Insediatosi nella città, il signore deve pensare a difendersi contro
gli avversari, che in casa e fuori congiurano contro di lui o gli
fanno guerra aperta. Come ha acquistato l'autorità per virtù della
propria energia personale, del pari deve adoperare assiduo studio
a conservarla. Il suo governo sarà più o meno feroce a seconda
dell'indole dell'uomo e delle contingenze; rimarrà sempre peraltro un
sogno poetico l'ideale che il Petrarca delineava scrivendo a Francesco
da Carrara, signore di Padova, intorno all'ottima amministrazione
dello Stato. Egli voleva che il principe fosse non padrone ma padre
della patria; e delle armi e dei trabanti si valesse non contro i
cittadini, ma contro i nemici e i ribelli. Se non che costui, per la
sua stessa condizione, è indotto a sospettare di tutti i cittadini più
ragguardevoli ed a trattarli tutti da nemici e ribelli: non è rattenuto
da alcun scrupolo ne si ristà dal commettere delitti, macchiandosi
puranco del sangue dei suoi parenti. Colla plebe invece, che non gli dà
ombra, si sforzerà di mostrarsi benefico, e di amicarsela provvedendo
largamente ai bisogni pubblici. Ma per tali spese, non che pel fasto
della sua corte e per lo paghe delle sue milizie, gli occorrono denari;
procurerà di non aumentare le gravezze e finchè può lascerà le cose
come le ha trovate, ma penserà ad impinguare l'erario, sia colla
meditata spoliazione di un dovizioso cittadino e magari d'un proprio
ministro arricchito, sia mediante qualche impresa fortunata o qualche
buona condotta militare; nè è raro il caso che un signorotto si metta
per un certo tempo agli stipendi d'un altro signore o d'un Comune.
Sospetto, crudeltà e cupidigia sono pertanto i vizi ordinari del
signore, che quasi per necessità è costretto a farsi tiranno. E niuno
meglio di Dante che nel suo esiglio dovette pur troppo frequentare le
corti, e
Scender e salir per l'altrui scale,
esprime lo sdegno dei galantuomini contro coloro
che dier nel sangue e nell'aver di piglio;
e ne fa vendetta cacciandoli all'inferno dentro al sangue bollente.
Tutti ricordate come nella famosa imprecazione alla _serva Italia_ in
sul principiar del 300, egli attesti:
Che le terre d'Italia tutte piene
Son di tiranni ed un Marcel diventa
Ogni villan che parteggiando viene.
Ma c'è un altro passo della sua operetta latina sulla volgare
eloquenza, dove, dopo aver esaltato il valore e la gentilezza della
casa di Svevia e specialmente di Federigo II e di Manfredi, vi
contrappone l'abbietta volgarità e la _superbia plebea_ dei tiranni
contemporanei; e con bizzarra fantasia finge che facciano tutti insieme
un diabolico concerto musicale per chiamare a raccolta i più scellerati
uomini del mondo. _Racha, racha!_ incomincia egli, usando una parola
evangelica, come a dire: Ohibò, vitupero! E poi prosegue: Che mai suona
ora la tromba dell'ultimo Federigo (d'Aragona)? Che la campanella di
Carlo II (d'Angiò)? Che il corno dei potenti marchesi Giovanni (di
Monferrato) e Azzo (d'Este)? Che i pifferi degli altri signori? Qual
voce n'esce salvo che questa: Venite carnefici! venite frodatori!
venite predoni!
Così li bollava il gran giustiziere del medioevo; ma non bisogna
credere che tutti i signori fossero scellerati volgari. Pronti ad ogni
delitto erano i più tra loro: non i più peraltro facevano il male senza
qualche ragione politica, ed unicamente per isfogo di basse e brutali
passioni. La sottile arte di stato che il Machiavelli vide praticata
in sul finire del 400 e in sul principiare del 500, e che egli ridusse
in regole scientifiche nel libro del Principe, erasi andata formando
appunto nei due secoli precedenti; nè altrimenti sarebbe potuta
giungere d'un tratto a sì alto grado di odiosa perfezione.