Il Medio Evo è un'epoca tragica: un'antitesi di tenebre desolate e di
sfolgoranti splendori. L'umanità malata che non ha pane per satollarsi,
si nutrisce delle rose del cielo, e sogna giardini di luce e ghirlande
di stelle. Gli occhi quasi consunti dal lungo piangere, si fissano
estatici in visioni angeliche.... Ma fa spavento il pensare a ciò che
l'umanità ha patito in quei secoli. Le candide e cristalline guglie
delle cattedrali si direbbero composte colle lacrime congelate di
dieci generazioni. I dolori secolari guastarono radicalmente l'umano
organismo. In tre secoli successivi, infieriscono tre orribili
malattie, tre catastrofi: la lebbra — l'epilessia — la peste nera —
che in due settimane, fa d'una città popolosa un cimitero deserto!...
Pensate alle agonie dei poveri contadini in quei secoli di ferro!
Servo della gleba o agricoltore, la intensità della sua miseria non
cessa mai. Ma nella campagna desolata, passa un fantasma solitario,
sospettoso, che cerca e svelle in fretta delle erbe sinistre dagli
steli vellosi, dalle foglie rigate di nero e di rosso come lingue di
fiamma. È la pallida strega che coglie il giusquiamo e la belladonna, i
possenti narcotici che addormentano lo spasimo della carne e l'agonia
del pensiero. È l'unico amico, l'unico medico, di quei derelitti.
Paracelso, che bruciò tutti i libri di medicina del Medio Evo, confessa
che i soli medici che sapesser qualcosa erano quelle infelici che il
braccio ecclesiastico e il secolare torturavano e bruciavano a rara.
La intensità dei dolori faceva, per contrasto e reazione, contemplare,
_vagheggiare_, all'uomo del Medio Evo, le delizie della pace eterna:
guardare dall'inferno della Terra, il paradiso del Cielo. Il Medio
Evo è la grande antitesi storica. E Dante, che ne è la sintesi e
la voce trascendentale, ne ha espresso i termini contradditorii.
Egli immagina torture raccapriccianti, crea versi spaventosi per
rappresentarle, e ci abbaglia e ci inebria con torrenti di luce e
di musica paradisiaca: Ugolino e Beatrice, Vanni Fucci e Piccarda,
Mastr'Adamo e la Pia, Bertramo dal Bornio e Matelda. L'antitesi che
è in Dante si trova espressa in tutta la letteratura mistica del
secolo XIII e XIV. Accanto alle quiete, semplici, auree leggende del
Cavalca, alle sante Eugenie ed Eufrasie, ecco le terribili cavalcate
notturne di dannate del Passavanti, le adultere ignude sui fiammanti
cavalli, inseguite, raggiunte e pugnalate (e il pio carbonaio vede
e si fa il segno della croce....). Ecco le apparizioni dei morti,
e le cappe di bragia e la goccia di fuoco che scossa sulla mano del
tremante scolaro traversa mano e pavimento! Le facciate delle chiese
hanno l'ala del drago accanto alle ali dell'angelo — e sotto il piede
luminoso della Mater gloriosa, Lucifero. Le migliaia di visioni in
versi e in prosa, dei secoli XII, XIII e XIV, sono eteree, estatiche,
ineffabili — o _raccapriccianti_. Chi può dimenticare, una volta letta,
la Leggenda dei _Tre Monaci alla scoperta del Paradiso Terrestre_? Dopo
quaranta giorni di cammino, invece di trovarsi nell'_Eden_ si trovano
nell'_Inferno_.... (cosa che non accade solamente ai Tre Monaci della
leggenda).... “Et videro uno laco grandissimo pieno di serpenti che
tutti pareano che gettassero fuoco et odono voci uscire di quel lago,
e stridere come di popoli miserabili che piagnessero!... Et vennono
in uno loco molto profondo e orribile, aspro e scoglioso, nel quale
viddero una femmina nuda e laidissima et iscapigliata — e quando ella
apriva la bocca per gridare, un dragono le mettea il capo in bocca,
e mordeale crudelmente la lingua; e i capelli di quella femmina erano
lunghi infino a terra....„
La descrizione poi dei singoli tormenti si lascia di molto addietro le
stesse bolge di Dante. Laghi di zolfo, valli di fuoco, botti d'acqua
bollente, seghe e martelli infocati, dannati inchiodati al suolo con
tanti chiodi che _non pare la carne_, o turbinati in giro vorticoso da
ruote di fuoco, o infilzati in giganteschi spiedi che i demoni da abili
cuochi ungono e rosolano di piombo liquefatto e di olio bollente.
Anche nei _Misteri_ e _Rappresentazioni_ si alterna il terribile col
semplice e col patetico. E il patetico è spesso toccantissimo nella sua
ingenuità. Isacco che già si vede alla gola il coltello paterno dice:
“Ah se fosse qui Sara, mia madre, _non morirei_! anche se Dio l'avesse
ordinato!„
Come il lato sofistico del Paganesimo era di consacrare la natura
umana anche nel suo lato cattivo; il lato sofistico del Cattolicismo
medievale è di gettare un anatema troppo assoluto sulla Natura, di
gustare l'abietto e l'ignobile, di vivere come lo Stilita sospesi
tra il cielo e la terra, guardando a quello con estasi, a questa con
un sacro terrore. Il centro della idealità è spostato, e nella vita
e nell'arte. Il cadavere crocifisso di un Dio morto, l'Addolorata
trafitta in seno da sette spade, diventano la vera e adorata bellezza:
le magre, desolate, sanguinanti figure appaion più belle delle
floride sane e raggianti. All'entusiasmo della bellezza plastica, è
succeduta l'apoteosi del dolore, del patimento. E noi pure, o signori,
discendenti in linea retta da quelle generazioni, non sappiamo più
concepire la vita senza tristezze. L'antica e serena Euritmia aveva
visto troppo poco dell'immenso Universo — poco amato e poco sofferto.
Il riposo, la gioia precaria e limitata del Finito, più non ci basta.
Abbiamo la torturante aspirazione all'_infinito_ — TUTTI — anche
quelli che meno credono d'averla, anche quelli che sorridono di questa
parola. Secolari dolori hanno umanizzato il nostro cuore — e nella
stessa Natura noi guardiamo con una simpatia più penetrante, quasi
ignota all'antichità. Dante e Shakespeare, Goethe e Shelley, Rembrandt
e Beethoven, hanno visto nella Natura più _intensamente_ d'ogni antico
— e nelle voci delle cose, hanno ascoltato la solenne e malinconica
musica dell'Umanità.
Il Soprannaturale contemplato fino all'allucinazione, inebria quelle
medievali generazioni! l'esaltazione è la nota predominante. Leggete
in prova le _Poesie di Jacopone da Todi_. — Contempla la morte? La
visione fisica del dissolvimento, lo stato del cadavere sepolto, lo
attira magneticamente. Si compiace nel descriverlo, come un elegiaco
latino nel descrivere una bella donna, o un _estetico_ moderno nel
riprodurre una squisita decorazione. — Si augura di patire in sconto
dei suoi peccati? — Fa un catalogo spaventoso di tutte le malattie
che affliggono l'umanità: “A me la febre quartana — La continua e la
terzana — E la doppia quotidiana — Con la grande idropisìa! — A me
venga mal de dente — Mal de capo e mal de ventre — Con gran tossa e
parlasìa! — Mal de doglia e mal de fianco — La postema al lato manco
— E omne tempo la _frenesìa_!„ — (E in quest'ultima preghiera pare che
fosse davvero esaudito....).
Leggete i _Pianti della Madonna_, e le _Sacre Rappresentazioni_ della
Passione! Ogni particolare più minuto è descritto; ogni goccia di
sangue è contata; e con un efficace realismo si tien conto di tutto il
processo materiale e meccanico della grande tragedia. Si odono i colpi
di martello sui chiodi che traversano le mani divine, i colpi di canna
sulla corona di spine che trafigge il cranio del Salvatore. — Poeti
e pittori hanno sete di sanguinose visioni, di terrori, di lacrime.
Guardate nel camposanto di Pisa il _Trionfo della morte_; l'_Inferno_
in S. M. Novella; le _Matres dolorosæ_ delle Scuole Umbra e Senese. E
questa intensità di ascetiche visioni, quest'odio alla terra caduca e
alla carne colpevole, diventa talvolta un vero contagio.
Dopo la gran catastrofe europea della peste nera, un furore di
penitenze sanguinose spinge popolazioni intere a frenetiche corse.
Armati di flagelli, segnati di una crocellina rossa, scalzi, seminudi,
vanno senza saper dove, come spinti dal vento della collera divina;
cantano canzoni strane, non mai prima udite; e via via, nella
corsa vertiginosa, aumenta il gran coro delle voci e dei gemiti. Si
flagellavano a sangue due volte il giorno. Mezza Europa fu invasa da
questo esercito di deliranti: e in Germania ed in Francia si univano
al popolo signori e dame. Nella sola Francia, nel 1349, il numero dei
flagellanti fu di 800000.
Nelle chiese, i canti del dolore spasimante come lo _Stabat_, o del
tragico terrore come il _Dies iræ_, echeggiavano sotto le vôlte delle
nuove cattedrali — e alla luce mistica calante dai vetri istoriati,
i devoti genuflessi fremevano e singhiozzavano. Allora, le giovani e
deboli donne, le povere Margherite, a quei terribili canti, _sentivano_
dietro a sè l'ombra del demonio, e nell'orecchio il disperante suo
ghigno — e cadeano svenute.