L’AMBIENTE SCANDINAVO — IL MARE, IL FREDDO E IL SILENZIO — IL
CARATTERE DEGLI SCANDINAVI.
Ogni paese ha il proprio ambiente, e finchè noi non l’abbiamo respirato
e assorbito, sicchè penetri nelle ultime venuzze del nostro organismo,
non possiamo dire di conoscere la nuova terra, che vogliamo studiare o
descrivere.
È una certa quantità e movenza d’aria e di luce, è un certo tepore di
fiati umani, è un particolare profumo, che emana la terra; son certi
colori dominanti nel cielo o nelle case; son certi suoni che danno le
cose morte e le cose vive, incontrandosi tra di loro; son certi profili
di donna e caratteri di uomo che si incontrano o si scontrano coi
nostri gusti estetici; son correnti ascose di simpatie o di antipatie;
infine è tutta quanta un’atmosfera fisica e morale che ci circonda e
per i cinque sensi del cervello e per le mille associazioni del nostro
passato ci lega coll’odio o coll’amore al paese, che percorriamo per la
prima volta.
L’ambiente scandinavo è dei più caratteristici, ch’io m’abbia
conosciuto nei miei molti e lunghi viaggi; e se le cose del nostro
mondo interiore potessero fotografarsi, come si fa di quelle che
si mettono dinanzi all’obiettivo della camera oscura, io sento che
ritrarrei fedele e viva l’immagine di quel mondo polare, perchè me lo
sento nel cuore e nel cervello come cosa mia.
Quel mondo è freddo e dovrebbe accapponare i larghi pori beanti della
nostra pelle italiana: quel paese è deserto e dovrebbe contristare
i nostri occhi, abituati a trovare un villaggio sopra ogni pendice e
una borgata in ogni vetta; quelli uomini son muti e il nostro orecchio
educato alla gaia gazzarra degli interminabili cicalecci dovrebbe aver
sete colà di parole e di canti; quelle terre sono sepolte per otto
mesi sotto un funebre lenzuolo di ghiacci, e noi cresciuti all’ombra
di lauri sempiterni e fra le dorate spighe dovremmo avere in orrore
quel suolo di desolazione e di geli. Eppure nulla di tutto questo: la
Scandinavia ha per noi un fascino misterioso, che ci attrae, che ci
innamora, che ci lascia un lungo ricordo più caro ancora del godimento
stesso. L’amor del contrasto, la concentrazione intima, profonda,
misteriosa della vita in piccoli punti separati da immensi deserti;
la festa ciclopica di un’estate, che non si stanca di un sole di
tre mesi; i frastagli infiniti di una terra, che in mille amplessi
s’intreccia con un mare turbolento; e una grandezza triste nella natura
e un’ingenuità piena di forza e di verginità negli uomini, son cose
tutte nuove per noi e che sodisfano ad un tratto gusti sani e vergini,
che non avevamo forse sospettato di avere, o appena presentito nelle
giovani ore della vita, quando il desiderio è una luce indistinta, che
indora tutto ciò che tocca.
L’uomo nella Scandinavia sembra sbarcato sulla terra e pronto a
ripigliare il mare, donde è venuto. Là il mare è tutto, la terra nulla:
qui la vita avara, stenta, breve; là la vita feconda, inesauribile,
sempiterna. Le isole son tante, che appena le puoi numerare, ma la
terra ferma è isola anch’essa e le coste, non le vie, segnano la strada
al viaggiatore. Suprema voluttà dei signori di Stocolma e di Cristiania
è quella di bordeggiare in un elegante _yacht_ nei loro _fiords_ e nei
loro fiumi; e nel Mar Glaciale ti incontri ad ogni momento in barche
guidate da braccia di donna. E la pesca è più che mezza la vita di
quella gente, e segue nelle sue vicende capricciose l’alto e il basso
della ricchezza nazionale. Le aringhe, che ora è un secolo, affollavano
le acque di Gotaborg, sparvero a un tratto al principio di questo; poi
a poco a poco ritornarono, finchè nell’inverno 1878-79 si lasciarono
vedere a stormi, a coorti, a legioni. A questi salti corrispondono
cifre diverse di mortalità, di ricchezza; corrispondono la prosperità e
la miseria di tutto un popolo. Quando le aringhe si mostrano numerose
verso la fine dell’estate, nei fiordi della Lapponia, la tristezza
è universale, perchè i pescatori sanno per lunga esperienza, che le
aringhe e i merluzzi non frequentano mai successivamente le stesse
acque nello stesso anno. Quando invece vi son poche aringhe, si
costruiscono nuove barche, si apprestano lenze e reti e si pregusta la
gioia della ricchezza vicina.
Il mare, trasformato nella via maestra di tutti, rende uomini e
donne coraggiosi e robusti; e certe svenevolezze isteriche delle
nostre signore e certe scrofole dell’animo, comuni a tanti nostri
giovani ingialliti alla ribalta dei teatri o nell’afa dei caffè, sono
impossibili in quel paese, tutto imbevuto del salso aroma dell’onda.
Per una fanciulla norvegiana, andare da Tromsoe a Bergen, per visitare
un’amica o una parente, è una gita di piacere, e basti gettare uno
sguardo sulla carta geografica per misurare la lunghezza di quella
corsa.
Quando poi tu sei sbarcato su quel lembo strettissimo di terra, chiuso
per ogni parte dall’Oceano, ti par sempre di doverti incontrare in
belve preistoriche, che hai sognate in qualche notte insonne della
tua fanciullezza. Temi o speri ad ogni momento di imbatterti in un
rangifero dalle lunghe corna, in un alce ciclopico, in un orso bianco,
o in una frotta di lupi[4]. Dove non vi son uomini, la terra dovrebbe
essere in balìa delle fiere.
E invece quella terra è in balìa del silenzio, che forma la nota più
caratteristica e, per noi italiani, più sorprendente di quella bella
e cara Scandinavia. Io non mi sapevo dar pace per quella mutolezza
continua di tutta la natura. Non fragore di tuoni nel cielo, non
frangersi d’onde nel mare, non canti di fanciulle nel campo; non cicale
sugli alberi, non grilli nei prati: muta la terra, muti gli uccelli e
i quadrupedi, muti gli uomini e i fanciulli, muti i cani e gl’insetti.
Tutta quanta la natura sommersa in un silenzio infinito, in una serena
e tranquilla contemplazione di se stessa. Non dimenticherò mai la
strana impressione di una mia passeggiata in un bosco di pini, che sta
intorno alla stazione di Kopang, nell’altipiano della Norvegia. La casa
d’alloggio era tutta di legno, a grosso bugnato; sulla porta due grandi
teste cornute di renne e al primo e unico piano, un terrazzino poetico
con sedie di rami intrecciati di nocciuolo. Nelle spianata, che stava
davanti alla casa, un microscopico palazzino albergava i colombi, che
sul far della sera, silenziosi accorrevano al loro asilo notturno.
Neppur quei colombi tubavano, ma mordendosi silenziosi coi becchi si
davano l’ultimo bacio, accavallandosi amorosamente gli uni sugli altri
e corruscando con un muto tremito le loro penne. Più in là abbandonato
il treno sulla ferrovia, senza strider di ferri, nè grido di uomini.
Nella casa di posta tutto taceva. Escii a passeggio nella foresta di
pini, dove non un uccello cantava, o faceva stormir le foglie; non
un insetto sussurrava. Il silenzio mi affascinava e mi assorbiva nei
misteri della sua impenetrabilità; a un tratto rimarcai, quasi con
terrore, che non udiva neppure il rumore dei miei passi; i cespugli
di mirtilli erano adagiati sul molle cuscino del lichene rangiferino
e anche i miei passi si smorzavano in quel tappeto molle e soave, che
sembrava messo lì per togliere ogni rumore e non disturbare i sonni
eterni della natura. Ebbi quasi paura di non esser più vivo, pensai che
forse la mia coscienza di sentirmi vivo, non era che un ricordo di una
vita già spenta e che si andava anch’essa disciogliendo nell’infinito
di quel silenzio; e preso da uno strano capriccio picchiai col
bastone sul tronco d’un albero. Quel rumore rimase solo e si spense
senza un’eco, senza una risposta di spavento o di sorpresa d’uomini o
d’animali; quel rumore mi sembrò una profanazione e non lo ripetei più,
immergendomi tutto quanto in quel mistero affascinatore.
E se tu pensi, che a quel silenzio si associa per otto o nove mesi
dell’anno anche un altro compagno più muto che mai, il freddo; potrai
indovinare qual concentrazione di sè in sè debba venire agli uomini di
quelle terre. Fra noi la casa è un rifugio contro il sole, è un nido
per deporvi il nostro riposo o il nostro amore; ma la vera nostra casa
è l’aperto campo, che ha per soffitta il cielo azzurro e per pareti le
lontane cortine dei monti e dei colli. Per lo scandinavo la casa è il
guscio dell’ostrica, è l’elitra del coleottero, è una seconda pelle,
quasi viva come l’altra, che ci ha tessuto la mamma, e forse più calda
di quella. Togliere la casa all’uomo del nord è strappare il guscio
all’ostrica, l’elitra all’insetto; è straziare e metterne a nudo le
viscere. E in quelle case, dove si passano notti che durano mesi, ogni
tavola di legno, ogni libro, ogni porta, ogni gradino di scala e ogni
quadro si imbeve di emanazioni umane, di desiderii e di ricordi; e la
casa vive, palpita, pensa, s’accende e si agghiaccia insieme all’uomo,
che vi dimora. Di qui un’intimità profonda della famiglia; di qui le
lunghe meditazioni solitarie, che rafforzano la dignità della coscienza
e le interminabili letture, fatte in comune, che raddoppiano le più
care famigliarità del pensiero e affinano le più celate delicatezze del
cuore.
In quelle case di Svezia e di Norvegia anche il giardino entra in casa
e ne fa parte, e gli architetti hanno dovuto raddoppiare le finestre,
non tanto a far più aperte e larghe le vie della luce, quanto per
render possibile la vita ai fiori, che quelle donne coltivano con arte
infinita. Io ho veduto nelle sale dei signori di Tromsoe, a quasi 70°
di lat. nord, le più belle rose, le più belle margherite del mondo;
perfino _cactus_ fiammanti del tropico.
Marmier vide una signora di Tromsoe piangere di commozione per un ramo
fiorito di _lillac_, che suo marito le aveva portato da Cristiania. —
Oh Dio mio! gridava essa, sono sette anni, che non ho veduto nulla di
simile. — Era il ricordo dell’infanzia, il ricordo di un paese che per
lei era più ricco di sole, più ricco di fiori.
Il freddo ha molte altre virtù; il freddo rallenta ogni atto della
vita e rallentando conserva. Uno di noi vede, e non ha visto ancora che
ama ed odia, adora o disprezza e nel vortice di un incendio subitaneo
s’accende, divampa e si spegne. L’uomo del nord vede e pensa e poi
ripensa ancora, per poter precisare se sente davvero e come sente.
Domani e posdomani ancora il lento pensiero lo condurrà ad un lungo
travaglio per deliberare e fare. Intanto le sorprese dei sensi e le
intemperanze della passione riescono impossibili e l’uomo si conserva
più immacolato e più sereno.
La lentezza a rispondere, a decidersi, a capire ci impazienta sulle
prime, ma poi ci persuade, che essa è una quasi virtù. Una volta
Marmier s’impazientì in una casa di posta, per aver aspettato tre ore
il cambio dei cavalli per il suo _kärra_. Allora il maestro di posta
gli si avvicinò con un’aria solenne, dicendogli: — Come, signor mio,
voi vi lamentate per aver atteso i vostri cavalli tre ore? Si aspettano
qualche volta anche quattro ore.
A questa lentezza va però congiunta una grande tenacità di sentimento.
Dopo parecchi anni di assenza voi potete esser sicuri di ritrovar
sulle istesse labbra lo stesso sorriso di un’amicizia, che non
ha dimenticato. Aggiungete a tutto questo una semplicità ingenua,
un’onestà profonda, una naturalezza seducentissima, tutte quelle virtù
simpatiche, che poggiano sul fondo d’una sincerità spontanea. Io non
ho veduto mai una barba tinta, una capigliatura posticcia, io mi son
sentito nell’ambiente scandinavo come trasportato in un mondo antico,
come in un paradiso terrestre, prima del peccato di Eva; mi son sentito
come lavato e purificato delle cento e una ipocrisie, colle quali ci si
tinge, ci si maschera, ci si traveste ogni giorno, ogni ora della vita.
Io ho trovato in quella terra ghiacciata una società umana fondata
sulla reciproca stima; mentre fra noi vedo una società, che appoggia le
sue leggi, i suoi costumi sopra una mutua diffidenza, tantochè una metà
dei cittadini è incaricata di vigilar l’altra[5].
Nè crediate che io, idealizzando, esageri; no, anche là vi sono vizii e
delitti, anche là si beve a iosa e si amano le femmine libertine, ma il
vizio è un episodio o una malattia; non è penetrato in tutte le vene,
in tutte le fibre, in tutte le midolle delle ossa. Là, non ho veduto
in ogni via un birro, e in ogni stazione un carabiniere; là io mi son
sentito libero da quell’inquisizione quotidiana, lenta, tirannica
dell’esattore, del prete o del giudice. Là ho veduto le ombrelle
lasciate sulle vie per non bagnare le scale. Là ho veduto tutte le
notti le botteghe del gioielliere non chiuse da imposte di legno, ma
solo difese da un fragile vetro, e là ho saputo che tutta la grande
città di Trondhiem non aveva che otto poliziotti; e anche quelli non
escivano mai dalla caserma, per mancanza di occupazione!
Ma sarà dunque vero, che l’uomo non si moralizza, che quando è tenuto
nel ghiaccio, a guisa della carne, che non si conserva che sotto
la neve? Ma sarà dunque vero, che quello stesso sole, che accende
il nostro sangue agli impeti della passione, ci infiammi alla bassa
lussuria; che quella stessa luce, che ci abbrucia le carni e ci esalta
i nervi, ci conduca all’ombra dell’ipocrisia, ai tradimenti e al
delitto? Ma sarà dunque inesorabile questa sentenza, che vuole concessa
all’uomo una sola virtù, o quella dell’impeto o quella della tenacità?
Non potremo dunque mai, noi altri figli del cielo azzurro, aspirare
alla luce serena e sempiterna degli astri, per divampare soltanto nelle
eruzioni dei vulcani o per ardere nelle afe della canicola?
L’ardua sentenza ai posteri; noi per ora accontentiamoci di salutare
con amore quella terra vergine del nord, dove gli uomini son così
sinceri, le donne così serene e la libertà non è scritta soltanto sulle
superbe tavole di bronzo delle nostre leggi; ma è fusa nel sangue e
nelle carni di ogni cittadino dal re al lappone, e forma la prima luce
di quel cielo inclemente, la prima nobiltà di quella gente operosa e
valente.