Piuttosto che ripetervi cose già dette (e dette così bene) su Dante,
e non potendo in una conferenza sulla Letteratura mistica omettere
un sì gran nome — il più glorioso che vanti — preferisco tradurvi
letteralmente alcuni pensieri di Tommaso Carlyle sul divino poema. Gli
tolgo dal bellissimo libro _On Heroes and Heroworship — Su gli Eroi
e il Culto degli Eroi_. Forse mai di Dante e della _Divina Commedia_
fu discorso con sì luminosa larghezza e nuova profondità di pensiero:
nè alcuno con più meditato e credibile vaticinio preconizzò, or fa
mezzo secolo, che la voce di Dante avrebbe prima o poi comandata al
mondo l'unità politica dell'Italia, che era già _in potenza_ nel poema
divino.
“Dieci secoli hanno preparato la _Divina Commedia_. Essa è la voce
finale e sintetica del Medio Evo. Il Pensiero di cui allora viveva
l'Umanità, si elevò per lei in musica eterna. Il mondo soprannaturale
prese corpo all'occhio di Dante con determinata certezza di scientifica
forma. Dante credeva all'esistenza di un _Inferno_, di un _Purgatorio_
e di un _Paradiso_, come noi siamo sicuri che vi è Costantinopoli,
e che per vederlo non occorre che andarci. Il cuore di Dante
meditandovi sopra lungamente, intensamente, rompe alfine in un mistico
profondissimo canto, e ne nasce la _Divina Commedia_, il più gran libro
del mondo moderno.
“Nel suo solitario ed amaro esilio, tanto più profonda era
l'impressione che faceva su lui il Mondo Eterno: quella tremenda
realtà sulla quale fluttua come un'ombra inconsistente questo mondo del
tempo, con tutti i suoi Firenze e i suoi esilii.... — Tu, o Dante, non
rivedrai Firenze e il tuo bel San Giovanni — ma vedrai distintamente
(e vi abiterai) l'Inferno, il Purgatorio, ed il Cielo. Che cosa sono
e Firenze, e Can della Scala, e il mondo, e la vita, a te che vieni
dall'Eternità? La grande anima di Dante, senza asilo sopra la terra,
fece sempre più sua dimora il terribile mondo soprannaturale.
“Il vero ritmico canto, è l'eroismo della parola. Tutti gli antichi
poemi. Omero, Giobbe, sono autentici canti. Si può a rigor di
termine asserire che tutte le vere poesie sono tali; che ciò che non
è musicale non è propriamente poesia, ma prosa smozzicata in tante
linee consonanti, con ingiuria del buon gusto, e con supplizio del
nostro orecchio. Soltanto quando il cuore di un uomo è rapito in
vera passione, e i toni del suo accento divengon _melodici_ per la
grandezza, profondità e armonia dei suoi pensieri — noi gli concediamo
il diritto di rimare e cantare, e lo chiamiamo _poeta_, e lo ascoltiamo
religiosamente come il più eroico dei parlatori.
“Il mondo delle anime, in Dante, è come una grande soprannaturale
Cattedrale Cattolica, che giganteggia severa e solenne, spaventosa e
gloriosa. La _Divina Commedia_ è il più _sincero_ di tutti i poemi.
Derivò immediatamente dal fondo del cuore del suo autore, e perciò
di generazione in generazione penetra profondamente nel nostro. Le
popolane di Verona, quando incontravan Dante per via, usavan dire:
— Ecco l'uomo che è stato all'Inferno. — Ah sì, egli vi era stato
difatti, in un inferno di lunghe, atroci pene e tormenti. Commedie
degne d'esser chiamate _divine_ non si scrivono che a questo prezzo!
“Smettiamo i soliti lamenti sulle sventure di Dante. Se tutto gli fosse
andato a seconda, sarebbe rimasto un buon lirico amoroso, un _priore_
qualunque di Firenze, riverito ed amato — e al mondo sarebbe mancata la
più grande parola che sia stata detta o cantata. Firenze avrebbe avuto
un prospero magistrato di più, e dieci secoli muti fin allora avrebbero
continuato a rimaner senza voce.
“Io non sono d'accordo con la moderna critica nel giudicare l'_Inferno_
molto superiore alle altre due Cantiche. Tal preferenza è l'effetto
del nostro incurabile _Byronismo_. Il _Purgatorio_ e il _Paradiso_
sono egualmente, e forse anche più ammirabili. Ma, a vero dire,
i tre compartimenti, mutualmente appoggiati, sono l'uno all'altro
indispensabili. Il _Paradiso_, tutto una divina e gloriosa musica,
una sfolgorante mistica luce, è il lato redimente dell'_Inferno_,
l'antitesi necessaria, senza cui l'_Inferno_ parrebbe men vero. Tutti
e tre formano quel _Mondo Invisibile_ raffigurato nella Cristianità
del Medio Evo; una cosa memorabile, e, nella sua intima essenza,
anche _vera_, e per tutti. Dante ebbe la missione di esprimerla e di
eternarla col canto.
“È una gran cosa per una nazione l'avere una voce che _parli per
lei_; aver dato vita ad un uomo che esprima melodiosamente quel che
essa pensa, soffre e spera. L'Italia, la povera Italia, è smembrata e
dispersa. (_Ricordate Signori, che questa Lettura su Dante fu fatta
da Carlyle nel 1840_). Non apparisce come unità in nessun trattato,
in nessun protocollo. Eppure, la nobile Italia è anche attualmente
_una_. L'Italia ha Dante — l'Italia _può parlare_! Lo Zar di tutte
le Russie è formidabile con tante baionette, cannoni e Cosacchi, ed
è certo un gran fatto che riesca a tenere insieme politicamente sì
gran tratto di terra, ma ancora non può parlare. Vi è qualche cosa
di grande nella Russia, che un giorno avrà la sua voce — ma finora è
una grandezza _muta_. Non ha avuto una voce di genio degna di esser
ascoltata da tutti gli uomini, in tutti i tempi. Bisogna che impari a
parlare. Finora non è che un muto enorme mostro. Invece, la nazione che
ha un Dante è legata insieme ed unita naturalmente; e anche in fondo
all'abisso, ha speranza, certezza di risurrezione.„
Ma bisognerebbe leggere intero questo stupendo studio critico del
Carlyle — e vorrei che i giovani italiani lo meditassero lungamente.
Son certo che lo preferirebbero ai commenti e dissertazioni di quei
_letterati_ che in sei secoli non hanno saputo desumere dalla _Divina
Commedia_ le forme di una letteratura nazionale, e di una larga ed
umana forma poetica; che invece di ammirarne e illustrarne le sovrane e
feconde bellezze, si son trattenuti — e ohimè! ci si trattengono ancora
— a disputare sul _Veltro_, e sulla _gran fonda_, e sul _piè fermo_, e
su _pape_ e _aleppe_, e sulla famosa _virgola_ delle famose colombe....