PATRIOTTISMO DEGLI STUDIOSI. L'AB. CANNELLA. DISPUTE FILOSOFICHE E
TEOLOGICHE. STORICI, LETTERATI, POETI.
La vita ristretta che le condizioni d'allora imponevano non poteva non
creare cultori di discipline di argomento siciliano. La Sicilia stava in
cima ai pensieri, agli affetti d'ogni studioso; era la nazione e la
patria. Al di là del suo mare, altre nazioni, altri popoli: il regno di
Napoli, la repubblica di Genova, quella di Venezia, lo stato di Milano
ecc., rappresentati nella Capitale, nella _urbe_, dalla nazione
napoletana, dalla genovese, dalla veneziana, dalla milanese e da altre
che mettevano capo ai rispettivi consoli, e con essi alle chiese di lor
proprietà ed esercizio. C'era S. Giovanni pei Napoletani, S. Giorgio pei
Genovesi, S. Marco pei Veneziani, S. Carlo Borromeo pei Lombardi, la
confraternita dei quali avea sede nella parrocchia di S. Giacomo la
Marina.
Carattere spiccato quindi la sicilianità della cultura storica, tanto
nella sostanza, quanto nella forma.
Nel precedente capitolo abbiam veduta questa sicilianità spinta
all'eccesso sul finire del secolo. Possiamo frattanto gli occhi sopra un
libro qualsiasi di erudizione, di antiquaria, di storia propriamente
detta, del tempo. Vi troveremo sempre la Sicilia nella sua geografia,
nelle sue vicende passate e nel suo presente. I suoi monumenti pagani
come le sue reliquie cristiane, i suoi castelli come le sue chiese, gli
avvenimenti di tutta l'Isola come i fatti di una religione di essa,
delle sue grandi città non meno che dei suoi piccoli comuni, delle sue
istituzioni, delle sue leggi, dei suoi uomini insigni per carità, per
ingegno, per valore: tutto era argomento di ricerche per un buon
patriota.
Noti il lettore che il patriota d'allora non era il patriota d'oggi; il
quale, se falso, vanta servigi non mai resi alla patria, o incombenze
non mai ricevute o disimpegnate: vanti e lustre onde si sale ad alti e
ben rimunerati ufficî. Era bensì patriota chi amava operosamente la
terra natale, chi ne amministrava disinteressatamente gli istituti, chi
beneficava i poveri, chi celebrava i fasti della sua terra, e chi di
essa procurava in ogni maniera lo ornamento ed il lustro.
In questo significato giunsero a noi come patrioti di fama illibata un
Monsignor Ventimiglia, che i suoi libri donava alla città di Catania, ed
in Catania istituiva un ospizio pei poverelli; il Principe di S.
Vincenzo Alessandro Vanni, che efficacemente cooperava alla fondazione
della Biblioteca Comunale di Palermo; Mons. Gioeni dei Duchi di Angiò,
che liberalmente fondava il Collegio nautico, assegnava quattordicimila
onze (L. 178,500) all'Albergo dei poveri, ed istituiva una scuola di
Filosofia morale e civile legando premî annuali ai giovani che in essa
si segnalassero, ed un catechismo faceva scrivere e largamente e
gratuitamente diffondere ad istruzione del popolo, ed i suoi libri
donava alla Città (vedremo più oltre il lato debole di questo patriota).
Patriota quel Pietro Lanza Principe di Trabia, che, come abbiamo veduto,
primo concepiva (1786) una scuola di agricoltura con un campo agrario
nell'ex-podere gesuitico della Vignicella: proposta tutta moderna, che
poi con le proprie sostanze traduceva ad atto il Principe di Castelnuovo
con l'Istituto agrario che prende nome da lui[410]. Patriota infine, per
non perderci in una rassegna fortunatamente larga, il Marchese di
Villabianca, che solo raccoglieva ed illustrava tanta e così diversa e
svariata materia di erudizione siciliana quanta non ne poterono mai, se
ne togli il Mongitore, parecchi studiosi, e che da tanto tesoro
staccavasi in vita, facendone dono alla sua terra diletta.
[410] Cfr. v. I, pp. 227-28.
La storia nostrana pertanto avea grande attrattiva per gli uomini più
eletti. Ad essa come raggi che convergano al centro inclinava chi non
preferisse coltivare una scienza, o chi non amasse perdersi dietro le
evanescenze della fantasia. Anche poeti come lo Scaduto vi trovavano
ispirazione a poemi epici ed a canti lirici. Le tradizioni del Fazello,
del Barbieri, dell'Inveges, del Paruta, dei due Di Giovanni (Vincenzo e
Giovanni); gli esempî degli Amico (Antonino e Vito), di G. B. Caruso,
del Mongitore, erano stimolo a chi inclinasse a continuarli. In un
medesimo tempo fiorivano, nella sola Palermo, col citato Villabianca il
Testa, i fratelli Di Blasi, Gabriele Castello di Torremuzza e R.
Gregorio: sei tra una pleiade di benemeriti delle sicule memorie.
Il Testa, premorto a tutti (1775), scriveva di Guglielmo il Buono e di
Federico IIº d'Aragona, ed ordinava i _Capitoli_ del Regno. Il
Villabianca consacrava la sua attività giornaliera al suo _Diario
palermitano_, che si chiudeva il mese della sua onorata esistenza
(1802): e lasciava il _Palermo d'oggigiorno_, la _Sicilia nobile_ e
centinaia d'opuscoli siciliani, dove la pazienza delle investigazioni fa
perdonare il difetto della critica e la vanità puerile.
G. Evangelista Di Blasi con la _Storia dei Vicerè di Sicilia_, preludeva
alla ponderosa e troppo diffusa _Storia_ di Sicilia (1811). Il periodico
di _Opuscoli_ di erudizione, in venti volumi, durato fino al 1778 a cura
di Salvatore Di Blasi, veniva seguito dall'altro congenere di _Nuova
Raccolta_.
Dalla teologia e dalla letteratura il Gregorio passava alla storia ed
alla diplomatica, e nel tranquillo presbiterio di S. Matteo nel Cassaro,
solo e senza maestri, sudava ad imparare la lingua araba, nella quale si
levava maestro così esperto e sicuro da strappare la maschera all'Ab.
Vella. Dai tempi del Caracciolo in poi, nell'annuale _Notiziario di
Corte_ scriveva di geografia e di storia naturale, di tasse e di
traffichi, di derrate e di commerci, di monumenti e di artisti
dell'Isola. Nessuno prima, nessuno dopo di lui seppe meglio adombrare il
perfetto modello di una storia civile. Componendo in sè il giurista e lo
storico, il letterato ed il filosofo, si preparava a dar fuori un'opera
sul _Diritto pubblico siciliano_; ma come parlare di questo in un paese
ove ministri servili trepidavano per tutto ciò che nella esaltata loro
fantasia apparisse sospetto alla regia prerogativa? onde il censore del
manoscritto ne mutava il titolo originale nell'altro di _Considerazioni
sulla storia di Sicilia_, come se il titolo mutasse la sostanza! E non
si guardava all'alto concetto di «una delle più profonde opere che in
questi ultimi tempi fosse stata scritta in Italia»[411].
[411] _Leo_, _Storia d'Italia nel medio evo_, lib. X. c. L, IV.
Il Principe Gabriele Castello di Torremuzza dopo indagini pertinaci
metteva fuori la sua _Sicilia Numismatica_ e le monete delle isole
adiacenti alla nostra. Ovunque egli passasse, lasciava traccia di sè:
presso Porta d'Ossuna, nell'Orto del Barone Quaranta, dove scopriva
antiche catacombe a tutti ignote; all'Ospedale grande, all'Accademia
degli studî, al Tribunale del Commercio, tre istituti che l'ebbero
deputato e giudice; a Segesta, dove restaurava il tempio; a Girgenti,
ove disgombrava sovrapposizioni cristiane al tempio della Concordia e
faceva restauri a quello di Giunone Lucina.
Questi ed altri dotti, tipi di cavalieri antichi, modelli perfetti di
sacerdoti e di amministratori, noi li abbiam visti nei sodalizî
intellettuali attendere alla illustrazione delle cose patrie, al
progresso delle scienze e delle terre, allo studio del natio idioma. Noi
siamo stati presenti a qualche loro adunanza, e abbiamo visto che
anch'essi, ahimè! questi uomini egregi, aveano le loro debolezze. Ma
anche fuori sodalizio, essi non erano esenti dai difettucci che un
arguto scrittore sardo del sec. XIX, Giuseppe Manno, dovea battezzare:
_Vizi dei letterati_. Il minore dei Di Blasi, regio storiografo, non
seppe perdonare a Mariano Scasso la pubblicazione d'una versione
italiana del de Burigny. L'opera per manco di sussidio di monumenti e di
documenti, per errori di fatti che la scoprivano al critico più modesto,
era a dir vero difettosissima; ma il Di Blasi oltrepassò il segno. Il
suo altezzoso giudizio scese alle minuzie e trascese in biasimo astioso.
Quello spirito irrequieto che fu l'ab. Salvatore Cannella, tornando
dalla Francia, dove l'arditezza delle opinioni avealo sbalestrato, in
una opericciuola di _Portraits_ espresse certi suoi giudizî sopra i
maggiori scrittori siciliani della fine del secolo[412]. Quei giudizî
sono un misto di buono e di cattivo; e lo Scinà, pur non nascondendo la
sua simpatia per l'autore, ebbe a dire: «In questi ritratti il Cannella
diede di mano alla metemsicosi e fece delle trasformazioni. Mise in Meli
l'anima di Anacreonte e di Teocrito, e nel Gregorio quella
dell'Algarotti; mutò il cieco Marini, professore di rettorica, in
Suderson, Scasso in Montaigne, Fleres in Malebranche e Carì nel
Fontanelle della Teologia»[413].
[412] _Lettre de M. l'Abbé_ _Cannella_ _à M. le Baron N. N. sur la
Littérature de Palerme, c'est à dire des Portraits des Savans
Palermitains de nos Jours_. A Naples, Russo, 1794.
[413] _Scinà_, _Prospetto_, t. III, c. II.
Come venisse accolta la galleria di ritratti del Cannella non sappiamo.
Certo, i contemporanei non ne parlarono quanto i posteri; i quali, a
corto di notizie personali di certi uomini grandi e piccoli, presero i
_Portraits_ come documento di storia letteraria; però nè Meli, nè
Fleres, nè Scasso, nè Carì, solo per quella apoteosi di persone,
credettero toccare il cielo col dito: ed il Cannella rimase quel che
era: guardato in cagnesco dall'autorità chiesastica (la quale non poteva
dimenticare certo suo ardito discorso contro il celibato, fortemente
combattuto dal p. Leone) e sospettosamente dalla governativa, che ne
seguì la fuga in Francia; con diffidenza dal pubblico grosso e dai
dotti, i quali videro in lui un corruttore della gioventù, un novatore
infranciosato, un mal dissimulato volterriano. Ai dì nostri egli sarebbe
stato un grand'uomo per la facilità dell'ingegno ed i principî avanzati,
che son solida chiave ad aprire le porte d'un giornale, specie se il
Cannella si fosse deciso a smettere l'abito talare, e più ancora a far
pompa d'una moglie presa in barba al celibato. Tale però non fu di lui.
L'avversa fortuna gli tolse di conseguire un bene qualsiasi; e quando
egli si affissava speranzoso in essa; una trave dello steccato dei
fuochi artificiali della Marina, per le feste di S.a Rosalia, gli troncò
la vita. Un epigramma corse allora in bocca di lui:
Non fu la trave no che mi ferì:
Fu la mano di Dio che mi colpì.
E fu ripetuto che Pio VI, infastidito delle bricconate di Cagliostro (G.
Balsamo) e della fuga dello Ab. Cannella dalle mani dei gendarmi
pontifici, usasse dire: _La Sicilia mi ha regalato il balsamo e la
cannella!_
Ora qualche pagina di quel libriccino è una sicura sintesi delle
condizioni letterarie del tempo; e l'ultima vuol essere riportata:
«La nostra _piazza_ non è ancora accreditata: e da noi non si trova un
libraio che voglia spendere. In Sicilia le Lettere non sono un mestiere
come altrove. La Teologia, la Giurisprudenza, la Medicina assorbono
tutto. I nostri accademici ci opprimono a furia di sonetti. Premî
pubblici mancano: e noi ci occupiamo di bazzecole e di dispute
scolastiche. Il giansenismo ed il molinismo ci han divisi in due fazioni
e mentre fuori si ride dei due sistemi, qui diamo loro una grande
importanza. Altra setta, quella dei _Miceliani_, ci faceva girare la
testa: sicchè noi non c'intendiamo più; ed intanto che il Cento ed il
Natale, sostenitori di Copernico e di Leibnizio, eran proscritti, ed il
Carì tremava per avere scherzato sulla scienza moderna, il furore
gesuitico lo perseguitava dovunque»[414].
[414] _Cannella_, _Lettre_, pp. 43-44.
Per quanto breve e leggiera, questa pagina può servire a punto di
partenza per comprendere l'ambiente letterario d'allora.
E anzitutto: è innegabile che in Sicilia non si conoscesse neanche di
nome l'ufficio di editore nel senso moderno della parola e in quello che
in Francia avealo trovato l'Abate Cannella. Uno studioso che avesse
consumata la miglior parte della sua vita nella composizione d'un'opera,
tutto poteva sperare fuori che questa gli venisse stampata da un
libraio. Poteva bensì sperare, e trovava talvolta un protettore che
generosamente ne pigliasse sopra di sè la spesa: ed allora era ben
naturale che la dedica fosse fatta al mecenate; anzi è da credere che la
dedica fosse leva della operosa benevolenza, o che la benevolenza
preludesse alla dedica. Molti dei libri che nel frontespizio portano
anche in caratteri modestissimi col nome dell'autore quello d'una
persona alla quale il libro è dedicato con titoloni e lodi
straordinarie, possono ritenersi fatti a spese di costui.
Giova però avvertire che non di rado interveniva il Governo e che libri
d'indiscutibile valore, d'indole strettamente siciliana, o che facessero
agli interessi del pubblico, vedevano la luce per sola ed efficace opera
del Governo, nella Stamperia reale.
Vedevan la luce; ma viaggiavano? Ecco il punto che dovea disarmare gli
autori. Giacchè, per quanto essi si adoperassero a far conoscere i
proprî lavori fuori Sicilia, in Italia, non riuscivano se non a
risultati molto meschini. Occorrevano larghe conoscenze e aderenze
forti; le une e le altre, anche se conseguibili, frustrate
dall'isolamento del paese, dalla lontananza dai grandi centri
intellettuali, dalla poca inclinazione del gran pubblico alla cultura,
dagli ostacoli che ad ogni passo sorgevano, mano mano che uomini e cose
avvicinavansi alle barriere degli staterelli ond'era divisa l'Italia, e,
nel finire dei secolo, dalle vertiginose vicende politiche.
Il tempo dei Vicerè spagnuoli era passato, ma anche in quello dei Vicerè
italiani, del Fogliani p. e., di quanto si avvantaggiarono in proposito
le condizioni letterarie? Solo sotto il Caracciolo le cose cominciarono
a mutare aspetto, ed il Caramanico stimava gli uomini d'ingegno ed amava
circondarsene. Non pochi poterono venire in fama per protezione del suo
predecessore e di lui, che veramente faceva anche in letteratura, come
gli altri Vicerè in politica e in amministrazione, la pioggia ed il buon
tempo. Accennando al po' di bene che agli studî apportava il Caramanico,
studioso tra studiosi, il Bartels però osservava: Se il Vicerè non
riconosce la dignità delle opere dei dotti, se non cerca di mettere
questi in relazione con quelli di altre nazioni, se non aiuta il
commercio dei libri e non rende agevole la loro pubblicità, non ci sarà
nulla da sperare. Aggiungeva poi una osservazione, che, presa
assolutamente, è falsa; ma che può esser vera solo in parte, e con certe
riserve. I baroni del Regno, diceva, temono le conoscenze filosofiche e
storiche e cercano di distruggerle[415].
[415] _Bartels_, _Briefe_, v. III, pp. 706-707.
Con la mancanza assoluta di editori, con la difficoltà di trovar favore
presso il Governo, con la censura preventiva e le lungherie per
l'approvazione di stampa, faceva contrasto il numero dei librai, che
neanche oggi si hanno. Nicola Volpe presso la chiesa di S. Nicolò
Tolentino; sotto il palazzo Comitini, la U. Stamperia, che avea un fondo
di libri in vendita; i fratelli Martinon sotto il palazzo del Marchese
Drago; poco discosto, presso il Monastero del Salvatore, D. Tommaso
Graffeo; più in alto, di faccia al Collegio Massimo, il Rini; poi la
Nuova Libreria all'Insegna della Verità, e quella del Giaccio ai
Cartari, e quella di Filippo Perrotta ai Cintorinai, viveano di siffatto
commercio (1794).
Interminabili le dispute filosofiche e teologiche, nelle scuole
superiori di scienze umane e divine: le accademie, i seminari
ecclesiastici, i conventi battagliavano in sostegno d'uno o d'un altro
sistema. Le antiche ire suscitate tra i Gesuiti per la difesa di quello
di Leibnizio, svolto in versi italiani dal March. Natale[416], più
presto che avversari avea tra gli studiosi creato amici alla trionfante
scuola Wolfiana. Il colpo mortale dato dal giovane pensatore alla
scolastica era stato improvvidamente riparato dal S. Uffizio con le
vessazioni al poeta e con la condanna del libro di lui. Per dirne una
sola: i Cassinesi di S. Martino nella loro chiesa di S. Spirito in
Palermo aveano pubblicamente, solennemente affermato le loro opinioni
leibniziane nei giorni appunto che il famoso Tribunale venivale
riprovando. La lotta tra il vecchio ed il nuovo proseguivasi forte,
anche dopo lo allontanamento della Compagnia di Gesù, e non pure in
Palermo ma anche in Catania. Leonardo Gambino leibniziano, protetto da
Mons. Ventimiglia, soppiantava il medico-filosofo Agostino Giuffrida,
nemico implacabile di Leibnizio, del quale si facean campioni arditi
nella Capitale Niccolò Cento, Vincenzo Fleres e Simone Judica.
[416] _La Filosofia Leibniziana esposta in versi toscani_, t. I, l. I. In
Firenze (Palermo) 1758.
La soppressione del S. Uffizio infondeva vigore novello alle menti di
questi e di altri pensatori. Gli esemplari della _Filosofia Leibniziana_
del Natale, sfuggiti fino allora agli occhi lincei degli Inquisitori,
ricomparivano, non più timidamente, alla luce, ridestando assopiti
entusiasmi, e con essi inveterati rancori; ma questi venivano da quelli
soverchiati, ed il nome del già reprobo Natale, nei chiostri, nelle
accademie, nei ministeri del Governo correva per le bocche di tutti.
Frattanto, mentre in Terraferma, smarritesi le tradizioni della
filosofia italiana, si correva dietro al sensismo francese, in Monreale
si facevano strada le dottrine di Vincenzo Miceli, condivise da compagni
e da scolari devoti di lui. Ma quelle dottrine incontravano pure
energica, gagliarda opposizione. Miceli, che in patria era un novello
Pitagora, si confondeva in Palermo con Spinoza; Miceliani e Spinosisti,
messi dagli avversarî in combutta, venivano, siccome nemici d'ogni
principio morale, assaliti. L'accusa si estendeva anche a Niccolò
Spedalieri, il quale come maestro di sacra Teologia in un seminario
cattolico (Monreale) era posto in mala voce; il che dovea al futuro
scrittore dei _Diritti dell'uomo_ dar occasione della sua partenza per
Roma. Preti e frati dentro Monreale e Palermo si arrogavano il diritto
di privativa di sistemi con la relativa infallibilità di giudizî,
convertendo così il campo sereno della discussione in arena di lotte
infeconde. A S. Martino lo storico Evangelista Di Blasi si accaniva
contro le teorie miceliane; le quali, d'altro lato, a Monreale il
benedettino Gaspare Rivarola sosteneva _totis viribus_ anche a pericolo
di comparire ribelle ad una delle maggiori autorità. Tesi teologiche
dibattute favorevolmente alla presenza di due Arcivescovi dagli scolari
dello Spedalieri, vietate in Palermo, potevano stamparsi in Roma:
contraddizione evidente, che faceva dubitare delle ragioni della verità.
In Toscana, secondo gli umori dei critici, il Di Blasi era seguito o
abbandonato: più d'uno appassionavasi alle polemiche vivaci; e coronava
l'opera in Palermo l'Ab. Meli con un epigramma, divenuto celebre, il
quale gettava il ridicolo sopra le file dei partigiani del forte
pensatore, dopo la cui immatura morte essi avevano divulgato un ritratto
col semplice cognome _Micelius_.
L'epigramma era una ricetta per la composizione del sistema miceliano:
Recipe di Miceli la sustanza
Modificata beni cu l'essenza;
Poi l'essenza, li modi e la sustanza
Li cummini, e n'estrai 'na quinta essenza;
Poi 'mbrogghia arreri l'essenza e sustanza,
Riduci la sostanza ad un'essenza;
Cussì 'ntra modi, 'ntra essenza e sustanza
Truvirai d'ogni scibili l'essenza[417].
[417] _Meli_, _Poesie_, p. 102.
Contemporanee a queste velleità nella ricerca del Vero son quelle della
cultura del Bello. Non per un solo decennio (1770-1780), come porta la
fama, ma per un periodo più lungo ancora, si fecero vive, per impulso
del Principe di Campofranco, certe tendenze ad una letteratura leggiera,
francesizzante. Avea essa carattere di galanteria e manifeste
inclinazioni all'untume enciclopedico, buono a far comparire dotto chi
non lo era, o molto istruito chi lo era poco.
Lo Scinà si mostra costantemente avverso a questa evoluzione letteraria;
tuttavia non nega che l'allettamento della nuova maniera onde si
presentavano scienze e lettere, dovea per la sua inusitata piacevolezza
invogliare agli studî spargendo una superficiale cultura, che ripuliva
ed ingentiliva la nazione[418]. Si sarebbe potuto occupare di cose
serie, è vero, ma fu un bene che di qualche cosa si fosse occupato e
qualche elemento d'istruzione e di cultura avesse cercato di far
gradire.
[418] _Scinà_, _Prospetto_, t. II, cap. II.
Ma non perdiamo di vista i _Portraits_ del Cannella.
Col Sergio e col Balsamo, con frate Bernardino da Ucria e col Chiarelli,
col Controsceri e con lo Spedalieri troviamo da lui ammirati il
Giarrizzo, il Sarri, il Piazzi ed un'altra dozzina di personaggi, non
tutti egualmente illustri. Meli, degli altri poeti onore e lume, vola
come aquila sui contemporanei: e gli vien dietro l'ab. Carì. Il teatino
Sterzinger è onore della bibliografia; De Cosmi, dello insegnamento e
della sacra oratoria.
Mentre da tutti si guardava come mestiere il commercio, Sergio lo
studiava come scienza, e primo avea il coraggio di proclamare i pregi
dell'agricoltura, e di parlare del lusso moderato delle nazioni, della
necessità delle pubbliche strade, della polizia della marina di Sicilia,
del modo di tirar la seta dai bozzoli del filugello con piccole ruote; e
raccomandava ai magistrati le nuove arti da introdurre tra noi. Amico
del Genovesi, scriveva a lui del vantaggio che le scienze esatte
potevano trarre dal commercio. Bartels che lo conobbe ne lodava la mente
aperta ed attiva, ma preoccupata: segno forse della coscienza che egli
avea del suo valore, non da tutti compreso, da pochissimi
eguagliato[419].
[419] _Bartels_, _Briefe_, v. III. p. 703. -- _Cannella_, _Lettre_, pp.
36-37.
Caratteristica la figura di Mariano Scasso, sulla quale piacquesi di
barzellettare anche il Meli. Ingenuo nel credere, inabile a combattere
le altrui opinioni, D. Mariano dava ragione all'ultima da lui udita,
quando non cercava di conciliarle tutte senza accorgersi che non ne
accordava nessuna; e cedea alla mobilità fantastica del suo spirito
secondo l'ambiente nel quale si trovava; sicchè,
Sulu lu movìnu
L'oggetti intornu:
'Na donna, un cavulu,
Un servu, un cornu.
Godeva fama di molto sapere e se ne invaniva come di merito eccezionale:
il che nol privava di amici, che di lui stimavano la sincerità del
cuore. Merito, che tutti discussero, fu la sua versione italiana,
affogata in un mare di note (per l'epoca araba prese, nientemeno, dal
_Codice diplomatico_ Airoldi-Vella!) della _Histoire générale de Sicile_
di de Burigny; versione che lo Scasso avrebbe fatta anche del Corano se,
come osservava il Cannella, ne avesse conosciuta la lingua[420].
[420] _Bartels_, _Briefe_, v. III, p. 699. -- _Meli_, _Poesie_, p. 50. --
_Cannella_, _Lettre_, pp. 35-36. -- _Scinà_, _Prospetto_, t. III,
c. III.
Di Monsignor Gioeni può pensarsi ch'egli avesse la passione di
fabbricare. Non prima, infatti, erano principiati o condotti innanzi i
suoi edifici, ch'egli per pentimenti sopravvenuti voleva riformarli:
lusso consentitogli dalle non comuni e quasi sempre ben impiegate
ricchezze. Con la passione delle opere edilizie procedeva in lui quella
della gloria; poichè se pochi lo somigliarono nello esercizio incessante
della virtù, egualmente pochi si piacquero quanto lui di raccomandare la
propria fama alle opere che da quell'esercizio traevano vita e calore in
iscrizioni non prive di lunghezza e di ampollosità.
Pure bisogna esser giusti. Questo difetto di modestia non va preso come
una specialità del Gioeni. Altri con lui lo ebbero, ma in lui era
sopravvanzato da un patriottismo senza pari.
Ed in vero: gli ultimi decennî del secolo accusano nei nostri reggitori
ed amministratori una febbre intensa di gloria. Non si compiva un
monumento, una fabbrica, un ornamento che non lo si volesse raccomandato
ai posteri; sì che le iscrizioni onorarie e commemorative si
moltiplicavano a vista d'occhio, specialmente, quando per la
trasformazione degli edificî, per lo sviluppo della città e per la
modificazione dei vecchi istituti la edilizia veniva subendo frequenti
riforme.
Regnava Ferdinando III, e le iscrizioni auspicavano da lui e dal Vicerè,
e s'impinguavano con la lista dei nomi e dei titoli, non sempre
classicamente latinizzati, dei Pretori e dei Senatori. Più d'una era pel
Marchese di Regalmici, al quale le incessanti cure dell'ammiranda opera
di abbellimento della città non toglievano il tempo di assistere a
solenni accademie in onor suo, nel Palazzo Pretorio e in palazzi
privati.
Coi tempi nuovi (1860) fu fatta man bassa sopra alcune di queste
iscrizioni: e quando la resipiscenza degli amministratori le volle
conservate al Municipio, e soprattutto in quella che è ora _Sala delle
Lapidi_, un gran numero vi mancarono, perchè state rotte, smarrite, o
invertite a vilissimi usi.
Il richiamo alla vanità dei passati ci condurrebbe a malinconiche
considerazioni sui presenti, affetti più di quelli da vanità e da
megalomania. Il secolo XIX si è chiuso con una specie di morbosità
monumentale, non per sincero sentimento di ammirazione ai morti, ma per
mal dissimulata bramosia dei vivi di attaccarsi alla fama di celebri e
non celebri morti e vivi.
E passiamo oltre.
Tra tanto senno il Cannella fa sedere Carlo Santacolomba pel suo libro
sopra la _Educazione degli alunni del Buon Pastore_; ma lo Scinà, che
esercitò dittatura letteraria incontestata, lo ritenne una vacuità
illustre, che riuscì a strappare la gradita Abbazia di S.a Lucia del
Mela (prov. di Messina). Questa ed altre abbazie, pingui canonicati,
erano l'aspirazione incessante, la caccia perpetua di centinaia di
persone. Ebbe quella di S. Angelo lo Scopello in Trapani il cattedratico
Giovanni Gianconte, medico del Vicerè; ma se volle conservarsela,
dovette vestire sempre l'abito chiericale non ostante avesse un bel
tocco di donna dopo un matrimonio in perfetta regola a tutti noto, meno
che al Governo. Ebbe il maltese Vella e si godette fino al giorno della
sua condanna l'Abbazia di S. Pancrazio, che il sommo Meli chiese sempre
invano; ed il Gregorio potè conseguire quella di S.a Maria di Roccadia
alla vigilia di scendere nel sepolcro.
Eccezione ammirevole le donne colte, e perchè tali, lodate da colti
uomini. Lieto ricordo è nelle scienze morali la Principessa di
Campofranco, sulla quale non ebbero mai presa le lodi smaccate degli
adoratori. Valente era, ma non quanto i contemporanei, perchè donna,
nobile e ricca, la proclamarono. Il turbinio della Corte di Napoli la
condusse fuori del campo delle lettere. Il matrimonio distrasse dagli
studî Anna Gentile, cui il padre avea educata a studî forti e della
quale la bizzarria del Principe di Campofranco diede in luce certe
_Lettere filosofiche_[421]. Pure nè l'una, nè l'altra di queste donne
superaron la Principessa di Villafranca in quelli di Educazione: e di
tutte e tre nessuno partecipò agli studî di Donn'Anna Maria li
Guastelli, monaca dell'Assunta, che in due poemetti cantò di _S.a
Rosalia_ e di _Palermo liberato dalla peste del 1625_, e venne allietata
o conquisa da una pioggia di sonetti; ma non lasciò cogliersi dalla
epidemia poetica, allora più che mai insidiosa: il che fa supporre in
lei virtù non comune in mezzo alla comune debolezza dei verseggiatori.
[421] Vedi v. I, cap. XVIII.
Siamo proprio al tempo in cui, infastidito delle continue richieste di
odi e di canzoni per le più frivole cose, Parini esclamava:
Possibil che un dottor non s'incoroni,
Non si faccia una monaca od un frate
Senza i sonetti e senza le canzoni!
E se questo in Milano, non altrimenti era in Palermo. I migliori poeti
non sapevano resistere alla pertinacia delle richieste come alla vanità
d'infilar versi. Non facciamo il nome del Meli, perchè non vogliamo
profanarlo; e non vorremmo fare neppure quello del Carì se di lui
dovessero rispettarsi solo le improvvisazioni, aliene da tutte le
convenzioni ufficiali. Ma anch'egli, il Carì fu vittima non sappiamo se
della corrente di allora o di sua particolare inclinazione. Se per poco
gli andremo dietro, lo vedremo poeta di tutte le ricorrenze, dalla morte
d'un amico, al giuoco del pallone, dall'ascensione aerea del capitano
Lunardi alla effimera guarigione del Vicerè Caramico, ed alla improvvisa
morte di lui. Qualche volta però, anzi sovente, come ardito, libero
padrone del campo poetico, meschinamente, forse bassamente, popolato di
adulatori senza pudore e di scribacchini senza coscienza, nelle sue non
misurate corse, talora ricalcitra alle regole del Galateo ed al freno
dell'arte, tanto dal trascender nel lubrico; e pare confonda la
franchezza con la licenza. Per questo il suo nome, Cireneo di cento
croci, veniva preso come etichetta di merci avariate o di contrabbando;
giacchè non v'era sonetto, non epigramma, non satira mordace della quale
non si attribuisse a lui la paternità. Questo, se non è sempre onorevole
per la sua fama, dimostra che nessuno si riteneva più franco di lui nel
dire il fatto suo sui peggiori arnesi e sulle più brutte cose del
secolo. La sua musa sorrideva e fremeva, sogghignava e plaudiva, quando
velata e quando scoperta, attorno al card. Lorenzo Ganganelli che
diventava Papa Clemente XIV (1769); a Voltaire che moriva (1778); ai
frati Domenicani e Francescani che perdevano il privilegio del
Generalato (1788); a Francesco Carelli, che partiva, esacrato ministro
napoletano, da Palermo (1795); all'Ab. Vella che veniva condannato
(1796). Uno scatto di questa musa contro il neo-eletto avvocato fiscale
del R. Patrimonio, Monroy, bastava a trattenere il Re dal concedere il
possesso dell'alto ufficio. Allorchè nel 1798 Carì cessava di vivere, il
Meli lo piangeva a calde lacrime e cantava:
Mortu è Carì, lu granni, lu sublimi
Principi di la lira e di li canti[422].
[422] _Meli_, _Poesie_, p. 148.
Che fosse stato tale, lo dissero tutti i contemporanei; ma dell'opera
poetica di lui labili ricordi restano, più che per le poche poesie
edite, per le molte manoscritte, a ragione o a torto a lui attribuite;
della oratoria scarsi, mediocri documenti; e della teologica, per quanto
lodata, dissertazioni per le quali pochi ebbero ragione di annoverarlo
fra i grandi maestri della scienza di Dio.
Questo il Carì, Nestore dei letterati del tempo che fu suo. Scolari,
imitatori ed emuli di lui in Pindo: una turba di verseggiatori,
argomentandosi di seguirlo, facevano mostra di sè in accademie, case
private, solennità religiose, nuziali, onomastiche. Dozzine di
ecclesiastici e di forensi, volendo grandeggiare, bamboleggiavano; e,
sia detto per onore del vero, tutto poteva loro far difetto meno che la
imperturbabilità nel corteggiare le muse; le quali non troppo benevole
con essi, infastidite di tanti importuni, ora all'uno, ora all'altro
voltavan le spalle, senza che nessuno degli accesi spiriti se ne
accorgesse. Che anzi, nella beata illusione di lor valentìa, tutti
s'infiammavano a celebrare avvenimenti pubblici, fatti di famiglia,
cuccagne di popolo, nascite di bambini, morti di adulti, professioni di
monache, feste di santi, arrivi di alti personaggi, elezioni di
senatori, promozioni di beneficiali e di magistrati, trionfi di
cantanti, senza un pensiero alla patria gemente, senza un motto che
rivelasse coscienza dell'ufficio civile della poesia, o aspirazione a un
ideale altissimo. L'eco dei placidi belati del sac. Urso e di Domenico
Perdicaro, di Luigi Graffeo e di Benedetto Jerico, di Giuseppe Spinosa e
di Domenico Cavarretta, di Salv. Di Liberto e di Gaspare Mangione si
ripercoteva per intere settimane nei salotti, nei refettorî dei monaci e
dei frati, nelle scuole dell'Accademia (Università) degli Studî, nei
caffè; e si levavano a cielo quelli dell'Ab. Mancusi e dell'Ab. La
Manna, nomi che ora appena si trovano in mezzo agli altri di canori
pastorelli, ai quali se non ci fu un'Arcadia che li facesse suoi, non
mancarono certamente sorrisi e plausi tra
Il dotto, il ricco ed il patrizio vulgo.
Non ci fu, è vero, un'Arcadia ufficiale; ma ne dominò un riflesso e più
che un'eco: e quando (1773) Suora li Guastelli, figlia dell'ex-Senatore
G. Battista, volle dare alle stampe il _Palermo liberato_, dovette
chiederne l'autorizzazione al Preside ed ai Censori dell'Accademia degli
Ereini, alla quale era ascritta. L'alto magistrato tenne consiglio, e,
dopo maturo esame, deliberò di concedere la invocata autorizzazione. Il
suo decreto, non ostante la comicità dei nomi accademici, olimpicamente
solenne, chiudevasi con la seguente formola: «_Dato in Collegio dei
nostri Monti_ (Erei), _nel giorno 4 della Luna di Munichione, Olimpiade
738, anno 1 a P. C. Olimpiade 11 a 4_»: formola che ha tutta l'aria di
certi problemi onde qualche moderno autore di aritmetica per le scuole
si crogiola a tormento dei poveri fanciulli.
Gareggiavano poi coi migliori siciliani i poeti del Continente
domiciliati in Palermo, chi tra le Comunità religiose dei Teatini e
degli Scolopi, chi nelle case signorili a educare giovanetti. Per tale
compagnia la produzione poetica paesana veniva accresciuta da quella
toscana dello scolopio Carlo Lenzi, dell'Ab. Griggioni, del _Dorisse_
(de Rossi) e degli illustri padre Salvagnini e p. Michelangelo Monti. I
versi di questi ultimi, tenuti in molta estimazione, non prima venivano
letti o uditi che erano imparati a memoria e recitati dappertutto. Tempi
beati, nei quali un'ode faceva il giro trionfale della città!
Di incidenti ed aneddoti personali utili alla conoscenza di questa
brava, ma spesso fastidiosa gente, ve n'è quanti se ne vogliono. Ne
sceglieremo per la sua amenità uno soltanto.
Una mattina l'Ab. Carì dopo di aver celebrato messa nella chiesa di S.
Matteo, si stava spogliando degli abiti sacerdotali nella sagrestia. Nel
frattempo gli si presenta un uomo, che lo prega di volere udire due suoi
sonetti, o di dirgli quale gli sembri degno di vedere la luce. L'ab.
Carì china benevolmente il capo ad ascoltare. Mentre lo sconosciuto
legge il primo sonetto, il Carì si fa brutto in faccia. Finita la
lettura, gli dice secco secco: «Stampate l'altro». -- «Ma come! risponde
quello; se Vostra Reverenza non l'ha sentito ancora?» -- «Sicuro:
aggiunge l'Ab. Carì, perchè peggiore di questo primo, il secondo non può
essere».