CENSIMENTO DELLE RENNE

Svezia nel 1870 220,800 cioè 165 per famiglia

Norvegia nel 1865 101,768 » 130 »

Finlandia nel 1865 40,200 » 325 »

Russia nel 1859 232?

Secondo Rèclus i lapponi, invece di scomparire, crescerebbero di

numero, specialmente in Norvegia. Secondo le liste di imposizione fatte

nel 1567, nel 1799 e nel 1815, i nomadi sarebbero triplicati in tre

secoli, e nella sola Norvegia settuplicati.

Von Buch dà per il 1799 queste cifre:

Svezia e Finlandia 5,118

Norvegia 3,000

Russia 1,000

——————

9,118

Ma ognuno sarà del mio parere, che quando si rimonta a statistiche

così antiche, le cifre non sono che pie intenzioni di un’esattezza

impossibile, specialmente quando si tratta di un popolo nomade.

Ed ora che son contati, battezziamoli: anche nella storia naturale è

questo il primo sacramento che si deve imporre ad ogni creatura viva.

I lapponi chiamano se stessi col nome di _salme_ o _same_ (plurale

_samek_). Il nome con cui noi li chiamiamo fu dato loro dai finlandesi,

che li dicevano _lappalainen_ (plurale _lappalaiset_). Questa parola

deriva probabilmente dal finlandese _lappaa_, che vuol dire _avanti

e indietro_ (dalle loro abitudini vagabonde). I norvegiani, e più

specialmente quelli del nord, li chiamano col nome di _finner_,

battesimo falso, nato dalla confusione di due razze diverse, benchè

strette fra loro con vincoli di remota parentela.

I lapponi si distinguono in _fieldlappen_ o lapponi di campo e

_fisklappen_ o lapponi pescatori. Questi, che in lingua lappone si

dicono _jaure-kadde-sameh_, costituiscono tutto quanto il gruppo che

si trova in Russia, mentre nella Svezia non son che pochi e per lo più

costituiti da nomadi impoveriti, che, avendo perduto le loro renne,

hanno cercato nel mare il pane, che negava loro la terra. Alcuni

autori distinguono anche i lapponi in _nomadi_ e _fissi_, ma è una

classificazione arbitraria e molto artificiale, dacchè nomadi sempre

per natura e per antiche tradizioni, possono per eccezione fissarsi per

alcuni anni in un porto, per ritornare poi alla vita vagabonda, appena

il terreno non dia sufficiente pascolo alle loro renne.

Anche le divisioni geografiche, benchè traggano seco differenze di

dialetto, non mutano però essenzialmente la pronuncia e il carattere

dei lapponi, che possono essere studiati tutti insieme, come uno dei

gruppi più naturali e più omogenei della grande famiglia umana. E

diciamo _omogenei_, perchè l’incrociamento dei lapponi coi finni è un

fatto raro; rarissimo quello cogli scandinavi.

Ed ora che li abbiamo contati e battezzati, guardiamoli in faccia per

vedere quanta parte di essi sia in noi e quanta parte di noi si ravvisi

in essi.

Heine ce n’ha dato un ritratto umoristico in alcuni versi famosi, dove

però l’umorismo si associa al tratto sicuro dell’uomo di genio. Spesso

la caricatura è più rassomigliante che il ritratto.

In Lappland sind schmutzige Leute,

Plattköpfig, breitmaulig und klein,

Sie kauern um’s Feuer und backen

Sich Fische und quäcken und schrei’n.

Un altro ritratto a stile linneano ci fu dato dal Knud Leem, ma

non vale quello dell’Heine: _Vultum habent fusci et luridi coloris,

capillos curtos, latum os, genas cavas, menta longa, oculos lippos_.

Qui si vede, che il prete studiava assai meglio l’anima che il corpo

e non sapeva vedere che le guance erano sporgenti, che il mento era

piccino e che la pelle era sudicia e non _fosca_. Il poeta ha saputo

vedere molto meglio che il prete, ma è naturalissimo. Se il poeta non

avesse lo spirito acuto e profondo dell’osservatore, mancherebbe la

corda più potente alla sua lira.

L’impressione prima, che ci fa un lappone, è quella di una creatura

umana povera, modesta, che chiede scusa ai forti di trovarsi in questo

mondo, di cui domanda d’occupare il menomo posto possibile. È tanto

piccino il poveretto, è così poco agile nel suo inviluppo di pelliccia,

ha così poche pretensioni a tutti gli _excelsior_ della nostra vita

europea, che noi proviamo per lui quella simpatia piena di compassione

e di benevolenza, che ci ispira ogni uomo che non desta in noi nè

invidia nè ira. Infatti tutti i viaggiatori hanno sempre parlato con

molta simpatia dei poveri lapponi e alcuni si spinsero fino al lirismo

del sentimento, che falsa la verità; e lo vedremo più innanzi, parlando

del carattere morale di questi nostri terzi cugini della grande

famiglia europea. Rèclus, che è forse l’ultimo scrittore che ci abbia

parlato dei lapponi, ne fa davvero un ritratto troppo lusinghiero,

seguendo il Van Düben. Dice, che la loro fronte è nobile e più grande

di quella degli scandinavi e aggiunge: _La bouche est souriante,

l’éclair du regard vif et bienveillant, le front élevé est d’une

veritable noblesse_.

Questa è una vera adulazione, ma si avvicina assai più al vero che

lo sprezzo e la ripugnanza, che hanno quasi tutti i norvegiani per i

loro poveri vicini di stirpe mongolica. Sono espressioni comuni: _ne

faccio caso come di un lappone. — Un lappone non vale più di un cane_.

È il Von Buch, che ha raccolto questi insulti, che oggi si ripetono

forse meno spesso, forse perchè i lapponi si ubriacano meno di una

volta. In ogni modo è sempre assai diverso il punto di prospettiva,

da cui un popolo inferiore è veduto da un viaggiatore e dai vicini

di casa. Il viaggiatore è quasi sempre di buon umore e disposto

all’ottimismo e colora quindi con tinte rosee tutti gli oggetti che

vede e che riproduce nei suoi libri; quando invece una razza superiore

ha nelle sue costole uomini molto inferiori, che non può nè educare,

nè uccidere, si sente poco disposta ad essere indulgente. Se voi

andate in Norvegia e parlate con i prefetti delle provincie, occupate

anche da lapponi, non vi siete ancora seduti, che avete subito a udire

le lamentazioni dello scandinavo contro il same: — _Son sudici, son

furbi, colle loro renne ci invadono i campi; non se ne può far nulla,

essi sono il flagello della mia provincia_. Hanno in parte ragione, ma

dimenticano ancora che il nord della penisola non saprebbe dar nè pane

nè salute alle razze scandinave e che queste dovrebbero nell’inverno

far senza dei ghiotti bocconi della carne di renne, se quei poveri

_same_ sparissero dall’oggi al domani dalla faccia della terra.

I lapponi sono fra gli uomini più bassi della terra. Dalk trovò la

statura media dei lapponi pastori di metri 1,60; secondo Van Düben e

Humboldt sarebbe invece di 1,50. Ecker trovava queste misure:

Nilla ♂ d’anni 20 metri 1,53

Puches ♂ » 17 » 1,37

Kaisa ♀ » 24 » 1,42

Ippa ♀ » 20 » 1,44

Le misure prese da Sommier e da me darebbero i seguenti risultati:

Statura med. di 59 uom. Met. 1,52 Mass. 1,70 Min. 1,32

Stature med. di 22 donne » 1,45 Mass. 1,60 Min. 1,27

In questi calcoli furono escluse tutte le persone aventi meno di venti

anni.

Il lappone non ha di certo l’aspetto d’uomo atletico, ed è più spesso

asciutto che grasso; posso anzi dire di non averne mai veduto uno solo,

che meritasse questo aggettivo. I bambini, come avviene in pressochè

tutte le razze umane, sono paffutelli ed anche grassocci, ma coll’età

diventano magri.

Il Knud Leem li dice _magni roboris_, benchè piccoli, e cita come una

prova della loro robustezza il fatto di una donna, che cinque giorni

dopo aver partorito, faceva nell’inverno un lungo viaggio a piedi

attraverso monti nevosi per essere purificata nella chiesa. Questa

è invece una prova di resistenza al freddo e null’altro. Tutti i

lapponi veduti da me e da Sommier furono sottoposti all’esperimento del

dinamometro e diedero cifre generalmente più basse assai della nostra

media.

Quando sono vestiti delle loro pelliccie e sembrano fagotti ambulanti,

nessuno li crederebbe agili, ma invece lo sono per gli esercizi ai

quali li costringe la loro vita polare. Sui loro pattini sembrano

volare e il Knud li descrive con parole poetiche: _Et tanta feruntur

pernicitate, ut venti circa aurea strideant, crinesgue surrigant_.

Per il buon parroco norvegiano è prova di grande agilità il potersi

sedere piegati in due coi talloni sotto le natiche, e di questa virtù

è anche da farsi parte meritoria all’olio di pesce con cui si ungono

continuamente(!). È questo stesso olio, di cui sono imbevuti anche

i loro abiti, che li rende fetidi anzi che no: _Eundem foetorem non

aliunde quam ex vestibus hujus gentis perpetuo in tuguriis fumo et oleo

ex pinguedine piscium expresso, imbutis et perunctis, provenire_.

I lapponi sono tra gli uomini meno pelosi. Gli uomini hanno poca barba

e spesso ne mancano affatto alle gote, non avendone che al labbro

superiore e al mento. Ne abbiamo veduti senza peli alle ascelle ed un

uomo robusto fotografato da noi nudo non aveva peli al pube. Alcune

donne, nelle quali con grande stento si potè esplorare le ascelle,

le avevano pelose; ma fu assolutamente impossibile esplorare regioni

più basse. Questo esame ci permise di riscontrare mammelle floscie e

pendenti in donne giovani e che dicevano di non aver mai partorito,

fatto singolare in gente, che vive in clima così rigido.

Hanno molti capelli e le donne sempre più lunghi che gli uomini; non

mai ricciuti, ma neppure rigidi e grossi come li presentano molte razze

mongoliche e americane. I colori più rari sono il biondo chiaro e il

nero intenso. Fra i lapponi svedesi fotografati da noi a Tromsoe, uno

solo aveva i capelli veramente neri e il biondo chiaro non fu veduto

che a Ojung e qualche altra rara volta. La tinta più generale è il

castagno, che oscilla dal chiaro all’oscuro, presentando talvolta anche

una bella tinta fulva. Non abbiamo mai veduto capelli albini o rossi.

Incanutiscono più tardi di noi e anche la calvizie è assai rara e per

lo più parziale. I capelli lapponi conoscono ben di raro il pettine

e la loro acconciatura si potrebbe chiamare scapigliata o arruffata.

Anche le donne si accontentano spesso di raccogliere i loro capelli in

un fascio, legandoli sul vertice del capo; le più civili fanno treccie

molto semplici, che spesso dimenticano per giorni e settimane.

I lapponi hanno la pelle bianco-bruna e molti fra di essi, quando

fossero ben lavati, sarebbero più bianchi di un italiano.

La fronte del lappone è bella, ampia, alta e tale da fare singolare

contrasto con altri lineamenti proprii di razze inferiori.

Gli occhi per lo più grigi o d’un azzurro chiaro, non di raro però

anche castagni. Sono piccoli, con poche ciglia e spesso lagrimosi ed

anche cisposi, ciò che si deve al viver sempre tra il fumo e il baglior

delle nevi. Il Leem racconta, che nell’inverno al ritorno dalla caccia

rimangono ciechi per varii giorni. Eppure non sogliono portar occhiali

per difendersi dalla bianchezza delle nevi, come fanno altri popoli

circumpolari. Alcuni di essi mi dissero di averli gettati via, perchè

indebolivan loro gli occhi, che devono invece fortificarsi contro il

riflesso bianchissimo dello nevi e del ghiaccio[7].

Il naso è in quasi tutti i lapponi di una stessa forma e può dirsi

uno dei caratteri più salienti della loro razza; è corto, appiattito,

larghissimo alla base e con una punta piccina, talvolta rivolta anche

all’insù. La bocca è grande, con labbra sottili e denti stupendi; sia

per la loro regolarità, quanto per la loro bianchezza e resistenza.

Anche i ciukci avrebbero queste preziose prerogative e lo stesso si

afferma anche di altre genti iperboree, per cui si potrebbe sospettare,

che la bellezza dei denti fosse in essi conservata dall’atmosfera

fumosa delle loro capanne e dall’azione del freddo.

La faccia è sempre larghissima, ma questa larghezza diminuisce

rapidamente verso il mento, che termina quasi a punta, essendo il

mascellare inferiore piccolo e delicato. È questo che dà alla faccia

d’un lappone il carattere tipico del mongolo, che talvolta trovasi

evidente come nelle razze più turaniche del nord dell’Asia orientale,

mentre per gradazioni infinite può svanire tanto da dare alla

fisonomia il carattere ariano. È difficile dire se ciò si debba alla

mischianza di altro sangue o alle variazioni individuali, delle quali è

suscettibile ogni uomo nato sotto il sole.

Le mani e i piedi sono piccoli, come la piccolezza del corpo lo esige

e il dito indice della mano è sempre più corto dell’anulare, talvolta

in modo veramente rimarchevole. Quest’osservazione, che fu fatta per

la prima volta da noi darebbe ragione all’Ecker[8] che in questo fatto

trovava un carattere proprio delle razze inferiori, e che le ravvicina

alle scimmie antropomorfe.

I lapponi son gente longeva e sana. Il mio compagno di viaggio ne

vide parecchi ottuagenarii e anche nonagenarii. Non hanno malattie

speciali e il Leem dice di non averli mai veduti nello spazio di dieci

anni malati di dissenteria, di lebbra o di febbri maligne (febbri

tifoidee?). Pare che soffrano rarissime volte di tisi, spesso di

cefalea, ma è assai difficile raccogliere notizie positive sulla loro

patologia, perchè si curano da sè e ben di raro ricorrono ai nostri

ospedali. Dicesi che sieno loro rimedii popolari i rivellenti e l’assa

fetida. Curano molti mali interni, bevendo sangue caldo di foca o

di renna. Curano il leucoma, mettendo nell’occhio un pidocchio, e il

mal di denti, fregandoli con un legno tolto da un albero colpito dal

fulmine. Adoperano il filo tolto dai tendini del renne per legare le

membra rotte o lussate, ma le donne devono prenderlo da un animale

femmina e i maschi da un maschio. Il grasso d’orso era rimedio sovrano

contro i reumi, ma anche in questo caso uomo e donna dovevano servirsi

dell’adipe tolto dall’animale dello stesso sesso.

Qualche rara volta entrò in essi il vaiuolo e ne fece strage.

I lapponi non son brutti, e le fanciulle nel sorriso della loro

primavera possono talvolta dirsi anche belle.

Il concetto, che ho potuto formarmi della loro fisiologia generale,

non può dare appoggio alla opinione del Virchow, che vorrebbe fare dei

lapponi una razza patologica. È una razza piccola, meschina, ma adatta

all’ambiente che li circonda. Tanto varrebbe dire che la _betula nana_

è una specie patologica. Del resto non insisto nel combattere il mio

illustre amico di Berlino, non avendo mai creduto che le frontiere

fra la fisiologia e la patologia esistano davvero nella natura; sono

confini segnati dalla nostra matita nei nostri libri e nulla più.

L’alimentazione del lappone è quasi esclusivamente animale: carne,

latte e cacio presso i nomadi; pesce presso i pescatori.

Nell’inverno mangiano sempre carne fresca di renna, cotta nell’acqua o

bollita prima e poi tuffata nel grasso strutto. Il Leem dice: _Crudis

carnibus lappones vesci a non nemine quidem relatum est, sed invita

veritate_. Io però ho veduto dare ai bambini carne cruda, ma salata.

Non mangiano mai il polmone delle renne, ma lo danno ai cani. Mangiano

poi intestini, visceri ed ogni cosa, mostrandosi ghiottissimi del

midollo delle ossa. Il Leem descrive a questo proposito una scena che

ha un colorito preistorico: _Dum hoc agit, humi sedet et super corium

rangiferinum, quod in gremio expansum habet, ossa malleo confringit,

confractaque elixanda curat, donec, quidquid pinguedinis in illis

residuum fuerit, extractum sit_. Non possono mangiare la carne di

porco, ma mangiano bensì l’orso, le pernici ed altra selvaggina.

Io ho veduto salciccie e pasticci fatti di latte e sangue di renne, ma

erano cibi talmente ripugnanti, che, ad onta del mio largo eclettismo

gastronomico, non osai assaggiarne. Sommier li vide mangiare un budino

fatto di cervello, sangue e farina. I pescatori usano spesso un loro

manicaretto di acqua, sego e farina. Ne mangiano un altro, detto

_vuorra-maelle_, fatto di acqua, sangue, sego contuso e farina.

Il renne non dà latte nell’inverno, perchè partorisce nel maggio; e non

si può mungere le renne che dalla fine di giugno alla fine d’ottobre;

ma il lappone ha sempre del latte in casa, perchè lo conserva gelato

per molti mesi. Quando i nomadi devono lasciare sul finir dell’estate

la costa norvegiana per portarsi all’interno, seppelliscono in vasi di

terra il latte di renne ad una grande profondità e lo ritrovano l’anno

dopo, come si trattasse di vino conservato in una cantina. Il latte

gelato si fonde al fuoco e mentre si fonde, si leva col cucchiaio la

parte liquida che galleggia. Quando il lappone è satollo, si riporta

al freddo il prezioso liquore, che si rapprende di nuovo e si conserva

per un altro pasto. Il latte congelato si considera come ghiottissimo e

si conserva in vasi di betula. È la prima cosa che si offre al curato o

all’ospite, che si vuol onorare. Quest’uso ci fa ricordare i ciukci, i

quali nelle loro capanne tengono appeso il latte gelato e lo succhiano

uno dopo l’altro, quasi bambini che poppassero.

Il latte si fa coagulare col _Rumex acetosa_ o coll’_Empetrum nigrum_.

Colle bacche di questo arboscello si fa anche un pasticcio di latte e

empetro, che si conserva gelato in uno stomaco ben ripulito di renna.

Quando si vuol mangiare, si fa fondere al fuoco o si tagliano insieme

le bacche del frutto, il latte e le pareti del ventricolo.

Il formaggio di renne è per i nostri palati esigenti un pessimo cibo. È

così grasso, che brucia come una candela. I lapponi lo mangiano com’è,

o cotto nell’acqua, o arrostito sul fuoco. I lapponi pescatori fanno

anche un ottimo burro colla crema delle vacche, delle pecore o delle

capre.

Il pane è usato ben di raro dai lapponi, ed anzi il Knud Leem dice

di non averlo veduto mangiare neppure coi cibi più grassi. Oggi però

per eccezione essi mangiano un pane ributtante fatto d’orzo e segale

con moltissima crusca. Tutti i viaggiatori parlano di pane di scorza

d’albero, mangiato non solo dai lapponi, ma anche dai norvegiani, ma

si fabbrica invece ben di raro. Si sospende in questo caso alla capanna

la parte più interna della scorza del pino, poi si fa seccare al forno,

si polverizza e si mescola con paglia sminuzzata, con avanzi di spighe

e con alcuni licheni e se ne impastano dei pani della grossezza di un

dito.

È un alimento amaro, astringente e ripugnante. Quando i norvegiani

se ne alimentano per una gran parte dell’inverno, si sentono poi in

primavera deboli, affranti e soffrono di dolori al petto. Anche la sola

scorza interna del pino si conserva nelle capanne come arma di riserva

per i giorni di più crudele carestia. Allora la raschiano e la mangian

cotta nell’acqua, a guisa di pappa.

In quei paesi sterili e poverissimi anche gli animali devono essere

sottoposti talvolta a diete singolari. Così Von Buch dice di aver

veduto dare a Roeros alle vacche, ai cavalli e ad altri animali

domestici gli escrementi del cavallo, che talvolta si facevano anche

bollire e si mischiavano con un po’ di farina.

Anche i poveri frutti della flora polare sono mangiati dai lapponi, che

li usan freschi o li conservano gelosamente per l’inverno: frutti del

_Rubus chamemorus_ e del _R. arcticus_, frutti di _Empetrum_ e di varie

specie di _Vaccinium_; tutto mangiano, dalle bacche più astringenti

alle più amare e alle meno nutritive. Aveva ben ragione quella

fanciulla lappone, che era levatrice e sapiente, di dire con immensa

invidia all’amico Sommier: _Ah voi siete dunque del fortunato paese,

dove crescono l’arancio e il fico!_

Non sarà inopportuno confrontare l’alimentazione dei lapponi con quella

degli esquimesi. Questi si nutrono specialmente di cibi animali e più

particolarmente di foche, di balene, di mammiferi terrestri e di grasso

di morsa. Questo si mangia crudo e si dà come una fina ghiottoneria

ai bambini. Quello delle morse non è dispiacevole e rassomiglia molto

al formaggio, quello delle balene ha invece un sapore di rancido. È

indifferente per gli esquimesi se la carne sia fresca o semiputrida,

cotta o cruda. Le carni degli animali selvaggi, anche se cotte, sono

sempre condite con una salsa d’olio di pesce. Questo si prende anche

coi frutti di cui si cibano. Il pesce si mangia quasi sempre crudo o

seccato al sole o conservato nel suolo ghiacciato. I cibi vegetali

sono molto scarsi e si riducono alle foglie crude e acidule del

_Rumex domesticus_ e alle radici del _ma-shu_ (_Polygonum bistorta_),

che arrostite sulla cenere rammentan la patata. Per l’inverno si fa

grande provvista dei frutti gelati dell’_Empetrum nigrum_, del _Rubus

acaulis_, del _R. chamaemorus_, del _Vaccinium uliginosum_, del _V.

vitis-idaea_, del _V. oxycoccus_, del _Cornus suecica_ e dell’_Arbutus

alpinus_[9].

Anche l’acqua per i poveri Lapponi è ghiacciata o torbosa e scarsa. Nel

primo caso fanno cuocere il ghiaccio per renderlo potabile, nel secondo

la sorbiscono dalle pozze sottili con un osso forato o una cannuccia.

Sono delizie della povera cucina polare il caffè e il tabacco. Avete

già veduto come preparano il primo; usano del secondo, fumandolo nella

pipa o ciccandolo. La pipa è sempre nella bocca d’ogni lappone di

ambo i sessi e d’ogni età e ciò impedisce loro di essere più spesso

ciccatori. Quando il tabacco è scarso, si mettono in giro seduti per

terra e da una sola pipa passata in giro fumano tutti. Quando manca del

tutto la divina nicoziana masticano perfino i vasi di legno o le boccie

che lo hanno contenuto. Si assicura anche che ciccando sputano nella

palma della mano e tiran su per le narici quel succo prezioso, onde

nulla vada perduto del loro divino narcotico. Aveva dunque ragione il

mio Sommier di dirmi, che i lapponi hanno tre Dei: il fuoco, il caffè e

il tabacco. Per me è fuor di dubbio che l’abuso del caffè e del tabacco

contribuisca assai a dare ai lapponi un nervosismo singolare, che tanto

spesso li porta alla allucinazione e a tutti i più strani isterismi

della fantasia; ma quei poveri uomini come potrebbero tollerare la loro

vita polare senza quei due alimenti nervosi?

I lapponi hanno tutti i caratteri più salienti dei popoli bassi.

Spensierati, inerti, o per eccezione, affaccendati; capricciosi e in

tutto simili ai nostri fanciulli. Sono i figli di una terra fra le più

sterili della terra, coperta dai ghiacci per tanti mesi dell’anno,

e nulla hanno fatto per tentar di corregger la terra e renderla più

feconda. L’ambiente li domina, non essi l’ambiente. Senza il renne

cesserebbero di esistere o si trasformerebbero (se pur fosse possibile)

con costumi o indole affatto diversi. D’inverno è notte eterna ed

essi dormono lunghissimamente: nell’estate il sole brilla sempiterno

sull’orizzonte ed essi dormono poco o nulla. Quando Forbes si

meravigliava di veder lavorare a Bosekop anche di notte e di veder la

gente dormir pochissimo e irregolarmente, gli si rispondeva: _abbiamo

tempo abbastanza per dormire nell’inverno_. Io però li ho veduti anche

nell’estate dormicchiare di giorno e di notte. Quando non hanno altro a

fare di meglio, si sdraiano lì per lì sopra il suolo, nel canto di una

via, sopra un mucchio di pietre o di tavole, e lì ammonticchiati gli

uni accanto agli altri sembrano fagotti di pellicce e di panni sudici.

Il vestito, la casa e la slitta del lappone dicono gran parte della sua

vita.

Se volete fare uno studio accurato del vestiario dei lapponi, leggete

il capitolo IV dell’opera del Knud Leem, già tante volte citata, e

che è uno dei migliori. Dopo più di un secolo quella brava gente si

veste ancora nello stesso modo, senza sacrificare alla capricciosa Dea

della moda. Hanno sempre i loro calzoni di pelle di renna, la loro

grande casacca di pelliccia di renna, le loro scarpe di pelliccia

di renna, e i loro svariati berretti. Pare soltanto che nel secolo

scorso portassero più spesso il _kersey_ o berretto in forma di pan

di zucchero. Le donne si distinguono dagli uomini quasi unicamente

per la copertura del capo, che ora è una cuffia, ora un elmo di legno

coperto di stoffe dai vivi colori. La camicia, le calze, tutto ciò che

è bisogno urgente di pulizia per tutti noi, brilla per la sua assenza e

non so davvero capire come l’abitudine possa render loro sopportabili

quelle ruvide pelliccie, che d’estate portano col pelo infuori e

nell’inverno col pelo in dentro. In questa stagione al di sopra della

prima casacca pelosa ne portano una seconda col pelo all’esterno e

aggiungono spesso un terzo vestimento di panno. Per i più ricchi o

i _lyons_ questo vestito si sostituisce nella stagione calda alle

pelliccie. Non portano mai quel soprabito di pelle d’intestino di foca

o di balena, che in altre razze iperboree impedisce che la neve si

appiccichi al pelo e formi una irta crosta di ghiacciuoli.

La calzatura è la parte più originale e civettuola del vestito lappone.

Sono scarpe di pelle di renna col pelo all’infuori, che si fermano

con lunghi lacciuoli di lana intrecciati sopra il calzone di pelle e

sono imbottite di morbido fieno, che chiamano _sueinek_ e i norvegiani

dicono _sene, senne, sennegraes_ o _lap-renne_ o _komagraes_. I

lapponi svedesi lo chiamano invece col nome di _kappnocksuini_, e gli

svedesi _lapsko-graes_. È il _Carex vesicaria_ di Linneo. I lapponi

portano spesso sopra di sè anche un’altra specie di odorosissimo fieno

(l’_Anthoxantum odoratum_) che nascondono nel petto e sotto le ascelle

per profumarsi. È questa davvero una leccornia epicurea, che non si

crederebbe trovare in un popolo di gusti così semplici e selvaggi.

La casa si distingue in quella d’inverno e in quella d’estate. Avete

già veduto nella gita a Ojung come sia fatta la prima, ma vi descriverò

meglio la povera porta di quella capanna collo stile pittoresco del

Leem:

_Janua tentorio ex tegillo laneo, in formam pyramidis secti conficitur,

cujus pars interior tendiculis, qualibus fumatus salmo distendi solet,

dispanditur. Hujusmodi tendiculis, quos zangak appellant lappones, si

careret tegillum, vicem januae praestare nequiret. Ad utrumque ostii

latus tenuis pertica birshiamas lapponice dicta, postium suppletura

defectum erigitur. Vento increbrescente, janua, quae superne tantum, et

quidem e solo loco, suspensa est, alberi perticarum alligatur, ita ut

ad illud latus, cui ventus instat, prorsus occlusa sit, quod ni factum

fuerit, perflante vento turbaretur in foco ignes, sufflaminatusque

fumus totum tentorium compleret_[10].

Quando un lappone in un viaggio marittimo deve sbarcare sovra una costa

deserta, con tre remi e un pezzo di stoffa si improvvisa una capanna.

E poco diverso da questa è la tenda d’estate fatta di tela e rami

d’albero.

La capanna dei lapponi pescatori non ha forse di diverso che un

_umbraculum_ sul tetto, che si cambia di posizione per difendere

l’interno dalle correnti del vento. Questi lapponi di mare, prima di

coricarsi, spengono ogni traccia di fuoco, gli altri non lo fanno,

lasciando invece spengere il fuoco da sè e accontentandosi della luce

morente del focolare. I pescatori vogliono invece la luce continua di

una lampada, che si improvvisa con una conchiglia, dello stoppino di

alghe, e dell’olio di pesce.

Ogni capanna fissa di lapponi ha un’appendice, che dicesi _loaavve_,

e che è un graticcio di tronchi e rami d’albero, ai quali appendono le

corna delle renne, e i loro utensili più rozzi e le loro slitte. È in

tutto e per tutto la _ramada_ degli argentini.

La _gedge-borra_ è una cantina o buca sotterranea, dove nell’eterno

gelo del suolo profondo conservano le carni e il latte delle loro

renne.

Nelle capanne del lappone il mobilio è proprio ridotto al minimo

possibile: non sedie, non tavole (_nullae sellae, mensae nullae_, dice

il Leem), ma pelliccie distese sopra rami di betula. Quello è il loro

letto e la loro copertura, dove entrano vestiti. Anche i ciukci hanno

il loro letto fatto di uno spesso strato di _Andromeda tetragona_ e di

pelli di foca o nei più ricchi di renna o di orso. Una sola pertica

di legno separa presso i lapponi un letto dall’altro e l’ingenuo

nostro prevosto mostra le conseguenze immediate di questa intimità:

_Alter tamen alteri adeo vicinus est, ut parentes liberos, hi servos

et viceversa cubantes, manibus si velit, contingere et contractare

possint_[11]. Ed oggi io non ho più veduto neppure quella povera e

pudica pertica isolatrice.

Anche in quelle poverissime capanne e con tanta promiscuità di sessi e

di membra esiste una gerarchia.

Dirimpetto alla porta il fuoco e il fumo impediscono che il freddo

esterno penetri direttamente, ed è quindi quello il posto d’onore

del padrone di casa e della sua consorte. I figli stanno ai lati dei

genitori e i servi stanno naturalmente dove si sta peggio, cioè accanto

alla porta. Quando entra un ospite, gli si cede il posto migliore e il

padrone va a collocarsi alla porta.

Il Leem distingue presso i lapponi quattro specie di slitte:

La _giet-kierres_, o slitta a mano; è tutta aperta ed è così leggera

che facilmente può portarsi sulle spalle d’un uomo.

La _raido-kierres_, o carro per i bagagli, aperta come la prima, ma

che si copre con pelli di renne, ed è più grande e più alta della

_giet-kierres_.

La _pulke_, somigliante alla prima, ma incatramata esternamente e

aperta soltanto nella parte posteriore; chiusa al davanti da una pelle

di foca, che ricopre le gambe. È la più usata per il trasporto degli

uomini.

La _Lok-kierres_ coperta pure di pece, e serve a portare i

commestibili; è più grande della _pulke_ e della _giet-kierres_[12].

Il lappone passa gran parte della sua vita in queste sue slitte. Il

pescatore non muta soggiorno che in primavera ed in autunno, ma il

_fieldlappe_ è sempre in viaggio: _Haud secus ac veteres Scythae, de

quibus in historia fecerunt, hodieque faciunt Arabes ac Tartari, semper

mobiles sunt, semper vagi, non eadem sede et loco diu contenti_.

Sono i viaggi per portar le renne alla costa nell’estate o quelli

di ritorno sul finire dell’autunno; sono le corse per cercar nuovi

pascoli o sono anche lunghi pellegrinaggi per far visite a parenti od

amici. Il van Duben, che parla di questi viaggi di cortesia, aggiunge

maliziosamente, che in essi i rapporti fra i due sessi sono molto

liberi e che se ne vedono spesso anche gli effetti, benchè anche i

più recenti viaggiatori parlino con entusiasmo dei buoni costumi dei

lapponi.

Nelle carovane il _paterfamilias_ va davanti a tutti e dietro a lui

tutte le altre slitte. Dove è il bambino è sempre la madre, che spesso

getta le briglie sul collo della renna e anche nel più rigido inverno

apre il seno e lo porge al bambino. Il renne corre serpeggiando e il

lappone butta le briglie sul collo dell’animale ora a dritta ed ora a

manca, secondo la direzione che vuol prendere. Quando un renne focoso

corre troppo, si lega alla slitta che gli sta davanti. Spesso si legano

molte slitte insieme e un solo lappone nella prima le guida tutte. È

incredibile vedere come quella gente sappia orientarsi senza bussola

in quelle pianure tutte bianche. Anche quando la neve cade così fitta,

da impedire al condottiero di vedere l’animale che lo tira, essi

non smarriscono mai la strada. Una pietra, un’ondulazione di terreno

bastano per contrassegno e nella notte servon loro di guida le stelle,

delle quali conoscono parecchie. Le Pleiadi ebbero dai lapponi un nome

molto poetico: quello di _nieid-gierreg_ o _famiglia di vergini_.

I ricchi si fanno sempre trascinare da rangiferi maschi castrati, i

poveri dalle femmine; ciò che mi ricorda il _gaucho_ argentino, che non

monterebbe una cavalla per tutto l’oro del mondo.

La renna è il compagno inseparabile del lappone e anche nei libri più

popolari trovate inni di poesia indirizzati a questo animale, che porge

all’uomo iperboreo la sua forza, le sue carni, il suo latte, la sua

pelle e i suoi tendini per farne il filo da cucire.

La renna è un animale semidomestico, che si lascia difficilmente domare

ed educare al tiro. Anche per mungerlo conviene legarlo e il suo latte

è meno copioso di quello d’una capra. Vien castrato coi denti, colla

schiacciatura del cordone spermatico (_admoto ore, dentibus contundit_,

Leem). Il renne si è adattato alla vita nomade del lappone e riesce

a farsi carnivoro in casi di grande carestia, mangiando i sorci e una

pasta fatta di teste e lische di pesci miste a paglia, ad alghe (_Fucus

serratus_) e ad olio di pesce. Avidissimo dell’orina umana, la ricerca

avidamente, rompendo la neve colle sue zampe. Ciò spiegherebbe anche la

loro avidità per l’acqua di mare.

E qui, se mi permettete, lascio la parola al mio illustre amico, il

prof. Friis, il quale nel suo libro sulla Lapponia, descrive con molta

evidenza i costumi vagabondi di quella gente, ch’egli ha studiato con

tanto amore:

Un viaggio in Lapponia coll'amico Stephen Sommier · 第 26 / 96 题