Ogni città pertanto soleva avere molti nemici e di molte sorta: primi
fra tutti, i fuorusciti che avevano avuto le case arse e disfatte,
a furia di popolo e talvolta per sentenza del magistrato, e tutti
i beni pubblicati, ossia confiscati; onde peregrinavano condannati
essi stessi a morte o all'esilio, insieme colle donne e coi figliuoli
(quando pure questi non fossero stati trattenuti come ostaggi): bensì
costoro, senza perdersi d'animo, costituivano subito uno Stato fuori
dello Stato; si raccoglievano a consulte, si eleggevano capi, stavano
uniti ed armati, offrendo i loro servigi in cambio dell'ospitalità a
quelli della loro parte, e spiando l'occasione di tornare in patria,
per render la pariglia ai loro avversari: taluni pure stretti dal
bisogno si mettevano agli stipendi di qualche signore italiano o
straniero, facendosi così precursori delle compagnie di ventura.
C'erano inoltre altri nemici del Comune, più coperti, ma non meno
pericolosi: dentro, la moltitudine dei malcontenti, cioè degli esclusi
dagli onori: e questi solevano essere, in Toscana, i nobili e i plebei,
poichè coloro che in sul finire del secolo XIII si erano recati in
mano lo Stato erano generalmente i popolani grassi; ma ai grandi poi
vennero ascritte, per astio e per vendetta, molte famiglie d'origine
cittadina, e gli stessi popolani grassi, divisi in consorterie e in
nuove fazioni, si fecero guerra tra loro. Fuori poi, stavano le terre
e le città soggette le quali erano tenute in freno più che altro dalla
paura; e quanto più esteso era il dominio, tanto più eran temibili le
ribellioni; nè si ristavano dal fomentarle i feudatari della campagna,
che non tutti si erano condotti a vivere dentro le mura, ma parecchi
serbando una mezza indipendenza eran venuti a patti col Comune, nè
avevano scrupolo di violarli ove a loro tornasse conto. Non occorre
accennare alle insidie e alle guerre degli emuli vicini o lontani,
essendo sorte che tocca a tutti gli Stati. Bensì i Comuni, per la loro
natura, vi andavano più esposti degli altri.
Invero varie città, guerreggianti coi signori del contado, avevano
ordinato l'affrancazione dei servi della gleba; talvolta li avean
persin ricomprati; e famosi sono i decreti promulgati da Bologna nel
1256 e 83, da Firenze nel 1289 e 97, che sembrano precorrere, nella
consacrazione della libertà personale, le dottrine filosofiche del
secolo XVIII. Ma tali atti, ristretti alla sola servitù rurale, possono
equipararsi alle emancipazioni sancite dai pontefici qual conseguenza
delle bolle di scomunica; poichè come da un lato non ponevano ostacolo
alla servitù domestica (di cui si trovano traccie negli Stati italiani
fin oltre al seicento), così dall'altro non iscioglievano tutta
la compagine degli ordini feudali; ed i Comuni vietando di vendere
o di comprar coloni e abolendo le angherie dovute ai Signori, non
intendevano menomamente di rinunziare alla giurisdizione civile e
politica sui loro vassalli. Anzi, persino accettando la dedizione
spontanea o l'accomandigia di qualche terra, non mancavano d'imporle un
tributo od almeno un atto d'omaggio, insieme coll'obbligo di obbedire
ad ogni loro comandamento. Figuratevi dunque come trattassero i
conquistati!
Al Machiavelli che in un capitolo dei Discorsi sulle Deche di Tito
Livio aveva vagheggiato l'idea d'una grande Repubblica italiana, il
Guicciardini obbiettava, nelle sue _Considerazioni_, che ciò sarebbe
stato a vantaggio d'una sola città e a rovina delle altre, dappoichè
repubblica non concede il benefizio della sua libertà “a altri che a'
suoi cittadini propri„, mentre la monarchia “è più comune a tutti„.
Tal contrasto, sagacemente notato dallo statista fiorentino, si trova
espresso, con singolare vivezza di passione, nell'ultimo scorcio del
secolo decimoterzo da un rimatore politico, il Saviozzo da Siena,
in una canzone da lui composta _a laude di Giovan Galeazzo, duca di
Milano_, la quale incomincia:
Novella monarchia, giusto signore,
Clemente padre, insigne, virtuoso,
Per cui pace e riposo
Spera trovar la dolce vedovella....
Niuno oserebbe affermare che il desiderato sovrano meritasse tutti
quegli epiteti; ma è certo che il poeta senese esaltava principalmente
in lui l'avversario degli odiati Fiorentini. E poichè i Fiorentini
stessi avevano sempre in bocca la parola libertà, e aggregando nuove
città al loro dominio non si vantavan già (come faceva Antonio Pucci,
cantor popolare e trombetta del Comune) di averle _recate al loro
mulino_, ma affermavano di averle _ridotte in libertà_, il Saviozzo
invocava la giustizia e la vendetta di Dio contro quel
detestabil seme
Nimico di quïete e caritade
Che dicon _libertade_
E con più tirannia ha guasto il mondo.
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Costor coi loro inganni han messo al fondo
Già le cose di Dio
E conculcato _quasi ogni vicino_.
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Ch'el sangue fiorentino
Purghi ogni sua più velenosa scabbia
E noi siam franchi da cotanta rabbia!
La voce del rimatore politico è avvalorata da due ben più gagliarde,
levatesi già al principio e verso la metà dello stesso secolo, quelle
di Dante e del Petrarca. L'uno, imprecando anch'esso, ma con tutt'altro
animo, alla sua città, che gli si era fatta matrigna, e predicendole
grandi sventure, le faceva intendere come le terre soggette, non meno
che i nemici, le augurassero ogni male:
Tu sentirai di qua da picciol tempo,
Di quel che Prato, non ch'altri, t'agogna.
E a tutti predicava in ogni forma, secondo il suo ideale politico,
_fraterna pace e giustizia_. L'altro similmente lamentava, tra
le peggiori piaghe d'Italia, la folle superbia di soprastare e la
cupidigia di taglieggiare i vicini più deboli; per le quali imprese
gli Stati italiani, quando fu scritta la canzone (cioè secondo ogni
probabilità fra il 1344 e il 45) solevano già adoperare le armi
mercenarie delle soldatesche di ventura:
Qual colpa, qual giudicio, o qual destino
Fastidire il _vicino_
_Povero_, e le fortune afflitte e sparte
Perseguire, e in disparte
Cercar gente e gradire,
Che sparga 'l sangue e venda l'alma a prezzo?
A queste testimonianze, tolte, come vedete, da varii momenti del
periodo storico di cui nel presente anno vogliamo intrattenervi,
ne potrei aggiungere molte più intorno al furore delle sette, alle
mutabilità dei provvedimenti, ed agli altri mali che straziavano i
Comuni. Ma me ne astengo, poichè non bisogna abusare di nulla, neanche
dei versi dei migliori poeti; tanto più che vorrò pure citarvene altri
in altre occasioni, pensando che vi riesca gradita, com'è utile e
buona, simil maniera d'illustrare i casi storici coi documenti della
letteratura contemporanea: al che giovano non meno delle opere dei
dotti ingegni, le leggende e i cantari fatti pel popolo da rimatori
mediocri e spesso ignoti. Ma non vo' farvi credere d'essere andato io
a scovarli dai vecchi codici dove erano sepolti; a tale studio dettero
impulso fra noi il D'Ancona, il Bartoli, il Carducci; e dietro a loro
una eletta schiera di giovani che alla lor volta sono già diventati
maestri, quali il Casini, il Frati, il Mazzoni, il Medin, il Morpurgo,
lo Zenatti, e mi piace di ricordarli per debito di gratitudine.