Mille piacer non vagliono un tormento

e dell’altro

Che alzando il dito colla morte scherza.

[349] Gli aneddoti che si raccontano in contrario, e l’asserzione

del Petrarca parmi non si possano riferire che a’ versi amorosi, od

altri men conosciuti, che sono di forma affatto moderna e di concetto

semplice.

[350] Tali sarebbero i frequenti giuocherelli sul nome di Laura; tale

la _gloriosa colonna_ a cui s’appoggia nostra speranza, e il vento

angoscioso de’ sospiri, e il fuoco de’ martiri, e le chiavi amorose, e

il lauro a cui coltivare adopera _vomer di penna con sospir di fuoco;_

e la nebbia di sdegni che _rallenta le stanche sarte della nave sua,

fatte d’error con ignoranza attorto_: e i ravvicinamenti fra cose

disparate, come fra sè e l’aquila, la cui _vista incontro al Sol pur

si difende_; e il dolore che lo fa _d’uom vivo un verde lauro_. Nel

che talvolta non ha pur rispetto alle cose sacre; come là dove loda

il borgo in cui la bella donna nacque, paragonando con Cristo che

_sceso in terra a illuminar le carte, fa di sè grazia a Giudea_; e il

_vecchierel canuto e bianco, che viene a Roma per rimirar la sembianza

di colui che ancor lassù nel ciel vedere spera_, confronta a sè _che

cerca la forma vera di Laura_.

[351] Alessandro Velutello nel 1525 fu il primo che distribuì il

Petrarca in rime avanti la morte, dopo la morte di madonna Laura, e

rime varie.

[352] Un’elevata definizione della poesia leggiamo pure nel Boccaccio

(_Genealogia degli Dei_, lib. XIV, c. 7): _Poesis, quam negligentes

abjiciunt et ignari, est fervor quidam exquisite inveniendi atque

discendi seu scribendi quod inveneris, qui ex sinu Dei procedens,

paucis mentibus, ut arbitror, in creatione conceditur. Ex quo, quoniam

mirabilis est, rarissimi semper fuere poetæ. Hujus enim fervoris

sublimes sunt effectus ut puta mentem in desiderium dicendi compellere,

peregrinas et inauditas inventiones excogitare, meditatas ordine

certo component ornare compositum inusitato quodam verborum atque

sententiarum contextu, velamento fabuloso atque decenti veritatem

contegere_.

[353] La Divina Commedia a La Harpe parve _une rapsodie informe_, a

Voltaire _une amplification stupidement barbare_. Ebbe essa ventuna

edizione nel secolo XV, quarantadue nel XVI, quattro nel XVII,

trentasei nel XVIII, più di cencinquanta nella prima metà del nostro;

diciannove traduzioni latine, trentacinque francesi, venti inglesi,

altrettante tedesche, due spagnuole; cencinquantacinque illustrazioni

di disegni o pitture. Vedi COLOMB DE BATINES, _Bibliografia dantesca_.

[354] Nota varietà di giudizj. Il padre Cesari, proclamato pedante,

ristampando i _Fioretti_ (Verona 1822) levò le uscite alla antica,

mettendovi le moderne «per togliere agli schifiltosi ogni cagione di

mordere e sprezzare questa lingua del Trecento; e così cammineranno

senza incespicare». Sebastiano Ciampi, ristampando il vulgarizzamento

d’Albertano Giudice (Firenze 1833), conserva non che le cadenze, fin

tutti gli sbagli del manuscritto, e ne fa per rogito notarile attestare

l’identità.

[355] Come tale è considerato dal TEMPESTI, _Disc. sulla storia

letteraria pisana_.

[356] Altre letterate italiane, oltre la Pisani e la Nina sicula,

nomineremo le fabbrianesi Ortensia di Guglielmo, Leonora della Genga,

Livia di Chiavello, Elisabetta Trebani d’Ascoli, Giustina Levi Perotti,

che indirizzò sonetti al Petrarca; la Selvaggia, cantata da Cino di

Pistoja; Giovanna Bianchetti bolognese, che sapeva di greco, latino,

tedesco, boemo, polacco, italiano, e di scienze filosofiche e legali.

[357] F. VILLANI nella sua vita; _Filocopo_, v. 377.

[358] Dal _Dolopathos_ il Boccaccio dedusse le novelle, 2ª della

giornata IX, 4ª della giornata VII, 8ª della giornata VIII. Contano

dieci delle sue novelle, tratte dai trovadori.

[359] Vedi _Sonetto_ 192, 121. 87. E nella _Canzone_ x:

Pace tranquilla senza alcun affanno,

Simile a quella che nel cielo eterna

Move dal loro innamorato riso

cioè degli occhi; e che da questi move

un dolce lume

Che mi mostra la via che al ciel conduce.

_Canz._ IX.

E più disteso nel _Trionfo della Morte_:

Più di mille fïate ira dipinse

Il volto mio, ch’amor ardeva il core;

Ma voglia in me, ragion giammai non vinse.

Poi, se vinto te vidi dal dolore,

Drizzai ’n te gli occhi allor soavemente,

Salvando la tua vita e il nostro onore...

S’al mondo tu piacesti agli occhi miei,

Questo mi tacio: pur quel dolce nodo

Mi piacque assai che intorno al core avei...

Fur quasi eguali in noi fiamme amorose,

Almen poi ch’io m’avvidi del tuo foco;

Ma l’un l’appalesò, l’altro l’ascose.

[360] Però anche Laura fu veduta da Petrarca il giovedì santo; Beatrice

da Dante nel luogo dove si cantava le lodi della regina di gloria; ser

Onesto bolognese s’innamorò il giovedì santo; il Firenzuola in chiesa

l’Ognissanti; e nella _Flamenca_ Guglielmo di Nevers s’invaghisce

vedendo a messa la figlia del conte di Nemours. Tali coincidenze non

hanno significazione?

[361] Son note le lunghe fatiche adoperate tra a Firenze e a Roma,

tra dagli accademici della Crusca e dal maestro del Sacro Palazzo

per allestire un’edizione purgata del Decamerone. Il Ginguené, il

Foscolo, dopo molti e seguiti da molti, non rifinano di cuculiare sopra

questo censore. Eppure, convenuto che niuno porrebbe il Decamerone

in mano a’ suoi figliuoli e neppure a sua moglie, e che, chi non

voglia i petulanti arbitrj della censura preventiva, dee sottomettersi

ai giudizj della repressiva, dovrà in quella fatica riconoscere il

desiderio di dare agli studiosi un libro, che credeasi opportunissimo

per l’arte quanto pericoloso pel costume.

Ugo Foscolo, che non sa di frate, termina il secondo suo inno _alle

Grazie_ raccontando l’origine del Decamerone:

Gioì procace Dioneo, sperando

Di sedur, coll’esempio della ninfa,

La ritrosa fanciulla, e pregò tutti

Allor d’aita, e i satiri canuti

E quante invide ninfe eran da’ balli

E dagli amori escluse: e quei maligni

Di scherzi e d’antri e d’imenei furtivi

Ridissero novelle, ed ei ridendo

Vago le scrisse, e le rendea più care:

Ma ne increbbe alle Grazie. Or vive il libro

Dettato dagli Dei, ma sventurata

Quella fanciulla che mai tocchi il libro!

Tosto smarrite del pudor natìo

Avrà le rose; nè il rossore ad arte

Può innamorar chi sol le Grazie ha in core.

[362] Petrarca designa così il tempo del suo innamoramento:

Era il giorno che al sol si scoloraro

Per la pietà del suo fattore i rai,

Quand’io fui preso...

Boccaccio nel _Filocopo_: — Avvenne un giorno, la cui prima ora Saturno

aveva signoreggiata, essendo già Febo co’ suoi cavalli al sedicesimo

grado del celestial montone pervenuto, e nel quale il glorioso

partimento del figliuolo di Giove dagli spogliati regni di Plutone si

celebrava, io della presente opera componitore mi trovai in un grazioso

e bel tempio in Partenope, nominato da colui che, per deificarsi,

sostenne che fosse fatto di lui sacrificio sopra la grata... e già

essendo la quarta ora del giorno sopra l’oriental orizzonte passata,

apparve agli occhi miei l’ammirabile bellezza della prefata giovane».

Cioè la domenica di Pasqua 8 aprile, in San Lorenzo di Napoli.

[363] Nel _Filostrato_ forma sin un’ottava intera con versi di Dante:

Quali i fioretti dal notturno gelo

Chinati e chiusi, poi che ’l sol gl’imbianca,

Tutti s’apron diritti in loro stelo;

Cotal si fe di sua virtude stanca

Troilo allora, e riguardando il cielo

Incominciò come persona franca, ecc.

[364] Cioè _acervo_, mucchio di grano.

[365] Me ne appello ai primi pretesi versi, _si digito callemus et

aure_:

Novellamente, Francesco, parlai

Coll’onestade;

Ed a preghiera di molte altre donne

Mi lamentai con lei, e dissi

Ch’erano molti, ch’avean scritti libri,

Costumi ornati d’uom, ma non di donna.

Sicch’io pregava lei

Che per amor di sè,

E per amor di questa sua compagnia,

Ch’à nome cortesia;

Ed anco per vestir l’altre donne con meco

Di quello onesto manto, ch’ella hae seco,

E ch’ella porge a quelle che voglion camminare

Per la via de’ costumi, degnasse di parlare

Con questa donna, che si appella Industria;

E seco insieme trovassono uno modo

Che l’altra donna, ch’ha nome Eloquenza,

Parlasse alquanto di questa materia,

E ’l suo parlare si trovasse in scritto.

Rimase inedito fin al 1815.

[366]

O man leggiadra, ove il mio bene alberga...

O bella e bianca mano, o man soave...

[367] SCIPIONE AMMIRATO, _Storie fiorentine_, lib. XIV.

[368] BENVENUTO DA IMOLA al cap. VIII del _Purgatorio_.

[369] Al principio del XII secolo Avignone era sottomessa ai conti di

Tolosa, di Provenza, di Forcalquier; della qual divisione profittando

i cittadini, di buon’ora se ne emanciparono, e si unirono col vescovo.

Nel 1154 già si davano statuti e forma comunale sotto la presidenza del

vescovo Gaufredo, e si conserva quella carta, donde appare l’amichevole

cooperazione dei poteri. Sussisteva però ancora il visconte,

subordinato al conte di Provenza, ma restò vinto, e cessò verso il

1190. Allora Avignone prosperò grandemente, costruì sul Rodano un ponte

lungo un quarto di lega, eppure gli abitanti erano esenti da ogni tassa

o gabella.

Il governo consolare era composto:

1º di due o quattro e fin otto consoli che univano l’amministrazione,

la giurisdizione, il comando militare;

2º di un giudice annuo;

3º di un consiglio della città composto di nobili, di borghesi e del

vescovo che rappresentava la città e dava la direzione degli affari;

4º di un parlamento a cui avean parte tutti i cittadini.

Nel 1225 si scelse un podestà, come aveano fatto Marsiglia e Arles;

annuo, straniero e intitolato _Dominus_.

[370] _Storie fiorentine_, lib. II. c. 19. 20. Sarebbero ducencinquanta

milioni d’oggi. Galvano Fiamma dice ventidue milioni di zecchini;

Alberto di Strasborgo diciassette milioni; Buonconte Monaldeschi

quindici. Siamo appoggiati a CRISTOPHE, _Hist. de la papauté pendant

le xiv siècle_, tom. II. l. VI: e vedansi pure HURTER, _Quadro delle

istituzioni e costumi della Chiesa al medio evo_; ANDRÉ, _Monarchie

pontificale au_ XIV _siècle_; Antiq. M. Æ., V. diss. 60.

Vedi pure GREGOROVIUS, _Gesch. der Stadt Rom in Mittelalter vom_ V _bis

zum_ XVI _Jahrhundert_. Stuttgard 1859.

[371] _De vestris marmoreis columnis, de liminibus templorum, de

imaginibus sepulcrorum, sub quibus patrum vestrorum venerabilis cinis

erat, ut reliquas sileam, desidiosa Neapolis adornatur_. Così il

Petrarca, dalle cui lettere desumo quella dipintura.

E TOMAO FORTIFIOCCA, _Vita di Cola di Rienzo, tribuno del popolo

romano, scritta in lingua volgare romana di quella età_. Bracciano

1624: — La cittate di Roma stava in grannissimo travaglio. Rettori non

avea. Onne dì se commettea. Da onne parte se derobbava. Dove era loco

de vergini, se detorpavano. Non ce era reparo. Le piccole zitelle se

ficcavano, e menavanose a deshonore. La moglie era tolta a lo marito

ne lo proprio lieto. Li lavoratori, quando jevano fora a lavorare,

erano derobbati. Dove? fin su la porta di Roma. Li pellegrini, li

quali viengo pe merito de le loro anime a le sante chiesie, non

erano defesi, ma erano scannati e derobbati. Li preti stavano per

mal fare. Onne lascivia, onne male, nulla justitia, nullo freno: non

ce era più remedio. Onne perzona periva. Quello più havea ragione

lo quale più potea co la spada. Non ce era altra salvezza, se no che

ciascheduno se defenneva con parienti e con amici. Onne die se faceva

adunanza». Tanto basti per saggio del dialetto romanesco: ai pezzi che

in appresso riferiremo, daremo terminazioni toscane. Quell’opera fu

illustrata di copiose note da Zefirino Re nel 1828, poi nel 1854 con

moltissime aggiunte e rettificazioni, valendosi de’ lavori pubblicati

nell’intervallo. Quel cronista, a torto chiamato Fortifiocca, fu lodato

e vituperato a vicenda da quei che di Cola vollero fare un eroe o

un arruffaplebe. Realmente e’ scrisse come tutti i contemporanei di

rivoluzioni, lodando sulle prime, vituperando poi; e chi sapeva leggere

nel 1848, n’avrà il commento migliore nella propria memoria. Vedi pure

LEVATI, _Viaggi del Petrarca_; DU CERCEAU, _Conjuration de Nicolas

Gabrini dit de Rienzi tyran de Rome_, 1733; SCHILLER, _Rivoluzione

di Cola di Rienzo_ 1788; PAPENCORDT, _Cola de Rienzo und seine Zeit,

besonders nach ungedruckten Quellen dargestellt_, 1841. I documenti

inediti sono lettere di Cola a Carlo IV e all’arcivescovo di Praga,

a cui racconta in latino tutta la sua storia. Le scoprì Pelzel, poi

l’originale andò perduto; la copia fu pubblicata dal Papencordt, cui la

morte impedì di seguitare la storia di Roma dalla caduta dell’impero

fin al principio del XVI secolo. Sono da aggiungere dieci lettere che

Giovanni Gaye pubblicò nel _Carteggio degli artisti_, vol. I, dirette

dal tribuno alla Signoria di Firenze; e «documenti risguardanti le

relazioni politiche dei papi d’Avignone coi Comuni d’Italia avanti e

dopo il tribunato di Cola di Rienzo», nell’appendice 24 dell’_Archivio

storico_.

[372] _Novella_ 3 della _Giornata_ V.

[373] Il prefetto di Roma dopo il senatore aveva il primo luogo,

esercitato da baroni romani; ed aveva carico di mantenere la patria

abbondante, e di tenere purgate e sicure le strade della campagna

di Roma, nette da ladroni ed assassini, e con rigore li castigava.

Però gli andava avanti un putto con la frusta; e le città, terre,

castelli erano obbligati di mantenergli i soldati. E quando i

pontefici coronavano gl’imperadori, egli teneva la corona imperiale,

e andavagli sempre avanti vicino al pontefice; e nelle pompe portava

una bacchettina d’oro in mano. E quest’uffizio lo esercitò molto tempo

la nobilissima famiglia di Vico, concessole dal popolo romano e da’

pontefici in eredità successiva pe’ benemeriti di questa famiglia; ma

poi per la loro mala vita ed enormi scelleraggini la perseguitarono con

l’arme e la estinsero, e lo uffizio diedero ad altre famiglie nobili

romane. _Antiq. M. Æ._, II. 858.

[374] Della deputazione a Clemente VI facea parte il Petrarca; e

l’orazione recitata da lui in quell’occasione, è una prosopopea ove

Roma parla come una vedova la quale si lagni dell’assente marito. E

gli dipinge tutti i meriti della città, fra’ quali principalmente le

tante reliquie ond’è ricca la cuna di Cristo, i capelli della Madonna

e parte della sua veste, la verga d’Aronne, l’arca dell’alleanza,

un dito di sant’Agnese coll’anello nuziale che lo ornava, la testa

di san Pancrazio che sudò sangue e versò lacrime quando i sacerdoti

la sottraevano all’incendio appiccatosi a San Giovanni Laterano.

_Carminum_, lib. II.

[375] «Pinse una similitudine in questa forma. Era pinto un grandissimo

mare, le onde orribili e forte turbate; in mezzo a questo mare stava

una nave poco meno che soffocata, senza timone, senza vela. In questa

nave, la quale per pericolare stava, ci era una femmina vedova, vestita

di nero, cinta di cingolo di tristezza, sfessa la gonnella da petto,

sciliati li capelli, come volesse piangere; stava inginocchiata,

incrociava le mani piegate al petto per pietade in forma di pregare

che suo pericolo non fosse; lo soprascritto dicea, _Questa è Roma_.

Attorno questa nave da la parte di sotto nell’acqua stavano quattro

navi affondate, le loro vele cadute, rotti li arbori, perduti li

timoni. In ciascuna stava una femmina affogata e morta; la prima

avea nome _Babilonia_, la seconda _Cartagine_, la terza _Troja_, la

quarta _Gerusalemme_. Lo soprascritto diceva, _Queste cittadi per la

ingiustizia pericolaro, e vennero meno_. Una lettera esciva fuora fra

queste morte femmine, e diceva così:

Sopra ogni signoria fosti in altura,

Ora aspettiamo qua la tua rottura.

Dal lato manco stavano due isole. In una isoletta stava una femmina

che sedea vergognosa, e diceva la lettera, Questa è Italia; favellava

questa e diceva così:

Tollesti la balìa ad ogni terra,

E sola me tenesti per sorella.

Nell’altra isola stavano quattro femmine colle mani a le gote e a li

ginocchi, con atto di molta tristezza, e diceano così:

D’ogni virtude fosti accompagnata,

Ora per mare vai abbandonata.

Queste erano le quattro virtudi cardinali, cioè Temperanza, Giustizia,

Prudenza e Fortezza. Da la parte ritta stava una femmina inginocchiata;

la mano distendeva al cielo come orasse; vestita era di bianco, nome

avea _Fede cristiana_, e lo suo verso dicea così:

O sommo padre, duca e signor mio,

Se Roma pere, dove starò io?

Ne lo lato ritto de la parte disopra stavano quattro ordini di diversi

animali colle sue ale, e tenevano corna alla bocca, e soffiavano come

fossino venti, li quali facessero tempestate al mare, e davano ajutorio

a la nave, che pericolasse. A lo primo ordine erano lioni, lupi e orsi;

la lettera diceva, _Questi sono li potenti baroni e rei rettori_. A

lo secondo ordine erano cani, porci e caprioli; la lettera diceva,

_Questi sono li mali consiglieri seguaci de li nobili_. A lo terzo

ordine stavano pecoroni, dragoni e volpi; la lettera diceva, _Questi

sono li falsi officiali, giudici e notarj_. A lo quarto ordine stavano

lèpori, gatti, capre e scimmie; la lettera diceva, _Questi sono li

popolari ladroni micidiali adulteratori e spogliatori_. Ne la parte

disopra stava lo cielo; in mezzo la Majestade divina come venisse al

giudizio; due spade l’escivano dalla bocca di là e di qua; dall’uno

lato stava santo Pietro, e dall’altro santo Paolo in orazione. Quando

la gente vidde questa similitudine di tale figura, ogni persona si

maravigliava».

[376] _Nihil actum fore putavi si, quæ legendo didiceram, non

adgrederer exercendo_. Epist.

[377] _Spirto gentil, che quelle membra reggi_, ecc.

De Sade sostenne che lo _spirto gentil_, il _cavalier che tutta Italia

onora_ non può essere Cola di Rienzo. Egli fu confutato da Zefirino

Re, al quale consente il Papencordt, giacchè le lettere del Petrarca

a Cola ripetono quei medesimi sentimenti, e gli drizzò pure un’egloga

pastorale, mandandogliene anche la chiave. Ma Salvatore Betti adduce

fortissime ragioni per sostenere che la canzone è diretta a Stefano

Colonna senatore, e perciò ornato della onorata verga. Ed è singolare

che abbia a disputarsi a chi dirette la più bella canzone del Petrarca,

e le speranze di Dante.

[378] «In prima apparecchiarono alle nozze tutto lo palazzo del

papa, con ogni circostanza di San Giovanni di Laterano, e per molti

dì innanzi fece le mense da mangiare, delle tavole e del legname dei

chiostri de li baroni di Roma. E furo stese queste mense per tutta

la sala vecchia dello vecchio palazzo di Costantino e del papa, e

lo palazzo nuovo, sì che stupore parea a chi lo considerava. E fuori

rotti i muri delle sale, donde venivano scaloni di legno allo scoperto

per agio da portare la cucina, la quale si coceva. E ad ogni sala

apparecchiato lo cellaro di vino nel cantone. Era la vigilia di san

Pietro in vincoli: ora era di nona. Tutta Roma, maschi e femmine

ne vanno a San Giovanni. Tutti si apparecchiano sotto li porticali

per la festa vedere; nelle vie pubbliche per questo trionfo vedere.

Allora venne la molta cavallaria de diverse nazioni de gente, baroni,

popolari, foresi, a pettorali da sonagli, vestiti di zendato con

bandiere; facevano grande festa; correvano giocando. Ora ne vengon

buffoni senza fine: chi suona trombe, chi cornamuse, chi ciaramelle,

chi mezzi cannoni. Poi questo grande suono, venne la moglie a piedi

colla sua madre; molte oneste donne l’accompagnavano per volerle

compiacere. Dinanti alla donna venivano due assettati gioveni, li quali

portavano in mano un nobilissimo freno di cavallo tutto inaurato.

Trombe di argento senza numero; ora si vede trombare. Dopo questi

venne grande numero di giocatori da cavallo; poi veniva lo tribuno, e

lo vicario del papa a canto. Dinanzi a lo tribuno veniva uno, il quale

portava una spada ignuda in mano. Sopra lo capo un altro gli portava

lo pennone; in mano portava una verga di acciaro. Molti e molti nobili

erano in sua compagnia. Era vestito con una gonnella bianca da seta

_miri candoris_, inzaganata di oro filato. In tanta moltitudine di

ogni parte era letizia. Non fu orrore, nè fu arme: due persone ebbero

parole; adirate trassero le spade; innanzi che colpi menassero, le

tornarono in sue vagine. Ognuno va in sua via. De le città vicine

a questa festa vennero gli avvitatori, che più? e li veterani, e le

pulzelle, vedove e maritate. Poi che ogni gente fu partita, allora fu

celebrato uno solenne officio per lo chiericato. E dopo l’officio entrò

nel bagno, e bagnossi nella conca de lo imperatore Costantino, la quale

è di preziosissimo paragone. Uno cittadino de Roma messere Vico Scotto

cavaliere gli cinse la spada. Poi se addormì in un letto venerabile,

e giacque in quel loco, che si dice li fonti di San Giovanni, dentro

de lo circuito de le colonne. Là compì tutta quella notte. Ora senti

maraviglia grande. Lo letto e la lettiera nuovi erano. Come venne lo

tribuno a salire a lo letto, subitamente una parte del letto cadde in

terra, e _sic in nocte silenti mansit_. Fatta la dimane, levossi su

lo tribuno vestito de scarlatto con vari; cinta la spada per messere

Vico Scotto, co’ speroni di oro, come cavaliere. Tutta Roma, e ogni

cavalleria ne va a San Giovanni: ci vanno ancora tutti li baroni, e

foresi, e cittadini per vedere Cola de Rienzo cavaliere. Fassi grande

festa, e fassi letizia».

[379] _Nos non sine inspiratione Sancti Spiritus jura sacri romani

populi recognoscere cupientes, habuimus, cum opportuna maturitate

omnium utriusque juris peritorum et totius collegii urbis judicum,

et quamplurium aliorum sacræ Ytaliæ consilium sapientum, qui

per expressa jura sæpius revoluta, discussa et examinata mutuis

collationibus, opportuna noverunt et dixerunt: senatum populumque

romanum illam auctoritatem et jurisdictionem habere in toto orbe

terrarum, quam olim habuit ab antiquo tempore, videlicet quo erat in

potentissimo statu suo, et posse nunc jura et leges interpretari,

condere, revocare, mutare, addere, minuere, ac etiam declarare, et

omnia facere sicut prius, et posse etiam renovare quidquid in sui

lesionem et præjudicium factum fuerit ipso jure, et revocatum esse

etiam ipso facto. Quibus discussis et satis congregatis apud sacrum

latinum palatium omnibus, senatu, magnatibus, viris consularibus,

satrapis, episcopis, abbatibus, prioribus, clericis urbis omnibus

ac populo universo in plenissimo et solemnissimo parlamento, omnem

auctoritatem, jurisdictionem et potestatem, quam senatus populusque

romanus habuerunt et habere possent, et omnem alienationem, cessionem

et concessionem et translationem officiorum, dignitatum, potestatum

et auctoritatum imperialium, et quarumcumque aliarum per ipsum senatum

et populum factas in quoscumque viros clericos et laicos, cujuscumque

conditionis existant, et cujuscumque etiam nationis, auctoritate quidem

populi et omni modo et jure, quo melius de jure potuimus, de totius

ejusdem romani populi voluntate unanimi duximus solemniter revocandas,

et ea officia, dignitates, potestates et auctoritates imperiales et

quascumque alias, et omnia primitiva et antiqua jura ejusdem romani

populi reduximus ad nos et populum prelibatum; citare quoque fecimus in

parlamento præfato gerentem se pro duce Bavariæ, ac dominum Karolum,

illustrem regem Boemiæ, se romanorum regem appellantem, et tam

præcedentes singulos alios speciales, tam electos quam etiam electores

nominatim, et omnes et singulos imperatores, reges, duces, principes,

marchiones, prelatos et quoscumque alios tam clericos quam laicos in

romano imperio et electionis ipsius imperii jus aliquod prætendentes,

qui diversas incurrerunt ingratitudines et errores in urbis et totius

sacræ Ytaliæ detrimentum et totius fidei christianæ jacturam, ut usque

ad festum Pentecosten futurum proximum in urbe et sacro Laterani

palatio coram nobis et romano populo cum eorum juribus omnibus,

tam in electione et imperio supradictis, quam contra revocationem

ipsam, personaliter vel per legitimos eorum procuratores studeant

comparere, alioquin in revocationis hujusmodi et electionis imperii

præfati negotio prout de jure fuerit, non obstante eorum contumacia,

procedetur. Et ut dona et gratia Spiritus Sancti participarentur per

Ytalicos universos, fratres et filios sacri romani populi pervetustos,

omnes et singulos cives civitatum sacrae Ytaliæ cives romanos

effecimus, et eos admittimus ad electionem imperii ad sacrum romanum

populum rationabiliter devoluti; et decrevimus electionem ipsam per XX

seniorum voces eligentium in urbe mature et solemniter celebrandam.

Quarum aliquibus reservatis in urbe, reliquas distribuimus per

sacram Ytaliam, prout in capitulis et ordinationibus super hoc editis

continetur. Cupimus quidem antiquam unionem cum omnibus magnatibus et

civitatibus sacræ Ytaliæ et vobiscum firmius renovare, et ipsam sacram

Ytaliam, multo prostratam jam tempore, multis dissidio lacessitam

hactenus et abjectam ab iis, qui eam in pace et justitia gubernare

debebant, videlicet qui imperatoris et augusti nomina assumpserunt,

contra promissionem ipsorum venire, nomini non respondente, effectui

non verentes, ab omni suo abjectionis discrimine liberare, et in statum

pristinum suæ antiquæ gloriæ reducere et augere, ut pacis gustata

dulcedine floreat per gratiam Spiritus Sancti melius, quam unquam

floruit inter ceteras mundi partes. Intendimus namque ipso Sancto

Spiritu prosperante, elapso præfato termino Pentecostem, per ipsum

sacrum romanum populum et illos quibus electionis imperii voces damus,

aliquem Ytalicum, quem ad zelum Ytaliæ digne indicat unitas generis et

proprietas nationis, secundum inspirationem Sancti Spiritus, dignati

ipsam sacram Ytaliam pie respicere, feliciter ad imperium promoveri, ut

Augusti nomen, quod romanus populus, immo inspiratio divina concessit

et tribuit, observemus per gratas effectuum actiones. Hortatur vos

itaque purus nostræ sinceritatis affectus, ut commune nostrum et totius

Ytaliæ decus, commodum et augmentum velitis congrua consideratione

diligere, et honores proprios occupari et detineri per alios pati

nolle, in tantum nefas, tantum opprobrium, quantum est proprio privari

domino, et propriis raptis honoribus, alieno indebite subdere colla

jugo, eorum videlicet qui sanguinem ytalicum sitiunt, sicut sunt soliti

deglirare_. Lettera del 19 settembre 1347, ap. GAYE.

[380] Nelle accennate lettere, Cola pretende essere generato da

Enrico VII, cui sua madre in una bettola di Roma _ministrabat, nec

forsitan minus quam sancto David et justo Abrahæ per dilectas exstitit

ministratum_.

[381] _Ep. famil._, lib. XIII. 6.

[382] _Ep. famil._, lib. XIII. 6.

[383] _Epistolæ sine titulo_, ep. 4. Ho molto compendiato.

[384] _Et nihilominus prorsus mandamus angelis paradisi, quatenus

animam illius, a purgatorio penitus absolutam, in paradisi gloriam

introducant_. Bolla ap. BALUZIO, che vuol crederla falsa, come altre

asserzioni a carico di questo papa.

[385] Della morte del Moriale assai lodavano Cola i Fiorentini, il 4

settembre 1354 scrivendo al Comune di Perugia: _Fidedigna relatione

didicimus, magnificum dominum almæ urbis senatorem illustrem, tamquam

justitiæ zelatorem notorium, divinitus inspiratum, virum nequam fratem

Monregalem de Albanio, dudum iniquum compagniæ capitaneum et nefarium

conductorem, homicidiorum, robariorum, incendiorum ac maiorum omnium

nefarium patratorem, die sabati præteriti proxime, in urbe, quæ omnibus

comunis est patria, fecisse ultimo puniri supplicio; primo, sicut juris

ordo expostulat, vista, lecta, ac promulgata solemniter sententia in

Campitolio contra eum_. Archivio storico, app. N. 24, p. 397.

[386] Nel trattato, riferito dal Dumont, sono nominati più di quaranta

signori ghibellini.

Di questo Giovanni d’Oleggio poco dicono gli storici milanesi, ma ne

discorse De Minicis ne’ _Monumenti di Fermo_, 1857. Schiericatosi,

sposò una Benzoni di Crema, fu podestà e capitano in varie città

e fazioni; ebbe Bologna, come dicemmo, e la cedette alla Chiesa,

ricevendo in ricambio a vita la signoria di Fermo, dove morì nel 1366.

Sua moglie gli alzò colà un monumento, scolpito da Tura di Imola,

artista che non si conosce per altra opera.

[387] Sono le ragioni lungamente esposte da Matteo Villani, lib. IV. c.

77.

[388] _Epistolæ famil._, IX. 1. X. 1.

[389] Anche il Boccaccio nella V _Egloga_:

_I, decus Arctoum, Teutonos lude bilingues:_

_Nos titulos vacuos, et lentos novimus arcus._

[390] Così scriveva Dondacio Malvicini da Ferrara alla Signoria

fiorentina il 27 giugno 1355. Vedi _Arch. storico_, app. Nº 24, p. 408.

[391] Tale carica ebbe origine in Italia, dove gl’imperatori nominarono

conti del palazzo Laterano: uffiziali però che non aveano l’esercizio

d’alcuna prerogativa imperiale, come ebbero in appresso i conti

palatini in Germania. È vero che Castruccio ottenne di nobilitare

e legittimare spurj, crear notaj, ecc.: ma queste prerogative gli

furono accordate da Lodovico il Bavaro col diploma dell’11 novembre

1327, che lo costituì duca di Lucca; quello del 14 marzo successivo,

che gli conferì la delegazione di conte lateranese, parla unicamente

delle funzioni che, in tal qualità, dovrà sostenere all’incoronazione

dell’imperatore. Questo è l’unico esempio di tali diritti conferiti ad

alcuno, salvo che fosse a titolo di conte del palazzo.

I primi conti del palazzo imperiale furono nominati da Carlo IV, il

quale conferì dignità siffatta a Bartolo di Sassoferrato, e a Giovanni

Amadio di Padova d’esercitare tutte le funzioni della giurisdizione

volontaria, accordare la cittadinanza romana e la nobiltà, crear

dottori, e delegare altrui parte di questi diritti. I conti palatini

nominati da Carlo IV erano italiani, e sembra la loro delegazione

non si estendesse se non sull’Italia. Così fu della prima comitativa

lateranese conferita a un tedesco, cioè a Gaspare Schlick cancelliere

dell’imperatore Sigismondo, che l’ottenne nel 1433; e alcuni mesi dipoi

ai fratelli di Schlick e loro discendenti.

Pare che Federico III pel primo trasferisse in Germania la dignità

di conte di palazzo. Ve n’ebbe di grandi e di piccoli, secondo

l’importanza dei diritti che l’imperatore vi attribuiva: il diritto

di nobilitare apparteneva ai grandi. Quando la dignità piccola

accordava di nominare dottori, era ordinariamente limitata a un

numero d’individui: in tal modo il celebre Reuclino potè creare dieci

dottori durante la sua vita. La dignità di conte di palazzo durò

sino al termine dell’impero germanico; alcuni di questi conti gli

sopravvissero. SCHOELL.

[392] «_Scioccamente_ avea dimenticato di chiedere alcuna sicurezza

o vantaggio», dice il Muratori, che in generale è avverso a cotesti

capipopolo, tanto più se frati.

[393] MATTEO VILLANI, VII. 69; il quale conchiude: — Io penso, che

se questo fosse avvenuto al tempo de’ Romani, i grandi autori non

l’avrebbero lasciata senza onore di chiara fama, tra l’altre che

raccontano degne di singolar lode per la loro costanza».

[394] _Vita b. Petri Tommasii_. Fu poi patriarca di Costantinopoli.

Vedasi SEPULVEDA, _Hist. de bello administrato in Italia a cardinali

Egidio Albornotio_.

[395] FILIPPO VILLANI, cap. 81. — Gio. Cavalcanti, l. IV. c. 1, dice

che Guido Torello «fece fare un ponte a pezzi con tanta arte, che l’un

pezzo con l’altro s’annestava».

[396] Le repubbliche teneano boschi apposta, donde trarre i legni per

le aste. Tali erano _li Cavrei_ in val Brembana sul Bergamasco, dove

i faggi e frassini metteano rami diritti, che tagliati e rimondati

metteansi in vendita. I Veneziani ne cavavano da Montona nel Triestino,

e sempre era preferito il frassino. I ferri migliori da innastarvi

venivano da Valenza di Spagna. A Brescia un maestro Serafino, al

principio del Cinquecento, fece una spada tanto vantata, che un

principe gliela pagò cinquecento ducati: altre fabbriche n’aveano

il Bergamasco, Serravalle e Cividal di Belluno: Modena e Treviso

preparavano i tamburi. G. MATTEO CICOGNA, _Trattato militare_, 1567;

CIBRARIO, _Studj storici_.

[397] _Arch. storico_, XV. p. 41.

[398] CORIO al 1367.

[399] Una lancia costava da tredici a sedici fiorini il mese,

cioè circa lire centottanta, che oggi varrebbero il quadruplo: e

appartenevano al cavaliere l’armi e i cavalli. Quattro per lancia era

obbligato darne il magnifico cavaliere messer Colluccio de Grisis di

Calabria, che il 6 di novembre 1475 fu condotto da Violanta di Francia

duchessa di Savoja per un anno co’ patti seguenti: — In primamente

che lo dito mesiro lo caualero se conduca cun armati vintezinque,

videlicet lanze XXV a quattro cauali per lanza, infra le quali sia

un homo d’arme armato imbardato cum la testera de azelle in ordine,

a uso talliano, cum uno sachomano et uno ragazzo, el quale sachomano

auerà la balestra, en utrio (_inoltre_) la zellata e lo corseto cum la

lanza o sia pertesana, o un altro sachomano appresso a lo caualo cum la

lanza in mane. Item per ogni lanza et homo d’arme cum quatro cauali in

modo sopradicto li sia dato per suo soldo e pacto fl. XX de Savoja per

zarcheduna lancia e per zascheduno mese, pagando lo suo soldo da tre

mesi in tre mesi sanza alcuna difficultà. Item la ferma sua se intende

de un anno del dì conducto, comenzando lo termine facta la mostra».

Fu ancora pattuito che avesse la paga di trenta lancie, e non fosse

tenuto che alla mostra di venticinque, e quelle cinque la signora

gliele donava per la sua persona ed il suo piattello; egli promise di

stare e andare dove piacerà a madama, in Italia e fuori, e offendere e

difendere come gli sarà comandato. Pigliando uomo di Stato e caporale

di guerra, lo lascerebbe a disposizione dell’_excelsa madama_, e

così pure ville e castella. _Conto d’Alessandro Richardon tesoriere

generale_, fol. 383, ap. CIBRARIO.

Nel 1386, allorchè i Padovani osteggiavano i Veronesi, così erano

composti gli eserciti, secondo il Gataro. Quel di Padova era in

otto schiere: 1ª Giovanni Acuto con cinquecento cavalli e seicento

arcieri tutti inglesi; 2ª Giovanni degli Ubaldini con mille cavalli;

3ª Giovanni da Pietramala con mille cavalli; 4ª Ugolotto Biancardo

con ottocento cavalli; 5ª Francesco Novello con millecinquecento

cavalli; 6ª Broglia e Brandolino con cinquecento cavalli; 7ª Biordo e

Balestrazzo con seicento cavalli; 8ª Filippo da Pisa con mille cavalli.

Questa era alla guardia delle bandiere, e con essa erano anche i

consiglieri del campo. Da ultimo venivano mille fanti provvigionati,

spartiti in due bande, sotto il Cermisone da Parma. L’esercito

di Verona era distinto in dodici schiere: 1ª Giovanni Ordelaffi,

capitano del campo, con mille cavalli; 2ª Ostasio da Polenta con

millecinquecento; 3ª Ugolino Del Verme con cinquecento cavalli; 4ª il

vecchio Benetto da Marcesana con ottocento; 5ª il conte di Erre con

ottocento; 6ª Martino da Besuzuolo con quattrocento; 7ª Francesco da

Sassuolo con ottocento; 8ª Marcardo dalla Rôcca con quattrocento; 9ª

Francesco Visconti con trecento; 10ª Taddeo Del Verme con seicento; 11ª

Giovanni Del Garzo e Ludovico Cantello con cinquecento; 12ª Raimondo

Resta e Frignano da Sesso con milleottocento. Venivano di poi mille

fanti palvesati, divisi in due schiere, e milleseicento arcieri e

balestrieri tra forestieri e del paese. Marciava alla coda un grosso

di popolo sotto il pennone della Scala, fin in sedicimila persone.

Terminato lo scompartimento e fatte le schiere, tutti i condottieri si

raccolsero presso il capitano del campo, che gli esortò a combattere

virilmente, e a non dar quartiere.

Dal Sanuto (Vita del Foscari, _Rer. It. Script._, XXII) abbiamo il nome

de’ condottieri e il numero de’ lor soldati nella guerra de’ Veneziani

e Fiorentini contro Milano il 1426. Il Carmagnola ducentrenta lancie;

Gian Francesco Gonzaga quattrocento; Pietro Gian Paolo cennovantasei;

il marchese Taddeo cento; Ruffino da Mantova ottantotto; Falza e

Antonello sessantatre; Rinieri da Perugia sessanta; Lodovico de’

Micalotti settanta; Battista Bevilacqua cinquanta; altrettante messer

Marino, Blanchin da Feltro, Buoso da Urbino; quaranta Scariotto da

Faenza; trenta Lombardo da Pietramala; dieci Jacopo da Venezia; otto

Cristoforo da Fuogo, oltre centredici lancie libere. Altri capi stavano

nelle guarnigioni: Bernardo Morosini con sessanta lancie; Jacopo da

Castello con ventisei; Antonello di Roberto con cinquanta; Testa da

Moja con venti, Jacopo da Firminato con tredici; Giovanni Sanguinazzo

con sessantatre; Antonio degli Ordelaffi con dieci; Bolachino da

Cologna con quarantatrè; il conte d’Ulenda con quarantacinque; Luigi

Del Verme con ducensessanta; Orsino degli Orsini con cenventi; Pietro

Pelacane con cento; Giovanni da Pomaro con trentotto. Arroge le

compagnie di fanteria. Ciascuno avea patti diversi colla repubblica, e

diversi gradi d’obbedienza e disciplina.

[400] Nell’Archivio delle Riformagioni di Firenze (filza 23. c. 65)

è sotto il 1326, 11 febbrajo, questa provvigione, pubblicata dal

Gaye, ii. 8: _Item possint dicti domini priores artium, et vexillifer

justitie, una cum dicto officio duodecim bonorum virorum, eisque liceat

nominare, eligere et deputare unum vel duos magistros in offitiales et

pro offitialibus ad fatiendum et fieri fatiendum pro ipso Comuni_ pilas

seu palloctas ferreas et cannones de metallo pro ipsis cannonibus et

palloctis, _habendis et operandis per ipsos magistros et offitiales et

alias personas in defensione Comunis Flor. et castrorum et terrarum,

quæ pro ipso Comuni tenentur, et in damnum et prejuditium inimicorum

pro illo tempore et termino, et cum illis offitio et salario, eisdem

per Comune Flor. et ipsius Comunis pecunia per camerarium camere dicti

Comunis solvendo illis temporibus et terminis, et cum ea immunitate

et eo modo et forma, et cum illis pactis et conditionibus, quibus

ipsis prioribus e vexillifero et dicto offitio _XII_ bonorum virorum

placuerit_.

Ne’ libri pubblici di Lucca è notato al 1382, 23 agosto: _Cum per

commissarios Lucani Comunis ordinatum fuerit quod pro munitione et

tuitione civitatis Lucanæ fierent quatuor bombardæ grossæ, et sic per

Johannem Zappetta de Gallicano jam duo fabricataæ sint, et in civitate

Lucana ductæ, et denariis egeat præfatus Johannes pro fabricatione et

constructione reliquarum_ etc.

Il 27 ottobre 1470 Paolo Nicolini domandava di poter fare a Petrajo un

edifizio a acqua per trapanare le spingarde. _Mem. Lucchesi_, II. 221.

[401] _Est bombarda instrumentum ferreum cum tromba anteriore lata,

in qua lapis rotundus, ad formam trumbæ, habens cannonem a parte

posteriori secum conjungentem, longum bis tanto quanto trumba, sed

exiliorem, in quo imponitur pulvis niger artificialis cum salnitrio

et sulphure et ex carbonibus salicis per foramen cannonis prædictis

versus bucam etc._ De bellicis machinis, mss. — Moschetto diceasi nel

medio evo un projettile che si lanciava con una balista più forte. V.

DUCANGE. Giovan Villani, lib. x, c. 21, dice che in una battaglia data

dal fratello del re Roberto «molti furono fediti e morti di moschetti

di balestri di Genovesi». E nelle _Storie pistoiesi_ al 1326: «M.

Simone fu fedito d’una moschetta al ginocchio».

[402] Al 1441 nel castello di Nizza marittima v’avea venticinque palle

di pietra da centrentasei libbre.

[403] _Rer. It. Script._, XXIII. 794.

[404] All’assedio di Zara, nel 1346, lanciaronsi pietre da libbre

tremila (metriche 1431): a quello di Cipro nel 1373, che costò alla

repubblica più di tre milioni di ducati (15 milioni di nostre lire) i

Genovesi ebbero un trabocco che lanciava da dodici a diciotto cantari,

da libbre cencinquanta (metriche 1287).

Non di rado fu usato il fuoco greco, composizione arcana; e pare che

questo nome si applicasse a tutti i mezzi d’incendiare. Il Valturio

chiama fuoco greco una composizione di carbon di salice, nitro,

acquavite, solfo, pece, incenso, con filo di lana molle d’Etiopia.

[405] Nel 1405 il Sanuto (_Rer. It. Script._, XXII. 817) parla di

bombarde che scagliavano palle di quattrocento in cinquecento libbre;

da cinquecentotrenta libbre ne cita al 1437 Neri Capponi (XVIII.

1285); d’una nel 1420 di sei cantari genovesi Giovanni Stella (XVII.

1282); nel 1453 molte di mille e milleducento libbre sono accennate

in MARTÈNE, _Thes. Nov. Anecd._, 1820. I Genovesi lanciarono pietre da

Pera fino a Costantinopoli.

[406] Così un sacro dell’arsenal veneto aveva:

Chiamata son la fiera serpentina

Che ogni fortezza spiano con ruina.

1508, _Opus Thome D. Fr._;

e una spingarda, _Il nome mio possente_; una colubrina, _Non mi

aspettare_; un’altra,_ Non più parole_. Ad Algeri nel 1831 fu trovato

un grosso cannone colla scritta:

Quand’io mi nutrirò di polve e foco,

Ogni terrena possa

Contro ai vomiti miei cederà il loco.

[407] A torto dunque si dicono adoperate la prima volta all’assedio di

Wachtendonk nel 1588. L’ambasciadore veneto Andrea Gussoni scrive che

«il duca Cosmo di Toscana si diletta di fuochi artifiziali, e ha modo

di fare una palla di così grande artifizio, che uscita dal pezzo, si fa

rompere ove l’uomo vuole, o vicino a trenta braccia d’uscita, o a mezza

strada: e dove dà ed è volta, fa grandissima mortalità di gente».

L’Archivio mediceo, filza 45, contiene originale questa lettera di

Ferdinando re di Napoli a Lorenzo il Magnifico (ap. Gaye):

«_Rex Siciliæ, magnifice vir, amice mi carissime_,

«Avendo noi presentito che in lo arsenale de questa Signoria è un

capomastro, nominato mastro Joanni, lo quale noviter ha trovato certa

natura de navili, quali chiama _arbatrocti_, che teneno bumbarde supra

quali tirano preta de CCL libbre, ne è stato piacere intendere la

invenzione, ed havevamo assai de caro vederne l’effecto. Pertanto vi

pregamo ne vogliate mandare lo dicto mastro Joanni quale monstrarà lo

modo di taglio de dicti navilii ad questi nostri, acciò che ne possiamo

o ad lui o ad li nostri far costruere uno per satisfatione dell’animo

nostro, che de ciò ne farete piacere etc. etc.

_Datum in civitate Calvi_, XIII _jan._ 1488.

_Rex Ferdinandus._

_Joannes Pontanus._

[408] _Relazioni d’ambasciadori veneti_. Firenze, serie II, vol. II, p.

135.

[409] Negli _Statuti de’ pittori fiorentini_ verso il 1400, rubrica

LXXXIX, si legge: — Conciosiacosa che socto l’armadure da cavagli di

cuojo o di ferro gli uomini si difendino e fidino le loro persone a

vita, e di fuori della città di Firenze sieno portati, e portansi alla

città di Firenze armadure di cuojo debili e vili e falsamente facte,

sotto la fiducia delle quali gli uomini spesse volte perdono la persona

e la vita: stabilito e ordinato è che larmadure da cavallo di cuojo

si faccino e far si debbino di cojame di bue, di vaccha, di toro o di

bufalo, come di consuetudine nella città di Firenze sopradetta, o non

di niun altro cuojo, ovvero d’altre bestie o dalcuna altra bestia.

E che niuno dipintore o alcunaltra persona dell’arte predetta, o

niunaltra persona possa, ardisca o presuma tenere o far tenere nelle

loro botteghe armadure da cavallo facte contro la forma predetta nella

città di Firenze o fuori della città di Firenze, nè esse dipingere

o far dipingere, nè facte contro la forma predetta raconciare o far

aconciare, sotto la pena di lire cinque di f. p. per ogni armadura e

tante volte; e l’armadura s’intenda testiera per sè, fiancali per sè,

pectorali per sè. E non di meno tali armadure così contro la predetta

forma facte, s’ardino e ardere si debbino. La pena dell’ardere abbia

luogo nell’armadure facte contro la forma predetta, che si trovassero

nelle botteghe e appresso alcuno dipintore e alcun’altra persona della

detta arte».

Storia degli Italiani, vol. 07 (di 15) · 第 31 / 32 题