Come vedi dalla data di questa lettera, anch’io sono finalmente sul
punto di ripassare il Circolo Artico, e mi ravvicino a tutto vapore
alla famiglia, agli amici. Pure, nonostante il piacere che ne provo,
dicendo addio a Tromsœ mi parve di dire addio ad un vecchio amico.
Quando ci arrivammo insieme appena sbocciavano le foglie della betula:
ora digià cadono, ingiallite dall’autunno.
Ho dunque vissuto un’estate intera della vita di Finmarkia e vi ho
quasi acquistato i diritti di cittadino! Se vi ho avuto delle ore
di scoraggiamento e di stanchezza, ne riporto anche tanti buoni
e piacevoli ricordi da far dimenticare quelle. E poi già, colla
lontananza le ombre spariscono da sè: quando avrò messo fra me e la
Finmarkia questi cinque giorni di mare (che col vento e la pioggia
di questi giorni sono un’_ombra_ molto scura) sono sicuro che tutti i
ricordi di quest’estate mi appariranno illuminati dalla medesima lieta
luce.
Nel mio ultimo breve soggiorno a Tromsœ ho voluto vedere più da vicino
i lapponi nei loro rapporti colle renne, e per questo sono andato
nell’isola di Qualö, a poche ore di distanza, a chiedere l’ospitalità
ad una famiglia di lapponi che vi ha la sua _gamme_. Quando vi arrivai
la sera, avevano nello steccato circa un 500 renne tutte femmine,
coi piccini di quest’anno che sono di già divezzati; le donne erano
occupate a mungerle, mentre gli uomini le acchiappavano col _lasso_
e le legavano ad un tronco di betula. È straordinario l’occhio che
quella gente ha per riconoscere le renne. In quel luogo vi erano otto
famiglie di lapponi, e le renne appartenevano un po’ ad ognuna di
queste famiglie. Non solo gli uomini non gettavano mai il _lasso_ ad un
animale che era già stato munto, ma neppure scambiavano mai una renna
di un altro con una propria.
A cena mi diedero della carne di renna fresca eccellente, del formaggio
fresco fatto in mia presenza, della ricotta e del latte fresco, tutte
cose ottime. Dopo che ebbero fumate parecchie pipe e chiacchierato
fra di loro, si sdraiarono sulle loro pelli di renna stese per terra
intorno al fuoco, ed io feci come loro. Per il lappone lo spogliarsi
per la notte consiste nel levarsi la cintura; alcuni si levano anche
gli stivali. In mezzo alla notte volli godere dello spettacolo, che
presentava la _gamme_ e mi alzai cheto cheto per non disturbare nè
uomini, nè cani. Una vecchia si era già alzata per fare il caffè per
gli uomini, che dovevano partire nelle prime ore del mattino per andare
coi loro cani a cercare un’altra mandra di renne e condurla nello
steccato.
La vecchia aveva gettato sul focolare nuove legna, che con la loro
fiamma rossa illuminarono una scena molto caratteristica. Dapprima
non vidi altro, guardando per terra, che un _pêle-mêle_ di pelli di
renna buttate là alla rinfusa; ma poco a poco potei distinguere qualche
testa d’uomo, di donna o di bambino che sbucava fuori, qualche stivale,
qualche piede nudo, qualche muso di cane. Pareva che fossero stati
tutti buttati lì a caso, senza ordine, senza direzione; impossibile
il contarli; fu solamente dopo, che seppi che eravamo stati quindici
_cristiani_ (compreso io) a dormire in quella _gamme_, con un numero
corrispondente di cani (delle altre bestie _minori_ che non dormivano,
ma furono molto _attive_ tutta la notte, sarebbe difficile il valutare
il numero, anche approssimativamente). Sul fuoco brontolava il bugliolo
del caffè ed appesi ai rami di betula inclinati, che formano la parete
della _gamme_, stavano appesi gli stomaci di renna pieni di sangue
o di latte, e le graticole di legno sulle quali stavano asciugando
i formaggi freschi. Fuori della _gamme_ splendeva la luna piena in
un cielo limpido, nel quale a tramontana la luce di un sole di pochi
gradi sotto l’orizzonte, si confondeva con quella di una debole aurora
boreale. Queste tre luci fuse insieme in un dolce ed armonioso chiarore
illuminavano profili arditi di monti nevosi, bracci di fjord, che
s’insinuano non si sa come fino in mezzo alle terre e la collinetta,
sulla quale le quattro _gamme_ che formano l’accampamento lappone,
mandavano ognuna una colonnetta di fumo nell’aria tranquilla della
notte.
La mattina ricevei dalle mani della padrona di casa una tazza di caffè
preparata ad uso lappone e la bevvi in parte per non offendere chi
me l’offriva, in parte per conoscere il lappone anche nella sua arte
culinare; però mi ci volle un grande sforzo per trangugiarla, e lo
capirai facilmente quando ti avrò detto che oltre al caffè ed al latte
di renna collo zucchero, conteneva un bel pezzo di burro di renna
strutto e diverse fette di cacio salato e stagionato che mandavano un
odore, che secondo le nostre idee armonizzava molto poco con quello del
caffè. Tutta la mattina i lapponi rimasero nella _gamme_, occupati alle
loro diverse faccende.
Un uomo faceva il burro; una donna faceva bollire della scorza di
salice per conciar le pelli; una altra stropicciava una pelle di renne
con un _rabot_ per renderla pieghevole; un’altra cuciva le _skalle_
(scarpe); un’altra faceva il filo coi tendini, alcuni battevano
il fieno che serve loro di calze e se lo rimettevano nelle scarpe,
operazione delicata e che richiede molta abitudine. Mentre erano così
occupati fumavano le loro pipe e chiacchieravano, dicendo probabilmente
anche delle barzellette, poichè di quando in quando tutta la compagnia
dava in scoppii di riso.
Verso mezzogiorno arrivarono le renne e dagli uomini e dai cani furono
cacciate nello steccato. Questa volta erano quasi tutti maschi, e non
meno numerosi di quelli della vigilia. Vidi come fanno i segni mediante
i quali li riconoscono, tagliando via dei pezzi dell’orecchio e
facendovi diverse incisioni col coltello, e come li castrano coi denti.
Vidi anche il modo barbaro col quale li ammazzano, ficcando un coltello
nel torace in modo che l’agonia dura un quarto d’ora.
Fra pochi giorni anche questi lapponi ritornano nell’interno, facendo
attraversare il Sund a nuoto alle loro renne. L’estate prossima
troveranno le loro _gamme_ come le lasciano, e le loro botti di latte
mescolato ad acetosa (miscuglio che ho assaggiato e trovato pessimo!)
che seppelliscono nei paduli ad una profondità sufficiente perchè non
gelino.