Quando il mondo si destò dal letargico sonno durato per lunghi secoli,
e riprovò la pietà umana e l'amore, apparve un _sole_ di carità che
fece sentire alla terra il conforto della sua _gran virtude_.
Francesco d'Assisi è il vero iniziatore della nostra letteratura
poetica con quel suo inno al Creatore e alle creature, che Ernesto
Renan ha chiamato “le plus beau morceau de poésie religieuse, depuis
les Évangiles, l'expression la plus complète du sentiment religieux
moderne„. Questo cantico di estatica adorazione è il primo fiore,
la celeste pervinca, del Giardino mistico: è l'alba annunziatrice
della gran luce meridiana della _Divina Commedia_. Una universale
simpatia facea battere il cuore di san Francesco di Assisi — e tutte
le creature, dall'uomo alla cicala, avevano in lui un protettore, un
amico. Il gran segno al quale si riconoscono le anime preservate ed
immuni dalle orgogliose pedanterie spiritualistiche, e dalle spietate
curiosità fisiologiche, è la intelligenza e la simpatia per gli animali
inferiori. — San Francesco l'ebbe in grado supremo. Nel mondo moderno,
due soli uomini gli sono paragonabili — Swammerdam e Michelet. La
leggenda francescana narra che quando egli nacque, un volo di colombe
si abbattè sul tetto della sua casa; e quando il Santo morì, al
tramonto di una serena e placida giornata d'ottobre, le lodole, queste
amiche della luce, svolazzavano intorno alla finestra della povera
cella.
La vita di san Francesco d'Assisi è una _vita-poema_. L'eroismo e
l'umiltà si confondono in questa vita maravigliosa. Ama e serve i
lebbrosi; e affronta la superba presenza del Soldano d'Egitto — ferma e
mansuefà il feroce lupo di Gubbio; e chiede genuflesso la benedizione
a frate Ginepro — fonda missioni, ordini nuovi, edifica chiese e
conventi, consiglia re e papi; e ascolta con religiosa attenzione il
canto dei rosignoli. Parla ai fiori e alle stelle, alle cicale ed ai
falchi, al fuoco ed al vento, all'Amore e alla morte, chiamando tutti
_fratelli_ e _sorelle_. In tempi di feroce durezza versa su l'Italia un
raggio di alta poesia. Rannoda la tradizione evangelica, e pare uscito
ora dalle Catacombe. È il Cristo del Medio Evo, è il nuovissimo Orfeo
che doma e muove il duro sasso dei cuori umani. In una società basata
sulla guerra e sulla forza, risuscita la santa fratellanza evangelica.
Democratico e ascetico, eroico e poeta, egli è _il più italiano_ di
tutti i santi.
Tutta l'arte dei secoli XIII e XIV è piena di lui. Cimabue ne ripete
i ritratti, Giotto descrive col pennello la sovrumana eppur semplice
epopea di quella poetica e benefica vita. Vedete gli affreschi nelle
chiese di Firenze, di Padova, di Assisi, di Napoli. Dante gli ha
consacrato uno dei più affettuosi e sublimi Canti del _Paradiso_. Si
direbbe che il fiero poeta confessa in quel canto tutta la vanità e
l'amarezza delle passioni che hanno devastato la sua grand'anima, e che
aspiri alla pace e alle gioie ascose di un'umile vita:
O ignota ricchezza! o ben verace!
Nelle effigie medievali di questo gran poeta e santo italiano, in
Cimabue e in Giotto, il ritratto è in armonia con la vita. Vi è
soavità unita a virile dignità, sguardo sicuro e profondo, diritta la
persona, attitudini nobili e degne. Riconosciamo l'uomo “cui non gravò
viltà di cuor le ciglia„ — che “_regalmente_ sua dura intenzione ad
Innocenzo aperse„. Ma dal seicento in poi, ne hanno fatto una specie
di collotorto e di baciapile. Unica eccezione, la stupenda statua in
legno di Alonzo Cano. — Si direbbe che l'arte falsa e barocca non
poteva rappresentar degnamente quel figliolo della Verità e della
Luce.... Tutto si può simulare su questa terra: anche la giustizia e
la santità — ma come simular la bellezza? — Tartufo non potrà mai fare
un bel quadro; nè Don Pilone una bella statua; nè Don Basilio una bella
poesia.
L'arte nostra contemporanea, ha meglio inteso il santo poeta. Ary
Scheffer lo rappresentò predicante in Egitto — è una ascetica e nobile
figura. Recentemente, nello studio di un nostro insigne pittore,
ho ammirato un bel quadro rappresentante un poetico episodio della
leggenda francescana.
Il Santo scende pensoso, ma serenamente pensoso, dalle alture della
Vernia (il “crudo sasso„ ove “prese da Cristo l'ultimo sigillo„).
— È una chiara e rigida mattina. Comincia a nevicare. Uno stormo di
uccellini cala turbinoso sulle orme del Santo. Gli svolazzano attorno
alla testa, attorno alla persona, trillando — un saluto? un inno?
un ringraziamento? — Non so — ma si direbbero le voci della Natura
riconoscente al Missionario di Dio.