Lasciata la casa dei Principi di S.a Flavia, nella quale era stata
tenuta a battesimo (1718) dal March. di Giarratana, Girolamo Settimo, e
da G. B. Caruso, e dove era cresciuta a correzione del brutto andazzo
letterario dei tempi, l'Accademia del Buon Gusto nel 1791 veniva
accolta, ospitata, sussidiata dal Senato, che ne diveniva così mecenate
naturale. Gli osanna degli accademici al Vicerè Principe di Caramanico
ed al Pretore Ferd. Monroy di Pandolfina, si confusero coi risentimenti
contro il S.a Flavia, che col pretesto di doversi ritirare in Bagheria,
avea chiuso loro la sua casa ospitale. Vicerè e Pretore furono generosi
nello infondere nuovo vigore all'Accademia; il S.a Flavia parve smentire
tutto il suo passato.
Eppure chi dice che qualche grave fatto non possa aver concorso alla
risoluzione di lui? La condotta posteriore di alcuni socî non
escluderebbe questo sospetto.
Il sodalizio venne riformato di sana pianta, pur tenendosi a base gli
antichi statuti. L'aquila senatoria palermitana con uno sciame d'api nel
petto ed il motto: _Libant et probant_, e la leggenda: _Accademia
palermitana del Buon Gusto. Sub auspiciis S. P. Q. P._, ne divenne la
insegna. Una lapide fu inaugurata nel Palazzo a memoria della larga
ospitalità e dei nuovi auspicî[395]. Il Principe Gaetano Cottone di
Castelnuovo, Presidente, col Direttore, D. Salvatore Di Blasi, il Duca
di Vatticani, elogista di Cock, Camillo Gallo, M. Antonio Arena, D.
Raffaele Drago cassinese, D. Diego Muzio, D. Vincenzo Torremuzza, l'ab.
Meli e quanto di eletto vantasse allora la Capitale, ne furono le
colonne più solide; e con essi il cav. Gaspare Palermo, che, carezzato
dal Caramanico, non dimenticò, anche vecchio, di essere stato dal
predecessore di esso, Caracciolo, chiuso al Castello, perchè creduto
autore d'una pasquinata contro di lui.
[395] Sull'argomento, che lasciamo intatto, dell'Accademia del Buon Gusto
potranno leggersi, oltre quello che ne scrisse Scinà nel suo
_Prospetto_, le memorie di V. Di Giovanni e di Luigi Sampolo negli
_Atti della R. Accademia di Scienze, Lettere e Belle Arti di
Palermo_, serie III, a. 1891, v. I (Palermo 1891), a proposito del
centenario di essa Accademia del Buon Gusto. Il Sampolo tornò
sull'argomento nel _Bullettino_ della medesima Accademia, a.
1894-99, pp. 6-9.
Le loro letture rappresentavano gli studî in voga. Ad un passo fuori la
via che tutti percorrevano nessuno pensava. La via, libera all'estero,
era in Palermo ingombra di rovi e di sterpi. Solo ogni tanto qualcuno la
batteva con un certo coraggio, e riusciva alla meta senza essersi fatto
del male, anzi con la soddisfazione di aver potuto fare un po' di bene.
Antonino Fulgo guardava i caratteri del secolo che si avvicinava alla
sua fine, e Sergio affrontava il grave problema dell'aumento che avrebbe
potuto prendere la rendita generale dello Stato dall'utile impiego delle
braccia delle donne[396]: corsa ardita, che meriterebbe d'essere
ricordata agli studiosi dell'attuale mondo economico.
[396] _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XXVII, p. 317.
Con le leggi che la governavano, con un prestabilito genere di argomenti
per le materie scientifiche e per le letterarie, l'Accademia procedeva
tranquilla a furia di dissertazioni su cose ecclesiastiche e discorsi
eruditi e letterarî.
Nel regolamento del 1801 erano prescritte riunioni eccezionali con
l'intervento del Senato e dei nobili: ma queste erano ripetizioni di
altre consacrate nei regolamenti precedenti. La cicalata per l'ultimo
sabato di Carnevale non poteva esser nuova se nella Peloritana di
Messina essa assurgeva ad un avvenimento mondano di prim'ordine con D.
Pippo Romeo. Di cicalate accademiche in poesia parecchie ne recitò il
Meli dentro e fuori città, cioè nel Palazzo senatoriale e nel monastero
di S. Martino[397]. Vi erano pure speciali adunanze per la Passione di
G. C. e per S.a Rosalia, e vi si invitava non solo, come d'ordinario, il
Senato, ma anche la Nobiltà. Una solenne se ne teneva in onore di S.
Tommaso d'Aquino, nel convento dei PP. Domenicani, come omaggio degli
Accademici al grande teologo di quell'Ordine; ma è curioso che nel
riordinamento degli studî superiori della Università la morale venisse
prescritta senza il testo di S. Tommaso.
[397] _Meli_, _Poesie_, p. 127: _In lodi di lu purci_; p. 129: _In lodi
di la musca_; p. 143: _Contra li cirimonii e lu Galateu_.
Ora in queste adunanze la partecipazione dei poeti, cercata o profferta,
era inevitabile. Questa partecipazione vuol essere intesa per tutte le
ordinarie riunioni; e con l'andare degli anni, verso il declinare del
secolo, prese il più strano indirizzo.
Come abbiam detto, pubbliche erano le riunioni, con largo intervento di
signori nelle sale pretorie. Pel passato quelle sale echeggiavano di
lodi a pretori ed a senatori: e molte ne furono dispensate a Regalmici
ed ai Trabia. Niente di nuovo perciò che si rendessero ringraziamenti al
Senato, emanazione della Nobiltà: ovvero alla Nobiltà medesima, onde il
Senato emanava. Il Senato ospitava, il Senato trattava, il Pretore
largheggiava di sorbetti verso gl'invitati[398]. Eppure, o che la misura
fosse colma, o che avversioni latenti serpeggiassero, o che i tempi
andassero maturando, avveniva tutto il contrario. Il 18 dicembre del
1796 l'ab. Angelo Vinciprova di Nicosia leggeva intorno agli ostacoli
che si opponevano ai progressi della letteratura in Sicilia; e nella
foga del dire usciva in «una dipintura della nostra Nobiltà la più
mortificante, facendo vedere che nessuna sollecitudine si prendeva essa
di proteggere i letterati, essendo data perdutamente ai vizî ed al
lusso.»
[398] _D'Angelo_, _Giornale_ ined., 22 nov. 1791, p. 1.
Poche volte furon espresse opinioni con tanta violenza ed inopportunità,
quanto stavolta. I feriti si contorcevano sui seggioloni in attesa
impaziente che la impreveduta tempesta cessasse; ma ebbero un
bell'attendere, chè appena essa accennava a finire che ricominciava più
violenta che mai. L'uno dopo l'altro si levano in piedi non so quanti
poeti, i quali «snodano le loro voci con sentimenti più satirici di
quelli del discorrente, dimostrando coi loro versi che i nostri nobili
solamente son dati all'ozio, al sonno e...»
Queste parole con la reticenza finale sono di uno ch'era presente alla
scena, Vice-Segretario dell'Accademia, il sac. D'Angelo, che doveva
farne e non ne fece verbale, contentandosi di prenderne nota nel suo
diario ms. Aggiungeva egli che «un cavaliere era lì pronto a rispondere,
ma che ne fu distolto da lui[399].»
[399] _D'Angelo_, _Giornale_ ined., pp. 116-17, 126-27.
La notizia di tanto scandalo scende dal Palazzo nelle vie della città,
nei caffè, nelle conversazioni, e mentre lo si commenta sfavorevolmente
per i bersagliati, si biasima l'atto scortese. Si può esser severi, ma
non oltre la misura; l'amore della verità non dispensa dall'ossequio
alla buona creanza, specialmente in casa altrui, nel palazzo
dell'Autorità cittadina.
Presto la Nobiltà, per mezzo del Pretore, prenderà le sue vendette
impedendo la lettura d'un altro discorso, che fa presumere cose poco
benevoli per essa. L'avv. Gaetano La Loggia si prepara a nuovi assalti,
ma non vuol farsi scorgere; e se non riesce al suo intento, gli è che lo
si è invitato a far leggere ad un altro il suo scritto, e poi ad un
altro: e ad entrambe le ingiunzioni egli si è rifiutato di obbedire non
volendo nè sopprimere nè modificar pensieri e frasi che pure non istà
bene ripetere dopo quello che è avvenuto[400].
[400] _D'Angelo_, _Giornale_ ined., pp. 136-38.
Gli animi sono eccitati, anche da parte del Senato, ed il galateo non è
il forte del _genus irritabile vatum_. L'11 settembre del 1797 ricorre
una delle ordinarie sedute. Il Pretore, invitato, non interviene; anzi
fa sapere al Presidente che nè ora nè mai, durante il suo pretorato,
interverrà più. Lo avviso addolora, ma non istupisce dopo quello che è
accaduto; stupisce sì che le sedie della sala siano scarse e che
sull'imbrunire non si accendano ancora i lumi. La mancanza del solito
trattamento di sorbetti è la necessaria conseguenza. Gli accademici
vanno via pieni non meno di disgusto che di scandalo; e ci pensano sopra
non sapendosi dar ragione di tanto mutamento per un torto che non è da
attribuire a loro. Finalmente uno di essi viene a sapere, e lo confida
ad un collega, che lo dice all'orecchio d'un altro, finchè lo sanno
tutti in gran segreto: che il malumore del Pretore deriva da un fatto
semplicissimo, a cui nessuno avea badato: il Segretario dell'Accademia
non ha fatto il regalo che suol fare al Maestro di Casa del Pretore!...
-- «Sia lodato Dio! esclama come cascando dalle nuvole il Segretario. E
non poteva dirlo prima!...» Il regalo fu subito fatto, e le sale
pretorie vennero spalancate, le sedie accresciute di numero; il Pretore
non mancò più, ed i sorbetti rinfrescarono gli scaldati accademici,
lieti della soluzione dello equivoco, che però nessuno, per non recare
offesa al Pretore, dovea mostrar di sapere.
L'anno non era ancora finito che altro grave incidente avveniva. Il 10
dicembre il messinese Dr. Giuseppe Palazzo Andronico dissertava sulla
necessità della sfigmica in medicina. I soliti nobili non mancavano, non
già perchè col sospetto di nuovi scandali a danno loro, volessero
respingerli con la forza, ma perchè volevano vedere come andassero a
finire queste bizzarre adunate accademiche, oramai avviate con sì
cattivo gusto. Per eccezione, vi erano molti medici. Andronico legge;
complemento della sua lettura è la recita di versi di poeti (chiamiamoli
così per intenderci) presenti. Quasi si tratti della cosa più naturale
di questo mondo, essi lanciano a bruciapelo contro la medicina e
l'Andronico una filatessa di contumelie; e quando Onofrio Jerico, sempre
inappuntabile nel suo giambergone verde, nel suo parrucchino, nel suo
splendido anello dottorale, conchiude con una ultima brutale carica
contro i medici, tutti rimangono come interdetti e non sanno che
fare[401].
[401] _D'Angelo_, _Giornale_ ined., pp. 172-74, 179.
Oh perchè questa piazzata?
C'è un certo dietroscena, che vuol esser messo in luce.
Questo Dottor Andronico nel 1795 chiese alla Deputazione degli studî la
istituzione d'un insegnamento di Sfigmica come parte di quello più largo
di Medicina interna. Era troppo anche allora, che si mancava di ben più
utili insegnamenti: e la Deputazione si rifiutò. L'Andronico trovò chi
si adoperasse a favore della sua Sfigmica: ed il Vicerè concesse, a
titolo di esperimento, la sollecitata specialità[402]. Il neo-professore
voleva persuadere della necessità di essa; ma del suo avviso non erano
gli studenti, i quali molto studentescamente e poco studiosamente non
sapevano rassegnarsi a distinguere settanta maniere di battiti del
polso, quanti ne voleva ammettere od infliggere l'Andronico. Altronde,
egli non era palermitano. E com'era supponibile, col vento che ancora
spirava contro Messina, che un messinese venisse ad insegnare una
scienza ai Palermitani? _Inde irae_. Un anno dopo della chiassata,
l'Andronico veniva esonerato.
[402] Un R. Dispaccio del 22 febbraio 1796 lo chiamava a leggere nella R.
Accademia «il sistema di Sfigmica da lui formato», e gli assegnava
onze tre il mese di stipendio. _Commissione Suprema della
Istruzione ed Educazione in Sicilia, Repertorio amministrativo_,
vol. n. 4, a. 1795-96, foglio 8, dell'Archivio di Stato.
Passiamo ad un'altra Accademia.
_Nella libreria pubblica, dove si fanno i Congressi Letterarii di storia
siciliana, il dì 5 aprile 1793 ad ore 22, reciterà un discorso sopra le
chiese di Palermo il sac. D. Giovanni d'Angelo._
Questo invito stampato e ms. ricevevano pochi giorni prima della data
indicatavi i membri della Società per la Storia di Sicilia[403]: e tutti
lo tenevano. Ad essa erano ascritti i più colti studiosi dell'Isola, i
quali vi portavano fervore di patriottismo e pazienza di ricerca.
[403] Si era costituita nel luglio del 1777 col titolo: _Nuova Società di
Letterati per la Storia del Regno di Sicilia_.
Alla lettura del D'Angelo furono presenti, oltre un buon numero di
amatori, i due Di Blasi, il Gregorio, l'Angelini, Bibliotecario della
senatoriale, il Barone Forno, il Morso, il Di Chiara, l'arcidiacono
Dini, D. Camillo Genoese di Caltanissetta, il Conte D. Vincenzo
Castello, figlio di Gabriele, il sac. D. Francesco Polizzi, Decano della
Magione, ed il giovanetto Duchino di Camastra, assidui frequentatori
della Società.
La erudizione del bravo letterato palermitano può ora ammirarsi nella
Biblioteca, della quale egli fu per lunghi anni attivo impiegato e, come
l'Angelini, consigliere sapiente di quanti la frequentassero. Quel che
risulta dai verbali delle riunioni è questo: che per ventisei anni
(1777-1803), meno brevi intervalli, essa attese ad illustrare le vicende
della chiesa in Sicilia e delle chiese siciliane, e quelle delle
lettere: punto di partenza per aggiunte e correzioni alla _Sicilia
sacra_ del Pirri e alla _Biblioteca sicula_ del Mongitore. Perciò, quasi
tutti ecclesiastici i cooperatori. Lunghe le loro memorie, inesauribili
in una sola seduta, alcune protraentisi per cinque, sei, non sappiamo se
tra la fissa attenzione di tutto l'uditorio, ma certamente con utilità
della storia ecclesiastica e letteraria dell'Isola. Alla specialità
degli argomenti, alla non sempre ornata trattazione di essi, come al non
facile intervento del gran pubblico, devesi lo svolgimento sereno degli
studî e delle adunanze, non turbate mai dalla presenza di volgari
poetastri e di saputelli aggiusta-mondi. E chi volete che andasse a
mescolarsi tra tanti ricercatori di vecchie carte? i quali dopo di avere
sgobbato sopra registri di parrocchie, pergamene di conventi e
monasteri, cartabelli di confraternite, marmi, iscrizioni, monumenti,
portavano il frutto delle loro investigazioni, forse non sempre aliene
da preconcetti e da illusioni, ad un paio di dozzine di ascoltatori?
Eppure essi se ne contentavano; amavano gli studî per gli studî, il bene
per il bene; non cercavano plauso di nessuno, non sognavano gioie di
pubblicità; e dopo di essersi tanto affannati in induzioni
pericolosissime lasciavano inediti in mano dell'Angelini i loro
manoscritti, paghi di averli compiuti e partecipati ai pochi che
potevano comprenderli e tenerne conto. Zelanti cercatori del passato,
che non guardavano alla miseria del presente, se interrompevano il corso
dei loro congressi lo facevano solo perchè avvenimenti impreveduti e
straordinari li impedivano, come la epidemia del 1793, i timori di
pubblici disordini dopo la sventata congiura del Di Blasi; la notizia
del trattato tra S. M. Siciliana e la Repubblica francese, la tristezza
della raccolta forzosa dell'oro e dell'argento per le spese della guerra
nel Napoletano (1796-98), e perfino i rigori invernali[404].
[404] _V. Di Giovanni_, _La prima Società di Storia patria in Palermo,
nell'Archivio storico sic._, N. S. a. VIII, pp. 491-510. Palermo,
1884.
L'ardore col quale si attendeva agli studî di storia di Sicilia saliva
al parossismo per quella del dialetto.
Altra società di cultura l'_Accademia siciliana_ sorgeva nel 1790 sotto
gli auspicî del Meli e per iniziativa del giovane giureconsulto F. P. Di
Blasi.
Il titolo non dice tutto. L'Accademia sosteneva non doversi scrivere nè
parlare altrimenti che in siciliano: siciliane le poesie, siciliane le
prose, siciliane -- è tutto dire -- le leggi dell'istituto; le quali
venivano dettate dal Meli in persona. Il Principe di Trabia, il Conte di
Torremuzza, il Marchese di Roccaforte, il Principe di Furnari, nei
ventott'anni di fortunosa esistenza di essa vi presero parte attiva, e
l'accolsero nei loro palazzi; giacchè sempre nuovo godimento era pei
patrizî intelligenti trovarsi in mezzo a dotti, e riceverli nelle loro
case.
Un cronista d'oggi farebbe sapere che questi bravi signori, volta per
volta facevano servire di lauti rinfreschi gl'illustri intervenuti; noi,
che non siamo cronisti e non iscriviamo per giornali, non ne diremo
nulla. Peraltro è risaputo che a quei tempi non si riceveva mai dai
nobili senza splendidi trattamenti eseguiti da servitori in livree
fiammeggianti; non supporlo poi nelle sale di quei fiori di ospitalità e
di dovizia, sarebbe un'offesa alla generosità loro.
Gueli ed Alcozer, Scimonelli e Francesco Sampolo, La Manna e Calì,
Catinella e Mondino furono i campioni della nuova Società. Meli,
Presidente, vi lesse a riprese varî sonetti, che rappresentavano le
vicende non liete del sodalizio. Il seguente è l'indice di quel che
pensassero i socî; tra i quali, per altro, ve n'erano, come il p.
Michelangelo Monti, non isolani.
Il giovane Sampolo, in un discorso, s'intende, tutto dialettale, avea
recitato le lodi della _lingua siciliana_; ed il Meli, entusiasta,
recitava:
Viva la nostra lingua, Iddiu la guardi!
Amàtila, e 'un circati 'na matrigna:
Sia cura e triddu di muli bastardi
Lu zappari di l'esteri la vigna.
L'istintu di natura anchi a li pardi,
Anchi a li tigri stu duviri insigna;
Urla lu lupu quannu à fami o s'ardi,
Nè s'impresta lu gergu di la signa.
Lu sulu pappagaddu 'nfurgicata
S'avi 'na lingua pri parrari a matti,
Facennu d'acedd'omu capriata.
Multi Accademj eu sacciu accusì fatti,
Grec'-itali-latini. Allurtimata
Chi aviti 'ntisu? 'Na sciarra di gatti[405].
[405] _Meli_, _Poesie_, p. 106.
Il lettore che sa di storia letteraria di Sicilia può farci qui un
appunto cronologico. Il sonetto del Meli è del 1805, e l'Accademia era
nata quindici anni prima.
Accettiamo il disappunto, e torniamo indietro. Noi facevamo quella
citazione solo per mostrare quali fossero gl'intendimenti dei
«sicilianisti» di allora. Ma tornando indietro, non troviamo meno
siciliana l'Accademia. Bambina di due anni, il 18 ottobre 1793, essa per
bocca del più forte poeta del tempo dopo il Meli, benchè del Meli non
entusiasta, non balbettava, ma con franca parola esprimeva i sentimenti
che l'animavano. Questi sentimenti sono d'una profondità impareggiabile.
In un'ode saffica Ignazio Scimonelli cantava:
Nun mettu peccu a Grecu o Germanisi,
Nè a Turcu o Francu, a Latinu o Spagnolu,
Ma bedda carta mi cunta in cannolu:
Lingua e paisi.
E pri sta lingua sugnu tantu vanu,
Chi mortu, e prima d'essiri urricatu
Lu _miserere_ lu vogghiu cantatu
'n sicilianu.
Sarrà in latinu ben fattu, ben dittu,
Ma un _miserere_ in lingua nostra misu
L'arma mi la fa jiri 'n paradisu
drittu pi drittu.
Si vede subito che qui neanche di straforo ci entra la politica e la
teologia; perchè, anche per semplici allusioni nè il Re nè Dio dovevano
esser nominati: qualche cosa di meno del _parum de principe, nihil de
Deo_.
Nel medesimo tono rimanevano altri poeti. Il sac. Catinella, che abbiamo
incontrato in altre occasioni, sfolgoreggiava di motti vivacissimi. Tra
i più felici son quelli nei quali egli voleva dimostrare la superiorità
della siciliana su qualunque altra lingua. In un sonetto mandato al sac.
Giovanni Luisi, poeta anche lui, si sbizzarriva sulla ricchezza dei modi
proprî e figurati onde può esprimersi il verbo _fujiri_ = fuggire, in
questi termini:
Li cani si chiamau; si la sbignau;
Si la sulau; lu stigghiu si cugghiu;
Già pruvuli di bottu addivintau;
Santi pedi, ajutatimi; spiriu.
Sticchia e vassinni; a curriri appizzau;
Si l'allippau; marciau; si la battiu;
Si la filau; la coffa si pigghiau;
Addivintau diavulu; partiu.
Sti modi ed autri lu Sicilianu
Li 'mpasta, li rimpasta, e cancia e scancia,
Eh! chi lu diri nostru è supra umanu.
L'havi sti cosi la Spagna, la Francia?
L'havi lu 'Nglisi? l'havi la Tuscanu?
Ch' hann'aviri! la pesta chi li mancia!
L'amico Luisi non si maravigliava affatto dei diciassette sinonimi
cuciti dal Catinella; si maravigliava invece che egli ne avesse
dimenticati parecchi altri: e in sonetto responsivo li enumerava a
gloria della «sicula lingua»[406].
[406] _Pitrè_, _Fiabe, Novelle e Racc. pop. sic._, v. I, pp. 186-87.
Altri esempî non occorrono a confermare la piena convinzione di questi
bravi accademici; i quali -- per dir tutto -- erano tra i più illustri
letterati del tempo. Aggiungeremo non pertanto un fatto molto acconcio a
confermare il culto singolare che si professava pel dialetto.
Nel _Giornale di Sicilia_ del 9 dicembre 1794 un anonimo scriveva
lodando il parlar materno (il siciliano), e raccomandando il toscano
come lingua per tutti. Questa osservazione semplicissima provocava una
violenta risposta nel medesimo giornale. Altro anonimo prendeva per
nemico della patria il lodatore del toscano, e questo era costretto a
scagionarsi dall'accusa[407].
[407] _Giornale di Sicilia_, n. 23, Pal., 6 genn. 1795.
Non era argomento da pigliare a gabbo.
I componenti dell'Accademia siciliana non per nulla erano accademici.
Essi avevano tutte le miserie della loro razza. Noi li abbiam visti a
fare il chiasso, anche per un nonnulla, nel Palazzo senatorio. Ebbene:
se non peggio, lo stesso facevano all'Accademia. Il bello è che i
principali agitatori eran quelli che catoneggiavano per mettere il
bavaglio ai tribuni. La è sempre così: quelli che si atteggiano a
vindici delle violenze altrui sono i più violenti; così avviene che
parlano sempre di onestà molti di coloro che della onestà non sono i
migliori amici.
Quando, dopo la decapitazione del Di Blasi, la Società venne soppressa,
di lei non si parlò più altro che per vederla ricostituita. Il March. di
Roccaforte l'ebbe nella sua casa, ed il Meli ne trasse lieta ragione a
prospero avvenire. Le sedute si ripresero; ma in qualcuna di esse si
sicilianizzò troppo di allusioni e di equivoci[408].
[408] _Meli_, _Poesie_, p. 107. -- _D'Angelo_, _Giornale_ ined., p. 93.
Questi accademici un giorno vennero fuori con una proposta
letterariamente liberticida: qualunque componimento poetico da leggersi
in pubblica adunanza doveva prima sottoporsi alla censura preventiva
d'una commissione. Non bastava quella del Governo per la stampa, se ne
voleva creare un'altra per la lettura!
Con questo colpo di stato anche i grandi dovevano passare sotto le
forche caudine dei piccoli. Gli stessi Meli e Scimonelli non avrebbero
potuto sottrarvisi. Meli, Presidente perpetuo, ne sorrise; altri vi si
acconciarono. Gli screzî, già alle viste, entrarono in campo; le bizze
degenerarono in liti da partito; e l'Accademia corse il pericolo di
andare a monte. Il venerando Meli interponeva la sua autorità: e a
questi raccomandava la calma, a quelli il rispetto: non esser possibile
procedere di questo passo; andarci di mezzo la serietà degli studî,
l'interesse della patria lingua; grande lo scandalo di tante pretese;
necessaria la buona volontà in tutti per un accordo che cementasse la
pace. Ma il buon vecchio avea da fare con gente irritabile, anche perchè
composta di poeti novellini e presuntuosi, e non riusciva a
riconciliarli nè a farsi sentire. Allora, perduta la pazienza, li manda
a carte quarantotto con un ultimo sonetto intitolato al Conte di
Torremuzza «contro alcuni poeti siciliani», i quali, irrequieti e
villani, non sapevano stare in pace tra loro nè con gli altri:
Scuvai di puddicini 'na ciuccata;
E allura li sintii ciuciuliari
Cu la scorcia a li frinzi 'mpiccicata,
Mi lusingai chi mi nn'avia a prigari.
Ma ora ch'ànnu la cricchia già spuntata
Si mettinu 'ntra d'iddi ad aggaddari,
Nè trovu a cuntintarli nudda strata,
Nè 'nsemmula, nè suli vonnu stari.
Cerca ognunu cumpagni a sulu oggettu
Di putiricci dari pizzuluni;
Dicinu chisti: Appara tu, ch'eu mettu.
Cui s'arrisica starici in comuni,
Si a mia chi pri accurdarli m'intromettu,
Pri la facci mi tiranu a sautuni?
O Conti miu patruni.
La Censura, pri quantu iu viu e sentu,
È di pizzuliari lu strumentu.
Da chistu iu ni argumentu
Chi pri cuitari sti sautampizzi
Lu menzu è ditagghiaricci li pizzi[409].
[409] _Meli_, _Poesie_, p. 112. -- Sull'argomento, vedi _L'Accademia sic.
di Pal._ In Pal. MDCCCXCIV; e _Sampolo_, _L'Accademia sic. Nuove
ricerche_. Pal. 1896.
Gli studiosi di _calembours_ troveranno stupendo l'ultimo verso.