IX.

Bene stanno uno accanto all'altro quei due tiranni, il guelfo Obizzo,

alleato di Carlo d'Angiò, e il ghibellino Ezzelino III da Romano,

genero e vicario di Federigo II, spietati ugualmente ambedue, se non

che l'uno più feroce e l'altro più perfido.

Degli Ezzelini v'è già stato parlato da altro lettore[3]: ond'io

ricorderò soltanto in qual modo questi grandi feudatari (anch'essi,

come gli Estensi, d'origine germanica) fondassero la lor signoria

nella Marca Trevigiana, dove il loro avo Ecelo nel 1036 aveva avuto

dall'imperatore Corrado II il castello di Romano. Il primo Ezzelino,

tornato dalla seconda crociata, fu creato _avvocato_ ossia mandatario

e campione di molti vescovi e abati e con ciò arricchì e ingrandì la

sua casa. Dopo aver servito il Barbarossa, passò all'altro campo e

diventò _rettore_ della Lega lombarda; giurò la cittadinanza di Treviso

e di Vicenza e in ambedue questi Comuni tenne per primo l'ufficio di

podestà.

Il figliuolo, Ezzelino II, vien detto il Monaco, perchè (come varii

principi di quella e d'altre età) volle finir la vita in un chiostro.

Succeduto al padre nel 1184, ne continuò le tradizioni e la fortuna

politica, or podestà, or capitano di varie città, e sempre accortamente

mescolato nelle guerre e nelle paci, nelle leghe e nelle fazioni.

L'istesso fece il terzo Ezzelino; ma con tanta gagliardia e con tanta

crudeltà che colpì le menti di pauroso stupore; le storie e le novelle,

anche più di due secoli appresso, sono piene del suo nome; onde

l'Ariosto cantava:

Ezzelino, immanissimo tiranno

Che fia creduto figlio del demonio.

Colle podesterie e colle armi, aiutato da Federigo II e dai Ghibellini,

s'era impadronito di Verona, di Vicenza, di Bassano, di Padova, e

quindi di Treviso, di Trento, d'Este, di Bassano e di Belluno: si

reggeva cinto da satelliti, spogliando e abbassando i grandi, e

sollevando la plebe, e parve giungere al culmine nel 1250, mentre la

città di Verona lo gridava suo signore, a suono di trombe e di tamburi,

in mezzo ad un generale tripudio non minore di quello che nel 1259

doveva festeggiare la sua estrema rovina. Oramai i Comuni lombardi che

primi avevano acquistata la libertà, erano anche i primi a mostrarne

fastidio. E se n'era veduta pure una prova, diciassette anni innanzi,

quando il buon frate Giovanni di Schio, predicando concordia e perdono,

aveva fatto giurare la pace a ben 300 mila persone sui campi di

Paquara. Poichè il frate medesimo col favor della moltitudine fu eletto

conte e signore a Vicenza e a Verona; e tosto prese a mutare statuti

e magistrati, a farsi dare ostaggi, e fu accusato d'infierire contro

gli eretici e i Ghibellini; onde si riaccesero le passioni un momento

sopite, e l'opera del sant'uomo miseramente fallì. Par di leggere la

scena dello Shakespeare, così vera di psicologia storica, dove la plebe

romana, in risposta all'infiammata allocuzione di Bruto, gli gridava:

“Sii tu il nostro Cesare!„ Infatti la repubblica nell'antica Roma

non poteva risorgere, e trascorsi appena tredici anni dall'uccisione

di Cesare, vi si impiantava il dominio d'un solo. Alcunchè di simile

accadde nei Comuni lombardi, nella seconda metà del secolo XIII,

dopochè Ezzelino, vinto al Ponte di Cassano dalla crociata bandita

contro di lui da papa Alessandro IV, morì ferocemente quale aveva

vissuto, lacerandosi le ferite, e quindi il fratello e i parenti di lui

furono fatti a pezzi, con orribili stragi.

Nell'ebbrezza della vittoria tutte le città pensarono di rivendicarsi

in libertà, e Verona, Vicenza, Padova, Treviso strinsero una lega di

scambievole difesa e fratellanza. Ma fu un fuoco di paglia: e in breve

si assoggettarono a nuovi padroni. Verona, per la prima, assalita

dal guelfo conte di Sambonifacio nel 1261 elesse capitano del popolo

Mastino della Scala, antico soldato e castellano d'Ezzelino. Ed essendo

stato questi assassinato nel 1279, il popolo levatosi in armi trucidò

i congiurati e mise nel luogo del morto il fratello di lui Alberto,

che era podestà a Mantova. Alberto governò con mitezza, promosse

l'industria e il commercio, abbellì e munì la città, e aggregò allo

Stato Vicenza, Feltre, Belluno e altri luoghi. Gli succedettero prima

il figlio Bartolomeo dal 1301 al 1304 e poscia i fratelli Alboino e

Can Francesco, serbando sempre il titolo di capitani del popolo, finchè

Arrigo VII nel 1312 li creò vicari imperiali.

Questa famiglia che per l'innanzi non aveva avuto possessi nè titoli

feudali, mentre un de' suoi era stato console nel 1147, fu molto

probabilmente d'origine latina e cittadina; e la miglior tempra di

alcuni suoi principi fa gradevole contrasto coll'efferatezza dei

tiranni contemporanei. A Bartolomeo alludeva Dante, quando si faceva

dire dal suo avo Cacciaguida:

Lo primo tuo rifugio e il primo ostello

Sarà la cortesia del Gran Lombardo

Che in su la scala porta il santo uccello;

Che in te avrà sì benigno riguardo

Che del fare e del chieder, tra voi due,

Fia primo quel che gli altri è più tardo.

Il fratello e successore di lui, Alboino, fu uomo fiacco di mente e

di corpo; nè il Poeta ebbe da lodarsene; onde gli dette una sdegnosa

sferzata nel _Convito_; ma, per ammenda, esaltò oltremodo il terzo

dei figliuoli legittimi d'Alberto, il quale (in grazia, a quanto

narrasi, di certo sogno avuto dalla madre) si chiamò fin dalla nascita

Cangrande.

Non se ne sono ancor le genti accorte

Per la novella età....

Ed infatti aveva solo nove anni nel tempo in cui Dante finge avvenuto

il suo misterioso viaggio, e non più di tredici, quando egli stesso

si recò effettivamente in Verona. Annunzia bensì, sempre per bocca di

Cacciaguida, che

.... pria che 'l Guasco l'alto Arrigo inganni

(cioè prima che Clemente V mandi a vuoto l'impresa di Arrigo VII)

Parran faville della sua virtute

In non curar d'argento nè d'affanni;

Le sue magnificenze conosciute

Saranno ancora sì, che i suoi nemici

Non ne potran tener le lingue mute.

A lui t'aspetta ed a' suoi benefici:

Per lui fia trasmutata molta gente,

Cambiando condizion ricchi e mendici.

Nell'ultima profezia può ravvisarsi un'allusione agli effetti del

principato che sollevava gli umili e abbassava i grandi, ma assai più

oscura è la terzina che segue e che ha inutilmente affaticato l'ingegno

degli interpreti:

E portera'ne scritto nella mente

Di lui.... ma nol dirai.... E disse cose

Incredibili a quei che fia presente.

I primi versi invece si riferiscono a fatti noti, cioè alla fastosa

liberalità con cui Cangrande, rimasto solo signore di Verona nel 1311,

radunava intorno a sè artisti, letterati, giullari, uomini d'arme,

guelfi o ghibellini che fossero; la compagnia finì col parer anche

troppa al Poeta, il quale si partì sdegnosamente da quella corte,

dove (se credesi a certe leggende tramandateci dal Petrarca) la sua

franchezza riuscì mal gradita. Narrasi in fatti che c'era fra gli

altri un istrione procacissimo il quale con motti e con gesti osceni

rallegrava assai la brigata. E Cangrande, sospettando che Dante ne

fosse indispettito, gli chiese come mai un tal pazzo piacesse a tutti,

e viceversa a tutti increscesse un savio come lui. Al che quegli

rispose con arguta amarezza: “Perchè ogni simile ama il suo simile.„ Ed

anche in altra occasione, dopo un convito, si sarebbero scambiate male

parole il Poeta e il Signore esaltato dal vino. Vere o false, queste

storielle ritraggono i costumi delle corti medioevali; e parimente

ci dà un'idea di tal vita allegra e agitata una bizzarra frottola di

Manuel Giudeo, che fu amico e ammiratore di Dante, e che dava il vanto

a Verona su tutte le terre di Levante da lui visitate:

Destrier e corsiere,

Masnate e bandiere,

Coraccie e lamiere

Vedrai rimutare.

E poi fanti che passano, bandiere che sventolano, strumenti che

suonano....

Qui vengono feste

Con le bionde teste,

Qui son le tempeste

D'amore e d'amare.

In altre strofette si descrive la più eletta compagnia che raccogliesi

nelle sale del Palazzo:

Baroni e Marchesi

De tutti i paesi

Gentili e cortesi

Qui vedi arrivare.

E vi si fa cenno di dotte discussioni che peraltro non dovevano

procedere molto tranquille:

Quivi astrologia

Con philosophia,

E di theologia

Udrai disputare;

Quivi Tedeschi

Latini e Franceschi

Fiamminghi e Inghileschi

Insieme parlare;

Fanno un trombombe

Che par che rimbombe

A guisa di trombe.

. . . . . . . . . .

Vi s'incontrano giudei, saraceni, romei, pellegrini, cantori,

trovatori, falconieri, ragazzi; poveri affamati; animali domestici

e selvaggi; è una corte bandita dove tutti si satollano, tutti si

sollazzano di giorno e di notte, con giuochi senza fine: assai lontano

crepuscolo alle raffinate eleganze onde rifulgeranno nel seguente

secolo, le case e le ville medicee di Firenze, i palagi ducali di

Ferrara, di Mantova e d'Urbino.

E questo è 'l signore

Di tanto valore

Che 'l suo grande honore

Va per terra e per mare.

A questa conclusione del nostro rimatore fanno eco altri contemporanei

che pagarono con simili lodi i benefizi ricevuti dallo Scaligero: così

il Ferreto, storico e poeta di Vicenza, ne cantò la gloria in un poema

latino, ed il cronista Sagacio Muzio Gazzata ci lasciò una descrizione

delle splendide stanze assegnate agli ospiti, dipinte con diversi

emblemi a seconda della condizione delle persone.

Per contrario non gli si mostrò benevolo nè in prosa nè in verso

Albertino Mussato, l'insigne storico e il poeta incoronato di Padova,

sebbene preso in guerra, sotto le mura di Vicenza, fosse stato trattato

da Cangrande più come ospite che come prigioniero. Ma egli era uno dei

pochi che serbassero in cuore il culto disinteressato della libertà e

del Comune: onde non perdonò mai al signore di Verona le violenze e le

insidie a danno della sua patria, mentre per amor di questa, dimenticò,

nel maggior pericolo, le ingiurie e l'esiglio sofferti dai Carraresi,

che si eran fatti tiranni della città; e invitato si unì con essi

contro il comune nemico.

Autore, tra le altre opere, di una tragedia latina dove col titolo di

_Ecerinis_ mette in iscena il tiranno, già diventato leggendario, della

Marca Trevigiana, il Mussato chiama lo Scaligero _Ezelino redivivo_.

Ma questi, benchè non immune dai vizi dell'età sua e del suo stato, non

merita davvero sì ingiuriosa appellazione. Si citano di lui vari tratti

che lo mostrano magnanimo anche cogli avversari e assai men rapace

d'altri più potenti sovrani; così quando Filippo il Bello, d'accordo

con Clemente V, abolì l'ordine dei Templari (_nel Tempio portò le sacre

vele_), e si appropriò le immense ricchezze che possedeva in Francia,

Cangrande invece consegnò lealmente ai cavalieri Gioanniti i beni

immobili esistenti nel suo Stato, e volse ogni rimanente a vantaggio

della città. La sua potenza fondavasi sull'accorgimento politico non

meno che sulla virtù guerresca, ed era giunta all'apice nel 1319.

Aveva finito col sottometter Padova, cedutagli dallo stesso Marsilio da

Carrara, in odio al suo tristo congiunto Niccolò; e posto l'assedio a

Treviso, anche questa città gli si arrese, per consiglio degli anziani

che vollero prevenire un moto di popolo in favore della nuova signoria.

Ma pochi giorni dopo esservi entrato, morì di morbo improvviso, e la

sua fine, se crediamo ad un anonimo _cantore_, fu pianta da tutti,

baroni e plebei, e anche da ogni principe e re di corona.

Mort'è la fonte de la cortesia,

Mort'è l'onor de la cavalleria,

Mort'è il fior di tutta Lombardia,

Ciò è messer Can grande,

Che 'l suo gran core e la sua valoria

Per tutto 'l mondo spande!

Ed un altro rimatore, forse più antico, diceva del pari in un

sirventese non pervenutoci intero:

Messer Can de la Scala, franca lanza

[è 'l più le]al che sia de qui a Franza,

[per tutto] 'l mondo el porta nomenanza

de prodeze.

I nipoti Mastino ed Alberto ne ereditarono il dominio e l'ambizione,

ma non l'animo nè il senno. La fortuna in principio li favorì

coll'acquisto di Brescia, di Parma e di Lucca; ma la loro minacciosa

grandezza suscitò nel 1337 una lega capitanata da Venezia e Firenze,

coi Visconti, i Gonzaga ed altri signori italiani e stranieri _a

desolazione e rovina_ degli Scaligeri. Dicevasi allora, e lo riporta un

anonimo cronista romano, che Mastino si fosse procacciata una preziosa

corona per farsi _incoronare re de Lommardia_; una simile accusa, in

sul finir del secolo, si ripeterà per Giangaleazzo Visconti: e bastava

a stringere momentaneamente in un fascio le forze di tutti, contro

il pericolo da tutti temuto. Mastino II e Alberto, vinti ed oppressi,

perdettero tre quarti dei loro stati e dovettero nel 38 giurar fedeltà

a Venezia, cedendole Treviso, Bassano e altre terre. Dopo di loro,

quella casa sì ben cominciata finì malamente tra fratricidi e congiure,

e nel 1387 Verona cadde in balìa di Giangaleazzo.

L'istessa sorte toccò l'anno seguente a Padova ed ai Carraresi che

avevano imprudentemente aiutato Giangaleazzo contro gli Scaligeri.

Marsilio, il quale aveva ottenuto la signoria della città, in premio

di aver tradito Mastino per cui trattava la pace, era morto prima di

poterne godere, e l'aveva lasciata al cugino non meno fornito d'ingegno

che di crudeltà. Avendo questi chiamato a succedergli per testamento un

Papafava, l'erede escluso, Giacomo da Carrara, assassinò l'altro nel

1345, e morì assassinato egli stesso cinque anni dopo. Il nipote e il

pronipote, Francesco il Vecchio e Francesco Novello, che avevan dovuto

nell'88 rinunziare allo Stato, lo ricuperarono dopo alcuni anni, ma

finirono nel 1406 strangolati entrambi nelle carceri di Venezia.

La vita italiana nel Trecento: Conferenze tenute a Firenze nel 1891 · 第 27 / 80 题