CAPITOLO I.

_Guerra mossa dal Pontefice PAOLO IV al Re FILIPPO per togliergli il

Regno. Sua origine, pretesto ed inutile successo._

La guerra, che Paolo IV mosse nel Regno di Napoli, ancorchè avesse

molti Scrittori, fu però cotanto accuratamente scritta da _Alessandro

d'Andrea_ napoletano, siccome colui, che vi fu presente, avendovi

militato sotto il Maestro di campo Mardones, onde ragionevolmente

posposti tutti gli altri, sarà da noi seguitato: tanto maggiormente,

che il Presidente _Tuano_, descrivendola ancor egli nelle sue

Istorie[113], seguitò pure questo medesimo Scrittore. Le cagioni però

onde nacque, e per quali pretesti fu mossa, è di mestieri che qui

brevemente si narrino.

Giovan-Pietro Caraffa figliuolo del Conte di Montorio, datosi nella

sua giovanezza agli studi delle lettere, e sopra ogni altro della

Teologia e delle lingue, riconobbe le sue fortune dal famoso Cardinal

Oliviero Caraffa, che in Roma gli diè ricovero nella sua propria

casa, non essendo allora che un semplice Canonico della Cattedrale di

Napoli[114]. Per la resignazione che trovavasi aver fatta il Cardinal

Oliviero del Vescovado di Chieti, fu da Giulio II nel 1505, ne' primi

tempi del suo Pontificato, creato Vescovo di quella città; e per la

perizia di molte lingue, che professava della latina, greca ed ebrea,

entrò in somma grazia di Lione X, che lo mandò Nunzio in Inghilterra

per raccogliere, come era allora il costume, il denaro di S. Pietro.

Ferdinando il Cattolico, a riguardo di Lione, l'onorò anche nella sua

Corte, ascrivendolo al suo Real Consiglio, e lo creò Vicario del suo

Cappellan Maggiore, nelle quali dignità fu mantenuto anche da Carlo

V suo nipote; il quale l'offerì anche l'Arcivescovado di Brindisi di

molta maggior rendita, che quello di Chieti[115]; ma essendosi dato

in questo tempo allo spirito, professando santità, non pur lo refutò,

ma resignò anche nelle mani di Clemente VII, allora Pontefice, il

Vescovado di Chieti, e fuggendo il cospetto degli uomini si ritirò in

Monte Pincio, ove menò vita molto austera da Solitario; ma costretto

poi a partir di là, per lo sacco dato a quella città, andò in Verona;

indi portossi a Venezia, ove essendosi a lui associati _Gaetano Tiene_

Vicentino, Bonifacio del Colle, Alessandrino, e Paolo Consigliere

romano, istituì la Religione de' Chierici Regolari, i quali dal nome

della sua Chiesa, che prima avea, si chiamarono (come s'è detto)

_Teatini_; il cui Istituto, essendo stato da poi da Clemente VII

approvato, lo rese assai famoso non meno per dottrina, che per santità,

e probità della sua vita e costumi; tanto che Paolo III, in quella

celebre promozione di nove Cardinali, che fece a' 22 decembre del 1536,

lo creò Cardinale, e lo costrinse poi ad accettare la Chiesa di Chieti,

innalzata fra questo tempo a dignità Arcivescovile.

Durante il Pontificato di Paolo III, fu da costui avuto in somma

stima per la severità de' costumi ed austerità di vita che professava,

mostrando gran zelo per la Sede Appostolica, e fu terribile persecutore

degli Eretici, che nel suo tempo vedeva germogliare a truppe in varie

Regioni in Europa. Egli fu autore a Paolo III d'innalzare il Tribunale

dell'Inquisizione di Roma, e renderlo spaventoso per tante rigorose

leggi e nuove forme introdotte: ciò che poi nel suo Pontificato

accrebbe[116], che, come si è veduto nel precedente libro, fece venire

in orrore quel Tribunale, non pure agli stranieri, ma all'istessa

Italia ed a Roma medesima: tanto che, lui morto, i Romani la prima

cosa che fecero, bruciarono il Tribunale e le carceri, e a quanti

prigioni ivi erano, diedero libertà. Quindi avvenne, che presso noi i

_Teatini_ si resero in ciò cotanto insigni, che non predicavan altro,

che Inquisizione, e sovente essi erano, che andavano a denunziare i

sospetti d'eresia, e proccuravano di farli imprigionare.

Ma mentre questo Cardinale dimorava in Roma presso Paolo III, fu

scoverto, che egli, non meno che il Pontefice, era quanto avverso a

Cesare ed alla Nazione spagnuola, altrettanto affezionato del Re di

Francia, allora nemico di Carlo. L'odio che portava il Cardinale alla

Nazione spagnuola, era nato da antiche cagioni: poichè avendo molti

de' Caraffeschi, nell'invasione di Lautrec, seguitato il partito

franzese, ne furono alcuni, quietato il Regno, aspramente castigati;

onde Giovan Pietro non tralasciava odiarla. Anzi gli Spagnuoli tennero

allora per certo, che ne' tumulti del 1547, insorti per l'occasione già

detta dell'Inquisizione, egli avesse proccurato con tutti gli sforzi

possibili (con promettere non pur il suo ajuto, offerendosi d'essere

di persona in Napoli, ma anche de' suoi parenti) di persuadere al

Pontefice di non lasciar perdere sì opportuna occasione d'occupare

il Regno, e che dovea darne stretto conto a Dio, trascurando un

tanto acquisto per la sua Chiesa. Ciò che non mancò il Duca d'Alba di

rinfacciarglielo, essendo Papa, nella lettera che gli scrisse, prima di

moversi questa guerra, la quale vien rapportata tutta intiera nella sua

Istoria dal Summonte[117]. Per la qual cosa avendo gli Spagnuoli fatto

avvertito Cesare dell'inclinazione del Cardinale verso i Franzesi,

e dell'avversione agli Spagnuoli, fecion sì, che Cesare lo cassasse

dal numero de' suoi Consiglieri. Ed oltre a ciò, avendo l'istesso

Pontefice Paolo III, a preghiere del Cardinale, conceduto il Priorato

Gerosolimitano di Napoli a Carlo Caraffa suo nipote, gli fu dal Toledo,

allora Vicerè, proibito poterne prendere il possesso.

Ma essendo nell'anno 1549 per la resignazione fatta da Ranuccio

Farnese, vacata la Chiesa di Napoli, Paolo III tosto la concedè al

Cardinale, il quale avendosi fatte spedir le Bolle, si credette di

doverne tosto esser posto in possesso; il Vicerè Toledo negò alle Bulle

l'_Exequatur Regium_, e non volle mai permettere, che se gli si fosse

dato; ed essendosene pochi giorni da poi morto il Pontefice Paolo, e

rifatto in suo luogo, a' 8 febbrajo del nuovo anno 1550, Giulio III,

questi scrisse una ben calda e pressante lettera all'Imperador Carlo V,

pregandolo a non far differire più la possessione al Cardinal Caraffa

della Chiesa di Napoli: esagera fra l'altre cose in questa lettera,

che si legge presso il Chioccarello[118], che fu tutta calunnia ed

impostura, ciò che di lui s'era falsamente divolgato d'aver pensato

_in proximo Neapolitano tumultu, illud tuum Regnum nostro praedecessori

tradere: nec vero nos_ (e' testifica) _quid tale de hoc viro andivimus,

etc. Nec is tantum rem moliri; tantos motus concire, pertenuibus ipse

facultatibus, ausus esset_. Lo pregava perciò a non fargli impedire

il possesso, e gli mandò a questo fine un Nunzio a trattar di questo

affare.

L'Imperadore, che col nuovo Pontefice non avea quell'inimicizia, che

passava col suo predecessore, diede orecchio alle preghiere di Giulio;

ed avendo fatto mettere in trattato questo affare, non meno in Roma,

che in Ispagna ed in Napoli, dopo lungo pensare provando il Cardinale,

quanto fosse tediosa la solita tardità degli Spagnuoli, finalmente

ottenne alle sue Bolle l'_Exequatur Regium_, e venne ordine da Cesare,

che se gli fosse dato il possesso.

Ma il Cardinale conoscendo, che venendo a Napoli, gli Spagnuoli non

gli avrebbero data molta soddisfazione, mandò a prendere possesso il

Vescovo Amicleo, che fece suo Proccuratore, il quale lo prese a' 2

luglio del 1551, e lo creò anche suo Vicario. Resse in questa maniera

la Chiesa di Napoli per quattro anni per mezzo di questo Vicario, nè

mai volle egli venire a risedere. Di che accortisi gli Spagnuoli, non

lasciarono al suo Vicario di contrastargli spesso, e movergli sovente

quistioni di giurisdizione, tenendolo sempre agitato ed inquieto.

Essendo a Giulio III succeduto Marcello II, che poco tempo tenne

quella Sede, costui morto, venne il Caraffa a' 23 maggio del 1555

assunto al Pontificato col nome di _Paolo IV_. Fu maravigliosa cosa

ad udire, come appena giunto a quella dignità, quella severità de'

costumi la cangiasse tosto in superbia ed alterigia; e dimandato,

come restava d'esser servito intorno al modo di vivere egli co' suoi

nipoti, rispose, _come conviene ad un Principe_[119]. Gli Spagnuoli

rimasero mal soddisfatti dell'elezione; onde il Re Filippo reputò

far trattenere il Cardinal Pacecco in Roma, non permettendogli, che

tornasse al suo governo di Napoli, affinchè colla sua prudenza ad

accortezza proccurasse, o di raddolcire l'animo del nuovo Papa, ovvero

scorgendo più da presso i suoi andamenti, farlo avvertito di ciò, che

si meditava, per prevenirsi, in caso d'insulto, alla difesa.

Ma non passò molto tempo, che si scovrì l'animo del nuovo Pontefice

essere tutto rivolto a vendicarsi degli Spagnuoli, ed a meditar nuove

leghe con Errico Re di Francia per l'impresa del Regno, di che avvisato

il Re Filippo, opportunamente mandò al governo di Napoli _D. Ferdinando

Alvarez di Toledo Duca di Alba_, che allora essendo Governatore di

Milano, avea il comando supremo delle armi spagnuole in Italia: quel

famoso Capitano, che per le tante sue famose gesta si rese glorioso non

meno in Germania ed Italia, che in Fiandra ed in Portogallo.

Il Duca d'Alba giunto in Napoli in qualità di _Vicerè_ nella fine

di quest'anno 1555, si pose ad osservar più da presso gli andamenti

del Pontefice; il quale non meno per ingrandire i suoi nipoti; che

per maggiormente premunirsi all'impresa, che meditava sopra il Regno

di Napoli, avea, con pretesto che teneva pratiche segrete con gli

Spagnuoli, tolto a Marcantonio Colonna lo Stato di Palliano in Campagna

di Roma, concedendone l'investitura a Giovanni Caraffa Conte di

Montorio suo nipote, con titolo di Duca di Palliano, e ciò quasi nel

medesimo tempo, che avea investito Antonio Caraffa altro suo nipote

del Contado di Bagno, e datogli titolo di Marchese di Montebello; ed a

Carlo Caraffa, altro suo nipote, di Cavaliere Gerosolimitano creatolo

Cardinale. Abbassava tutti coloro, ch'erano dipendenti di Spagna,

ed esaltava quegli di contraria fazione; anzi accarezzava tutti i

fuorusciti del Regno, e mal contenti del Re, che si ricovrarono da

lui in Roma; siccome infra gli altri accolse Bartolommeo Camerario

nostro famoso Giureconsulto. E passò tanto innanzi, ch'essendo state

intercettate alcune lettere, fece carcerare e crudelmente tormentare

Giovanni Antonio de Tassis Maestro delle Poste, privandolo di

quell'Ufficio, che i Re di Spagna erano stati sempre soliti mantenere

in Roma: ed oltre a ciò, fece carcerare Garcilasso della Vega

Ambasciadore di Filippo, come Re d'Inghilterra, in Roma, siccome faceva

vegghiare addosso a tutti gli amici e servidori del Re e de' suoi

ministri, ch'erano in Roma.

E fu cotanta la sua imprudenza, che mal sapendo covrire il suo astio

e mal talento contra il Re, e contra gli Spagnuoli, pubblicamente

minacciava, che l'avrebbe privato del Regno, come decaduto alla

S. Sede. Era Paolo IV secondo ciò, che ne scrisse anche Bacon di

Verulamio,[120] un uomo superbo ed imperioso, e di natura aspro

e severo, e perciò frequentissimamente passava a parole piene di

vituperio contra il Re e l'Imperadore, in presenza d'ogni sorta di

persona, e ritrovandosi alcun Cardinal spagnuolo presente, le diceva

più volentieri, comandando anche, che gli fossero scritte. Ed un dì in

pubblico Concistoro fece far istanza dal suo Proccurator Fiscale, e da

Silvestro Aldobrandino Avvocato Concistoriale, dimandando doversi il

Regno dichiarar devoluto alla S. Sede: alla quale istanza egli rispose,

che a suo tempo vi avrebbe data provvidenza[121]. Ciò che il Duca

d'Alba, come d'un temerario attentato non lasciò di rinfacciarglielo

in quella lettera[122], che gli scrisse, dicendo: _Ha permettido V. S.,

que en su presencia el Procurador, j Abocado Fiscal de essa Santa Sede

hà hecho en Concistorio tan injusta, iniqua, y temeraria instancia,

y domanda: que al Rey mi Senor fuesse quitado el Reyno, accettando,

y consentiendo a quella F. S. con dezir, proveheria à su tiempo_.

Ma questo fatto non si rimase nella sola istanza del Fiscale, poichè

si procedè più innanzi con farsene processo, e si venne insino alla

sentenza.

Il Presidente Tuano[123], ed il Soave rapportano, che la cagione, onde

si mosse il Papa a dichiarar devoluto il Regno fosse, perchè Filippo

avea, secondo lui, commesso delitto di Maestà lesa, per aver favoriti

e ricevuti sotto la sua protezione li Colonnesi di lui ribelli. Ma

il pretesto, che si fece apparire, e sopra il quale appoggiossi la

sentenza, fu per cagione di censi non pagati. Il Re Filippo, prima

che fossegli giunta la notizia dell'elezione del Papa in persona del

Cardinal Caraffa, avea scritta una lettera a' 25 giugno del 1555 al

suo Ambasciatore di Roma, nella quale gl'incaricava di dover trattare

col Papa che sarà eletto, di dovergli rimettere i censi de' ducati

settemila l'anno pretesi dalla Sede Appostolica; poichè nel Concordato

fatto tra Clemente VII coll'Imperador Carlo V suo padre, fra l'altre

cose fu pattuito, che facendo l'Imperadore restituire alla Sede

Appostolica dalli Vineziani, e dal Duca di Ferrara alcune città e

Terre, che tenevano occupate, delle quali la Sede Appostolica n'era

stata spogliata, non dovesse più egli, nè i suoi successori pagare

il suddetto censo di ducati settemila l'anno; ma solo consignare

alla Camera Appostolica ogni anno un'_Achinea_ bianca in segno di

ricognizione; e già che l'Imperadore avea adempito alle sue promesse,

e fatto rilasciare da' Vineziani e dal Duca di Ferrara quelle città e

Terre, ch'erano della Sede Appostolica, se gli dovea osservare detta

promessa, e rimettere il censo; incaricandogli di vantaggio, che

non essendo ancora eletto il nuovo Papa, e durando la Sede vacante,

facesse deposito del censo di quell'anno, già che si accostava il tempo

del pagamento, con protesta di doversegli restituire, per non essere

tenuto[124].

Qualunque altro de' Cardinali, che fosse stato eletto Papa, avrebbe

riputata la dimanda ragionevole; ma a Paolo IV questa pretensione di

Filippo servì opportunamente per pretesto di quel, che intendeva di

fare: poichè rifiutandola come ingiusta, non solo pretese i censi

decorsi, non ostante il Concordato di Clemente VII, ma quelli non

essendosi, contra il suo volere, pagati, fece far la riferita istanza

dal suo Fiscale, per dichiararsi Filippo per ciò decaduto dal Regno;

e fabbricatosi il processo, promulgò egli sentenza nel nuovo anno

1556, colla quale dichiarò il Regno di Napoli devoluto alla S. Chiesa

Romana, per non essersi per molti anni pagati i censi suddetti, e ne

fu stesa Bolla[125]. Non fu però la sentenza pubblicata, nè mai uscì

fuori, poichè, come vedremo, il Duca d'Alba strinse colle armi sì

bene il Papa, che ebbe a gran favore, colla mediazione de' Vineziani,

di deporre la sua boria, e starsi in pace. Alessandro d'Andrea[126]

rapporta, che quella non fu pubblicata per consiglio di _Bartolommeo

Camerario_ da Benevento, il quale, come si è detto, esule dal Regno,

dimorava allora in Roma protetto dal Papa.

Ma da alcune lettere intercette si scoverse, onde veniva tanta boria

e fasto del Papa, che parlava non meno di quello si operasse con tanta

pubblicità, ed alla svelata contra il Re e contra il Regno, con animo

aperto d'invaderlo. Si scoverse in fine il trattato e la lega ch'egli

per mezzo de' Cardinali di Tournon e di Lorena avea fatta col Re di

Francia d'assaltare il Regno; anzi si pubblicò allora, che avendovi

avuto in ciò anche parte il Principe di Salerno, che da Costantinopoli

erasi ritirato in Francia, il Papa, per mezzo del Re Errico, e del

Principe, avesse anche fatta lega col Turco, affinchè assaltando

costui, o almen travagliando il Regno per via di mare, se gli rendesse

più facile l'impresa e la conquista per terra. Fu fama ancora, che

per maggiormente ingrandire i suoi nipoti, avesse concertato col Re

di Francia di dar Maria sua nipote sorella del Cardinale e del Duca

per isposa ad un suo figliuolo, colui che dovea investirsi del Regno,

secondo le capitolazioni, che si diranno; e l'investitura fosse come

per dote della medesima, e si credette allora, che il matrimonio

avrebbe effetto, se le cose della guerra di Napoli gli fossero riuscite

prospere; e se Maria, che non era più che di nove anni, non fosse

troppo intempestivamente morta.

I Capitoli della lega conchiusa in Roma a' 15 dicembre del 1555,

rapportati dal Summonte[127], furono infra gli altri questi.

Che il Re Cristianissimo fosse obbligato difendere con tutte le sue

forze la Santità di Papa Paolo IV contra qualsivoglia persona, che lo

volesse offendere, e, quando ciò avvenisse, di calare egli, o mandare

eserciti in Italia per sua difesa.

Che pigliasse perpetua protezione del Cardinal Caraffa, del Conte

di Montorio, e D. Antonio Caraffa suoi nipoti, e loro descendenti;

e rimunerasse, e ricompensassegli de' Titoli e beni, che potessero

perdere, per conto di questa lega, nel Regno, dando loro altri Titoli

e beni in Italia, o in Francia, convenienti alla loro nobiltà ed alla

real sua magnanimità.

Che il Re facesse passar in Italia diece a dodicimila fanti forastieri,

più o meno, secondo che di comun avviso sarebbe giudicato neccessario,

e cinquecento lanze franzesi, e cinquecento cavalli leggieri.

All'incontro che il Papa desse dello Stato della Chiesa, o di altri

diecimila fanti più, o meno, secondo che sarà giudicato espediente, co

lor Capitani e Generali, e mille cavalli.

Che desse il passo, vettovaglie, artiglierie e munizioni ed altre

comodità, che aver si potranno nello Stato della Chiesa, all'esercito

della lega per loro denari.

Che la guerra si cominci nel Regno o in Toscana, come sarà più

espediente al ben comune.

Che acquistandosi il Regno di Napoli e di Sicilia, il Papa abbia da

investirne uno de' Serenissimi figliuoli di S. M. Cristianissima,

purchè non sia il Delfino, quando e quante volte ne sarà richiesto

dal Re Errico, riserbandosi la città di Benevento e suo Territorio e

Giurisdizione; e con condizione ancora, che i confini dello Stato della

Chiesa s'abbiano da dilatare e stendere di qua all'Appennino, insino a

S. Germano _inclusive_, ed al Garigliano; e di là dell'Appennino, sino

al fiume di Pescara, talmente che tutta quella Terra, ch'è di dentro a

predetti confini della Provincia d'Apruzzo, o sia chiamata di qualunque

altro nome, o reputata di qualunque altra Provincia fin a Pescara, e

nella Provincia di Terra di Lavoro sino a S. Germano _inclusive_, ed

al fiume Garigliano, s'intenda essere, e sia della Giurisdizione della

Chiesa; ed i confini del Regno si termineranno con essi fiumi, e con

retta linea, dividendo parimente il Monte Appennino da S. Germano al

nascimento del fiume di Pescara, ne' quali confini è compresa la Città,

Fortezza e Porto di Gaeta, la qual sia della Chiesa, come l'altre Terre

e luoghi contenuti fra' sopradetti termini.

Che s'accresca il censo a ventimila ducati di oro di Camera, oltre alla

solita Achinea.

Che la Sede Appostolica abbia nel Regno uno Stato libero di rendita

circa scudi venticinquemila d'oro, ed in luogo conveniente da eleggersi

per Sua Santità.

Che si dia all'Illustrissimo Signor Conte di Montorio uno Stato

similmente con condizione libera, et pieno jure, e che sia a

soddisfazione di Sua Santità, e che renda venticinquemila scudi

d'entrata, e sia suo e di suoi eredi, quali e quanti ne vorrà lasciare

ed istituire, maschi o femmine, e ne possa far testamento _pleno iure_,

e donarlo e venderlo come più gli piacerà, e morendo _ab intestato_

s'intenda, che gli eredi più prossimi succedano.

Che similmente al Signor D. Antonio Caraffa si dia un altro Stato

simile, o almeno di quindicimila scudi d'entrata.

Che il Re debbia mandare questo suo figliuolo, per investirlo del Regno

quanto prima si potrà, ad abitare, ed allevarsi in alcun de' predetti

Regni, i quali abbiano da esser governati ed amministrati a suo nome.

Il Consiglio, quanto all'amministrazione e governo dello Stato, debba

comporsi di Consiglieri fedeli e devoti del Papa e della S. Sede; e

siano eletti o deputati di comune consenso, fin che il predetto Re

pervenga nell'età che da se stesso possa reggere e governare detti

Regni: gli altri Governadori, quanto alla cura della sua persona,

debbano deputarsi ed eleggersi dal Re Cristianissimo, e li Capitani

Generali dell'esercito debbano esser benevoli e devoti del Papa e della

S. Sede, ed eletti di comun consenso.

Che 'l Serenissimo Principe da investirsi, suoi eredi e successori,

non possa essere eletto, o nominato Re o Imperadore de' Romani o Re di

Germania o di Francia o Signor di Lombardia o di Toscana.

Che sin a tanto, che colui, il quale dee essere investito, non giunga

a questi Regni, siano quelli governati ed amministrati di comun

consenso, e secondo la volontà del Papa e del Re, da uno o da più:

dei quali l'uno e l'altro di loro si confidino, a nome però del detto

Principe, e quegli, nel quale saranno convenuti o prete, o secolare,

sia Vicereggente, come Legato o come Governadore di Sua Santità e del

Re Cristianissimo, e debba prestare il giuramento all'uno ed all'altro

di bene e fedelmente amministrare secondo la volontà d'amendue.

Che non essendo esso Serenissimo figliuolo, che dovrà investirsi, di

tal età, che possa prestare il giuramento ed omaggio al Papa, ed alla

S. Sede, debba il Re come padre e tutore, per lui prestarlo, quando gli

sarà data l'investitura di detti Regni; il qual giuramento sia giusta

la forma degli altri giuramenti, che per altri Re si sono prestati a

Pontefici passati, ed alla Sede Appostolica, spezialmente a Papa Giulio

III, alla qual forma s'aggiunga, e si muti tutto quello, che per li

presenti articoli si trova aggiunto e mutato.

Che in ricognizione di questa prima investitura, che dovrà ricevere,

debba edificare nella Chiesa di S. Pietro in Roma una delle maggiori

Cappelle; e quando esso Re sarà pervenuto all'età legittima, sia tenuto

esso medesimo prestare il ligio omaggio al Papa e suo successore.

In fine, che sia obbligato l'investiendo lasciar cavare dal Regno di

Sicilia _ultra Pharum_ diecimila tomoli di grani, ogni qual volta che

la città di Roma n'avrà bisogno, senza pagamento alcuno di tratta o

d'altra gravezza.

Queste Capitolazioni, così ben ideate dal Papa, lo facevano parlar con

tanta fidanza e disprezzo; ed intanto non perdeva tempo di premunirsi

in ogni cosa, ciò che maggiormente insospettì il Duca d'Alba, poichè

alla scoperta il Cardinal Caraffa col Duca suo fratello erano tutti

intesi a fortificar Palliano, e v'aveano condotto Pietro Strozzi

Capitano del Re di Francia, che trovavasi in Roma, per prendere il suo

parere sopra le fortificazioni da farvi; e tuttavia pervenivan a Napoli

novelle delle commessioni date fuori dal Papa per assoldar gente. Avea

anche chiamato al suo soldo Camillo Orsini, Capitano sperimentato di

que' tempi, e mandato Paolo suo figliuolo con mille fanti in Perugia,

oltre a mille e duecento fanti Guasconi del presidio di Corsica, che

gli si mandavano dal Re di Francia in ajuto: si travagliava anche in

far bastioni, e faceva fare a molte altre Piazze dello Stato della

Chiesa nuove fortificazioni.

Il Duca d'Alba, seriamente a tutto ciò pensando, si risolvè alla

fine, da ben esperto Capitano, di prevenirlo, e per più sicuramente

difendere il Regno attaccar lo Stato Ecclesiastico, con trasferir ivi

la sede della guerra. Non tralasciava intanto con messi e con lettere

scritte al Duca di Palliano, lamentarsi del Papa suo zio di queste

novità, offerendogli pace; ma in vece di risposta, si videro assai più

continuare i preparamenti di guerra, e s'intese ancora la partenza del

Cardinal Caraffa per Francia, per sollecitare quel Re all'impresa.

Allora questo valoroso e savio Capitano, non volendo aspettare, che

il turbine cadesse in casa propria, dando minuto ragguaglio al Re

Filippo in Ispagna dell'imminente guerra, che il Papa per occupargli

il Regno preparava, unì, come potè meglio, dodicimila fanti, trecento

uomini d'armi e millecinquecento cavalli leggieri, con dodici pezzi

d'artiglieria, e si mosse nel primo del mese di settembre di quest'anno

1556 verso lo Stato della Chiesa, e giunto a S. Germano, occupò

Pontecorvo[128]. Prima di passar avanti volle tentar di nuovo l'animo

del Pontefice, e mandò in Roma Pirro Loffredo con lettere[129] drizzate

a lui, ed al Collegio de' Cardinali, dove offerendogli pace, altamente

si protestava, che tutto il danno, che ne riceverebbe la Cristianità,

s'imputerebbe alla sua coscienza.

Ma il Papa tutto alieno dalla concordia, fidato ai trattati con

Francia, più altiero che mai disprezzò le lettere; onde il Duca

proseguendo le sue conquiste occupò Frosolone, Veruli, Bauco, ed altre

Terre di que' contorni. Il Papa maggiormente sdegnato fece imprigionare

nel Castello S. Angelo Pirro Loffredo, e se il Collegio de' Cardinali

non l'avesse impedito, l'avrebbe fatto crudelmente morire; ed il Duca

intanto seguitando il suo cammino, s'impadronì dell'importante città

d'Anagni, di Tivoli, di Vicovaro, di Ponte Lucano, e di quasi tutte le

Terre de' Colonnesi sino a Marino, e minacciava d'assediare Velletri,

facendo far scorrerie dalle sue truppe insino alle Porte di Roma.

Questo Capitano ci lasciò un gran documento ed illustre esempio,

come debba guerreggiarsi col Pontefice romano, qualora le congiunture

portassero, per difendere il Regno di dovere assalirlo in casa propria.

Egli, oltre i tanti rispettevoli ufficj passati prima col Pontefice,

occupando le città e Terre dello Stato della Chiesa, acciocchè non gli

si potesse imputare, che si facessero quelli acquisti per spogliare la

Chiesa, faceva dipignere nelle Porte de' luoghi, che andava di mano

in mano occupando, le armi del Sacro Collegio, con protestazione di

tenergli in suo nome, e del Papa futuro, come s'era fatto a Pontecorvo,

a Terracina, a Piperno ed a gli altri luoghi, che s'erano resi: se

bene, come dice Alessandro d'Andrea[130], non mancò chi dubitasse non

questa fosse una arte, con la quale proccurasse il Duca d'indurre a

sospetto ed a discordia il Collegio col Papa.

Dall'altro canto il Re Filippo, al suo modo, e secondo la sagacità

degli Spagnuoli, fece porre questo affare in consulta; e siccome

nell'impresa di Portogallo ricercò il parere de' più insigni

Giureconsulti di quelli tempi, e delle più insigni Università di Spagna

e d'Europa per render la conquista più plausibile, così in questo

fatto con Paolo IV, ricercò consulta da Teologi come dovea postarsi,

e che conveniva fare contra un Pontefice che in molte occasioni, ed

essendo Cardinale, ed ora essendo Papa, erasi mostrato suo nemico

e dell'Imperador Carlo suo padre, e che si era scoverto aver fatta

lega col Re di Francia per assaltare il Regno di Napoli. Mostrava

dispiacergli sommamente questa nuova briga, e con grande rincrescimento

veniva tirato a questa guerra; considerava che la tregua fatta col Re

di Francia, veniva ora per opera d'un Papa, a cui dovrebbe essere più a

cuore la pace tra' Principi Cristiani, a rompersi: parevagli cosa molto

scandalosa, che per mezzo del Cardinal Caraffa avendo promesso al Re

franzese, che nella nuova promozione sarebbe tal numero di Cardinali

parziali della Francia e nemici degli Spagnuoli, che avrebbe sempre un

Pontefice dalla sua parte, avea data l'assoluzione del giuramento per

romper la tregua, onde si fosse quel Re risoluto a movergli guerra,

con tutto che i Principi del suo sangue, e tutti i Grandi della Corte

abborrissero l'infamia di rompere la tregua, e ricevere l'assoluzione

del giuramento. Considerava, che appena avendo cominciato a regnare nel

primo anno del suo Regno, la sua disavventura portava di avere da mover

le armi contra il Vicario di Cristo. Fece adunque porre in consulta i

seguenti Capi.

Se poteva il Re ordinare, che nessuno naturale dei suoi Regni andasse

o stasse in Roma, ancorchè fossero Cardinali; che tutti i Prelati

venissero a far residenza nelle loro Chiese; e li Cherici, che tenevano

beneficj, venissero a servire nelle proprie Chiese, e non volendo

venire, si procedesse a privarli delle temporalità.

Se si poteva impedire, che durante la guerra che si faceva col Papa, nè

per cambio, nè per altro modo, o direttamente, o indirettamente andasse

denaro in Roma per ispedizioni o altro.

Se era bene e conveniva fare in Ispagna, o in altro Stato di S. M. un

Concilio Nazionale per la riforma e rimedio delle cose Ecclesiastiche,

e qual forma e modo si dovesse tenere per convocarlo.

Se presupposto lo stato, nel qual restò il Concilio di Trento, e quel

che nell'ultima sessione di quello si dispone, si potria dimandare la

continuazione del detto Concilio, e l'emendazione nel capo e nelle

membra, e proseguire il di più, a che fu convocato; e se essendo

impedito dal Papa, si potria resistere a quello, ed inviare, non

ostante il suo dissenso, li Prelati de' suoi Stati a tenerlo; e quali

diligenze s'avrebbero da fare per detta continuazione, ancorchè li

Prelati d'altri Regni mancassero.

Non essendo stato Paolo IV canonicamente eletto Papa, ma intruso di

fatto in quella Sede, se della sua elezione poteva dirsi di nullità, e

qual modo e diligenza potria usare S. M. in tal caso.

Se stante tanti travagli, spese ed inconvenienti, che a' sudditi e

naturali de' suoi Regni di Spagna, ed al pubblico di quella sieguono in

andare alla Corte di Roma per liti e negozj, si potesse dimandare, che

il Papa nominasse un Legato in detti Regni, che spedisse in quelli i

negozj _gratis_, e che si ponesse una Ruota in Ispagna per determinar

le liti, senza che fosse necessario mandar in Roma, e non essendo

questo concesso, che potria fare.

Essendosi veduti i tanti abusi, che si praticano in Roma nella

provvisione de' beneficj, prebende e dignità, ed essendo a tutti

notorio, che poteva il Re dimandare di lasciarsi la provvisione di

quelli agli Ordinarj, e reprimere gli altri abusi; qual rimedio

potrebbe ora praticarsi per togliere tanti disordini ed eccessi,

che a questa materia della provvisione de' beneficj sono annessi e

dependenti.

Se gli Spogli, e frutti che il Papa si piglia ne' suoi Regni,

particolarmente delle Chiese vacanti, sia giusto, che se gli pigli:

e se il Re debba permetterlo, e che debba far in questo; poichè negli

altri Regni s'intende, che se n'astenga, ed in quelli di S. M. s'è ciò

introdotto fra pochi anni.

Se si potria giustamente domandare e pretendere, che il Nunzio

Appostolico, che è ne' suoi Regni, spedisse gratis i negozj e non in

altro modo; e che si potria e dovria fare in questo.

Furono al Re Filippo sopra ciascheduno de' capi suddetti da

un eccellente Teologo di Spagna date le congrue ed affirmative

risposte[131]; onde reso per ciò più animoso, scrisse al Duca

d'Alba, che proseguisse egli con vigore l'impresa, ed usasse tutti

gli espedienti economici per ridurre il Papa a dovere, perch'egli

dall'altra parte non avrebbe mancato (se non s'emendava) ne' suoi Regni

di Spagna di far valere le sue pretensioni in que' capi dedotte.

Il Duca pertanto avendo ne' restanti mesi dell'anno 1556 fatti gran

progressi nello Stato Ecclesiastico, e posta tanta confusione e

terrore in Roma istessa, che infinite famiglie fuggivano dalla città,

credeva di aver ridotto per questa via il Pontefice a quietarsi,

e non maggiormente inasprir la guerra; ma egli niente mutando il

suo proponimento, anzi per la felicità dell'armi del Duca vie più

infiammandosi alla vendetta, diede ordine al Marchese di Montebello

d'assaltare le frontiere del Regno dalla banda del Tronto, sperando

di fomentar negli Apruzzi qualche rivoluzione, per portare la guerra

nel Reame, e toglierla dal suo Stato. Ma fattoglisi incontro D.

Ferrante Loffredo Marchese di Trivico, che governava quella Provincia,

a cui il Vicerè avea mandata nuova gente per soccorso, non solamente

il costrinse a rinchiudersi in Ascoli, ma gli prese e saccheggiò

Maltignano.

Il Papa sollecitava il Re di Francia, che mandasse la gente promessa,

e gridava contra il Duca d'Alba, maledicendo ed anatematizzando; il

Duca all'incontro, mentre il Papa gridava, vie più mordeva; poichè

portatosi verso Grottaferrata e Frascati, ebbe in una imboscata a man

salva il Conte Baldassarre Rangone con centocinquanta de' suoi; poscia

si fermò sotto Albano, donde mandò Ascanio della Cornia ad occupare

Porcigliano ed Ardea[132]. Quindi passò verso il mare, e con poca

fatica s'impadronì di Nettuno: di là andò ad Ostia, ed essendosi resa,

si pose ad abbatter la Rocca, la quale dopo qualche contrasto ricevè

presidio dal Vicerè; e già la sua cavalleria scorreva senza contrasto

sino alle vicinanze di Roma.

Il Cardinal Caraffa, ch'era ritornato di Francia, vedendo le cose

in questo stato, per mezzo del Cardinal di S. Giacomo, zio del Duca

Vicerè, fece proporre un abboccamento, affine di conchiudere qualche

trattato di pace: s'abboccarono in effetto il Duca ed il Cardinal

Caraffa nell'Isola di Fiumicino; ma niente si conchiuse, se non che una

triegua di quaranta giorni, più per potere l'uno ingannar l'altro, che

dovesse conchiudersi pace alcuna[133]. Ciascuno in questa triegua gli

parve trovare il suo conto: il Cardinale voleva guadagnar tempo, perchè

avea avuta notizia, che il Re di Francia avea già spedito il Duca di

Guisa con dodicimila fanti, quattrocento uomini d'arme e settecento

cavalli leggieri, con un gran numero di Cavalieri in ajuto di suo zio,

ed aspettava ii suo arrivo, trattenuto dalla rigidezza della stagione

in Piemonte. Il Vicerè dall'altra parte accertatosi della venuta de'

Franzesi, desiderava, che cessassero l'ostilità, non solo per far

provvisione di viveri da mantenerne l'esercito, giacchè per i venti

contrarj non potevano le Galee condurli; ma anche per potere ritornare

a Napoli, e quivi fare que' preparamenti, che bisognavano per opporsi

al Duca di Guisa.

Lasciate pertanto le sue genti a Tivoli sotto il comando del Conte di

Popoli, che creò suo Luogotenente, tornò il Duca in Napoli per far i

dovuti preparamenti ad una spedizione cotanto importante: fece in prima

ragunare il general Parlamento de' Baroni e delle Terre demaniali,

ove avendo esposto i bisogni che occorrevano, ottenne un donativo

d'un milione di scudi a beneficio del Re, e d'altri venticinquemila

per se medesimo. Con questo mezzo formò egli la pianta d'un esercito

proporzionato al bisogno, dando gli ordini necessarj per l'unione

delle milizie, che doveano arrivare a trentamila fanti Italiani,

dodicimila Tedeschi e duemila Spagnuoli, oltre alla cavalleria

del Regno, che accrebbe sino al numero di 1500[134]. Fece in oltre

tutte le provvisioni che bisognavano, così per lo sostentamento d'un

esercito così grande, come per la difesa delle piazze più importanti,

e particolarmente degli Apruzzi, che stavano raccomandate alla fedeltà

e vigilanza del Marchese di Trivico.

Ma quello in che mostrò maggiormente la sua prevedenza, fu di

provvedere, che il Papa dall'istesso Regno non ricavasse profitto, ed

all'incontro, che il Re, de' beni degli Ecclesiastici, potesse, se la

necessità lo portasse, valersi per difesa del Regno, contra un ingiusto

invasore. Per ciò egli avendo a' 15 del mese di gennaio del nuovo anno

1557 ragunato appresso di se il Consiglio Collaterale, spedì in suo

nome e del Collaterale una lettera Regia diretta al Tribunale della

Regia Camera, dicendogli, che conveniva al servigio di Sua Maestà,

che si sequestrassero li frutti ed entrate d'alcuni Arcivescovadi,

Vescovadi, Badie ed altri beneficj del Regno, e d'alcuni Prelati,

e che si dovessero esigere in nome della Regia Camera; per ciò gli

comandava, che spedisse ordini al Tesoriero generale, ed a tutti i

Percettori delle Province del Regno, che esigessero dette entrate e

le tenessero sequestrate in nome d'essa Regia Camera, e gli mandasse

nota di detti Arcivescovadi, Vescovadi, Badie e Beneficj, che s'aveano

da sequestrare, e delli Prelati e persone Ecclesiastiche, da cui si

possedevano. E poichè il Papa con nuova disciplina Ecclesiastica,

vacando l'Arcivescovado di Napoli per la sua assunzione al Pontificato,

non volle dargli successore, ma diceva; che quella Chiesa voleva esso

governarla ancora da Arcivescovo, ancorchè fosse Papa, ed avendovi

mandato un suo Vicario, si pigliava tutte l'entrate della Chiesa

suddetta, per ciò furono anche sequestrate l'entrate dell'Arcivescovado

di Napoli.

Parimente in nome suo e del Collaterale, a' 21 gennaio del medesimo

anno, mandò un'altra lettera Regia a tutti i Governadori delle province

del Regno, dicendo loro aver inteso, che il Papa avea imposto in questo

Regno due decime, e che quelle si proccuravano esigere senza il suo

beneplacito e Regio Exequatur; per ciò lor comandava, che dovessero

ordinare alli Capitani ed Ufficiali delle loro province, che dovessero

dar ordine a tutte le Chiese, Monasterj, Arcivescovi, Vescovi ed altre

persone Ecclesiastiche beneficiate, sotto pena delle temporalità,

che non dovessero pagare dette Decime agli Esattori di quelle: nè per

altra via girare e far pagare in Roma quantità alcuna di denari, sotto

qualsivoglia colore, nè per qualsisia causa, senza espressa licenza del

Vicerè.

Scrisse ancora in detto nome, a' 22 febbraio del medesimo anno, a

Cristoforo Grimaldo Commessario di Terra di Lavoro, che compliva al

servizio di Sua Maestà per beneficio e conservazione di questo Regno

di sapere tutto l'oro ed argento, ch'era nel Regno delle Chiese di

qualsisia Dignità, Badie e Monasterj: per ciò gli ordinava, che dovesse

far nota ed inventario per mano di pubblico Notaro di tutto l'oro ed

argento, ch'era nelle Chiese, Monasteri e Badie, notando pezzo per

pezzo, la qualità ed il prezzo; ed inventariati che saranno, gli debba

lasciare in potere delli medesimi Prelati e Detentori, con cautela di

non farne esito alcuno, ma di tenerli e conservarli all'ordine d'esso

Vicerè, ed esibirli sempre, che comanderà per servizio del Re, e per

la difensione e conservazione del Regno, usando in questo la debita

diligenza a trovar tutto l'oro ed argento, affinchè non siano occupati,

e che glie ne dia subito avviso dell'eseguito.

E stringendo tuttavia il bisogno della guerra, e gli apparati de'

nemici vie più sentendosi maggiori, stante l'invito fatto anche al

Turco, perchè colla sua armata travagliasse il Regno, fu d'uopo al

Vicerè in suo nome, e del Collaterale scrivere, al primo marzo di

quest'istesso anno, a tutti i Governadori delle province del Regno,

dicendo loro, che per gli andamenti e grandi apparati di guerra, che

ha fatti e faceva il Papa con leghe d'altri Principi, con aver anco

invocata l'armata Turchesca contra Sua Maestà per assaltare questo

Regno, bisognava per difesa e conservazione di quello provvedere di

genti a cavallo ed a piedi, per rinforzare e mantenere l'esercito,

ed andare a ritrovare i nemici fuori del Regno, ed anco provvedere

le Terre di marina per difensione contra detta armata del Turco; il

che tutto risultando a maggior servigio del Re, alla conservazione

e beneficio universale del Regno, per le spese grandi, che sono

necessarie per detto effetto, bisognava aver danari assai; e poichè

li Baroni e Popoli di questo Regno si trovavano oppressi per li gran

pagamenti che faceano e dell'ultimo donativo, che il Regno avea fatto

a sua Maestà di due Milioni di ducati, del quale anticiparono il terzo

di Pasqua, avea pensato, che gli Arcivescovi, Vescovi ed altri Prelati,

Monasterj ed Abati del Regno dovessero prestare alla Regia Corte

delli frutti ed entrate loro del terzo di Pasqua, delle tre parti due,

conforme alle note che lor si mandavano, del quale impronto potevano

soddisfarsi sopra il terzo di Natale primo venturo del detto donativo,

ed in caso, che detti Prelati, Monasterj ed Abati, ricercati da essi

in nome del Vicerè graziosamente, non volessero fare detto prestito,

detti Governadori di province subito l'abbiano da esigere da dette loro

entrate e frutti, per la rata, conforme alle dette note.

Pochi giorni da poi, premendo assai più la necessità della guerra,

spedì Commessione in suo nome e del Collaterale a' 4 del detto mese

di marzo, a diversi Commessarj, che andassero con ogni prestezza

e diligenza ad eseguire quanto era stato per prima commesso alli

Governadori delle province, a costringere li detentori dell'oro,

ed argento delle Chiese e Monasterj del Regno, e pigliarseli

per inventario a peso, acciò si potessero mandare in Napoli, per

conservarli nell'Arcivescovado di quella città, in nome delli Padroni

d'essi, ad ordine del detto Vicerè; ed anco a costringere li debitori

degli Arcivescovadi, Vescovadi, Badie e Beneficiati a pagare li due

terzi della terza parte delle loro entrate, per prestito alla Regia

Camera.

E poichè questa commessione, essendo generale, veniva eseguita anche

per li Calici e Patene; per ciò a' 9 del detto mese spedì lettera a'

Governadori delle province, che debbiano eseguire il suo ordine degli

ori, ed argenti, riserbandone li Calici e Patene, e quelli che avranno

pigliati e fatti consignare alli Percettori, li facciano restituire.

Siccome riuscendo questo trasporto d'oro ed argento in Napoli molto

strepitoso, a' 18 marzo ordinò a tutte le Regie Audienze, che dall'ora

innanzi non pigliassero più oro ed argento dalle Chiese, ma che solo lo

tenessero sequestrato, e restituissero il preso in potere delle persone

Ecclesiastiche delle medesime, con ordinar loro che quello tengano in

sequestro, insino ad altro suo ordine.

Parimente ordinò, che per le occorrenze della guerra presente, si

pigliasse tutto il metallo delle Campane delle Chiese e Monasterj

di Benevento per fonderlo e tutti i pezzi d'artiglieria di bronzo, e

falconetti, ch'erano in detta città, come dal Convento de' Frati di S.

Lorenzo di Benevento, si pigliasse tutto il metallo delle Campane e si

liquidasse il prezzo di tutto per poi pagarlo finita la guerra.

Dopo aver dati questi provvedimenti per una tanta espedizione, a'

11 aprile di quest'anno 1557 partì il Duca da Napoli per la volta

d'Apruzzo per opporsi a' Franzesi[135], lasciando per _Luogotenente

Generale D. Federigo di Toledo_ suo figliuolo, il quale fino al

ritorno, che fece nel mese di settembre del detto anno, dopo la pace

conchiusa col Papa, governò Napoli ed il Regno.

Dall'altra parte il Cardinal Caraffa partì da Roma per Lombardia, per

abboccarsi in Reggio co' Duchi di Ferrara e e di Guisa e consultare del

modo e del luogo, dove dovea portarsi la guerra. Furono i pareri varj,

chi consultava l'espugnazion di Milano, chi la liberazione di Siena, e

chi l'impresa del Regno; ma protestandosi il Cardinale, che qualunque

risoluzione si pigliasse differente dall'invasione del Regno di Napoli,

non sarebbe approvata dal Papa suo zio; il Duca di Guisa, che avea

commessione dal suo Re di far la volontà del Pontefice, provveduto dal

Duca di Ferrara suo suocero d'alcuni pezzi d'artiglieria, spinse il suo

esercito nella Romagna, e passando per lo Stato d'Urbino, si portò per

la Marca nelle vicinanze del Tronto.

Intanto, essendo spirata la tregua tra 'l Pontefice ed il Vicerè, si

cominciarono le ostilità, e si vide in breve ardere la guerra, non

meno nell'Apruzzo, che nella Campagna di Roma. Il Duca di Palliano

con Pietro Strozzi uscito con seimila fanti tra Italiani e Guasconi,

seicento cavalli leggieri e sei pezzi d'artiglieria, e portatosi sotto

Ostia, ricuperò la Rocca col bastione innalzatovi dal Vicerè. Ricuperò

Marino, Frascati e l'altre circostanti Terre. Nettuno fu abbandonato

da' Spagnuoli, e se gli Ecclesiastici nel calor della vittoria si

fossero più avanzati, avrebbero anche ripreso Frosolone ed Anagni.

Giulio Orsini era parimente tutto inteso a discacciar gli Spagnuoli

dallo Stato di Palliano; ma occorsivi Marcantonio Colonna, secondato

da' Terrazzani ben affezionati de' Colonnesi il costrinse a lasciar in

abbandono l'impresa.

Ma dalla banda del Tronto meditava il Duca di Guisa d'assediar

Civitella, e trattenevasi in Ascoli per aspettare l'artiglieria,

che dovea venire da lontano; della qual tardanza si doleva molto

col Marchese di Montebello; e per non parere di starsene ozioso,

fece entrare nel Regno millecinquecento pedoni, ed una compagnia di

cavalli, comandati dal mentovato Marchese e da Giovan-Antonio Toraldo,

che saccheggiarono Campoli, occuparono Teramo, e danneggiarono

la campagna sino a Giulia Nova. Giunto poscia il cannone, assediò

Civitella, dove alla fama dell'avvicinamento de' nemici, era entrato

prima Carlo Loffredo figliuolo del Marchese di Trivico, poscia 'l

Conte di Santa Fiore speditovi dal Vicerè; fu dal Duca di Guisa

incessantemente la Piazza battuta: ma con non disugual valore dagli

assediati fortemente difesa: e mancando a' Franzesi il bisognevole per

replicar gli assalti, il Duca lamentandosi col Marchese di Montebello

del Cardinal suo fratello, ch'avea posto al ballo il suo Re, e poi

mancava alle promesse; avendogli questi superbamente risposto, vennero

fra di loro a tali parole, che il Marchese partì dal campo, senza nè

meno licenziarsi[136]. Accorse tosto per riparar a questi disordini

il Duca di Palliano con Pietro Strozzi con soldatesca, colla quale

pareva, che si fosse in qualche parte adempito all'obbligazione del

Papa; ma essendo il soccorso assai picciolo, e tuttavia mancando

molte cose, ch'erano necessarie per ridure l'impresa ad effetto, i

Franzesi impazienti cominciarono a maledire non solamente coloro,

che aveano consigliato il loro Re a collegarsi con Preti, i quali

non s'intendevano punto del mestier della guerra, ma anche a parlar

malamente del Cardinal Caraffa, ch'era andato ad empire di vane

speranze l'animo del Re, ajutando, come suol dirsi, i cani alla

salita[137].

Intanto il Duca d'Alba se ne veniva per soccorrere Civitella con

ventimila fanti e duemila cavalli, con apparecchio sufficiente di

munizioni e d'artiglierie, ed entrato a Giulia Nova s'attendò dodici

miglia lontano dalla Piazza: alla fama della venuta di questo Capitano

con sì poderoso esercito, Pietro Struzzi non perdè tempo di consigliare

al Duca di Guisa, che sciogliesse l'assedio: onde dopo il travaglio di

22 giorni, verso la metà di maggio fu quello sciolto, ritirandosi il

Duca ad Ascoli, seguitato dal Vicerè, il quale entrato nelle terre del

Papa, occupò Angarano e Filignano.

Mentre queste cose accadevano in Apruzzo, Marcantonio Colonna con non

minore felicità s'avanzava in Campagna di Roma; poichè avendogli il

provido Vicerè mandati in soccorso tremila Tedeschi, de' seimila venuti

coll'armata del Doria, prese la Torre vicino Palliano, Valmontone e

Palestrina, e pose in fine l'assedio alla Fortezza di Palliano. Le

genti Papali tentavano di soccorrerla, ed uscirono a quest'effetto da

Roma il Marchese di Montebello e Giulio Orsini con quattromila fanti

Italiani, duemila e due cento Svizzeri, ch'erano stati assoldati dal

Vescovo di Terracina, alcune compagnie di cavalli e molti carri di

vettovaglie per provvedere la Piazza; ma sopraggiunto al Colonna un

nuovo soccorso di Tedeschi Spagnuoli, ed uomini d'arme, che dopo la

liberazione di Civitella gli erano stati mandati dal Vicerè, si fece

incontro al nemico; da picciole scaramucce si venne in fine al fatto

d'arme, nel quale rimasero le genti del Papa rotte e dissipate, e

Giulio Orsino ferito, fu fatto prigione[138]. Marcantonio sapendosi ben

servire della vittoria, procedè innanzi; espugnò Rocca di Massimo, ed

occupò Segna, senza tralasciare l'assedio di Palliano[139].

Il Papa allora sbigottito da questo successo, vedendo l'inimico

avvicinarsi troppo, chiamò il Duca di Guisa alla difesa di Roma; ma

il Duca d'Alba, lasciate ben munite le frontiere del Regno, e qualche

numero di soldatesche al Marchese di Trivico, per guardar que' confini,

passò anch'egli nella Campagna di Roma. Alloggiò tutto l'esercito sotto

le mura di Valmontone, donde se ne passò alla Colonna, e volendo porre

Roma in timore, spinse la notte precedente al giorno de' 26 agosto,

sotto il comando d'Ascanio della Cornia, trecento scelti archibugieri,

con una scorta di soldati a cavallo, e con buona provvisione di

scale, affinchè assaltassero le mura di Roma vicino Porta Maggiore,

e proccurassero d'impadronirsi di quella Porta, nel tempo istesso,

ch'egli con tutto l'esercito sarebbe sopraggiunto per favorire

l'impresa. Ma svanì il disegno, per aver ritardata la spedizione una

lenta pioggia, che impedì i fanti quella notte di potersi avvicinare

alle mura di Roma; onde sopraggiunto il giorno, furono costretti a

ritirarsi subito, per non esporsi, faticati dal notturno viaggio, a

combattere con le milizie franzesi, alloggiate nelle circostanti Terre.

Quando in Roma videro i perigli esser così vicini, cominciaron tutti

ad esclamare contro al Papa, ed a far sì, che si trattasse d'accordo,

e si proccurò la mediazione de' Principi vicini a trattarlo; furono

per ciò impegnati il Duca di Fiorenza e la Repubblica di Venezia,

i quali portarono i loro ufficj al Re Filippo II per indurlo alla

pace. Il Re Filippo allora, che per la vittoria ottenuta contro a'

Franzesi nella giornata di San Quintino, stava ben pago e soddisfatto

d'aver contra i medesimi presa vendetta, come Principe pio, e che mal

volentieri sofferiva questa guerra, rispose alla Repubblica Veneta,

dandole parte della vittoria di S. Quintino, ed insieme dichiarando,

che non fu mai sua voglia di continuar guerra contro alla Chiesa e che

molto volontieri accettava la sua mediazione, acciò che s'interponesse

per la pace tra 'l Pontefice e 'l Vicerè, soggiungendole, che quante

volte fosse insorta nel conchiuderla qualche controversia, avesse

ella preso l'assunto di superarla; giacchè si rimetteva a quanto

avesse ella determinato. Scrisse parimente al Vicerè con questi

medesimi sentimenti, imponendogli di soddisfare al Pontefice in tutto

quello, che avesse desiderato, purchè non ne sentissero pregiudicio i

suoi interessi, nè quelli de' suoi servidori ed amici. All'incontro

il Papa, vedendo l'esito della guerra poco felice, e che il Re di

Francia, per quella gran rotta ricevuta presso S. Quintino, richiamava

il Duca di Guisa d'Italia con le genti che aveva, dandogli libertà

di pigliar quel consiglio, che gli paresse per se più utile[140];

vedendo svanita l'invasione del Regno, e ridotte di nuovo l'arme sopra

le Terre dello Stato Ecclesiastico, non si mostrò punto alieno come

prima, d'acconsentire alla pace; voleva però, che si fosse conchiusa

con riputazione della Sede Appostolica, e che in tutti i modi il Duca

d'Alba dovesse andar personalmente a Roma a dimandargli perdono, e

ricever l'assoluzione, dicendo che più tosto voleva veder tutto il

Mondo in rovina, che partirsi un filo da questo debito; che non si

trattava dell'onor suo, ma di Cristo, al quale egli non poteva nè far

pregiudicio, nè rinunziarlo.

Il Cardinal di Santa Croce, veduta l'inclinazion del Papa, spedì tosto

Costanzo Tassoni al Duca di Fiorenza, ed al Vicerè Alessandro Placidi,

affinchè il trattato si cominciasse, e mandò parimente al Vicerè le

proposizioni fatte dal Papa, le quali si riducevano, oltre a venir il

Duca a dimandargli perdono, a dimandare la restituzione dell'occupato;

promettendo egli all'incontro di licenziare i Franzesi, e perdonare

l'ingiurie ricevute.

Il Duca d'Alba, che non avea ancora esperienza della gran differenza,

ch'è tra 'l guerreggiar con gli altri Principi e con gli Papi, co'

quali finalmente niente si guadagna, anzi si perdono le spese, sentendo

queste proposizioni, s'alterò non poco, rispondendo, essere tanto

stravaganti, che peggiori non si sarebbero potute fare da un vincitore

al vinto. Ma la Repubblica di Venezia, che con molto vigore avea

intrapresa la mediazione, per persuadere il Duca alla pace, spedì al

medesimo a quest'effetto un suo Segretario; dall'altra parte si mossero

da Roma Cardinali Santa Fiore, e Vitellozzo Vitelli per trattarla

col Vicerè[141]. Vi si portò ancora il Cardinal Caraffa, il qual fu

ricevuto dal Duca con grand'onore nella Terra di Cavi, dove dibattutosi

l'affare per alquanti giorni, finalmente a' 14 settembre fu la pace

conchiusa, con queste condizioni.

Che il Vicerè in nome del Re Cattolico andasse in Roma a baciare il

piede a sua Santità, praticando tutte le sommessioni necessarie per

ammenda dei disgusti passati; e che il Papa all'incontro dovesse

riceverlo con viscere di clementissimo padre.

Che il Pontefice dovesse rinunziare alla lega fatta col Re di Francia,

con rimandarne i Franzesi, e dovesse in avvenire far le parti di padre

e di comun pastore.

Che si restituissero Anagni e Frosolone e tutte le Terre occupate della

Chiesa, e vicendevolmente tutte l'artiglierie che dall'una parte e

dall'altra fossero state prese nel corso di questa guerra.

Che si rimettessero da amendue le parti tutte le pene e contumacie

incorse da qualsivoglia persona o Comunità, eccettuandone Marcantonio

Colonna, Ascanio della Cornia ed il Conte di Bagno, i quali dovessero

rimanere nella lor contumacia a libera disposizione del Pontefice[142].

E per ultimo, che Palliano si consegnasse a Giamberardino Carbone

nobile Napoletano confidente delle due Parti, il quale dovesse

guardarlo con 800 fanti da pagarsi a spese comuni, e dovesse giurare

di tenerlo in deposito insino a tanto, che dal Papa e dal Re Cattolico

unitamente ne fosse stato disposto[143].

Furono ricevute in Roma queste capitolazioni con universale allegrezza;

onde partiti i Franzesi, si portarono in quella città il Duca d'Alba

con suo figliuolo, li quali furono dal Papa ricevuti con tenerezza, ed

assoluti dalle censure, nelle quali credeva per i preceduti successi

essere incorsi, siccome ad intercessione del Duca liberò tutti gli

amici e dependenti del Re, ed alla Duchessa d'Alba mandò sino a Napoli

la Rosa d'oro, regalo solito in que' tempi di presentarsi a' Principi

grandi, la quale con gran pompa e stima fu da quella religiosissima

Dama ricevuta nel Duomo di Napoli.

Il Duca accompagnato dal Cardinal Caraffa, e dal Duca di Palliano

partì di Roma, il quale di tutto datane contezza al Re Filippo, questi

con soddisfazione accettò la pace, rimunerò largamente tutti coloro,

che s'erano in questa guerra distinti. Al Conte di Popoli fu dato il

titolo di Duca con provvisione di tremila ducati, e facoltà di poter

disporre dello Stato, che sarebbe decaduto al Fisco per mancanza di

successori[144]. Ad Ascanio della Cornia una provvisione d'annui ducati

seimila, sin tanto che ricuperasse i suoi beni, statigli occupati

dal Papa, oltre mille altri scudi dati alla madre, e molte entrate

ecclesiastiche concedute al Cardinal di Perugia suo fratello. Gli

abitanti di Civitella ottennero molte prerogative in ricompensa della

costanza mostrata. E fu offerta al Duca di Palliano la Signoria di

Rossano in Calabria, acciò rinunziasse lo Stato a Marcantonio Colonna,

al che non avendo voluto acconsentire il Papa, il Duca restò privo

dell'uno e dell'altro; perchè nella Sede vacante Marcantonio ricuperò

lo Stato.

Il Duca d'Alba ritirato in Napoli fu ricevuto dai Napoletani con tanto

applauso e gioja, che era meritamente riputato il loro liberatore.

Ma mentre s'apparecchiava a discacciare i Franzesi dal Piemonte,

per più gravi e premurosi bisogni della Monarchia gli fu dal Re

Filippo comandato, che si portasse nella sua Corte, per dove partì

nella Primavera del nuovo anno 1558, lasciando di se un grandissimo

desiderio; poichè era stata poco tempo goduta la sua presenza,

chiamata altrove dalle cure di Marte: pure in que' pochi anni ci lasciò

quattro Prammatiche, ed al governo del Regno lasciò suo _Luogotenente_

l'istesso _D. Federico_ suo figliuolo; ma la sua reggenza fu molto

breve, poichè il Re Filippo, quando chiamò in Ispagna il Duca, avea

comandato a _D. Giovanni Manriquez di Lara_, che si trovava suo

Ambasciadore in Roma, che passasse al governo di Napoli, per insino

che si fosse previsto di nuovo Vicerè, il quale non vi durò che

cinque mesi; poichè vi fu mandato da poi il _Cardinal della Cueva_ per

_Luogotenente_, che parimente poco più che _D. Giovanni_ vi stette,

poichè richiamato in Roma per l'elezione del nuovo Pontefice, stante

la morte seguita di Paolo IV, fu finalmente dal Re Filippo, savio

discernitore dell'abilità e merito de' soggetti, mandato per Vicerè

_D. Parafan di Ribera Duca d'Alcalà_, quel gran savio Ministro fra

quanti ve ne furono, del di cui lungo e prudente governo più innanzi

ragioneremo.

Ecco il fine della guerra cotanto ingiustamente[145] mossa da Papa

Paolo IV e come mal finisse con tanto danno del Regno, ed immenso

sborso di denari per sostenerla; ecco il vantaggio, che hanno i Papi,

quando guerreggiano, che oltre la restituzion dell'occupato loro,

non si parla dell'ammenda di tanti danni e mali irreparabili, che si

cagionano a' Popoli, alla quale dovrebbero almeno esser obbligati.

Allora il Regno di Napoli non solo per mantener questa guerra sborsò

due milioni, ma per supplire a' bisogni di quella, e pagare i debiti

contratti, in tempo che governò D. Federico di Toledo, lasciato dal

padre per suo Luogotenente, furon fatti dalla città due altri donativi,

l'uno di ducati quattrocentomila, l'altro di ducati centomila. In

oltre dovendosi restituire il prezzo del metallo della campana presa

di Benevento, bisognò che la Regia Camera facesse far la liquidazione

di quello, e pagasse il prezzo, siccome furono restituiti i pezzi

dell'artiglierie, e falconetti presi[146].

Ma tutto ciò è nulla a' danni gravissimi, che si sentirono da poi per

l'occasion di questa guerra, la quale sebbene fosse terminata per

questa pace, rimase l'impressione perciò fatta col Turco, il quale

invitato, come si disse, dal Re di Francia collegato col Papa, ad

assalire per mare il Regno, sebbene tardasse la sua armata a venire al

tempo opportuno, ch'essi desideravano, tanto che bisognò conchiuder la

pace, non per ciò il Turco avendo preparato il tutto, ancorchè alquanto

s'astenesse d'inquietarlo; poichè appena partito il Duca d'Alba per

la Corte, pervenuto a governar il Regno D. Giovan Manriquez questo

infelice Ministro, non erano passati ancora otto giorni dopo la sua

venuta, seguita a' 5 giugno di quest'istesso anno 1558, che vide ne'

nostri mari comparir l'armata Ottomana numerosa di centoventi Galee

sotto il comando del Bassà Mustafà, la quale dopo aver saccheggiata

la città di Reggio in Calabria, entrata fin dentro il Golfo di Napoli,

posta di notte la gente a terra diede un sacco lagrimevole alle città

di Massa e di Sorrento; facendo di quest'ultima un miserabilissimo

scempio per esser stati posti in ischiavitù quasi tutti i lor

Cittadini, che portati in Levante, bisognò poi riscattarli a grave

prezzo; onde quel misero avanzo de' loro congiunti, che rimasero

venduti i loro campi e le loro tenute a vilissimo prezzo, fu costretto

andare insino a Casa il Turco per riaverli[147]: disavventura, della

quale insino al dì d'oggi mostra Sorrento le cicatrici, mirandosi per

ciò tuttavia povera e di facoltà e d'abitatori.

Ma non passò guari, che la mano vendicatrice del Signore non si facesse

sentire sopra la persona del Pontefice, e de' suoi nipoti e congiunti,

autori di tanti mali: poichè il Pontefice, prima di morire, ebbe a

soffrire molte angoscie per le tante scelleraggini scoverte de' suoi

nipoti, e fu quasi per morir di doglia, quando costretto a sbandirli di

Roma, intese le tante laidezze in casa del Duca suo nipote, che furono

cagione di morti crudeli e violente, e di lagrimevoli tragedie. Ed

appena morto a' 18 agosto del 1559, anzi spirante ancora, per l'odio

concepito dal popolo e plebe Romana contra lui e tutta la Casa sua,

nacquero così gran tumulti in Roma, che i Cardinali ebbero molto più

a pensare a quelli, come prossimi ed urgenti, che a' comuni a tutta

la Cristianità. Andò la città in sedizione: fu troncata la testa alla

Statua del Papa e strascinata per la città: furono rotte le prigioni

pubbliche: fu posto fuoco nel luogo dell'Inquisizione, e abbruciati

tutti i processi e scritture, che ivi si guardavano; e poco mancò, che

il Convento della Minerva, dove i Frati soprastanti a quell'Ufficio

abitavano, non fosse dal popolo abbruciato. Assunto poi al Pontificato

_Pio IV_, furono imprigionati i Caraffeschi, e fabbricatosi contro

ad essi più processi, per le loro scelleratezze furon sentenziati a

morte. Il Cardinal Carlo fu fatto strangolare, il Duca di Palliano fu

decapitato, e degli altri loro congiunti ed aderenti, furon praticati

castighi sì severi, che gli ridussero in istato cotanto lagrimevole,

quanto la lor Istoria racconta.

Istoria civile del Regno di Napoli, v. 8 · 第 21 / 54 题