III.

Ormai delle letture del palazzo Ginori anche l'ultima eco è svanita;

parliamone dunque un'ultima volta con animo più riposato, per rievocare

il ricordo di tante ore deliziose trascorse in quella serenità di

spirito che era conceduta dalla stagione clemente, dalla geniale

compagnia e dall'abito ormai acquistato di convenire a così eletti

ritrovi. Perchè, gioverà rammentarlo, queste letture su _La Vita

Italiana nei secoli XIII e XIV_, come le altre su _Gli Albori_, ebbero

il plauso d'un uditorio sceltissimo, la cui assiduità non ha bisogno

d'esser messa alla prova; d'un uditorio capace d'intendere le più

riposte finezze d'una critica sottilmente ideale, come di non batter

palpebra allo scrosciar de' robusti periodi d'un dicitore classicamente

erudito.

Non ho mai conosciuto più severo areopago nè più sodi cervelli

di questi che si nascondono all'ombra de' cappellini civettuoli e

delle meglio composte acconciature. Il giudicio femminile, a torto

così bistrattato, è quasi sempre d'una sagacità senza pari. Quello

degli uomini, il più delle volte si lascia fuorviare da ragioni

di convenienza, di scuola, di partito, di politica. Quest'altro

invece mira dritto alla meta senza riguardi, senza preconcetti,

senza ipocrisie; anzi talvolta spinge la franchezza sino alla

più cruda brutalità. E, sopra tutto, aborre dalla presunzione:

quando non capisce, sbadiglia; quando sbadiglia e contorcesi sulla

seggiola, s'annoia; e quando si annoia, condanna senza remissione,

senz'attenuanti. Ha pure un senso straordinario della misura, della

convenienza, della _decenza_ oraziana: è quell'istesso intuito d'arte

che la donna sa mettere nella scelta dei colori, nel taglio d'un

vestito, nell'adornamento della persona.

[Illustrazione: Ernesto Masi.]

Conoscitrici consumate, autrici e critiche ad un tempo di quel

piccolo poema di grazia e di civetteria che è l'opera delle loro mani

e di quelle di.... Dio, sanno il segreto di ogni opera d'arte e non

perdonano ad un disserente noioso, ad un accademico pedante, ad un

dotto senza facondia, ad un conferenziere senza carità cristiana. Esse,

che d'amore s'intendono, vogliono sentirne l'afflato in ogni opera

d'arte. Non c'è creazione senza connubio, nè connubio senza simpatia,

senza calore d'affetto. Perciò se restan fredde ascoltando un lavoro,

pronunziano contro il colpevole una sentenza mortale. Il gentile

areopago potrà forse reprimersi; e allora, per eccesso di modestia,

giudicherà il lavoro dottissimo, ed _erudito_ l'autore; e con questo

eufemismo gli negherà per sempre il battesimo d'artista o di poeta.

Ma i nostri _lettori_ di quest'anno (1891), come quelli dell'altra

serie, e delle serie future, possono presentarsi al pubblico più

difficile e schifiltoso senza paure. Enrico Panzacchi, Ernesto Masi,

Isidoro Del Lungo, Enrico Nencioni, per tacere degli altri valenti,

conoscono a prova il segreto di dir cose belle e peregrine tenendo

attento e divertito un eletto uditorio. Nè gli altri che seguirono

furon da meno dei precedenti. Ernesto Masi seppe improvvisare in

pochissimi giorni un quadro compiuto dei tempi illustrati da Dante.

Del Barbarossa, d'Enrico VI, d'Innocenzo III, di Federigo II, di

Manfredi, di Carlo d'Angiò, di Corradino, di Bonifazio VIII, di Carlo

II e di Roberto, della Regina Giovanna trattò, nella sua lettura

sugli _Svevi e Angioini_, con quella grande competenza ch'è frutto

di studi coscienziosi e con felicità di parola, ritraendo in brevi

ed efficacissimi tocchi la fisonomia storica dei varii personaggi e

digredendo in considerazioni alte e razionali. Il Masi dimostrò ancora

una volta ch'egli sarebbe un eccellente professore di storia moderna,

di cui potrebbe onorarsi qualunque Ateneo, ora segnatamente che le

cattedre universitarie sono occupate dai microscopisti della scienza,

con grave danno di quella coltura generale che i giovani non possono

attingere fuori della scuola.

[Illustrazione: Arturo Graf.]

Arturo Graf aveva scelto quest'anno un argomento attraentissimo _Il

tramonto delle leggende_, e ne parlò con abbondanza di sicure notizie,

con magistrale conoscenza del tema. Egli ha una fiera passione:

quella di non lasciare inesplorata nessuna parte del soggetto preso

a trattare; e perciò i suoi lavori acquistano maggior pregio ad

un'attenta e ponderata lettura. Lo studio sulle _Origini del Papato e

del Comune di Roma_, ch'ei lesse l'anno scorso, è stato per unanime

giudizio riconosciuto un de' migliori scritti del volume su _Gli

Albori_ edito dai Treves.

[Illustrazione: Marco Tabarrini.]

Al Graf succedette il senatore Marco Tabarrini, cui non dispiacque di

fare onore alle Letture di casa Ginori con una sua conferenza su _Le

Consorterie nella storia fiorentina_. Il Tabarrini, richiamato da un

gentile invito a' suoi antichi studi prediletti, lasciò per un poco

le gravi cure della politica; e con affetto giovanile si pose a dar

forma di piacevole ed elegante discorso a' materiali laboriosamente

raccolti trent'anni fa sopra un argomento poco noto di storia patria.

E vi riuscì così bene, da far dimenticare, con l'aurea semplicità dello

stile, con la squisita eleganza dell'elocuzione e con la grazia toscana

della lingua, la difficoltà dell'assunto. Perchè, chi nol sappia, egli

è un sapiente maestro anche nell'arte del dire, ma un di quelli del

buon tempo antico, i quali sdegnano i lenocini della rettorica, non di

altro curanti che di dar veste ben conveniente agli studiati pensieri.

E' vi parlano con quella bonomia socratica, per la quale le astruserie

della scienza paiono a chiunque accessibili e piane; e tutto il loro

segreto consiste nel dar ordine lucidissimo a quel che hanno chiaro

e luminoso nel loro intelletto. Il miglior artificio per fare una

buona conferenza è quello d'averla fatta prima a noi stessi, d'aver

bene in mente ciò che si vuol dagli altri compreso; e però riescon

meglio le conferenze addirittura improvvisate, quelle fatte a braccia,

quando la frase sia obbediente al pensiero e questo segua il cammino

prestabilito, senza fermarsi sbadatamente per via.

[Illustrazione: Diego Martelli.]

E tale fu appunto quella che Diego Martelli fece su _Gli artisti

Pisani_, parlando di storia dell'arte con la sicurezza che nasce da

una lunga pratica e amorosa col proprio soggetto. Diego Martelli non fa

nè l'artista nè il letterato di professione; ma è, per felice intuito,

per le doti naturali dell'ingegno e per svariata coltura, un dicitore

piacentissimo, che riesce a nascondere lo studio e l'erudizione sotto

le apparenze d'un'arguta bonarietà. Parlò del bizantinismo con novità

e originalità di concetti, descrisse le meraviglie create dagli

artisti pisani con la evidenza e la semplicità onde un viaggiatore

di buon gusto vi pone sott'occhio quanto di meglio ha veduto in

lontani paesi. La sua conferenza fu come la relazione d'un viaggio

nel passato dell'arte, compiuto da un nostro contemporaneo, che sappia

raffrontare l'antico con il moderno, e d'arte giudicare con intelletto

d'artista. Non smancerie, non frasi imparate a mente, non effetti

retorici; ma quella signorile bonomia con la quale i nostri antichi

ragionavano de' miracoli dell'arte nelle botteghe de' pittori o degli

scultori. Il Martelli, compagno di studi a quanti dal 1859 in poi han

trattato la stecca o il pennello, ammiratore ed amico dell'Abbati, del

Sernesi e degli altri valorosi rinnovatori della pittura in Toscana,

è un finissimo ingegno d'artista che si nasconde nella giacca d'un

possidente di campagna. Egli odia la ipocrisia, sotto tutte le forme, e

per questo vive un po' solitario e fa parte da sè stesso. Tanto meglio,

se nella quiete d'una biblioteca sa preparare al pubblico che gli vuol

bene, un'ora di dilettazione estetica, come quella indimenticabile che

ci donò il 16 aprile nella sala Ginori!

[Illustrazione: Pompeo Molmenti.]

Tre giorni appresso risaliva quella cattedra un altro bell'ingegno,

il Molmenti. Un artista che vuol essere aristocratico succedeva al più

democratico di tutti i conferenzieri; alla naturalezza del fiorentino

all'antica, seguiva la raffinata eleganza d'un _cortesan_ veneziano.

L'onorevole Molmenti non se l'abbia a male: il paragone non ha nulla

d'odioso per lui; tanto è vero che posson farlo i lettori, raffrontando

i ritratti dei due dicitori dovuti alla elegante matita del Corcos.

[Illustrazione: Camillo Boito.]

Il tema assegnatogli era _Venezia nel secolo XIV_, e l'autore della

_Dogaressa_ ne trattò con caldezza d'affetto, con vera ispirazione.

Dimostrò come l'arte in questi anni di vigorosa vita civile facesse

naturalmente difetto; poichè l'arte meglio fiorisce nelle età

più riposate, negli splendori della decadenza. Nei primordi della

repubblica l'arte si rivelò, è vero, in Venezia con opere magnifiche;

ma non fu nè nazionale nè individuale, fu invece arte bizantina e

prodotto sociale. Venezia comparisce degnamente nel campo dell'arte sul

principio del secolo XV, mentre appunto incomincia il suo scadimento

civile. — Questa la tesi maestrevolmente svolta con abbondanza di

notizie e di particolari, con osservazioni originali e sapienti,

con una forma scintillante, armoniosa, carezzevole, a cui aggiungeva

nuovo incanto la voce dell'oratore e la blandizia della pronunzia.

Pompeo Molmenti — non più Pompeo Gherardo — è un felice temperamento

d'artista, che conserva tutta la giovanile baldanza, nonostante qualche

capello bianco di più, nonostante le cure della politica. Egli è un dei

beniamini del pubblico nostro, che con applausi cordiali lo rimerita

dello zelo da lui posto nello studiare e preparare i materiali di

queste genialissime conversazioni.

Camillo Boito fu l'ultimo della eletta schiera, e parlò dei _Giudizi

artistici nel secolo XIV_ con quella finezza di gusto onde è da tutti

pregiato. Singolare soggetto, degno dell'attenzione d'un critico

sapiente e originale, ch'egli trattò con ricchezza di particolari,

con felicità di raffronti, ritessendo per sommi capi la storia

di due monumenti, del Duomo di Milano e di Santa Maria del Fiore,

mostrandoceli nel loro _divenire_ e per tal modo insegnandoci come in

materia d'arte pensassero i nostri padri.

La vita italiana nel Trecento: Conferenze tenute a Firenze nel 1891 · 第 9 / 80 题