Ormai delle letture del palazzo Ginori anche l'ultima eco è svanita;
parliamone dunque un'ultima volta con animo più riposato, per rievocare
il ricordo di tante ore deliziose trascorse in quella serenità di
spirito che era conceduta dalla stagione clemente, dalla geniale
compagnia e dall'abito ormai acquistato di convenire a così eletti
ritrovi. Perchè, gioverà rammentarlo, queste letture su _La Vita
Italiana nei secoli XIII e XIV_, come le altre su _Gli Albori_, ebbero
il plauso d'un uditorio sceltissimo, la cui assiduità non ha bisogno
d'esser messa alla prova; d'un uditorio capace d'intendere le più
riposte finezze d'una critica sottilmente ideale, come di non batter
palpebra allo scrosciar de' robusti periodi d'un dicitore classicamente
erudito.
Non ho mai conosciuto più severo areopago nè più sodi cervelli
di questi che si nascondono all'ombra de' cappellini civettuoli e
delle meglio composte acconciature. Il giudicio femminile, a torto
così bistrattato, è quasi sempre d'una sagacità senza pari. Quello
degli uomini, il più delle volte si lascia fuorviare da ragioni
di convenienza, di scuola, di partito, di politica. Quest'altro
invece mira dritto alla meta senza riguardi, senza preconcetti,
senza ipocrisie; anzi talvolta spinge la franchezza sino alla
più cruda brutalità. E, sopra tutto, aborre dalla presunzione:
quando non capisce, sbadiglia; quando sbadiglia e contorcesi sulla
seggiola, s'annoia; e quando si annoia, condanna senza remissione,
senz'attenuanti. Ha pure un senso straordinario della misura, della
convenienza, della _decenza_ oraziana: è quell'istesso intuito d'arte
che la donna sa mettere nella scelta dei colori, nel taglio d'un
vestito, nell'adornamento della persona.
[Illustrazione: Ernesto Masi.]
Conoscitrici consumate, autrici e critiche ad un tempo di quel
piccolo poema di grazia e di civetteria che è l'opera delle loro mani
e di quelle di.... Dio, sanno il segreto di ogni opera d'arte e non
perdonano ad un disserente noioso, ad un accademico pedante, ad un
dotto senza facondia, ad un conferenziere senza carità cristiana. Esse,
che d'amore s'intendono, vogliono sentirne l'afflato in ogni opera
d'arte. Non c'è creazione senza connubio, nè connubio senza simpatia,
senza calore d'affetto. Perciò se restan fredde ascoltando un lavoro,
pronunziano contro il colpevole una sentenza mortale. Il gentile
areopago potrà forse reprimersi; e allora, per eccesso di modestia,
giudicherà il lavoro dottissimo, ed _erudito_ l'autore; e con questo
eufemismo gli negherà per sempre il battesimo d'artista o di poeta.
Ma i nostri _lettori_ di quest'anno (1891), come quelli dell'altra
serie, e delle serie future, possono presentarsi al pubblico più
difficile e schifiltoso senza paure. Enrico Panzacchi, Ernesto Masi,
Isidoro Del Lungo, Enrico Nencioni, per tacere degli altri valenti,
conoscono a prova il segreto di dir cose belle e peregrine tenendo
attento e divertito un eletto uditorio. Nè gli altri che seguirono
furon da meno dei precedenti. Ernesto Masi seppe improvvisare in
pochissimi giorni un quadro compiuto dei tempi illustrati da Dante.
Del Barbarossa, d'Enrico VI, d'Innocenzo III, di Federigo II, di
Manfredi, di Carlo d'Angiò, di Corradino, di Bonifazio VIII, di Carlo
II e di Roberto, della Regina Giovanna trattò, nella sua lettura
sugli _Svevi e Angioini_, con quella grande competenza ch'è frutto
di studi coscienziosi e con felicità di parola, ritraendo in brevi
ed efficacissimi tocchi la fisonomia storica dei varii personaggi e
digredendo in considerazioni alte e razionali. Il Masi dimostrò ancora
una volta ch'egli sarebbe un eccellente professore di storia moderna,
di cui potrebbe onorarsi qualunque Ateneo, ora segnatamente che le
cattedre universitarie sono occupate dai microscopisti della scienza,
con grave danno di quella coltura generale che i giovani non possono
attingere fuori della scuola.
[Illustrazione: Arturo Graf.]
Arturo Graf aveva scelto quest'anno un argomento attraentissimo _Il
tramonto delle leggende_, e ne parlò con abbondanza di sicure notizie,
con magistrale conoscenza del tema. Egli ha una fiera passione:
quella di non lasciare inesplorata nessuna parte del soggetto preso
a trattare; e perciò i suoi lavori acquistano maggior pregio ad
un'attenta e ponderata lettura. Lo studio sulle _Origini del Papato e
del Comune di Roma_, ch'ei lesse l'anno scorso, è stato per unanime
giudizio riconosciuto un de' migliori scritti del volume su _Gli
Albori_ edito dai Treves.
[Illustrazione: Marco Tabarrini.]
Al Graf succedette il senatore Marco Tabarrini, cui non dispiacque di
fare onore alle Letture di casa Ginori con una sua conferenza su _Le
Consorterie nella storia fiorentina_. Il Tabarrini, richiamato da un
gentile invito a' suoi antichi studi prediletti, lasciò per un poco
le gravi cure della politica; e con affetto giovanile si pose a dar
forma di piacevole ed elegante discorso a' materiali laboriosamente
raccolti trent'anni fa sopra un argomento poco noto di storia patria.
E vi riuscì così bene, da far dimenticare, con l'aurea semplicità dello
stile, con la squisita eleganza dell'elocuzione e con la grazia toscana
della lingua, la difficoltà dell'assunto. Perchè, chi nol sappia, egli
è un sapiente maestro anche nell'arte del dire, ma un di quelli del
buon tempo antico, i quali sdegnano i lenocini della rettorica, non di
altro curanti che di dar veste ben conveniente agli studiati pensieri.
E' vi parlano con quella bonomia socratica, per la quale le astruserie
della scienza paiono a chiunque accessibili e piane; e tutto il loro
segreto consiste nel dar ordine lucidissimo a quel che hanno chiaro
e luminoso nel loro intelletto. Il miglior artificio per fare una
buona conferenza è quello d'averla fatta prima a noi stessi, d'aver
bene in mente ciò che si vuol dagli altri compreso; e però riescon
meglio le conferenze addirittura improvvisate, quelle fatte a braccia,
quando la frase sia obbediente al pensiero e questo segua il cammino
prestabilito, senza fermarsi sbadatamente per via.
[Illustrazione: Diego Martelli.]
E tale fu appunto quella che Diego Martelli fece su _Gli artisti
Pisani_, parlando di storia dell'arte con la sicurezza che nasce da
una lunga pratica e amorosa col proprio soggetto. Diego Martelli non fa
nè l'artista nè il letterato di professione; ma è, per felice intuito,
per le doti naturali dell'ingegno e per svariata coltura, un dicitore
piacentissimo, che riesce a nascondere lo studio e l'erudizione sotto
le apparenze d'un'arguta bonarietà. Parlò del bizantinismo con novità
e originalità di concetti, descrisse le meraviglie create dagli
artisti pisani con la evidenza e la semplicità onde un viaggiatore
di buon gusto vi pone sott'occhio quanto di meglio ha veduto in
lontani paesi. La sua conferenza fu come la relazione d'un viaggio
nel passato dell'arte, compiuto da un nostro contemporaneo, che sappia
raffrontare l'antico con il moderno, e d'arte giudicare con intelletto
d'artista. Non smancerie, non frasi imparate a mente, non effetti
retorici; ma quella signorile bonomia con la quale i nostri antichi
ragionavano de' miracoli dell'arte nelle botteghe de' pittori o degli
scultori. Il Martelli, compagno di studi a quanti dal 1859 in poi han
trattato la stecca o il pennello, ammiratore ed amico dell'Abbati, del
Sernesi e degli altri valorosi rinnovatori della pittura in Toscana,
è un finissimo ingegno d'artista che si nasconde nella giacca d'un
possidente di campagna. Egli odia la ipocrisia, sotto tutte le forme, e
per questo vive un po' solitario e fa parte da sè stesso. Tanto meglio,
se nella quiete d'una biblioteca sa preparare al pubblico che gli vuol
bene, un'ora di dilettazione estetica, come quella indimenticabile che
ci donò il 16 aprile nella sala Ginori!
[Illustrazione: Pompeo Molmenti.]
Tre giorni appresso risaliva quella cattedra un altro bell'ingegno,
il Molmenti. Un artista che vuol essere aristocratico succedeva al più
democratico di tutti i conferenzieri; alla naturalezza del fiorentino
all'antica, seguiva la raffinata eleganza d'un _cortesan_ veneziano.
L'onorevole Molmenti non se l'abbia a male: il paragone non ha nulla
d'odioso per lui; tanto è vero che posson farlo i lettori, raffrontando
i ritratti dei due dicitori dovuti alla elegante matita del Corcos.
[Illustrazione: Camillo Boito.]
Il tema assegnatogli era _Venezia nel secolo XIV_, e l'autore della
_Dogaressa_ ne trattò con caldezza d'affetto, con vera ispirazione.
Dimostrò come l'arte in questi anni di vigorosa vita civile facesse
naturalmente difetto; poichè l'arte meglio fiorisce nelle età
più riposate, negli splendori della decadenza. Nei primordi della
repubblica l'arte si rivelò, è vero, in Venezia con opere magnifiche;
ma non fu nè nazionale nè individuale, fu invece arte bizantina e
prodotto sociale. Venezia comparisce degnamente nel campo dell'arte sul
principio del secolo XV, mentre appunto incomincia il suo scadimento
civile. — Questa la tesi maestrevolmente svolta con abbondanza di
notizie e di particolari, con osservazioni originali e sapienti,
con una forma scintillante, armoniosa, carezzevole, a cui aggiungeva
nuovo incanto la voce dell'oratore e la blandizia della pronunzia.
Pompeo Molmenti — non più Pompeo Gherardo — è un felice temperamento
d'artista, che conserva tutta la giovanile baldanza, nonostante qualche
capello bianco di più, nonostante le cure della politica. Egli è un dei
beniamini del pubblico nostro, che con applausi cordiali lo rimerita
dello zelo da lui posto nello studiare e preparare i materiali di
queste genialissime conversazioni.
Camillo Boito fu l'ultimo della eletta schiera, e parlò dei _Giudizi
artistici nel secolo XIV_ con quella finezza di gusto onde è da tutti
pregiato. Singolare soggetto, degno dell'attenzione d'un critico
sapiente e originale, ch'egli trattò con ricchezza di particolari,
con felicità di raffronti, ritessendo per sommi capi la storia
di due monumenti, del Duomo di Milano e di Santa Maria del Fiore,
mostrandoceli nel loro _divenire_ e per tal modo insegnandoci come in
materia d'arte pensassero i nostri padri.