_Signore e Signori_,
Era un esule fiorentino, che, or or fanno sei secoli, traeva seco in
doloroso pellegrinaggio le sventure e la parola d'Italia. E “poichè
fu piacere„ scriveva “della bellissima e famosissima figliuola di
Roma, Fiorenza, di gettarmi fuori del suo dolcissimo seno..., per le
parti quasi tutte alle quali questa lingua si stende, peregrino, quasi
mendicante, sono andato, mostrando, contro a mia voglia, la piaga
della fortuna„. Le sventure d'Italia erano con quel cittadino, che
le discordie della sua terra avevano, come tanti altri d'ogni terra
italiana, balestrato in esilio, strappatagli la famiglia, divietatagli
la vita civile: la parola e il pensiero d'Italia erano col Poeta, che
affinando e sublimando nelle ispirazioni della sciagura quelle del
tempo felice, i fantasmi giovanili d'amore idealizzava in figure di
universal significato, civile, religioso ed umano; da' suoi affetti
di cittadino, di partigiano, di fuoruscito derivava il concetto e il
sentimento d'una patria virtuosa, libera e giusta; l'idioma dei volghi
inalzava, laico ardimentoso, alla dignità del latino, e ne faceva
verbo di scienza; e il volgare suo nativo, la favella dell'“ingrato e
maligno„ suo popolo, il volgar fiorentino, consacrava in una grande
opera d'arte siccome lingua della nazione; questa lingua che egli
sentiva “stendersi„ alle parti anche remote ed estreme della grande
patria italiana ed era vincolo tenace che le collegava per la futura
unità. E perchè nulla, a rappresentare in sè l'Italia de' tempi suoi,
e le inconsapevoli energie della nazione verso un'Italia avvenire,
mancasse in quest'uomo, egli e la parte sua popolare e guelfa erano le
vittime nobilissime delle politiche ambizioni della teocrazia romana, e
de' mercimonii di questa coi protettori stranieri: egli e la parte sua
de' Guelfi Bianchi, che la resistenza a coteste impure ambizioni avea
cacciati fra i Ghibellini, erano gl'idealisti dell'Impero; di quella
gigantesca ombra del nostro passato, nella quale l'Italia, affermando
a nome d'un diritto fittizio il primato antico, veniva, qualunque ella
si fosse in effetto, ad affermare sè stessa.
Tali concetti e sentimenti, negli ordini del pensiero e dell'azione,
della lingua e dei fatti, della scienza e dell'arte, simboleggia a noi
il nome di Dante. E nella schietta e gagliarda italianità di questo
simbolo la patria nostra ha ricercato il proprio essere, verso quel
simbolo luminoso è stata da' suoi più alti intelletti ricondotta, ne'
secoli dolorosi del suo servaggio e dello alienamento da sè medesima;
in quello ha costantemente ritemprato il suo pensiero, rinvigorito il
sentimento, custodita e difesa, come arra di rivendicazione, la santità
dell'idioma. Il nome di Dante ha sonato sempre e suona nelle nostre
famiglie, nelle scuole, nelle piazze stesse e ne' campi alle plebi
lavoratrici, come un che di supremo, in cui si raccoglie quanto ha
di più geniale, di più domestico, la mente e il cuore della nazione,
quanto di più intimo e perenne è nelle tradizioni di lei. Di nessun
libro fu pronunziato il titolo con egual riverenza, sin dal secolo
stesso dell'autore, e con sì profonda religione, come della _Commedia_,
che non esso l'autore, ma i dopovenuti, chiamaron divina; per nessun
libro, così spontaneamente e con altrettanta popolarità si fece un sol
nome del libro e dell'uomo, _il Dante_.
E veramente è un uomo in quel libro. Ma perchè quell'uomo vi è per
ciò che fu nella vita reale, e per l'idealità dietro le quali visse
cotesta vita, è accaduto che quanto si andava, nel volger dei tempi,
perdendo della notizia e del sentimento di quella realtà, dalla quale
ci venivamo sempre più allontanando, altrettanto si sostituisse,
nell'interpretare uomo e libro, di idealità più o meno infedeli e di
sentimento soggettivo. Il che ebbe principio, insieme con l'ammirazione
e il culto, fin da' tempi stessi dell'Alighieri, e quando ancora “eran
calde le sue ceneri sante„. E anche solo a confrontare ciò che con
tanta semplicità, ma con sì profondo sentimento del vero, scrive in
ricordanza di Dante, di “questo Dante, onorevole e antico cittadino “di
Firenze di Porta San Piero e nostro vicino„, Giovanni Villani nella sua
_Cronica_, a confrontarlo con la biografica laudazione che pochi anni
più tardi ne congegna il Boccaccio, si vede come in quella pagina di
cronica un artefice vissuto con Dante delinea e colorisce una figura
viva; subito dopo incominciano i ritratti di maniera, incominciano
appunto con la biografia boccaccevole. I tratti di quella irosa
vecchia laureata, che Raffaello eternò sotto il nome di Dante Alighieri
negli affreschi vaticani, primo a disegnarli può dirsi essere stato
il gran novelliere e umanista fiorentino. Nel capitolo del Villani
abbiamo quelli nei quali, per l'arte di Giotto, Dante, effigiato fra
altri uomini del tempo suo nella città sua, è rivissuto autentico a'
giorni nostri, da una parete del Palagio del Potestà. La benaugurata
restaurazione degli studi danteschi, la quale è certamente uno de'
principali vanti della moderna letteratura civile, ha ormai posto per
uno dei sommi principii suoi, che nella interpretazione d'un'opera,
com'è la _Divina Commedia_, dall'un capo all'altro compenetrata della
viva e genuina personalità dell'autore, a poco di vero e di positivo
approdano gli studi più o meno ingegnosi sul testo, se non si abbia
altresì ben presente, che sopratutto rivivendo ne' tempi del Poeta,
con lui rivivendo, è possibile appropriarci, far nostro, il sentimento
col quale Dante volle essere nel suo Poema, quello che fu nella vita.
Di questo Dante nel suo Poema, del Dante storico, del Dante di fatto,
quale nella sua poesia riproduce sè stesso io mi accingo a rinvergare
le linee. Assommerò per capi principalissimi, e limiterò la materia
a quelle sole parti che, in un poema tutto personale per eccellenza,
sono le più strettamente personali: per sommi capi, dico, e dentro quei
limiti che il tempo e la discrezione impongono a chi non deve abusare
della benevolenza, la quale invoco, di un così eletto uditorio, e
specialmente della vostra, Signore gentili.