VI.

Insediatosi nella città, il signore deve pensare a difendersi contro

gli avversari, che in casa e fuori congiurano contro di lui o gli

fanno guerra aperta. Come ha acquistato l'autorità per virtù della

propria energia personale, del pari deve adoperare assiduo studio

a conservarla. Il suo governo sarà più o meno feroce a seconda

dell'indole dell'uomo e delle contingenze; rimarrà sempre peraltro un

sogno poetico l'ideale che il Petrarca delineava scrivendo a Francesco

da Carrara, signore di Padova, intorno all'ottima amministrazione

dello Stato. Egli voleva che il principe fosse non padrone ma padre

della patria; e delle armi e dei trabanti si valesse non contro i

cittadini, ma contro i nemici e i ribelli. Se non che costui, per la

sua stessa condizione, è indotto a sospettare di tutti i cittadini più

ragguardevoli ed a trattarli tutti da nemici e ribelli: non è rattenuto

da alcun scrupolo ne si ristà dal commettere delitti, macchiandosi

puranco del sangue dei suoi parenti. Colla plebe invece, che non gli dà

ombra, si sforzerà di mostrarsi benefico, e di amicarsela provvedendo

largamente ai bisogni pubblici. Ma per tali spese, non che pel fasto

della sua corte e per lo paghe delle sue milizie, gli occorrono denari;

procurerà di non aumentare le gravezze e finchè può lascerà le cose

come le ha trovate, ma penserà ad impinguare l'erario, sia colla

meditata spoliazione di un dovizioso cittadino e magari d'un proprio

ministro arricchito, sia mediante qualche impresa fortunata o qualche

buona condotta militare; nè è raro il caso che un signorotto si metta

per un certo tempo agli stipendi d'un altro signore o d'un Comune.

Sospetto, crudeltà e cupidigia sono pertanto i vizi ordinari del

signore, che quasi per necessità è costretto a farsi tiranno. E niuno

meglio di Dante che nel suo esiglio dovette pur troppo frequentare le

corti, e

Scender e salir per l'altrui scale,

esprime lo sdegno dei galantuomini contro coloro

che dier nel sangue e nell'aver di piglio;

e ne fa vendetta cacciandoli all'inferno dentro al sangue bollente.

Tutti ricordate come nella famosa imprecazione alla _serva Italia_ in

sul principiar del 300, egli attesti:

Che le terre d'Italia tutte piene

Son di tiranni ed un Marcel diventa

Ogni villan che parteggiando viene.

Ma c'è un altro passo della sua operetta latina sulla volgare

eloquenza, dove, dopo aver esaltato il valore e la gentilezza della

casa di Svevia e specialmente di Federigo II e di Manfredi, vi

contrappone l'abbietta volgarità e la _superbia plebea_ dei tiranni

contemporanei; e con bizzarra fantasia finge che facciano tutti insieme

un diabolico concerto musicale per chiamare a raccolta i più scellerati

uomini del mondo. _Racha, racha!_ incomincia egli, usando una parola

evangelica, come a dire: Ohibò, vitupero! E poi prosegue: Che mai suona

ora la tromba dell'ultimo Federigo (d'Aragona)? Che la campanella di

Carlo II (d'Angiò)? Che il corno dei potenti marchesi Giovanni (di

Monferrato) e Azzo (d'Este)? Che i pifferi degli altri signori? Qual

voce n'esce salvo che questa: Venite carnefici! venite frodatori!

venite predoni!

Così li bollava il gran giustiziere del medioevo; ma non bisogna

credere che tutti i signori fossero scellerati volgari. Pronti ad ogni

delitto erano i più tra loro: non i più peraltro facevano il male senza

qualche ragione politica, ed unicamente per isfogo di basse e brutali

passioni. La sottile arte di stato che il Machiavelli vide praticata

in sul finire del 400 e in sul principiare del 500, e che egli ridusse

in regole scientifiche nel libro del Principe, erasi andata formando

appunto nei due secoli precedenti; nè altrimenti sarebbe potuta

giungere d'un tratto a sì alto grado di odiosa perfezione.

La vita italiana nel Trecento: Conferenze tenute a Firenze nel 1891 · 第 24 / 80 题