XI.

Un uomo adulto di anni e sempre giovane di cuore, ha chiuso nell'anima

e custodito come un sacro e geloso segreto, l'amore profondo che sente

per una giovinetta di sedici anni. Ma la bella Evelyn Hope è morta; ed

egli siede e veglia un'ora presso il letto ov'essa giace cadavere....

Quella è la sua piccola libreria, questo il suo letto: essa avea colto

con le sue mani quel ramicello di geranio che comincia a morire anche

lui nel calice di cristallo, sul tavolino. Poco o nulla è mutato nella

cameretta: le imposte son chiuse, nè passa altra luce fuorchè quella di

due lunghi raggi gialli, dagli spiragli della finestra....

Egli medita, triste ma rassegnato: — Morta a sedici anni! Forse essa

aveva appena sentito parlare di lui: non era ancora venuto per lei

il tempo di amare: e poi, la sua vita aveva altre speranze, altre

occupazioni, e piccole cure e doveri — ed ora era quieta, ora attiva

— finchè, d'improvviso, la mano di Dio le ha fatto un cenno — e quella

soave fronte bianca è tutto ciò che resta di lei.

“Ah! (egli dice _sottovoce_ alla morta, nel crepuscolo della verginale

cameretta) è dunque troppo tardi, o Evelyn Hope? E che? la tua anima

era pura e vera; i benefici astri avean versato su te le più divine

influenze, eri fatta di anima e di fuoco, di rugiada e di luce; e

perchè io avevo tre volte i tuoi anni, e i nostri sentieri divergevano

così staccati nel mondo, mi si dirà che non eravamo _nulla_ l'uno

per l'altro, che eravamo compagni mortali e niente di più?... No, in

verità! Poichè Dio ha creato l'amore per ricompensare l'amore, io ti

reclamo, o Evelyn Hope, io reclamo il tuo amore in nome dell'amor mio.

Potrà essermi ritardato ancora per altre vite, tra vari altri mondi che

io dovrò traversare.... Molto avrò da imparare, molto da dimenticare,

prima che arrivi il tempo di possederti. Ma quel tempo verrà, — alla

fine verrà — quando io saprò che cosa voleva dire, nel basso pianeta

della Terra, in anni tanto remoti, quel tuo corpo ed anima così

puri e lieti.... indovinerò perchè i tuoi capelli avevano il colore

dell'ambra, e la tua bocca era rossa come i tuoi gerani; e: ho vissuto

(ti dirò) ho vissuto tanto da quel tempo, o Evelyn Hope, ho conquistato

i guadagni di varie esistenze, ho profittato di tanti secoli, ho

provato ogni ora e ogni clima: ma una cosa sola sentivo sempre, in

fondo all'anima, che mi mancava, e _che io le mancavo_: e sempre ti ho

sospirata, e ti ritrovo, e sei mia!

“Intanto, per ora, silenzio.... Io ti dò a serbare questa foglia: vedi,

io la chiudo dentro la tua soave gelida mano — così!... Questo è il

nostro segreto: dormi ora in pace — più tardi, ti sveglierai, e ti

ricorderai, e _intenderai_.„

. . . . . . .

Questo mistico concetto, intravisto dai vecchi savi d'Oriente —

vagheggiato da Platone — cantato da alcuni poeti del secolo XIII e

XIV — illustrato da Pico della Mirandola e altri Platonici del secolo

XV — e ripreso ed espresso ripetutamente da Gœthe e da Schelling,

da Gian Paolo e da Novalis, e recentemente da Roberto Browning — se

non è cristianamente ortodosso, non contradice nemmeno al concetto

fondamentale del Cristianesimo; ed è un'idea altamente poetica e

consolante. Ed a momenti, ci par più che possibile questa scala di

vite, queste ascensioni dell'anima in altri mondi. I mondi di cui

Dio ha popolato lo spazio son tanti! Settant'anni di prova parrebbero

troppo pochi per l'anima umana che ha aspirazioni infinite. Se fosse

vero!... Passata la gioventù, ci rimarrebbe tra le ceneri del fuoco

della passione, l'oro della esperienza — e la vecchiaia sarebbe un

prepararsi, ammaestrati dal passato, al futuro: a mettere in atto

quel che qua s'era a mala pena imparato; a leggere ciò che a fatica

si compitava; a dire ciò che a stento si balbettava quaggiù.... Tutto

quello che non potemmo essere sulla Terra — ed a cui pur ci sentivamo

nati — tutto quello che _era_ in noi e che il mondo ignorò — la poesia

muta, l'amore soffogato, il momento fatale perduto, tutto avrebbe un

giorno, altrove, azione e sviluppo, compimento e successo. Sarà un

sogno del misticismo, ma convenite che è un sogno sublime.

L'anima umana, o signori, è una e identica in tutti i tempi. La

_rêverie_ religiosa della “ascosa vergine„ d'oggi, è simile a quella

di santa Matilde — e la suora di carità del secolo XIX prova nel suo

tranquillo ed eroico apostolato, quel che provava santa Elisabetta

d'Ungheria. Il giovine appassionato che oggi per possedere l'amata

donna affronta e vince i più ardui e lunghi ostacoli, è fratello di

quel Giacobbe che per amore soffriva in silenzio e volontariamente

serviva. La Fede e l'Amore, nei loro entusiasmi e nelle loro

aspirazioni, nelle loro lacrime desolate e negli estatici sorrisi,

vivono _eterni_: e il misticismo, inteso nella sua più larga e

comprensiva espressione, cesserà solo con l'ultimo palpito dell'ultima

creatura umana.

La vita italiana nel Trecento: Conferenze tenute a Firenze nel 1891 · 第 63 / 80 题