è invece

un'utopia bella." Dolevasi, invero, che i Francesi avessero chiesto un

compenso del sangue versato in Lombardia, col privare l'Italia

occidentale di due suoi antichi baluardi; ma, dominato dal suo

concetto unitario, egli provava a consolarsi della dolorosa iattura

con una similitudine: "Se la culla del Regno d'Italia (egli pensava) è

stata la Savoia, come il fanciullo cresciuto in età, non avendo più

bisogno della culla, la può dar via, così fece il Regno d'Italia

cedendo la Savoia alla Francia." Ma la Savoia era all'Italia, più

ancora che una culla, una fortezza poderosa; chi la ricevette, invece,

non si rallegrò forse di un acquisto proporzionato alla gravità della

nostra perdita. Ma in Savoia non si parlava italiano, e uno de' più

forti elementi per costituire fortemente l'unità della patria pareva

al Manzoni l'unificarla in un solo linguaggio. Quindi il sacrificio

nazionale, per la perdita di Nizza e Savoia, ma specialmente della

Savoia, al Manzoni dovette parer minimo. Essa non poteva, secondo il

concetto manzoniano, convergere al centro comune della patria, non

poteva associarsi e partecipare all'opera vivificatrice del

linguaggio, che doveva aver sede unica e base fondamentale in Firenze.

Poichè ogni unità, ma specialmente ogni unità organica, ha il suo

centro di attrazione e di gravità, poichè ogni albero ha la sua

radice, la radice dell'albero della lingua italiana, ond'essa dovea

ricevere succo e forza vitale, era pel Manzoni in Firenze, nella

parlata fiorentina, come quella che in Toscana appare meno incerta, e,

come più ricca di storia civile, necessariamente anco più ricca di

parole adatte per esprimere un maggior numero di pensieri. "In fatto

di lingua (diceva egli con vivacità a' suoi amici), in fatto di lingua

non c'è un più o un meno; non c'è che il tutto o il niente." Egli

voleva il tutto; e non ammetteva alcuna diminuzione di questo concetto

ch'ei si era fatto dell'unica base stabile e conveniente alla lingua

italiana.[2] Chi, dicendosi manzoniano, cercava l'italiano in altre

parti della Toscana, fuori del Contado fiorentino, spostava la sua

questione, mostrava di frantenderla e irritava il valentuomo che

l'aveva proposta, forse più degli avversarii aperti, i quali volevano

che la lingua si pigliasse dove tornava più comodo. La questione della

lingua non è punto nuova in Italia; essa è nata, si può dire, con la

nostra letteratura. Merito principale del Manzoni fu d'avere

ricominciato a trattarla _nazionalmente_, con quella stessa serietà,

con la quale l'aveano posta nel Trecento e nel Cinquecento il primo

poeta e il primo prosatore d'Italia, Dante e il Machiavelli. Il merito

dovea parere tanto maggiore nell'anno 1824, quando il Manzoni

s'accinse la prima volta di proposito allo studio della lingua

italiana, poichè Vincenzo Monti con la _Proposta_ e gli Accademici

della Crusca coi loro illustri e minuti battibecchi facevano anzi

nuova mostra infelice, con meschini dispetti provinciali, dell'antica

e funesta discordia italiana. Il Manzoni poi, lasciando stare le

questioni minori, prese, come suol dirsi, il toro per le corna, si

domandò se lingua c'era, dov'essa era migliore, e quando la fiorentina

si riconoscesse migliore, richiese che quella sola si studiasse e

adottasse per farne la lingua di tutti gl'Italiani. Il ragionamento

pareva molto ovvio e semplice; il Manzoni aveva rinnovato il miracolo

dell'uovo di Colombo. Ma quando tutti ebbero capito quello che prima

non capivano, pur volendo mostrare di saperne di più, invece di

convenire che egli avea ragionato bene, si voltarono contro di lui

come contro un sofista che, invece d'allargare la questione, l'avea

ristretta troppo. Ma egli aveva ragionato anche questa volta da

unitario. Egli ammirava forse nella storia più Firenze che Roma, e si

sarebbe contentato che la sede del Regno d'Italia rimanesse in Firenze

anzi che trasferirsi a Roma, la quale in ogni modo desiderava di gran

cuore ridonata all'Italia libera dal dominio temporale de' Papi. I

Fiorentini doveano parere al Manzoni gli Ateniesi d'Italia, la lingua

fiorentina la nostra lingua attica. Ma, perch'egli potesse avere

pienamente ragione, era prima necessario ascoltarlo; ora l'Italia non

convenne a Firenze, per avvivarne l'antica floridezza, per mettervi

dentro tutto il suo sapere, tutta la sua civiltà e per farne veramente

la prima città d'Italia, com'era un tempo Atene per la Grecia;

l'Italia vi si attendò per cinque anni, non vi pose stabile radice e,

migrando nel 1870 ad altra riva, la lasciò più povera e più negletta

di prima. La teoria manzoniana quindi ci pare ora più che mai

eccessiva, poichè in Firenze non s'accentra più, com'era sperato dal

Manzoni e dall'Azeglio, il fiore della civiltà, il nerbo della vita

italiana; ed una lingua per ottenere il consenso universale d'una

nazione ha bisogno di derivar la sua forza da una vita locale più

gagliarda delle altre. Questa vita privilegiata potrebbe esistere, ma

non può dirsi, pur troppo, che esista ora in Firenze; quindi la

necessità di ammettere la ragionevolezza di que' temperamenti che il

Fauriel proponeva già al Manzoni fino dal loro primi colloquii intorno

alla lingua italiana. "Il Fauriel (scriveva il Sainte-Beuve), udendo

le ingegnose ragioni del Manzoni, non ardiva contradirle in tutto, ma

nondimeno aveva qualche cosa da ridire. L'Italia ebbe pure in tutti i

tempi i suoi grandi scrittori; perchè dunque non potrà averne anche

oggi? È poi un male così grande ed irrimediabile, alla fin fine,

d'esser costretto a scegliere, ed anche, in un certo senso, a comporsi

la lingua, a tenerla sollevata dalle trivialità, a cercare

d'indirizzarla verso un tipo superiore, che s'appoggia direttamente,

ma in modo larghissimo, all'esempio degli antichi maestri? È vero che,

superate le difficoltà, ci vuole poi l'ingegno per far bene. Ma il

Fauriel mostrava che qui il campo era assai vasto e glorioso. E

ardiva, per certo, rimandare all'amico un rimprovero che ne avea

ricevuto sovente; e incitarlo a non voler prendere per regola del suo

lavoro un ideale di perfezione, a cui non è dato giungere interamente,

neppure a coloro che ne hanno in sè il sentimento. E rifacevagli

quella guerra che spesso il Manzoni compiacevasi fare a lui, per

troppa incontentabilità. Il Fauriel era infatti incontentabile in ciò

che componeva, ma sulle cose; il Manzoni sullo stile." Noi possiamo

ora trovar ragionevoli i temperamenti del Fauriel, ma dobbiamo essere

persuasi ch'essi non convincevano il Manzoni, il quale mirava ad ogni

specie di perfezione, e riconosceva come un elemento di perfezione

l'unità. Bisognava in Italia scrivere popolarmente per essere intesi

da tutti, bisognava parlare una sola lingua, avere una sola fede

religiosa, una sola fede politica; senza di ciò non vi è armonia e

vera grandezza italiana. Il centro dell'unità del linguaggio doveva

esser Firenze, quello dell'unità della fede Dio, come lo intende e lo

spiega la Chiesa cattolica. Voleva pure unità di stirpe nel popolo

italiano, e però nel suo celebre _Discorso sopra la Storia de'

Longobardi_ che ebbe il merito di promuovere in Italia una nuova serie

d'indagini storiche molto importanti,[3] escludeva i Longobardi

conquistatori da quel popolo italiano che aveano vinto ed oppresso e

derubato, ma in nessun modo, potuto assimilarsi. Voleva bontà ed unità

di leggi, liberate dal capriccio; quindi la critica legislativa della

sua storia della _Colonna Infame_, ove, col pretesto di biasimar le

antiche leggi, colpisce nella stessa condanna le nuove sommamente

arbitrarie dell'Austria. Anche le idee avevano il loro principio, il

loro centro d'unità; nel _Dialogo sull'Invenzione_ egli sostiene la

dottrina rosminiana delle idee innate, e le fa, per conseguenza, anche

se non lo dice, risalire a Dio. Per lo stesso sentimento d'armonia

universale, il Manzoni sente l'alto dominio della poesia, che

abbraccia in sè l'universalità delle cose sentite e pensate, e la

superiorità della poesia alla storia. "È una parte (egli esclama nel

suo _Discorso sul Romanzo storico_) della miseria dell'uomo il non

poter conoscere se non qualcosa di ciò ch'è stato, anche nel suo

piccolo mondo; ed è una parte della sua nobiltà e della sua forza il

poter congetturare al di là di quello che può sapere." La realtà per

lui era la base, l'ideale, la corona di ogni edificio poetico; perciò

il suo edificio piantato sopra la terra poteva facilmente salire fino

al cielo. Per questi supremi diritti concessi alla poesia, il Manzoni,

sebbene confessi che ad ogni uomo d'ingegno giova il consenso altrui

per assicurarsi delle proprie forze, sentendo sè stesso tanto

superiore al volgo da poter talvolta osare di andar contro le opinioni

volgari, lasciò pure scritto: "La maggior parte de' poeti, le cui

opere sopravvissero a loro, ebbero qualche pregiudizio da vincere, e

non divennero immortali se non con l'affrontare il loro secolo in

qualche cosa." Ma non frantendiamo: il Manzoni, per quanto grande

rivoluzionario egli fosse in letteratura, non ha già voluto dire ai

giovani che, per riuscire originali, essi hanno ad urtare i sentimenti

più squisiti e più delicati del loro tempo; lo strano ed il grottesco

non vogliono già dire l'originale; il Manzoni è sempre ragionevole

anche quando egli è maggiormente poeta, ossia quando il suo ingegno si

alza di più; egli ha definito una volta la poesia _l'esaltazione del

buon senso_, e basta questa definizione per farci intendere quello

ch'egli crede si possa dire o non dire in poesia. Il reale e l'ideale

devono essere fusi insieme; l'ideale deve alzare il reale, non

abbassarlo, non abbassarsi ad esso; l'uno fuori dell'altro non istà

nella poesia; e con uno solo di questi elementi non c'è vera poesia.

Il Manzoni, in questo come in altri casi, vuole tutto o niente. Egli,

così destro e fine nel cogliere i particolari accidenti delle cose, li

nota soltanto per le loro attinenze con quell'armonia generale che,

nell'età nostra, nessuno ha sentita più del Goethe. E quantunque assai

lontano il Nostro dal possedere quelle profonde conoscenze nelle

scienze fisiche e naturali, che il Tedesco aveva acquistate, è

mirabile la loro concordia nell'alto concetto dell'unità ideale della

scienza, o, se vogliam meglio, delle scienze. "Questo esser costretti

(scriveva il Manzoni) a spezzar lo scibile in tante questioni, questo

vedere come tante verità nella verità ch'è una, e in tutte vedere la

mancanza e insieme la possibilità, anzi la necessità d'un compimento,

questo spingerci che fa ognuna di queste verità verso dell'altre,

questo ignorare che pullula dal sapere, questa curiosità che nasce

dalla scoperta, com'è l'effetto naturale della nostra limitazione, è

anche il mezzo, per cui arriviamo a riconoscere quell'unità che non

possiamo abbracciare." Io mi sono forse troppo dilungato a parlare

d'un Manzoni diverso da quello che gli stranieri si figurano. Ma tante

volte mi è accaduto di sorprendere sulle labbra di gentili forestiere

un sorriso ironico perchè richiesto d'indicar loro uno scrittore

italiano da leggersi, io raccomandavo a tutte ostinatamente il

Manzoni, tante volte mi sentii rispondere: sono pur noiosi que' suoi

_Promessi Sposi_ ch'io ho voluto dimostrare dapprima: che il Manzoni

sarebbe per noi un grande uomo anche senza i _Promessi Sposi_; ed ora

mi proverò a dichiarare le ragioni, per le quali i _Promessi Sposi_

non possono parer noiosi a noi, e, se non mi lusingo troppo da me

stesso, non dovranno parer più noiosi ai forestieri, pur che

s'avvezzino a leggerli a quel modo con cui siam soliti a leggerli in

Italia da un mezzo secolo e specialmente da alcuni anni in qua, la

guida costante di un _rationabile obsequium_.

[1] Nell'anno 1832 (il Camerini afferma nel 1831) troviamo l'Azeglio

stabilito in propria casa con la figlia primogenita di Alessandro

Manzoni, la Giulia, che ebbe per padrino il Fauriel, divenuta sua

moglie, intento a dipinger quadri e a limare il _Fieramosca_. "Le

lettere (egli scrive ne' _Miei Ricordi_) erano rappresentate in

Milano da Alessandro Manzoni, Tommaso Grossi, Torti, Pompeo Litta,

ec. Vivevano fresche memorie dell'epoca del Monti, Parini,

Foscolo, Porta, Pellico, di Verri, di Beccaria; e per quanto gli

eruditi od i letterati viventi menassero quella vita da sè,

trincerata in casa ed un po' selvaggia, di chi non ama d'esser

seccato, pure a volerli, e con un po' di saper fare, c'erano, e si

poteano vedere, Io mi trovavo portato in mezzo a loro come genero

di Alessandro Manzoni; conoscevo tutti, ma mi ero specialmente

dimesticato con Tommaso Grossi, col quale ebbi stretta ed

inalterata amicizia sino alla sua pur troppo precoce morte. A lui

ed a Manzoni specialmente, desideravo di mostrare il mio scritto e

chiedere consigli, ma di nuovo mi era presa la tremarella, non più

pittorica, ma letteraria. Pure bisognava risolversi, e mi risolsi;

svelai il mio segreto, implorando pazienza, consiglio e _non

indulgenza_. Volevo la verità vera. Fischiata per fischiata,

meglio quella d'un paio d'amici che quella del pubblico. Ambidue

credo che si aspettavano peggio di quello che trovarono, a vedere

il viso approvativo, ma un po' stupito, che mi fecero, quando

lessi loro il mio romanzo. Diceva sorridendo Manzoni: "Strano

mestiere il nostro di letterato; lo fa chi vuole dall'oggi al

domani! Ecco qui Massimo: gli salta il grillo di scrivere un

romanzo, ed eccolo lì che non se la sbriga poi tanto male." Pare

che il Manzoni abbia detto invece: "Eccolo lì che ci riesce alla

prima."--Lo stupore del Manzoni e del Grossi, del resto, aveva il

suo fondamento, se è vero, come pare verissimo, quello che il

signor Gaspare Barbèra disse aver inteso dalle stesso D'Azeglio:

"Quando io scrissi (avrebbe detto l'Azeglio) la prima volta per

illustrare la _Sacra di San Michele_ (che fu stampata nel 1829),

mi posi al lavoro dopo aver fatto raccolta di modi italiani, i

quali mi pareva che dovessero fare un grande effetto sui lettori,

e ne riempii più che potei il mio scritto. Andato in quei giorni a

Milano, offrii a Manzoni una copia della _Sacra_, e lo pregai di

notarmi ciò che gli fosse parso errore o difetto nello stile.

Assunse di buon grado l'incarico; e dopo alquanti giorni essendomi

fatto rivedere, il Manzoni mi fece per l'appunto notare quei passi

che a me parevano i più belli e studiati, richiamandomi alla

maggiore semplicità del dire. E coteste note accompagnate dalle

sue osservazioni verbali mi aprirono un nuovo orizzonte nell'arte

della scrivere e del dipingere."--Il Camerini lasciò pure scritto

che il Grossi ed il Manzoni aiutarono l'Azeglio a correggere le

bozze di stampa del _Fieramosca_. Quando poi si pubblicò il

_Niccolò de' Lapi_, l'opinione che premeva di più all'Azeglio,

ch'egli temeva di più, era quella del Manzoni, ond'egli, nel

dicembre dell'anno 1840, scriveva alla sua seconda moglie, Luisa

Blondel (la prima moglie, la figlia del Manzoni, di cui è figlia

la vivente egregia marchesa Alessandrina Ricci, gli era morta dopo

quattro anni di matrimonio): "Se puoi sapere che cosa dice Manzoni

del mio lavoro, scrivimene qualche cosa; chè, confesso, desidero

di uscir d'incertezza. Già sai che da lui mi basta sentire un:

_Tanto può passare_." Col suo matrimonio con la Blondel l'Azeglio

era diventato una seconda volta parente del Manzoni; tuttavia non

può dirsi che i loro caratteri, le loro idee, i loro sentimenti si

convenissero. La marchesa Alessandrina Ricci, figlia dell'Azeglio,

nipotina del Manzoni, mi rappresenta in questo modo espressivo il

contrasto morale che impediva ai due grandi di avere fra loro più

intime relazioni: "Erano (ella scrive) di troppo diversa natura,

dissentivano troppo in alcuni punti religiosi e politici. Mio

nonno, fosse carattere o maggior filosofia, vedeva, per esempio,

tutto _color di rosa_, prendeva le cose come venivano, sapeva

insomma passar sopra facilmente a quelle che più lo contrariavano;

ciò che, unito alla sua robusta costituzione, gli permise di

campare fino ad ottantotto anni. Mio padre, invece, non prendeva,

pur troppo, le cose come venivano; e di lui si può veramente dire

ciò che io rimpiango continuamente, _que la lame avait usé le

fourreau_."--I dissensi politici fra l'Azeglio ed il Balbo da una

parte e il Manzoni dall'altra si rivelarono specialmente nell'anno

1848, nel quale il Manzoni, nella terza giornata, dopo aver quasi

rischiato il capo, firmando l'indirizzo dei Milanesi a Carlo

Alberto, invocato in soccorso dei Lombardi, appena Carlo Alberto

fu entrato in Lombardia, vide in lui più tosto un usurpatore che

un liberatore; e si associò pertanto alla parte repubblicana che

voleva una Lombardia indipendente. Tuttavia, i due grandi

trattavano ad un modo le questioni di civile decoro. Un giorno il

conte Andrea Cittadella, insigne e coltissimo gentiluomo di

Padova, ciambellano dell'Imperatore d'Austria, si presentò al

Manzoni per offrirgli col miglior garbo possibile una decorazione

austriaca. Il Manzoni rifiutò non solo con fermezza, ma persino

con una certa durezza, anzi non permise altrimenti che si

continuasse un tale discorso. La Blondel aveva annunciato il caso

all'Azeglio, e questi rispondeva: "La condotta di Manzoni porterà

un ribasso almeno del 25% alla partita croci; e lo vado dicendo a

tutti. Un giovane assai caldo mi parlava di questo fatto in modo

che avrei avuto una terribile tentazione di dire: anch'io nel mio

piccolo, eccetera; ma son uscito vittorioso dal conflitto, e spero

che il mio avvocato difensore potrà giovarsi di questo fatto

nell'assise della valle di Giosafat." Questi uomini dunque, che

forse non si amavano molto, erano invincibilmente legati l'uno

all'altro da un mutuo rispetto, fondato sopra la stima leale delle

loro reciproche eccellenti qualità morali. È noto poi come siano

state le premure dell'Azeglio governatore a Milano che fecero

ottenere al Manzoni, presidente dell'Istituto Lombardo, quella

pensione di dodicimila lire annue, con le quali il grand'uomo potè

passar meno angustiati gii ultimi anni della sua vita.

[2] La questione della lingua (mi scrive il Rizzi) fu, come tutti

sanno, una delle passioni della sua vita. Ne parlava quanto più

poteva, e con tutti; e si può dire che, dopo l'unità politica, era

la cosa che gli stava più a cuore di tutte. Negli ultimi giorni

della sua vita, le idee gli si erano confuse, ed egli tratto

tratto diceva cose che non avevano senso, o, per lo meno, legame;

ma, se si tirava il discorso sulla questione della lingua, parlava

ancor sempre con quella maravigliosa lucidità, che fu uno de' suoi

pregi più notevoli in tale questione; lui, così mite, così pieno

di riguardi con tutti, diventava insofferente, s'irritava e

qualche volta anche si sfogava. E non era già la contradizione che

gli désse noia; era il modo con cui gli avversarii ponevano la

questione, era il vedere che le sue ragioni non erano, anche dai

migliori, combattute con altre ragioni, o negate così

all'ingrosso, o trascurate, come se non meritassero nemmeno

attenzione. E anche in questa, come nelle altre questioni, egli

non era uomo da accontentarsi di un'adesione parziale. O tutto, o

niente; la sua logica non gli permetteva di fermarsi e di

acquetarsi in un punto intermedio."

[3] Sopra l'importanza vera del _Discorso storico_ del Manzoni

intorno alla storia dei Longobardi abbiamo l'opinione stessa

dell'Autore, quale egli dovette esprimerla al Fauriel ed al

Cousin. Parlando di quel Discorso, il Sainte-Beuve diceva: "Vorrei

quasi paragonarlo ad alcuna di quelle argutissime lettere critiche

di Agostino Thierry sulla nostra storia di Francia. Senza aver la

pretesa di schiarire quella del Settentrione d'Italia nel IX

secolo, questo Discorso produce l'effetto di rendere _visibile

l'oscurità_, dimostrando come quella che pareva esser luce, non

era. Quel che impazientava il Manzoni sovra ogni cosa e lo

impazientava al pari del suo _confratello_ Thierry (ch'egli

chiamava con questo nome), erano le formole vaghe, volgari,

vigliacche, con le quali gli storici moderni avevano nascoste e

quasi soffocate le questioni che essi non intendevano. Egli era

solito epilogare, scherzando, il senso del suo _Discorso_ storico

in questi termini a un dipresso:--Ho fatto sapere ad essi che non

sapevano nulla; ho detto loro che non avevo nulla da dire; dopo di

che li saluto, pregandoli di far lunghi studii, affine di

sapercene dir qualche cosa. E mi pare che anche questo si chiami

aver fatto un passo."--Sopra il valore del Manzoni come storico ci

promette un saggio critico importante l'illustre storico lombardo

Cesare Cantù.

Alessandro Manzoni, Studio Biografico Letture fatte alla Taylorian Institution di Oxford nel maggio dell'anno 1878, notevolmente ampliate · 第 29 / 35 题