CAPITOLO III.

_Delle cose più notabili accadute nel governo di DON GIOVANNI DI

ZUNICA, Commendator Maggiore di Castiglia, e Principe di Pietrapersia:

sua condotta e leggi che ci lasciò._

Don Giovanni Zunica, secondogenito della Casa de' Conti di Miranda, di

cui sovente nel precedente libro si è avuta occasione di favellare,

quando, trovandosi Ambasciadore in Roma, trattò gli affari più gravi

di giurisdizione occorsi nel governo del Duca d'Alcalà, s'acquistò

nell'esercizio di quella carica, che tenne per molti anni in Roma,

fama di gran prudenza, e per l'occorrenze di allora, di sufficiente

perizia delle cose del Regno; tanto che trascelto dal Re Filippo per

nostro Vicerè, non ebbe egli a star lungo tempo ad istruirsi prima de'

nostri istituti e costumi. Fu per ciò l'elezione intesa con applauso, e

ciascuno dalla sua capacità e nota prudenza se ne prometteva un ottimo

governo. Nè la sua condotta fu contraria all'espettazione si avea di

lui; poichè giunto egli in Napoli a' 11 di novembre di quest'anno 1579,

diede in questo principio saggi ben chiari della sua magnificenza e

pietà; poichè ricusando quella vana pompa del Ponte solito farsi a

tutti i Vicerè, fu quello da lui donato all'Ospedale degl'Incurabili,

dono che alla Città era costato 1500 scudi[327].

§. I. _Spedizione di Portogallo._

Ma i grandi avvenimenti, che occorsero a' suoi tempi, resero questo

governo assai segnalato e memorando: mentr'egli reggeva il Regno

accadde la spedizione di Portogallo, nella quale vi ebbe ancor egli

qualche parte per lo denaro e gente, che per la sua diligenza ed opera

fu mandata dal Regno per quella impresa. L'istoria della guerra di

Portogallo, che mosse il Re Filippo II come uno de' pretensori di quel

Reame, fu cotanto ben scritta dal Presidente Tuano[328] da Bacone di

Verulamio[329], e da altri insigni Autori, che oltre di non appartenere

al nostro istituto, sarebbe abbondar d'ozio se, trascrivendola da

que' Scrittori, volessi io qui distesamente narrarla. Solo di qualche

successo si terrà conto, nel quale v'ebbero alcuna parte i nostri o il

Zunica, che ci reggeva.

Morto il Re Emmanuele nel 1521 avendo lasciati quattro figliuoli

maschi, Giovanni, Lodovico, Errico ed Odoardo e due femmine, Isabella

e Beatrice, succedè nel Regno il primogenito, che _Giovanni III_ fu

detto: da costui nacque il Re _Sebastiano_, il quale, morto il Re

Giovanni suo padre, succedè al Reame. _Lodovico_ non ebbe moglie,

ma da una sua concubina procreò _Antonio_, detto il Priore di Crato.

_Errico_ prese il Sacerdozio, e fu fatto Cardinale. _Odoardo_ lasciò

due figliuole, _Maria_ moglie d'Alessandro Farnese Duca di Parma, e

_Caterina_ madre del Duca di Braganza. Delle due femmine, da _Isabella_

nacque il Re Filippo II, e da _Beatrice_ Emmanuele Filiberto Duca di

Savoja. Il Re Sebastiano nella battaglia d'Arzilla restò estinto, e

non ben ravvisandosi il suo cadavere, diessi poi occasione a quella

celebre impostura, della quale narreremo appresso il successo. Morto

il Re Sebastiano senza lasciare di sè prole alcuna, successe nel

Regno il Cardinal Errico suo zio, che solo tra fratelli di Giovanni si

trovò vivente; il quale essendo Sacerdote, cagionevole della persona

e vecchio, pensò stabilire in vita il successore; ma riuscendogli

moleste le dimande di tanti pretensori, avendo convocato un generale

Parlamento, furono destinati quindici Giudici, a' quali diede Errico

potestà, intesi i pretensori, di determinare la lite della successione,

dando loro ancora facoltà di poter decidere eziandio dopo sua morte,

se quella fosse intanto innanzi della sentenza accaduta: stabilì in

questo caso Governadori, che dovessero intanto aver l'amministrazione

del Regno, e fece giurare a tutti di dover riconoscere per Re colui,

che per tale avessero i Giudici eletti pronunziato.

I pretensori erano _Ranuccio Farnese_ figliuolo d'Alessandro e il _Duca

di Braganza_ marito di Caterina; _Filippo II_ figliuolo d'Isabella; ed

il _Duca di Savoja_ figlio di Beatrice. Eravi anche Antonio figliuol

naturale di Lodovico, il quale più per l'affezione, che aveasi

acquistata de' naturali del paese, che per altra ragione, aspirava

non meno degli altri al Reame; ed in ultimo li Re di Francia per

interessarsi ancora in questo affare e per opporsi a Filippo, volevan

far valere alcune ragioni antiche ereditate da Caterina del Medici loro

madre.

Per lo concorso di tanti pretensori, e per lo genio avverso, che non

meno il Re, che la plebe mostrava avere al Re Filippo II, uno de' più

potenti fra coloro, prevedendosi maggiori disordini, fu proposto un

altro trattato di ricorrere al Papa, che dispensasse al Re, ancorchè

Sacerdote, di poter prender moglie, e fu a questo fine mandato in Roma

Odoardo Castelbianco. Per ciò erano tenute dal Re spesse consulte di

Medici, richiedendo da essi se lo riputassero, essendo di si grave

età, abile a procreare, poichè, ancorchè in tutto il tempo di sua vita

avesse professata castità, nulladimanco per escludere del Regno un

erede estraneo, erasi già disposto d'ammogliarsi[330].

Il Re Filippo, avvisato dell'avversione del Re, e degli ordini

del Regno, e del trattato del matrimonio, per distorlo, scrisse

immantenente al suo Ambasciadore in Roma, con molta premura

incaricandogli, che impiegasse con vigore ogni opera col Pontefice

Gregorio, affinchè la dispensazione non si concedesse, e nel medesimo

tempo con molta secretezza mandò al Re Errico suo zio Ferdinando

Castelli Frate Domenicano per distorlo da questo proponimento,

insinuandogli fra l'altre, una ragione per se stessa inettissima,

ma che credeva poter giovare col Cardinale, uomo per altro

superstiziosissimo, cioè di fargli comprendere, che ciò sarebbe stato

d'un pessimo esempio, e non da praticarsi in que' tempi senza pericolo;

poichè spandendosi in Europa vie più che mai gli errori de' Settarj,

i quali volevano, che i Sacerdoti potessero prender moglie, gli uomini

perniziosi, se ciò vedessero nella persona sua, con facilità potrebbero

persuadere agli altri di poterlo fare. La Missione riuscì inutile,

poichè il Frate contra l'espettazione di Filippo, non fu ricevuto da

Errico, e fu costretto con poco suo onore ritornarsene.

Intanto non si tralasciava l'altro trattato intrapreso. Furono da'

Giudici citati i pretensori i quali per mezzo dei loro Ambasciadori

proposero le ragioni de' loro Sovrani. Per Filippo comparve D. Pietro

Girona Duca di Ossuna; per Emanuele Filiberto Duca di Savoja, Carlo

Roberto; e per Ranuccio Farnese figliuolo d'Alessandro Duca di Parma

e di Maria, vi fu mandato Ferdinando Farnese Vescovo di quella città,

il quale avendo fatto consultare il caso in Padoa da' Giureconsulti di

quella celebre Università, avea pubblicata una consultazione firmata

da loro, nella quale con argomenti validissimi, come egli credeva, si

sostenevan le ragioni di Ranuccio.

Il Duca di Savoja non contendeva al Re Filippo la maggioranza delle sue

ragioni, essendo quegli procreato da Isabella maggiore, e prima nata di

Beatrice; dimandava solamente, che se accadesse di morir Filippo prima

d'Errico comune zio, in tal caso si avesse ragione del suo diritto.

Erano per ciò uniti ad escludere le pretensioni del Duca di Braganza

e di Ranuccio Farnese: sostenevano, che non potendo questi giovarsi

dei beneficio della rappresentazione, che proccuravano abbatter con

molti argomenti, doveano essi come maschi, ed in grado più prossimi

essere a tutti preferiti. Il Duca di Braganza e Ranuccio all'incontro

facevan tutta la forza nella rappresentazione da lor sostenuta; ma

quest'istessa ragione veniva poi da Ranuccio rivoltata contra il Duca,

poich'essendo egli figlio nato da Maria maggiore, e prima nata di

Caterina, dovea al Duca essere preferito. Ma l'Accademia di Coimbra,

informata anche dell'inclinazione del Re Errico, occultamente favoriva

il Duca di Braganza, diede fuori una consultazione a suo favore, per la

quale con molti argomenti si sforzarono que' Giureconsulti, rifiutate

prima le ragioni di Filippo e del Duca di Savoja, e poi quelle di

Ranuccio. Tutti però convennero in escludere dalla successione Antonio

Prior di Grato (ancor egli citato) come spurio e nato si bene da

Lodovico fratello d'Errico, ma di concubinato, non già di legittimo

matrimonio, siccome poi con espresso decreto fu dal Re dichiarato.

Il Re di Francia, ancorchè non citato, volle pure avervi in ciò la sua

parte, e mandò Urbano Sangelasio Vescovo di _Cominges_, perchè fossero

anche intese le sue ragioni, al quale dopo molte difficoltà, fu alla

perfine dal Re permesso, che per mezzo del suo Proccuratore potesse

intervenire in quella causa a provare il suo diritto. Il Re Errico

per favorire il Duca di Braganza avrebbe voluto escluder tutti, ma

dall'altra parte per escludere il Re Filippo ammetteva promiscuamente

le dimande di ciascuno. Le pretensioni di Francia, ch'erano pontate

in quell'Assemblea in nome di Caterina de' Medici, eran derivate da

un'origine troppo antica, e se mai fossero state reputate valevoli

avrebbero mandate a terra, non solo le pretensioni degli oppositori, ma

avrebbero posto in dubbio la successione di quel Regno nella persona

del Re Errico istesso e de' suoi prossimi predecessori: laonde sarebbe

stata una somma imprudenza in quel Consesso valersene, dove non

pur grazia e favore, ma indignazione e rifiuto avrebbero riportato;

per la qual cosa narra il Tuano[331], che l'Ambasciadore di Francia

proccurò dal suo Re altre lettere dirette alla Camera di Lisbona, per

le quali offeriva il Re ogni ajuto ai Portughesi, perchè rifiutando la

dominazione di Filippo, non volessero a patto veruno soffrire il giogo

di un Re così potente.

Gli Spagnuoli, il Papa e gli altri Principi Cristiani si dolevano

di ciò, e declamavano, che il Re di Francia per emulazione ed odio

cercava framettersi in quest'affare per interrompere i loro disegni:

per la qual cosa il Re Filippo cominciò seriamente a pensare di

dovere più nelle armi, che in quelle discussioni, fondare la sua

pretensione. Erasi ancora reso certo, che non meno i Franzesi, che

gl'Inglesi gelosi per un tanto acquisto ed ingrandimento, che si

farebbe alla sua Monarchia d'un si vasto Regno, si sarebbero opposti

alla sua impresa. Vedea chiara la avversione non meno del Re Errico,

che di que' Popoli per lui; ed all'incontro l'inclinazione del Re

per Braganza e dei Popoli per Antonio: gli Ordini del Regno erano

pure entrati in pretensione, che stante la dubbiezza delle ragioni,

che i Pretensori allegavano, dovesse spettare ad essi la ragione

d'eleggere il successore. Per la qual cosa rivolse Filippo i suoi

pensieri ad unire da tutti i suoi Regni un potentissimo esercito

per venir a capo dell'impresa, e stabilì sostenere più coll'armi le

sue ragioni, che colle allegazioni e sentenze de' Giureconsulti: non

trascurava però, per rendere giusta e plausibile al Mondo la guerra,

ch'e' apparecchiava, di consultare i più celebri Giureconsulti e

le Accademie più insigni d'Europa; onde si videro uscire più famose

consultazioni sopra questo soggetto: nè si tralasciò il famoso Giacomo

_Cujacio_ insigne Giureconsulto di questi tempi, il quale per Filippo

compilò quella consultazione, che leggiamo ancora tra le sue opere.

Quasi tutte le Accademie della sua vasta Monarchia furono impegnate

a far lo stesso; ed i nostri Giureconsulti Napoletani pure richiesti

contribuirono le loro fatiche sopra questo soggetto[332]. Risoluto per

tanto il Re Filippo colle armi far valere le sue ragioni, fece prima

dal Duca d'Ossuna insinuare al Re Errico, che non bisognavano più

tanti scrutinj: essere le sue ragioni chiarissime, le quali egli avea

fatte esaminare dalle Accademie più famose d'Europa e da' più insigni

Giureconsulti di quella età; che considerando ancora il pubblico

bene, che ne sarebbe seguito in quel Regno, dovea egli dichiarare la

successione appartenersi a lui dopo la sua morte. Questo medesimo glie

lo faceva insinuare dal P. Lione Enriquez Gesuita suo Confessore, il

quale regolando la coscienza di quel timido e scrupoloso vecchio, tanto

fece che pose il Re in angustia, e lo fece divenir dubbioso di quello

che dovea fare.

Ma gli apparecchi che si facevano per la guerra erano assai più

considerabili: da tutte le parti, non men di Spagna che d'Italia,

s'univano truppe ed armate da Milano, da Sicilia e dal nostro Regno

di Napoli ancora, e per non insospettire il Papa e gli altri Principi

si dava colore e pretesto, che tanto apparecchio si faceva per la

guerra d'Africa. Fu comandato perciò al nostro Vicerè, che quelle

provvisioni, che il Marchese di Mondejar avea apparecchiate contra gli

Infedeli, le tenesse per questa nuova impresa. Ma il Papa sospettando

di quel ch'era, cercò frapporsi col Re Filippo per distogliernelo; e

propose un trattato, che se gli fosse riuscito sarebbe ridondato in

grande stima dell'autorità della sua Sede[333]. Proccurava con efficaci

dimande, che seguitando gli esempj di molti Principi che non ebbero

riparo, particolarmente nel felice secolo d'Innocenzio III di portare

alla decisione della Sede Appostolica simili contese di Principati

e Reami, volesse ancor egli imitarli, perchè avrebbe egli composta

tal controversia. Ma il Re Filippo simulando di ricever a favore

il suo ufficio e la sua interposizione, tirando secondo la solita

tardità spagnuola la cosa in lungo, proseguiva con maggior calore

gli apparecchi militari: e già si mandavano esploratori in Portogallo

per deliberare, in qual parte di quel Regno convenisse cominciar la

guerra, nell'istesso tempo che dagli Ordini di quel Regno, essendosi

presentiti tanti apparecchi, e che la fazione del Duca di Braganza, e

quella più numerosa del Prior di Grato vie più crescevano, si davano le

provvidenze per prevenire le revoluzioni ed i disordini.

Ma ecco, stando le cose in questo stato, che viene a mancare il Re

Errico, il quale non avendo regnato più che un anno e cinque mesi,

nell'età di 68 anni, nell'ultimo di gennajo di quest'anno 1580, rese

lo spirito. Il Prior di Grato, che era stato dal Re allontanato da

Lisbona, intesa la sua morte, vi tornò immantinente; ed il Re Filippo

affrettando vie più l'impresa, unì due potentissimi eserciti, per mare

e per terra, creandone Capitan Generale il famoso Duca d'Alba. Dal

nostro Regno furono somministrati in questa guerra validi soccorsi: il

Vicerè vi spedì diciassette ben provveduti Navili, con seimila soldati

e quattromila guastadori, comandati dal Prior d'Ungheria e da D. Carlo

Spinelli: fu conceduto indulto a tutti gli sbanditi e forgiudicati dal

Regno, da ribelli e falsi monetarj in fuori, i quali furono invitati

ad assoldarsi in questa guerra, promettendosi lor perdono dei loro

misfatti, e sopra tutta per supplire alle spese, non ostante, che

come si è detto, nel precedente anno in aprile se ne fosse fatto un

altro, fu convocato a' 29 settembre di quest'istesso anno 1580 nuovo

Parlamento in S. Lorenzo, dove essendo Sindico Camillo Agnese nobile di

Portanova, fu per questa guerra di Portogallo fatto un nuovo donativo

al Re d'un milione e ducentomila ducati.

Fu veramente cosa degna da notarsi, che avendo già il Re Filippo

deliberato questa guerra ed apparecchiati già i suoi eserciti per

l'impresa, ed il Duca d'Alba giunto col suo esercito in Portogallo

a' 21 giugno di quest'anno 1580, nell'istesso tempo ch'era arrivata

l'armata di mare, pensasse ancora, come se vi fosse luogo a pentirsene

e ritrattare passi cotanto avanzati, di far esaminare da alcuni

Teologi, se con sicura coscienza erasi egli mosso a questa impresa.

Narra il Presidente Tuano[334], che ciò faceva, per potere in questa

guisa togliere i sinistri rumori, che si erano sparsi in Portogallo

ed in Italia della poca sua giustizia, e molto più del modo, che e'

teneva d'invadere quel Regno. Il Papa lo sollecitava ancora, che senza

tanto dispendio de' suoi Regni, e spargimento di sangue, doveasi quella

controversia commettere all'arbitrio della sua Sede: gli Ordini di quel

Regno al lamentavano, che la lor ragione veniva oppressa dalla forza,

e che trovandosi obbligati con giuramento di ubbidire a quel Re, che

dichiarasse l'Assemblea de' Giudici istituita in vita del Re Errico, e

che avea ancora autorità di farlo dopo la sua morte, non essendo tal

dichiarazione per anche fatta, non potevano riconoscere Filippo per

loro legittimo Signore. Per queste cagioni, non tralasciandosi intanto

il proseguimento della guerra, propose il Re Filippo sotto l'esame de'

Teologi Complutensi, de' PP. Gesuiti e Francescani, (nell'istessa guisa

appunto che fece, quando ebbe a trattar per lo Regno nostro di Napoli

con Paolo IV) che lo consigliassero per quiete della sua coscienza

sopra questi punti.

Se stando egli certo della sua giusta ragione, che teneva in succedere

in quel Regno a lui devoluto per la morte del Re Errico, fosse

obbligato in coscienza sottomettersi ad alcun Tribunale, il quale gli

aggiudicasse il Regno, e lo mettesse nella possessione di quello.

Se ricusando il Regno di Portogallo accettarlo per Re, prima che

fossero discusse da' Giudici designati le ragioni de' Competitori

e sue, potesse egli di propria autorità prendere la possessione del

Regno, e contra i renitenti impugnar le sue armi.

Se allegando i Governadori e tutti gli Ordini di Portogallo il

giuramento dato, e per ciò esser loro proibito di riconoscere alcun per

Re, se non quello che tale sarà da quell'Assemblea dichiarato, dovea

questa riputarsi scusa legittima.

I Gesuiti, siccome tutti gli altri Teologi, risposero appunto secondo

era il desiderio del Re. Intorno al primo punto dissero, che non era

egli tenuto, per niun vincolo di coscienza, sottomettersi in questa

causa alla giurisdizione o arbitrio altrui: che poteva di propria

autorità aggiudicare a sè il Regno, e prenderne la possessione: non

potervi avere in ciò il Papa alcuna parte, poichè si trattava di cosa

puramente temporale, niente avendo con seco mistura di spirituale,

che dovesse perciò richiedersi l'autorità e giudizio del Foro

Ecclesiastico. Molto meno potevano in ciò impacciarsi gli Ordini di

Portogallo, tal che si dovesse aspettare il loro giudizio; poichè

eletti una volta i Re, in essi e ne' loro successori fu trasferita

ogni ragione, in guisa che appresso quelli risiede ogni giurisdizione,

nè possono essere giudicati da altri; sempre dunque che costi Filippo

essere il vero e legittimo erede a niuna giurisdizione d'altro

Tribunale, fuor che al proprio, dover lui soggiacere.

In quanto al secondo, non avere i Giudici delegati niuna autorità di

conoscere questa causa, essendo per la morte del Re Errico estinta

ogni loro giurisdizione, non potendosi prorogare la giurisdizione

de' Re dopo la di loro morte, onde poteva servirsi di sua ragione con

aggiudicarsi il Regno, e per propria autorità prenderne la possessione.

Finalmente, al terzo capo risposero, non essere i Portughesi tenuti

osservare il giuramento dato, nè poter loro ciò esser di legittima

scusa a non ricevere Filippo per loro Re: poichè non avendo egli

alcuno, che costituito in maggior dignità e potestà, potesse conoscere

questa causa e giudicarla, doveano ubbidire a lui come a vero e

legittimo erede.

Avuta ch'ebbe Filippo questa Censura de' Teologi, la fece pubblicare

ed ancorchè fidasse più nelle sue armi, la fece spargere per tutto,

per cancellare quei sinistri rumori disseminati da' suoi emuli; e

nell'istesso tempo essendosi unito il Duca d'Alba, che comandava

l'esercito terrestre, col Marchese di S. Croce Generale dell'armata

di mare, fu invaso il Regno, e dopo vari avvenimenti, cotanto bene

descritti dal Tuano[335], e da altri, che non fa d'uopo qui rapportare,

avendo il Prior di Crato, che più di tutti gli altri competitori gli

fece resistenza, ricevuta una strana rotta dal Duca d'Alba, Lisbona

capo del Regno pervenne in mano del Re, siccome gran parte di quelle

province che lo compongono.

Toccò al nostro Vicerè Zunica, avutosi a' 9 novembre di quest'anno 1580

in Napoli il certo avviso di questa vittoria, e della resa di quella

città, di celebrar pomposamente per tre dì le feste, e per tre sere

le illuminazioni: ed ancorchè Antonio (favorito dagli Inglesi e da'

Franzesi) scacciato alla perfine dal Regno, si fortificasse nell'Isole

Terzere, donde lusingavasi non solo di poter interrompere il commercio

dell'Indie, ma coll'aiuto di quelle nazioni, ingelosite di tanto

ingrandimento, di potere un dì pervenire a quella Corona, riuscirono

però vani i suoi disegni, poichè speditovi dal Re Filippo il Marchese

di S. Croce con la sua armata per debellarlo, incontrandosi con quella

del competitore tra l'Isola Terzera e l'altra di S. Michele, la ruppe

e dissipò in maniera, che costrinse Antonio a fuggire, e per asilo

a ricovrarsi in Inghilterra. In cotal guisa alla Corona di Spagna fu

aggiunto il Regno di Portogallo, dalla quale poi nel Regno di Filippo

IV l'abbiam veduto un'altra volta diviso, e ricaduto sotto i propri Re

come prima, che ancora vi regnano.

Ma non dobbiamo qui tralasciare, seguitando questo soggetto, la

impostura e la favola, ch'ebbe per teatro Napoli del finto _Re

Sebastiano_. Altra consimile erasene pochi anni prima tessuta in

Inghilterra sotto la persona di _Perino_ finto Re di quell'isola, di

cui a lungo ragiona Bacon di Verulamio[336]. Il Re Sebastiano giovane,

e pien d'alto valore ed ardire, avendo nella battaglia d'Argilla,

dato l'ultime pruove della sua intrepidezza, abbandonato da' suoi, fu

infelicemente fatto prigioniere da alcuni Mori, i quali contendendo

insieme per una sì cara preda e cotanto preziosa, vennero infra di

loro all'armi, non senza loro strage ed uccisione[337]. Vi accorse il

Capitano, ma inutilmente per quietarli; onde con barbarie inaudita,

per togliere l'occasione della rissa, diede al Re cattivo un colpo di

spada in testa, e replicando i colpi lo lasciò morto in terra: il suo

cadavere fra' Mori tumultuanti, e per quella rissa disordinati, non fu

più riconosciuto; onde cercandolo i suoi, ancorchè non lo trovasser

più, erano lusingati, che non fosse in quella battaglia morto: surse

perciò incerta e dubbia voce di suo scampo, e tanto bastò per dar

fondamento all'impostura; poichè scorsi venti e più anni, quando non

così esattamente potevansi ravvisare le sembianze, surse un Calabrese

chiamato M. Tullio Cotizone, il quale spacciavasi per _Sebastiano_

Re di Portogallo: ridevasi della comune credenza di riputarlo morto

in quella battaglia, e del loro errore; essere egli scappato dalle

mani de' Mori, quando essi rissando contendevano insieme della preda.

Gli emuli degli Spagnuoli davano fomento alla favola, onde fu sparsa

voce, il Re Sebastiano esser vivo, ed incognito scorrere le province

d'Italia. Furono posti aguati, e fatte gran diligenze per arrestarlo,

siccome fortunatamente avvenne, che preso il Calabrese fu condotto

in Venezia: da poi in grazia degli Spagnuoli cacciato dallo Stato di

quella Repubblica, capitò travestito in Fiorenza, dove da quel Duca fu

fatto arrestare e condurre prigione in Napoli, in tempo, che governava

il Regno il primo Conte di Lemos[338]. Si fece diligente inquisizione

per appurare il fatto e fabbricatosene processo, fu destinato Giudice

Delegato di questa causa il famoso _Reggente Gianfrancesco de Ponte_.

Narra questo Scrittore[339], che compilato il processo fu scoverta

l'impostura; poichè restò convinto per la deposizione della propria

moglie e de' suoi congiunti, ch'egli teneva in Calabria, che lo

riconobbero; ond'egli poi colla sua propria bocca spontaneamente

confessò tutta la favola. Erasi deliberato di farlo morire sulle

forche; ma datosene, prima di ciò eseguire, la notizia in Ispagna al Re

Filippo III, con prudente consiglio fu riputato di non farlo morire,

ma affinchè la falsità fosse da tutti conosciuta, e si abolisse dalle

menti degli uomini questo sospetto e varietà d'opinioni, comandò il

Re, che si condannasse a remare nelle Galee di Spagna, affinchè ivi e

per ogni luogo fosse da tutti veduto, siccome fu eseguito; ed in cotal

guisa sparve la larva e finì la favola.

(_Giuseppe Ebreo_[340] narra un simil fatto accaduto ad un tal

_Alessandro_, il quale voleva esser creduto per figliuol di _Erode

M_. ma scoverta l'impostura da Ottaviano Cesare fu pure condannato a

remare).

§. II. _Emendazione del Calendario Romano._

Merita, che fra le cose memorande accadute nel governo del Principe di

Pietrapersia non si tralasci questa emendazione, che rese l'anno 1582

per tutti i secoli memorabile; tanto più che non meno negli altri Regni

della Cristianità, che nel nostro, prima di riceversi, fu quella appo

noi ben esaminata e discussa.

L'anno antico de' Romani, non già di diece mesi, come vollero Giunio

Gracco, Fulvio Varrone, Ovidio e Suetonio, ma di dodici si componeva,

siccome per sentenza di Licinio Macro, e di L. Fenestella scrisse

Censorino, de' quali il primo era il mese di marzo, e l'ultimo quello

di febbrajo.

I mesi di marzo, maggio, luglio ed ottobre erano ciascuno di 31 giorni:

gli altri erano di 29 eccetto febbrajo, il qual solamente si componeva

di 28 giorni, di maniera che l'antico anno de' Romani era di giorni

355, e mancava dall'anno degli Egizj di diece giorni, onde fu bisogno

dell'intercalare, la qual intercalazione si faceva in ciascun biennio

nella maniera, che viene rapportata dal Presidente Tuano[341]. Ma

riuscendo questa intercalazione viziosa, si diede ansa ai Sacerdoti,

li quali si presero questa briga d'emendar i tempi, di regolare a lor

modo il corso dell'anno, mettendovi, per supplire, il mese intercalare,

ch'essi chiamavano Mercedonio, di cui ne facevano autore Numa Pompilio.

Ma siccome fece veder Plutarco nella di lui vita, questo aiuto era

assai debole per emendar quegli errori e confusioni, che ne nascevano

ne' mesi dell'anno: onde i sacrificj e le ferie trascorrendo a poco a

poco cadevano, come dice Plutarco nella vita di Cesare, nelle parti

contrarie dell'anno: li Sacerdoti per ciò (essendosi quest'affare

ridotto al lor arbitrio) come a lor piaceva, e sovente per odio de'

Magistrati, ora tardi, ora presto intercalavano. Pertanto _Giulio

Cesare_ s'accinse a far egli una più esatta _Emendazione_ dell'anno; ed

avendo, mentr'era in Alessandria[342] preso il parere da que' valenti

Matematici, e consultato l'affare con altri Filosofi, con più emendata

diligenza notando i Segni celesti, promulgò per mezzo d'un suo editto

una nuova _Emendazione_, e mostrò la propria via, la quale attesta

Plutarco, che insino a' dì suoi usavano i Romani.

(La _Scuola d'Alessandria_ fiorì sempre di valenti Astronomi, tal

che i Vescovi di Roma per non fallire il dì della celebrazione della

Pasqua, secondo il prescritto del Concilio Niceno, solevano ogni anno

consultarsi col Vescovo d'Alessandria per sapere il giusto equinozio

di Primavera prossimo al plenilunio di che fra gli altri è da vedersi

Francesco Balduino[343]).

Bacon di Verulamio[344] non tralasciò di commendare la suddetta sua

_Emendazione_, chiamandola un perpetuo documento, non meno del suo

sapere, che della sua potenza, e che debbia attribuirsi alla sua

gloria d'aver conosciuto non meno in Cielo le leggi delle Stelle, che

d'averle date in terra agli uomini per governarli. Ma non mancaron

degl'invidiosi, che, come dice Plutarco, non biasimassero tal

emendazione; e Cicerone, essendogli da taluno stato detto, che la

Libbra nasceva l'altro giorno, gli rispose, _sì secondo il Bando_;

quasi che questo ancora si dovesse ricevere da Cesare ed accettare

dalle persone.

Ma in decorso di tempo l'editto di Cesare mal interpretato da'

Sacerdoti, non fu riputato sufficiente, e la sua emendazione ebbe

bisogno poi d'altra ammenda; onde _Claudio Tolomeo_, che fiorì intorno

a 180 anni dopo Cesare, considerando la gran varietà de' pareri in

determinare l'anno naturale, ne descrisse un'altra, tanto che variando

dalle prime, ne nacque un grande turbamento ed una grande confusione.

Nell'Imperio di _Costantino Magno_ i Padri del Concilio di Nicea,

volendo stabilire il giorno di Pasqua, ne statuirono un'altra, dal

qual tempo seguì di nuovo una gran confusione negli Equinozj. Da poi

_Dionigi il Piccolo_ intorno l'anno 526, avanzandosi sempre più il

disordine, cercò con nuova computazione darci rimedio, ma quello fu per

pochi anni, onde si tornò a' disordini di prima.

(Il _Panzirolo_[345] scrive, che l'Imperador _Andronico Paleologo_

pensò pure ad una nuova emendazione, ma si sgomentò a porci mano, così

per le guerre che gliel'impedirono, come perchè dubitava non fosse

stata dagli altri Principi ricevuta: _Id antea_, e' dice, _Andronicus

Paleologus Imperator facere cogitavit, sed pluribus bellis impeditus,

et quia alios Principes novo anno non assensuros dubitavit, a negotio

destitit. Niceph. Gregor. Lib. 8 de Paschatis correctione_).

Riputando pertanto i Pontefici romani, dover essere della loro

incombenza di rimediarvi, furono per ciò solleciti, per prevenire anche

gli altri Principi e l'Imperadore, di fare una nuova _Emendazione_:

e cento anni prima, il Pontefice _Innocenzio VIII_ fece venire in

Roma _Giovanni Regimontano_ celebre Matematico di que' tempi, perchè

correggesse gli errori del Calendario; ma fu fama, che i figliuoli di

Giorgio Trapezunzio, i quali non potevano sofferire che un Germano

fosse a' Greci anteposto, l'avessero fatto avvelenare: per la qual

cosa non potè soddisfare al desiderio del Papa. Con tal occasione

scrissero a quei tempi del giusto computo dell'anno _Pietro Alliacense_

Vescovo di Cambray e poi Cardinale, il _Cardinal Cusano_, e poco da poi

_Roberto Lincolniense_ e _Paolo Midelburgense_ Vescovo di Fossombrone,

il quale sopra ciò compose un gran volume, che lo dedicò a Massimiliano

I Imperadore.

Essendosi da poi aperto il Concilio in Trento, credendosi, che que'

Padri, ad esempio di ciò, che si fece nel Concilio Niceno, volessero

stabilire questa _Emendazione_, s'affaticarono i primi ingegni

d'Europa intorno a questo soggetto, e fra gli altri _Giovanni Gennesio

Sepulveda_ Cordovese, _Gioan-Francesco Spinola_ Milanese, Benedetto

Majorino, il famoso _Luca Gaurico_ familiare di Paolo III, e _Pietro

Pitato Veronese_, il quale con un particolar suo libro refutò la

sentenza del Gaurico. Ma il Concilio, essendosi terminato con molta

fretta, non potè occuparsi ad una cotanto intricata materia, che per

diffinirla richiedeva molto tempo.

Pertanto _Gregorio XIII_ dubitando di non esser prevenuto

dagl'Imperadori di Germania, come affare appartenente alla ragion

dell'Imperio, si pose con molta sollecitudine ad affrettar questa

_Emendazione_, e per ciò mandò per tutte l'Accademie d'Italia, e

scrisse al Senato Veneto acciò che da' Matematici e Filosofi di Padova

ricercasse il lor parere intorno a questa correzione. Fu dato prima il

pensiero a _Giuseppe Molettio_ Messinese, il quale due anni prima di

quest'_Emendazione_ diede fuori le _Tavole Gregoriane._ Ma ricercato

ancora il celebre _Niccolò Copernico_, famoso Astronomo di que' tempi,

del suo giudizio, insorsero vari pareri, ed essendo ancora venuto in

campo _Sperone Speroni_, s'accesero fra costoro le contese. _Matteo

Magino_ vi ebbe ancora la sua parte, e _Giuntino_ ricercato dal

Pontefice, s'uniformò all'opinione di coloro, che volevano che diece

giorni si scemassero dell'anno: ma _Alberto Leonio_ d'Utrecht, avendo

perciò composto un libro, provò, che se ne dovevano scemare undici: il

Duca Francesco Maria d'Urbino in grazia del Pontefice ricercò ancora

del suo parere _Vido Ubaldo_ peritissimo di questa scienza, il quale lo

diede, uniformandosi però alla correzione fatta da' Padri nel Concilio

Niceno. Scrissene eziandio Gregorio al Re di Francia, il quale ne diede

il pensiero a _Francesco Foix Candale_, famoso Astronomo, che parimente

diede fuori sopra ciò il suo giudizio.

Papa Gregorio intanto, perchè non si lasciasse perdere sì opportuna

occasione d'ingrandire l'autorità della sua Sede, richiedeva sì bene

di ciò gli altri Principi, ma voleva, che dapoi si dovesse stare a quel

che egli sopra ciò stabiliva; onde esaminati tutti i pareri, finalmente

per suggestione d'_Antonio Lilio_ celebre Medico di que' tempi,

s'appigliò all'emendazione di _Luigi Lilio_ suo fratello, la qual in

breve conteneva, che dovessero dell'anno scemarsi diece giorni, che

per difetto d'intercalazione si trovavano soverchi, e si prescriveva

il modo, sicchè tal difetto non accadesse per l'avvenire. Questa

correzione in un picciol volume compresa, dopo avutane l'approvazione

di _Vincenzo Laureo_ Vescovo di Monreale, il giudicio del quale sopra

queste cose egli stimava tanto, la mandò a tutti i Principi Cristiani

ed alle più famose e celebri Accademie d'Europa.

Ma ebbe quest'emendazione del _Lilio_ forti oppositori, fra gli altri

_Giuseppe Scaligero_ gran Letterato di que' tempi, il quale in quella

sua maravigliosa opera De emendatione temporum, scovrì gli abbagli da

colui presi. Impugnò parimente il computo _Liliano Michele Mestino_

Professore nell'Accademia di Tubingen con grandi Commentarj. Ma contra

costoro in difesa del Lilio sursero _Cristoforo Clavio_ Gesuita,

celebre Professore in Roma, ed _Ugolino Martello_ Vescovo di Glandeves.

Pubblicata ch'ebbe Gregorio questa sua _Emendazione_, perchè

fosse ricevuta da tutti i Principi Cattolici e sopra ogni altro

dall'Imperadore e da' Principi d'Alemagna, spedì a Cesare il Cardinal

Lodovico Madruccio Vescovo di Trento; ma essendosi nella Dieta

d'Augusta proposto quest'affare, dai Principi quivi assembrati fu

riputato un grande attentato del Pontefice d'aver posto a ciò mano,

e di grande oltraggio all'autorità di Cesare e dell'Imperio, nè

doversi permettere la pubblicazione del nuovo Calendario in Germania.

Appartenere ciò agl'Imperadori di farlo, siccome fece _Giulio Cesare_,

e da poi nell'Imperio d'Occidente _Carlo Magno_, il qual diede egli a'

suoi Germani il Calendario in lingua Tedesca. Ciò che fecero i Padri

nel Concilio Niceno, fu per autorità di _Costantino Magno_ Imperadore,

per comando del quale s'era convocato quel Concilio: doversi pertanto

rifiutare il nuovo Calendario, tanto maggiormente, che quello fu fatto,

non ricercati i Principi dell'Imperio, nè il consenso degli Ordini.

Cesare vedendo la costante risoluzione de' Principi, e delle città

della Germania, che aveano ricevuta la Confessione Augustana, di non

riceverlo, differì di trattar quest'affare, e comandò che ne' giudizj

della Camera s'osservasse l'antica forma sin allora tenuta[346].

(In Germania presso i Protestanti nella fine del secolo XVII si fece

una nuova emendazione del Calendario, togliendone dall'anno 1700

undici giorni, la quale è ancora in uso presso i medesimi, la di cui

istoria meglio sarà, che qui si noti colle parole istesse di Burcardo

Struvio[347]. _Ad finem properabat seculum decimum septimum, dum fasti

Mathematicorum consilio varie emendarentur. Erhardus Weigelius, nostrae

olim Academiae fidus, in diversis non sulum Protestantium aulis, Suecia

potissimum, et Danica, sed etiam in Comitiis Ratisbonensibus, IV.

Octobris St. v. 1699 Calendarii emendationem proponebat, modo simul

exhibito, qua ratione fieri possit. Agebatur de hoc negotio in Corpore

Evangelicorum, consultabantur alii Mathematici, horumque rationibus

auditis, XXIII septembris 1699, conclusum Corporis Evangelicorum fuit

factum, ut undecim dies post XVIII, februarium St. v. sequentes,

ex anno 1700 ejicerentur, celebratio Paschatos, neque juxta Cjclum

Dionysianum in Juliano Calendario receptum: sed secundum calculum

astronomicum, uti Concilii Nicaeni tempore factum, instituatur, atque

abusus Astrologiae judiciariae ex Calendariis tollantur. Mathematici

de reliquis imposterum inter se conferant. Pubblicabatur ex eo novum

Calendarium_ (der verbesserte Calender) _cujus adhuc usus est apud

Germanos Protestantes. Scripta huc facientia reperiuntur in Fabri

Staats-Cantzley_[348]. _Facit huc etiam Jacobi Brunnemanni Dissertatio

de jure undecim dierum Calendario subtractarum_. Rink _pag_. 1350.

Questo stesso Scrittore avendo fatto ristampare in _Jena_, nell'anno

1730, la stessa opera in due Tomi in folio, con aggiungervi alcune

altre note, allungandola sino all'anno 1730, e variando in una sola

parola il titolo, surrogandovi, in vece di _Syntag_. quella di _Corpus

Hist. Germ_. al periodo 10 _sect_. 10 _sect_. 13 _de Carolo VI_ § 36

_Tom_. 2, _pag_. 4101 aggiunge: _De celebrando Paschate anni 1724

oriebatur controversia, an illud cum Catholicis die XVI. Aprilis

secundum Cyclum Dionysianum, atque Gregorianum sit celebrandum, an

vero secundum verum calculum Astronomicum, prout in Concilio Niceno

sit decretum. Prolata igitur Societatis Scientiarum et variorum

Mathematicorum sententia conclusum fuit in conferentia Evangelicorum

d. XXX. Januarii_ 1724, _ut non solum Calendarium emendatum in

Protestantium terris conservetur, sed etiam Paschatos festum An._ 1724

_d_. IX _Aprilis secundum verum calculum Astronomicum celebretur,

idemque an_. 1744, 1778 _et_ 1798, _quibus annis terminus Paschatos

ab illo Catholicorum differat, observandum, probcque cavendum, ne

Pascha Christianorum cum Judaeorum Paschate coincidat. Extant acta apud

Fabrum Tom XLI c. 10 Tom. XLII c. 10, Tom. XLIII c. 12, Tom. XLIV, c.

14 Tom. XLV, c 8, Tom. XLVI, c. 11 Tom XLVII, c. 10 Tom. XLVIII, cap.

8. Facit huc Collegae nostri honoratissimi, Jo. Bernhardi Wideburgii

dissertatio, de imperfectione Calendarii Gregoriani, ejusdemque anno

1724 discrepantia a Calendario correcto Jenae 1724, 4 atque Ulrici

Junii schediasma, de Paschate Protestantium An. 1724, celebrando;

Lipsiae 1723,4_)

In Francia per la morte del Tuano e per l'assenzia d'Achille Arleo

non fu sopra ciò fatto lungo esame, ma il Re promulgò egli un Editto,

che fu ubbidito dal Parlamento, col quale la nuova emendazione fu

ricevuta; e scemati i diece giorni all'anno fu stabilito, che li diece

di Dicembre si contassero per venti, onde in quell'anno il giorno di

Natale fu celebrato a' 15 di quel mese. Parimente ad emulazione del Re

di Francia, il novello Duca del Brabante Francesco, per cattivarsi la

benevolenza del Pontefice, ottenne anche da' Protestanti, che fosse la

sua emendazione ricevuta in Fiandra, siccome fu ricevuta in Olanda, e

nella Frisia Occidentale e nell'altre province[349].

In Ispagna e ne' Dominj del nostro Re Filippo II particolarmente nel

Regno di Napoli, pubblicata che fu da _Gregorio_ questa emendazione,

prima che si ricevesse, fu quella esaminata e fu richiesta la

permissione e 'l beneplacito del Re Filippo, siccome in tutti gli altri

Regni erasi fatto, appartenendo a' Principi, per ciò che riguarda

i loro Stati, regolare i giorni e per le celebrità de' loro natali,

incoronazioni e per ogni altro, ma sopra tutto per le Ferie de' loro

Tribunali. Il Re Filippo informato, che con accordo e partecipazione

di molti Principi della Cristianità erasi fatta, questa emendazione,

e che coloro l'aveano ricevuta ne' loro Dominj, così egli fece ne'

suoi Regni; onde governando il nostro in questi tempi il Principe

di Pietrapersia, mandò al medesimo il nuovo Calendario riformato da

Gregorio, scrivendogli a' 21 agosto di quest'anno 1582, che avendo

il Pontefice Gregorio con matura deliberazione e comunicazione de'

Principi Cristiani, ed accordo di tutto il Sagro Collegio dei Cardinali

riformato il Calendario, per ridur la Pasqua di Resurrezione ed altre

Feste Mobili al giusto e vero punto della loro antica istituzione, per

ciò l'ordinava che lo facesse eseguire nel Regno di Napoli ed in tutte

le Chiese di quello.

Ma contenendosi in quel Calendario alcune cose pregiudiziali alle sue

preminenze, scrisse nel medesimo tempo un'altra lettera a parte al

suddetto Principe, avvertendogli di mirar molto bene, che se in quel

che tocca alla proibizione, che s'aggiunge in quello, cioè che non lo

possa imprimere altri, che _Antonio Lilio_, o altri di suo ordine, vi

fosse cosa da notare di pregiudizio alla sua Regal Giurisdizione, o

ritrovandosi altro inconveniente, o novità di considerazione, trattenga

l'impressione, e ne l'informi, ed aspetti da lui nuova risposta[350].

In cotal maniera e con tali moderazioni fu il nuovo Calendario appo

noi ricevuto ed osservato; e narra il Summonte[351], che per ciò

in quest'anno li 4 d'ottobre furon contati per 14 e li pagamenti di

tutti gli affitti si fecero per tanto meno, quanto era la valuta di

que' diece giorni. Parimente fu osservato, che conservandosi nella

Chiesa di S. Gaudioso una caraffina di Sangue di S. Stefano portata

in Napoli, secondo che scrive il Baronio[352], da S. Gaudioso Vescovo

Affricano, la quale era solita liquefarsi da se stessa il dì terzo

d'Agosto secondo il Calendario antico: da poi che Gregorio fece questa

emendazione non bolle il sangue, che alli 13 d'agosto, nel qual dì,

secondo la nuova riforma, cade la festa di S. Stefano; onde Guglielmo

Cave[353] scrisse, che questa sia una pruova manifesta, che il

Calendario Gregoriano sia stato ricevuto in Cielo, ancor che in Terra

alcuni paesi abbiano ricusato di seguitarlo.

(Lo stesso narrasi esser accaduto nel bollimento del sangue di

S. Gennaro a' 19 settembre. E _Panzirolo_ in prova della verità

dell'emendazione Gregoriana rapporta nel cap. 177 _de Clar. Leg.

Interp._ una Istorietta che merita esser trascritta colle sue stesse

parole: _Haec anni emendatio divinitus est comprobata; quoddam enim

Nucis genus reperitur, quod tota hieme usque ad noctem D. Joannis

Baptistae foliis, ac fructibus velut arida caret; mane ultro ejus diei,

more aliarum foliis, fructibusque induta reperitur. Haec post ejus anni

correctionem decem diebus priusquam antea consueverat, id est eadem

nocte D. Joannis quae retrocessit, et non ut antea virescere coepit_.)

§. III. _Fine del Governo del PRINCIPE DI PIETRAPERSIA, e leggi che ci

lasciò._

Da questi tempi in poi osserviamo, che il Re Filippo II avesse

stabilito e prefisso il tempo de' governi de' suoi Vicerè di Napoli,

prescrivendo, che non dovesse regolarmente durare, che per tre anni;

poichè prima era riposto nell'arbitrio del Re, nè era circoscritto

dentro tali confini; onde terminato, che fu ai 11 novembre di

quest'anno 1582 gli convenne partire per Ispagna, e dar luogo al

Duca d'Ossuna suo successore. Partì con dolore di tutti, lasciando di

se, per le sue commendabili doti di pietà, mansuetudine ed assiduità

nell'audienze, fama d'un ottimo Vicerè. Nel suo triennio oltre delle

cose memorabili di sopra scritte, accadde a' 23 d'ottobre del 1580

nella città d'Elves la morte della Regina Anna moglie del Re Filippo,

lasciando di se al Re due figliuoli D. Diego d'anni otto e D. Filippo

di due, essendo gli altri due Ernando e Giovanna premorti. Egli terminò

la fabbrica dell'Arsenale, e vi fece quella magnifica Porta, che guarda

su 'l Molo. Fondò nelle carceri della Vicaria l'infermeria per comodo

degli ammalati prigioni; e finalmente per perenne monumento della sua

prudenza civile, ci lasciò intorno a trentatrè Prammatiche, ricolme

di savi provvedimenti, le quali possono osservarsi nella _Cronologia_

prefissa nel primo tomo delle medesime.

(Non solo dalla rimozione del Principe, finito il triennio, ciò si

rende manifesto, ma dal diploma del Viceregnato; che da _Ferdinando II_

fu spedito a _D. Pietro di Giron Duca d'Ossuna_, successore, ristretto

_ad unum triennium, a die captae possessionis computandum_. Questo

Diploma si legge presso _Lunig_[354]).

Istoria civile del Regno di Napoli, v. 8 · 第 40 / 54 题