V.

Il Manzoni ed il Parini.

Nella sua prima maniera satirica il Manzoni parineggia; il Parini,

egli non avea conosciuto di persona, se bene lo potesse per le

relazioni che il poeta di Bosisio avea avute con la famiglia Beccarla.

Quando il Parini morì, il Manzoni, quattordicenne, incominciava già a

sentire la poesia e ad ammirare veramente i poeti; si narra anzi

ch'egli leggesse per l'appunto la celebre Ode _La caduta_, quando gli

venne annunciato che il Parini era morto.[1] Il Manzoni vecchio

dolevasi con Giovanni Rizzi di non averlo cercato, e scusavasi

malamente col dire che allora egli era "un ragazzaccio che non sapeva

nulla di nulla." Il vero è che non ci avrà pensato, che non avrà, come

accade, creduto il Parini già così vicino a morire, e che la vita di

collegio gli avrà pure diminuite le occasioni d'incontrarlo. Che se,

al dire di Giulio Carcano, quando, nel Collegio de' Nobili, il

giovinetto Manzoni fu, la prima volta, presentato al Monti come nipote

di Cesare Beccarla, il Monti gli parve un Dio, è probabile che il

vecchio Parini, quantunque non bello, gli avrebbe lasciata nell'animo

una impressione più soave e più durevole. Ricordano gli amici del

Manzoni che egli sapeva a memoria tutto il _Giorno_ e che, sul fine

della propria vita, quando sentiva affievolirsi la memoria, per

assicurarsi di non averla perduta tutta, soleva trascrivere a mente

qualche verso del suo Parini.[2] Quando, nel settembre dell'anno

1803, il diciottenne Manzoni mandava al suo maestro Monti un Idillio

allegorico intitolato: _L'Adda_, egli lo accompagnava con una lettera,

di cui, perchè si vegga quanta destrezza e causticità d'ingegno era

già nel giovine Poeta, riporterò qui le prime parole: "Voi mi avete

più volte ripreso di poltrone, e lodato di buon poeta. Per farvi

vedere che non sono nè l'uno nè l'altro, vi mando questi versi."[3]

Il discepolo domanda al maestro un parere sopra i suoi nuovi versi,

per limarli, ed, intanto, invita il Monti alla propria villa.

Nell'Idillio, il fiume Adda personificato in una Dea si volge così al

Monti:

Te, come piacque al ciel, nato a le grandi

De l'Eridano sponde, a questi ameni

Cheti recessi e a tacit'ombra invito.

L'Adda sa bene di non poter contendere col Po, presso il quale il

Monti è nato, e prima di lui Lodovico Ariosto ed il Guarini, ma pur si

gloria che presso le sue rive abbia cantato un giorno Giuseppe Parini,

l'Orazio lombardo. L'Adda dice:

Quivi sovente il buon cantor vid'io

Venir trattando con la man secura

Il plettro di Venosa e il suo flagello,

O traendo l'inerte fianco a stento,

Invocar la salute e la ritrosa

Erato bella, che di lui temea

L'irato ciglio e il satiresco ghigno;

Ma alfin seguïalo e su le tempie antiche

Fêa di sua mano rinverdire il mirto.

Qui spesso udillo rammentar piangendo,

Come si fa di cosa amata e tolta,

Il dolce tempo della prima etade,

O de' potenti maledir l'orgoglio,

Come il genio natìo movealo al canto

E l'indomata gioventù dell'alma.

Or tace il plettro arguto e ne' miei boschi

È silenzio ed orror. Te dunque invito,

Canoro spirto, a risvegliar col canto

Novo rumor Cirreo. A te concesse

Euterpe il cinto, ove gli eletti sensi

E le imagini e l'estro e il furor sacro

E l'estasi soavi e l'auree voci

Già di sua man rinchiuse. A te venturo

Fiorisce il dorso brïanteo; le poma

Mostra Vertunno e con la man ti chiama,

Ed io, più ch'altri di tuo canto vaga,

Già mi preparo a salutar da lunge

L'alto Eridano tuo, che, al nuovo suono,

Trarrà meravigliando il capo algoso,

E tra gl'invidi plausi de le Ninfe,

Bella d'un inno tuo corrergli in seno.

Nonostante la grazia di questo voluttuoso invito, il Monti non può

muoversi, e se ne scusa con una lettera, la quale incomincia

cerimoniosamente col _voi_ e prosegue affettuosamente col _tu_. Loda

moltissimo i versi, e conchiude: "Dopo tutto, sempre più mi confermo

che in breve, seguitando di questo passo, tu sarai grande in questa

carriera; e se al bello e vigoroso colorito che già possiedi,

mischierai un po' più di virgiliana mollezza, parmi che il tuo stile

acquisterà tutti i caratteri originali." Nell'amore del Parini fu

ancora confermato il Manzoni dall'affetto che lo legò poco dopo alla

memoria del più caro discepolo dell'Autore del _Giorno_, l'Imbonati,

dall'ombra del quale, nel noto Carme, ei si fa dire:

......Quei che sul plettro immacolato

Cantò per me: _torna a fiorir la rosa_,[4]

Cui, di maestro a me poi fatto amico,

Con reverente affetto ammirai sempre,

Scola e palestra di virtù.

E i consigli dell'Imbonati non sono altro, in somma, se non quelli che

si trovano già espressi nei versi sentenziosi del Parini. Il Manzoni

sentì che erano veri, e li fece suoi proprii, per seguirne i precetti.

Scegliere il vero per farne argomento e fondamento di alta poesia è

virtù di pochi ingegni potenti. Il Manzoni non solamente sceglie bene,

ma quello ch'egli ha scelto, perfeziona e migliora. Spoglia, a poco a

poco, di una parte del loro apparato classico e mitologico i nobili

pensieri del Parini e li rifeconda col proprio sentimento, per

esprimerli con un linguaggio più caldo e più semplice.

[1] Tutti ricordano il principio commovente dell'Ode pariniana:

Quando Orïon dal cielo

Declinando imperversa,

E pioggia e nevi e gelo

Sopra la terra ottenebrata versa,

Me, spinto nella iniqua

Stagione, infermo il piede,

Tra il fango e tra l'obliqua

Furia de' carri la città gir vede;

E per avverso sasso

Mal fra gli altri sorgente

O per lubrico passo

Lungo il cammino stramazzar sovente, ec.

Il Manzoni vecchio che, per timore di cadere, soleva sempre,

quando usciva, farsi accompagnare, dovette spesso pensare al suo

Parini. "Una volta (mi scrive il Rizzi), quando egli andava a

passeggio, una carrozza signorile passò così accosto a una povera

donna che quasi la schiacciava. Avessi veduto che occhi fece, in

quel momento! E pazienza gli occhi! Gli scappò nientemeno che

questa frase: _porchi de sciori!_ (porci signori!). E tutti

intorno la sentirono."

[2] Le ultime parole trascritte dal Manzoni, per quanto me ne

assicura il professor Giovanni Rizzi, furono versi del _Giorno_.

[3] Cfr. il libro del signor Romussi, _Il Trionfo della libertà._

[4] Allude all'Ode _La educazione_, che il Parini scrisse pel giorno

natalizio del suo allievo undicenne Carlo Imbonati all'uscire da

una malattia, e che incomincia:

Torna a fiorir la rosa

Che pur dianzi languia

E molle si riposa

Sopra i gigli di pria.

Brillano le pupille

Di vivaci scintille.

Questi versi sentenziosi del Parini dovettero far pensar molto il

Manzoni, e persuaderlo; il Carme _In morte dell'Imbonati_ ha

perfetto riscontro di pensieri ed anche di parole con essi:

Dall'alma origin solo

Han le lodevol opre.

Mal giova illustre sangue

Ad animo che langue.

--Chi della gloria è vago

Sol di virtù sia pago.

--Giustizia entro il tuo seno

Sieda e sul labbro il vero.--

--Perchè sì pronti affetti

Nel core il ciel ti pose?

Questi a Ragion commetti,

E tu vedrai gran cose.

--Sì bei doni del cielo,

No, non celar, garzone,

Con ipocrito velo,

Che alla virtù si oppone.

Il marchio, ond'è il cor scolto,

Lascia apparir nel volto.

Dalla lor mèta han lode,

Figlio, gli affetti umani.

Alessandro Manzoni, Studio Biografico Letture fatte alla Taylorian Institution di Oxford nel maggio dell'anno 1878, notevolmente ampliate · 第 13 / 35 题