CAPITOLO QUARTO

L’AMBIENTE SCANDINAVO — IL MARE, IL FREDDO E IL SILENZIO — IL

CARATTERE DEGLI SCANDINAVI.

Ogni paese ha il proprio ambiente, e finchè noi non l’abbiamo respirato

e assorbito, sicchè penetri nelle ultime venuzze del nostro organismo,

non possiamo dire di conoscere la nuova terra, che vogliamo studiare o

descrivere.

È una certa quantità e movenza d’aria e di luce, è un certo tepore di

fiati umani, è un particolare profumo, che emana la terra; son certi

colori dominanti nel cielo o nelle case; son certi suoni che danno le

cose morte e le cose vive, incontrandosi tra di loro; son certi profili

di donna e caratteri di uomo che si incontrano o si scontrano coi

nostri gusti estetici; son correnti ascose di simpatie o di antipatie;

infine è tutta quanta un’atmosfera fisica e morale che ci circonda e

per i cinque sensi del cervello e per le mille associazioni del nostro

passato ci lega coll’odio o coll’amore al paese, che percorriamo per la

prima volta.

L’ambiente scandinavo è dei più caratteristici, ch’io m’abbia

conosciuto nei miei molti e lunghi viaggi; e se le cose del nostro

mondo interiore potessero fotografarsi, come si fa di quelle che

si mettono dinanzi all’obiettivo della camera oscura, io sento che

ritrarrei fedele e viva l’immagine di quel mondo polare, perchè me lo

sento nel cuore e nel cervello come cosa mia.

Quel mondo è freddo e dovrebbe accapponare i larghi pori beanti della

nostra pelle italiana: quel paese è deserto e dovrebbe contristare

i nostri occhi, abituati a trovare un villaggio sopra ogni pendice e

una borgata in ogni vetta; quelli uomini son muti e il nostro orecchio

educato alla gaia gazzarra degli interminabili cicalecci dovrebbe aver

sete colà di parole e di canti; quelle terre sono sepolte per otto

mesi sotto un funebre lenzuolo di ghiacci, e noi cresciuti all’ombra

di lauri sempiterni e fra le dorate spighe dovremmo avere in orrore

quel suolo di desolazione e di geli. Eppure nulla di tutto questo: la

Scandinavia ha per noi un fascino misterioso, che ci attrae, che ci

innamora, che ci lascia un lungo ricordo più caro ancora del godimento

stesso. L’amor del contrasto, la concentrazione intima, profonda,

misteriosa della vita in piccoli punti separati da immensi deserti;

la festa ciclopica di un’estate, che non si stanca di un sole di

tre mesi; i frastagli infiniti di una terra, che in mille amplessi

s’intreccia con un mare turbolento; e una grandezza triste nella natura

e un’ingenuità piena di forza e di verginità negli uomini, son cose

tutte nuove per noi e che sodisfano ad un tratto gusti sani e vergini,

che non avevamo forse sospettato di avere, o appena presentito nelle

giovani ore della vita, quando il desiderio è una luce indistinta, che

indora tutto ciò che tocca.

L’uomo nella Scandinavia sembra sbarcato sulla terra e pronto a

ripigliare il mare, donde è venuto. Là il mare è tutto, la terra nulla:

qui la vita avara, stenta, breve; là la vita feconda, inesauribile,

sempiterna. Le isole son tante, che appena le puoi numerare, ma la

terra ferma è isola anch’essa e le coste, non le vie, segnano la strada

al viaggiatore. Suprema voluttà dei signori di Stocolma e di Cristiania

è quella di bordeggiare in un elegante _yacht_ nei loro _fiords_ e nei

loro fiumi; e nel Mar Glaciale ti incontri ad ogni momento in barche

guidate da braccia di donna. E la pesca è più che mezza la vita di

quella gente, e segue nelle sue vicende capricciose l’alto e il basso

della ricchezza nazionale. Le aringhe, che ora è un secolo, affollavano

le acque di Gotaborg, sparvero a un tratto al principio di questo; poi

a poco a poco ritornarono, finchè nell’inverno 1878-79 si lasciarono

vedere a stormi, a coorti, a legioni. A questi salti corrispondono

cifre diverse di mortalità, di ricchezza; corrispondono la prosperità e

la miseria di tutto un popolo. Quando le aringhe si mostrano numerose

verso la fine dell’estate, nei fiordi della Lapponia, la tristezza

è universale, perchè i pescatori sanno per lunga esperienza, che le

aringhe e i merluzzi non frequentano mai successivamente le stesse

acque nello stesso anno. Quando invece vi son poche aringhe, si

costruiscono nuove barche, si apprestano lenze e reti e si pregusta la

gioia della ricchezza vicina.

Il mare, trasformato nella via maestra di tutti, rende uomini e

donne coraggiosi e robusti; e certe svenevolezze isteriche delle

nostre signore e certe scrofole dell’animo, comuni a tanti nostri

giovani ingialliti alla ribalta dei teatri o nell’afa dei caffè, sono

impossibili in quel paese, tutto imbevuto del salso aroma dell’onda.

Per una fanciulla norvegiana, andare da Tromsoe a Bergen, per visitare

un’amica o una parente, è una gita di piacere, e basti gettare uno

sguardo sulla carta geografica per misurare la lunghezza di quella

corsa.

Quando poi tu sei sbarcato su quel lembo strettissimo di terra, chiuso

per ogni parte dall’Oceano, ti par sempre di doverti incontrare in

belve preistoriche, che hai sognate in qualche notte insonne della

tua fanciullezza. Temi o speri ad ogni momento di imbatterti in un

rangifero dalle lunghe corna, in un alce ciclopico, in un orso bianco,

o in una frotta di lupi[4]. Dove non vi son uomini, la terra dovrebbe

essere in balìa delle fiere.

E invece quella terra è in balìa del silenzio, che forma la nota più

caratteristica e, per noi italiani, più sorprendente di quella bella

e cara Scandinavia. Io non mi sapevo dar pace per quella mutolezza

continua di tutta la natura. Non fragore di tuoni nel cielo, non

frangersi d’onde nel mare, non canti di fanciulle nel campo; non cicale

sugli alberi, non grilli nei prati: muta la terra, muti gli uccelli e

i quadrupedi, muti gli uomini e i fanciulli, muti i cani e gl’insetti.

Tutta quanta la natura sommersa in un silenzio infinito, in una serena

e tranquilla contemplazione di se stessa. Non dimenticherò mai la

strana impressione di una mia passeggiata in un bosco di pini, che sta

intorno alla stazione di Kopang, nell’altipiano della Norvegia. La casa

d’alloggio era tutta di legno, a grosso bugnato; sulla porta due grandi

teste cornute di renne e al primo e unico piano, un terrazzino poetico

con sedie di rami intrecciati di nocciuolo. Nelle spianata, che stava

davanti alla casa, un microscopico palazzino albergava i colombi, che

sul far della sera, silenziosi accorrevano al loro asilo notturno.

Neppur quei colombi tubavano, ma mordendosi silenziosi coi becchi si

davano l’ultimo bacio, accavallandosi amorosamente gli uni sugli altri

e corruscando con un muto tremito le loro penne. Più in là abbandonato

il treno sulla ferrovia, senza strider di ferri, nè grido di uomini.

Nella casa di posta tutto taceva. Escii a passeggio nella foresta di

pini, dove non un uccello cantava, o faceva stormir le foglie; non

un insetto sussurrava. Il silenzio mi affascinava e mi assorbiva nei

misteri della sua impenetrabilità; a un tratto rimarcai, quasi con

terrore, che non udiva neppure il rumore dei miei passi; i cespugli

di mirtilli erano adagiati sul molle cuscino del lichene rangiferino

e anche i miei passi si smorzavano in quel tappeto molle e soave, che

sembrava messo lì per togliere ogni rumore e non disturbare i sonni

eterni della natura. Ebbi quasi paura di non esser più vivo, pensai che

forse la mia coscienza di sentirmi vivo, non era che un ricordo di una

vita già spenta e che si andava anch’essa disciogliendo nell’infinito

di quel silenzio; e preso da uno strano capriccio picchiai col

bastone sul tronco d’un albero. Quel rumore rimase solo e si spense

senza un’eco, senza una risposta di spavento o di sorpresa d’uomini o

d’animali; quel rumore mi sembrò una profanazione e non lo ripetei più,

immergendomi tutto quanto in quel mistero affascinatore.

E se tu pensi, che a quel silenzio si associa per otto o nove mesi

dell’anno anche un altro compagno più muto che mai, il freddo; potrai

indovinare qual concentrazione di sè in sè debba venire agli uomini di

quelle terre. Fra noi la casa è un rifugio contro il sole, è un nido

per deporvi il nostro riposo o il nostro amore; ma la vera nostra casa

è l’aperto campo, che ha per soffitta il cielo azzurro e per pareti le

lontane cortine dei monti e dei colli. Per lo scandinavo la casa è il

guscio dell’ostrica, è l’elitra del coleottero, è una seconda pelle,

quasi viva come l’altra, che ci ha tessuto la mamma, e forse più calda

di quella. Togliere la casa all’uomo del nord è strappare il guscio

all’ostrica, l’elitra all’insetto; è straziare e metterne a nudo le

viscere. E in quelle case, dove si passano notti che durano mesi, ogni

tavola di legno, ogni libro, ogni porta, ogni gradino di scala e ogni

quadro si imbeve di emanazioni umane, di desiderii e di ricordi; e la

casa vive, palpita, pensa, s’accende e si agghiaccia insieme all’uomo,

che vi dimora. Di qui un’intimità profonda della famiglia; di qui le

lunghe meditazioni solitarie, che rafforzano la dignità della coscienza

e le interminabili letture, fatte in comune, che raddoppiano le più

care famigliarità del pensiero e affinano le più celate delicatezze del

cuore.

In quelle case di Svezia e di Norvegia anche il giardino entra in casa

e ne fa parte, e gli architetti hanno dovuto raddoppiare le finestre,

non tanto a far più aperte e larghe le vie della luce, quanto per

render possibile la vita ai fiori, che quelle donne coltivano con arte

infinita. Io ho veduto nelle sale dei signori di Tromsoe, a quasi 70°

di lat. nord, le più belle rose, le più belle margherite del mondo;

perfino _cactus_ fiammanti del tropico.

Marmier vide una signora di Tromsoe piangere di commozione per un ramo

fiorito di _lillac_, che suo marito le aveva portato da Cristiania. —

Oh Dio mio! gridava essa, sono sette anni, che non ho veduto nulla di

simile. — Era il ricordo dell’infanzia, il ricordo di un paese che per

lei era più ricco di sole, più ricco di fiori.

Il freddo ha molte altre virtù; il freddo rallenta ogni atto della

vita e rallentando conserva. Uno di noi vede, e non ha visto ancora che

ama ed odia, adora o disprezza e nel vortice di un incendio subitaneo

s’accende, divampa e si spegne. L’uomo del nord vede e pensa e poi

ripensa ancora, per poter precisare se sente davvero e come sente.

Domani e posdomani ancora il lento pensiero lo condurrà ad un lungo

travaglio per deliberare e fare. Intanto le sorprese dei sensi e le

intemperanze della passione riescono impossibili e l’uomo si conserva

più immacolato e più sereno.

La lentezza a rispondere, a decidersi, a capire ci impazienta sulle

prime, ma poi ci persuade, che essa è una quasi virtù. Una volta

Marmier s’impazientì in una casa di posta, per aver aspettato tre ore

il cambio dei cavalli per il suo _kärra_. Allora il maestro di posta

gli si avvicinò con un’aria solenne, dicendogli: — Come, signor mio,

voi vi lamentate per aver atteso i vostri cavalli tre ore? Si aspettano

qualche volta anche quattro ore.

A questa lentezza va però congiunta una grande tenacità di sentimento.

Dopo parecchi anni di assenza voi potete esser sicuri di ritrovar

sulle istesse labbra lo stesso sorriso di un’amicizia, che non

ha dimenticato. Aggiungete a tutto questo una semplicità ingenua,

un’onestà profonda, una naturalezza seducentissima, tutte quelle virtù

simpatiche, che poggiano sul fondo d’una sincerità spontanea. Io non

ho veduto mai una barba tinta, una capigliatura posticcia, io mi son

sentito nell’ambiente scandinavo come trasportato in un mondo antico,

come in un paradiso terrestre, prima del peccato di Eva; mi son sentito

come lavato e purificato delle cento e una ipocrisie, colle quali ci si

tinge, ci si maschera, ci si traveste ogni giorno, ogni ora della vita.

Io ho trovato in quella terra ghiacciata una società umana fondata

sulla reciproca stima; mentre fra noi vedo una società, che appoggia le

sue leggi, i suoi costumi sopra una mutua diffidenza, tantochè una metà

dei cittadini è incaricata di vigilar l’altra[5].

Nè crediate che io, idealizzando, esageri; no, anche là vi sono vizii e

delitti, anche là si beve a iosa e si amano le femmine libertine, ma il

vizio è un episodio o una malattia; non è penetrato in tutte le vene,

in tutte le fibre, in tutte le midolle delle ossa. Là, non ho veduto

in ogni via un birro, e in ogni stazione un carabiniere; là io mi son

sentito libero da quell’inquisizione quotidiana, lenta, tirannica

dell’esattore, del prete o del giudice. Là ho veduto le ombrelle

lasciate sulle vie per non bagnare le scale. Là ho veduto tutte le

notti le botteghe del gioielliere non chiuse da imposte di legno, ma

solo difese da un fragile vetro, e là ho saputo che tutta la grande

città di Trondhiem non aveva che otto poliziotti; e anche quelli non

escivano mai dalla caserma, per mancanza di occupazione!

Ma sarà dunque vero, che l’uomo non si moralizza, che quando è tenuto

nel ghiaccio, a guisa della carne, che non si conserva che sotto

la neve? Ma sarà dunque vero, che quello stesso sole, che accende

il nostro sangue agli impeti della passione, ci infiammi alla bassa

lussuria; che quella stessa luce, che ci abbrucia le carni e ci esalta

i nervi, ci conduca all’ombra dell’ipocrisia, ai tradimenti e al

delitto? Ma sarà dunque inesorabile questa sentenza, che vuole concessa

all’uomo una sola virtù, o quella dell’impeto o quella della tenacità?

Non potremo dunque mai, noi altri figli del cielo azzurro, aspirare

alla luce serena e sempiterna degli astri, per divampare soltanto nelle

eruzioni dei vulcani o per ardere nelle afe della canicola?

L’ardua sentenza ai posteri; noi per ora accontentiamoci di salutare

con amore quella terra vergine del nord, dove gli uomini son così

sinceri, le donne così serene e la libertà non è scritta soltanto sulle

superbe tavole di bronzo delle nostre leggi; ma è fusa nel sangue e

nelle carni di ogni cittadino dal re al lappone, e forma la prima luce

di quel cielo inclemente, la prima nobiltà di quella gente operosa e

valente.

Un viaggio in Lapponia coll'amico Stephen Sommier · 第 24 / 96 题