I MEDICI E LA LORO VITA. NOBILI ESEMPI DI CARITÀ. L'ACCADEMIA DEI MEDICI
E LA PRIMA CONDOTTA MEDICA.
L'esercizio medico era distintamente diviso tra la medicina e la
chirurgia. Il medico non era chirurgo; per la sua dignità, egli
v'inclinava poco o punto, perchè il chirurgo stava al disotto del medico
e ne dipendeva nelle prescrizioni, ch'egli talora eseguiva come il
barbiere; il quale negli spedali teneva dietro, a rispettosa distanza,
al medico fisico nella visita cotidiana delle corsie.
Molti dei fisici più conosciuti eran preti; e la medicina era in mano di
non pochi tra essi, per istituto canonico non abilitati a maneggiar
ferite nè a farne. _Ecclesia a sanguine abhorret_. Preti furono D.
Andrea Gallina, D. Giuseppe Biundo, D. G. B. Meo, Fr. Cottonaro, medico
del Vicerè Colonna, dal quale venne eletto Abate di S. Giacomo di
Altopasso in Naro (1778), e D. Giuseppe Salerno: preti D. Raffaele
Stancampiano e D. Giuseppe Serra, entrambi fisici maggiori degli
spedali; prete quell'Ignazio Salemi che scrisse della _Educazione
medica_[371].
[371] D. _Ignazio Salemi_, _Educazione medica_, t. I. Palermo, 1812.
Nell'Ospedale grande e nuovo, sopra diciannove sanitarî, soltanto 6 eran
chirurgi[372], pagati Dio sa come!
[372] _Provviste del Senato_, a. 1790-91, p. 373; a. 1787, p. 178.
A conseguire la laurea medica occorrevano tre anni di studio nella
pubblica Università di Catania, e, pei Palermitani, nella R. Accademia
degli studî di Palermo, alla quale per sovrana benignità venne esteso
(1780) il privilegio di dottorato in medicina, limitato già a quella di
Catania.
In una lettera intima ad un suo vecchio amico l'Ab. Meli (non sacerdote,
ma semplice chierico) così pennelleggiava la sua professione: «La
medicina vien giudicata in persona di un medico non altrimenti che coi
sensi materiali, cioè dalla mole, peso, tono di voce, maniera di vestire
e di marciare, dal salir le scale dei grandi, dalla spessa citazione di
autori in lingue esotiche ed altre cose simili. Coloro cui mancano
questi naturali requisiti ricorrono ai corteggi, agl'intrighi ed ai
maneggi poco decenti, per cui questa nobile professione è oggi caduta
nell'ultimo discredito ed avvilimento»[373].
[373] _Lettere inedite_, nn. XXVIII e VI, in _Nuove Effemeridi
siciliane_, serie III, v. XI. Pal. 1881.
Il medico di grido conduceva seco uno o più praticanti. Codesto giovava
alla istruzione dei giovani, ma giovava anche a lui, che, come dalla
elegante gualdrappa era una volta giudicato dotto, così da questa
compagnia traeva vantaggio alla sua buona riputazione.
A letto dell'infermo, l'uno, il medico curante, osservava; l'altro, il
praticante (o i praticanti), riosservava: e l'ammalato dovea contare a
due, tre, e sentire ripetere ad altri le sofferenze che gli sarebbe
parso conveniente comunicare ad un solo.
Stando in compagnia di praticanti, il medico dettava ad uno di essi;
solo, scriveva da sè la ricetta. Cifre e parole latine tecniche,
dimezzate, abbreviate, fino alle sole lettere iniziali, ne eran la
forma, che nessuno sapeva leggere, e che appena riuscivano ad
interpretare gli aromatarî provetti, dai quali i giovani dovevano
apprenderle. Ghirigori, arabeschi, accenni di linee, puntini: ecco la
ricetta, che si stendeva in un pezzetto di carta in formole lunghe,
misteriose, ritraenti dal caos del Gervasi. Un proverbio è rimasto
documento di codesti geroglifici: _Tri cosi 'un si ponnucapiri: ricetti
di medici, pòlisi di 'mpignaturi e discursi di minchiuni_. Di ciò anche
il Filangeri si dolse nella sua _Legislazione_, rilevando che questo
gergo, «questo linguaggio simbolico, che costa tanta fatica a medici per
apprenderlo ed a farmaceuti per capirlo e che cagiona tanti equivoci,
dovrebbe essere abolito»[374].
[374] _Filangeri_, _La Scienza della Legislazione_, l. IV, c. XXX, Nota.
Quello che sovente rafforzava il mistero era la espressione: _R. aqu. ad
nostram intentionem_, sotto la quale con impostura non isventata mai da
nessuno s'intendeva l'acqua da bere, che si spacciava a prezzo di
medicina. Espressivo questo aneddoto: Un figlio di speziale nullatenente
faceva all'amore con una ragazza civile ed agiata: quando il padre
credette opportuno d'intervenire, andò a chiedere la mano di essa. --
«Ma che posizione ha vostro figlio?» chiese il padre della ragazza. --
«Farà lo speziale come me,» risponde il padre del giovane. -- «E voi che
cosa gli darete?» -- «Un sacco di zucchero ed un pozzo d'acqua!»
alludendo alla fonte dei guadagni dell'arte: lo zucchero per i cento
sciroppi, l'acqua per tutte le tisane, gl'infusi, le emulsioni, le
limonate, le soluzioni onde straboccava la farmacopea, guadagni che in
parte, con una morale molto sommaria, andavano al medico, amico del
farmacista, presso il quale, in ore libere, andava a sedere e
conversare[375].
[375] Cfr. _Scimonelli_, _Poesie: L'aromatario degli andati tempi_. --
_Pitrè_, _Medicina pop. sic._, pp. 23-25.
Lento ma sicuro, benchè non sempre fruttuoso, il rinnovamento
scientifico.
L'uso della idroterapia appassionava tutta una schiera di medici
capeggiata da Giacomo Todaro. Ai gretti pregiudizi dell'influsso degli
astri sulle funzioni fisiologiche contrapponeva ragioni fisiche
Gregorio-Russo. La chemiatria, nata dall'ibrido connubio delle massime
di Galeno e dei dommi di Paracelso, cadeva sfatata agli attacchi di
Buonafede Vitale; e sotto i vigorosi, intelligenti colpi del catanese
Agostino Giuffrida e del palermitano Andrea Gallina, plaudente
l'Accademia dei Jatrofisici, crollava lo strano edificio del meccanismo
flogistico di Boerahawe la cui autorità mal resisteva a quella di Van
Helmont, di Stahl e di Hoffmann. Poi il sistema di Brown dominò sovrano:
e dove prima si tenevano gli ammalati a rigorosa dieta, in seguito poi
si vollero sostenere in forze con alimenti solidi e con eccitanti
diversi. Contro il nuovo abuso gridavano i vecchi esperti: e Meli,
pratico e temperato, dettava il sonetto: _Di la sua vita all'ultimi
simani_, che è tutto un trattato sulle teorie dei medici novellini,
facili seguaci del capo-scuola scozzese.
Questo volere e disvolere dei partigiani dei sistemi più celebrati
facevano perdere la fede dei medici stessi nella scienza, incerti da
qual parte stesse la verità e la salute: e fu scritto (1792) che «tolta
qualche dottrina chimico-botanica, e qualche operazione chirurgica come
la litotomia, l'innesto del vaiuolo ecc.», eran da preferire «gli
antichi ai moderni, perocchè questi pativano molto di vertigini e di
pletora»[376].
[376] _Conversazione Istruttiva_ cit., n. 1, p. 3.
Nel tumulto della vita mondana, in mezzo alle molte, spesso malintese
manifestazioni d'una religione non sempre capita, si aveano pratiche non
facili a comprendersi nell'ambiente in che ora viviamo. Una delle più
importanti era quella della confessione per gli ammalati dopo tre giorni
di febbre. Pramatiche viceregie e sinodi diocesani imponevano al medico
curante il dovere di prescriverla, e gli minacciavano, contravvenendo,
multe e carcere[377]. L'uso era comune e del frequente scampanio delle
parrocchie come annunzio ed invito al Viatico, e del tintinnio pel
procedere di esso nelle strade, nessuno si allarmava. Il medico Salemi
ne disse qualche cosa anche lui, e ne fece un articolo di polizia
medica, allargando (egli che scrivea nei primi dell'ottocento) un
pochino le maniche per i fatali giorni rituali.
[377] Rimandiamo, per le citazioni in proposito, ai nostri _Usi e
Costumi_, v. II; _Il Viatico_. Pal. 1889.
«A tre giorni di malattia, egli osservava, si facci eseguire la
confessione, ed in più inoltrata malattia ordinare il viatico e
l'oleazione sacra». E poichè questo era voluto dalle sanzioni canoniche
come dalle leggi dello Stato, il medico «dovea notare il giorno in
fronte alla poliza del Viatico sacramentale per potere in qualunque caso
giustificare la sua condotta»[378].
[378] _Salemi_, op. cit., t. I, art. XVI.
Negli spedali era ordine imprescrittibile che non si ricoverasse infermo
non prima confessato. Lo afferma il Cangiamila, medico e sacerdote, il
quale poteva saperlo[379]. Si vede che su questo punto non c'era da
scherzare: ed i medici non volevano buscarsi il carcere di S. Eccellenza
il Vicerè e la scomunica _ipso facto_ di S. E. R.ma l'Arcivescovo.
[379] _F. E. Cangiamila_, _Medicina sacra_, v. II, p. 43 e seg. In
Palermo, Solli, 1802.
Qui non è inopportuno un breve cenno di alcune malattie che nello studio
del tempo si vedono ricordate da eruditi e da poeti. Lo facciamo come
per una curiosità di patologia speciale.
Dalla tradizione e da rare erudizioni sappiamo che in numero
straordinario erano le persone affette da malattie cutanee. La
Deputazione dell'Albergo generale dei poveri lamentava che tra 400
ricoverati non pochi fossero scabbiosi[380]. Il Senato della Città se ne
preoccupava: ed il Vicerè riceveva sollecitazioni delle cure ad essi
dovute sul finire della primavera[381]. Un peritissimo speziale, il
quale abitava presso la Madonna la Bella, nella via Macqueda, avea sì
gran concorso nello spaccio di un suo specifico contro la scabbia, che a
fin d'anno metteva in serbo guadagni favolosi.
[380] Vedi un opuscolo che comincia: _Beatus vir_ ecc. In Palermo,
MDCCLVIII. Nella stamp. della Divina Provvidenza presso l'Erede
d'Accardi. In fol., pp. 6.
[381] _Reali Dispacci_, n. 1506, fogli 31-82, nell'Archivio di Stato.
Al facile e largo diffondersi di questa e di altre malattie di pelle
concorreva l'erroneo concetto della natura di esse, i mezzi talvolta
barbari, tal'altra banali di cura, il difetto di pulitezza personale, la
assoluta trascuranza d'ogni elementare principio di igiene e, più che
tutto questo, la superstiziosa ignoranza del volgo.
Un «Breve Ragguaglio di quanto praticano in questa Capitale le Figlie
della Carità, serve delle povere donne inferme, nella loro pubblica Casa
di protezione di S. Vincenzo de' Paoli, disposta da D. Ignazio
Filippone»[382] ci appresta le seguenti notizie, le quali se attristano
per lo stato miserevole del paese, confortano con lo esempio delle opere
buone praticate da anime gentili.
[382] In Palermo, Felicella MDCCLXII.
La Casa Filippone era ad un tempo spedale, infermeria, ambulatorio
femminile. Gettiamo uno sguardo sulle ammalate che vi si ricevevano e
sugli uomini che vi si medicavano. Quelle erano povere donne che non
avevano dove andare, e le quali perchè non febbricitanti non venivano
ricoverate negli spedali; eran civili, anche dame, vergognose di farsi
visitare dagli uomini, e riluttanti a manovre chirurgiche. Nei pubblici
spedali, dice il _Ragguaglio_, «non cadon sotto la cura moltissime
infermità come sono la cecità, la sordezza, la itterizia, il salso, lo
scorbutico, le impetigini, la tigna». Ebbene, al Filippone andavano le
affette non meno da questi mali che da scrofolosi, da scottature e da
altre esterne lesioni. «Istruite da uomini d'arte competentissimi, le
suore curavano senza ferri; medicavano cagionando il minor dolore
possibile, e distribuivano farmaci da loro stesse, addestrate in
aromataria, preparati. Venti medici tra i più accreditati attestavano i
vantaggi delle loro cure. Nella sola città facevano da undici a
dodicimila indicazioni annuali, e davano da mangiare a tremilatrecento
povere, e sussidî in danaro a più di millecinquecento persone. Nella
loro Casa succursale di Mezzo Monreale, non solo apprestavano in
parlatorio ad uomini infermi cure e denaro, ma anche ricevevano
annualmente duemila donne in media[383].
[383] _Breve Ragguaglio_, pp. VII, XL, nn. 5 e 13.
Concorrenza più formidabile di questa ai chirurgi non fu mai fatta al
mondo: ma poche volte la storia della beneficenza scrisse pagine più
sublimi di carità. Peccato che si perpetrassero da otto a novecento
salassi all'anno!
Oltre a ciò compiangendo il gran numero di fanciulle affette da tigna,
contro la quale non vedevano adoperar medicina che non fosse di
tormento; onde «tante donzelle anco di riguardo rimanevano mezzo fra
morte e vive, abborrite e escluse affatto dall'umano commercio»; le
suore senza strappar capelli «(tormento replicato talora fino a 24
volte, ma inutilmente) avean trovato la dolce maniera di sanare
felicemente, e senza prevalersi della pece. Così erano restituite agli
ufizi tutti della civile società, da cui primo si vedevano escluse, e
già molte passate a marito, ed abilitate altre ad un onesto maritaggio;
oltre delle tante sottratte dall'ozio e dalla sfrontata mendicità che
funestavano il paese ed infestavano le private famiglie»[384].
[384] _Breve Ragguaglio_, pp. 19-20.
In quest'ultima citazione si accenna ad una pratica, forse la più
crudele che sia esistita per la cura della tigna, la cuffia di pece.
Questa cuffia fu comunissima nei secoli passati, e lo fu ancora nel
XVIII. Il motto proverbiale: _Lu santu chi fa la tigna, fa la pici_, ne
è un ricordo storico, eloquente per attestare, nessun rimedio essere più
sicuro pel male ribelle e deformante. Una vecchia canzone popolare
deplora il rincaro della pece a causa dei troppi tignosi.
Cooperatore delle epidemie era il vaiuolo, inesorabile sformatore di
bellezze quanto funesto mietitore di vite specialmente infantili. I visi
butterati, così rari oggi, erano ordinarî una volta. Quando ad una madre
si lodavano le fattezze della sua creatura, ella, che aveva sempre
l'incubo dello scellerato flagello, rispondeva malinconicamente e,
purtroppo, con la esperienza dei fatti:
Nun si pò diri bedda
S' 'un cci passa la pustedda;
e _la pustedda_ era appunto la pustola del vaiuolo[385].
[385] _Pitrè_, _Medicina pop. sic._, pp. 238-41 e 250.
La scoperta di Samuel Jenner tenne per un momento perplesso il Governo;
ma finalmente venne accettata. S. Maestà Siciliana si decideva a farsi
vaccinare, ed il Regno tutto, che n'ebbe conoscenza, pubbliche preghiere
ebbe imposta e fece in centomila chiese per la salute di essa.
L'operazione veniva coronata da splendidi risultati, e le chiese
echeggiarono di ringraziamenti perchè tutto era andato bene; ma più
tardi S. M., il figlio di Carlo III, come l'ultimo dei mortali, perdeva
due bambini di vaiuolo!
Il 10 ottobre 1787 il Vicerè Caramanico ordinava allo Spedaliere dello
Spedale grande che affidasse la vaccinazione al medico chimico Dr.
Berna, bene istruito di essa dal cav. Gatti. Così egli avrebbe vinto i
timori delle madri e scongiurati pericoli avvenire[386]. L'anno
appresso, il Re consentiva che si chiamassero dalle principali città
dell'Isola a Palermo, nella primavera e nell'autunno, volta per volta,
otto barbieri ed otto levatrici, perchè venissero ad addestrarsi nel
nuovo metodo preservativo del male[387].
[386] Stampa annessa al _Diario_ inedito del Villabianca, an. 1787, p.
371.
[387] _Villabianca_, _Diario_ ined., a. 1788-89 agosto, p. 437.
L'Accademia dei medici, già dei Jatrofisici, era secolare: ed aveva un
attivo di benemerenze che la rendeva degna di distinzioni e di
prerogative da parte del Senato. Benemerenze: l'aver contribuito
all'abolizione del seppellimento dei cadaveri dentro le chiese e, in
generale, dentro la città; la istruzione dei giovani medici; la
discussione di tutto ciò che fosse materia di scienza. Distinzioni e
prerogative: la benevolenza e la fiducia illimitata dell'Autorità
municipale, che chiamava l'Accademia giudice dei posti da provvedersi
negli Spedali; il titolo di _Magistrato_ concesso ai reggitori di essa,
quello di _Principe_ al suo Presidente, ed un annuale assegno (concesso
pure all'Accademia del Buon Gusto), un arazzo ed un'artisticaca mazza di
argento, emblema non dubbio di riconosciuta autorità.
Il maggior titolo di benemerenza dei componenti quest'Accademia è però
rimasto finora all'ombra: una specie di Condotta medica gratuita sorta
per iniziativa loro nel 1770 e in seguito rinnovata. Trentasei medici
fisici, divisi per otto parrocchie, spontaneamente si dedicavano alla
cura degl'infermi poveri: guida e direzione, il Magistrato Accademico.
Potrebbe non benevolmente pensarsi che questo essi facessero a sola
ragione di pubblicità; ma quando si sappia che tra essi erano nientemeno
il Cottonaro, il Fasulo, il Serra, il Gianconte, il Pizzoli, chiarissimi
e di larghe clientele, ogni sospetto cade. Un piccolissimo cartellino a
stampa è oggi il solo ricordo di questa istituzione: la quale quando non
si sognavano ancora le multicolori croci di soccorso per gl'infermi a
domicilio ed erano pio desiderio le condotte mediche comunali,
provvedeva col sentimento della carità a disacerbare i dolori dei
sofferenti privi di cure. Innanzi le porte delle chiese, questi
cartellini, quasi invisibili nella loro forma, chiarissimi nel loro
significato, indicavano i nomi dei medici pronti a qualunque chiamata di
soccorso[388].
[388] _Villabianca_, _Diario_, a. 1771. Ms Qq D 97, p. 423 della
Biblioteca Comunale di Palermo.
Esisteva ab antico in Palermo e, contro il malvolere del Governo,
prosperava un'_Associazione_ detta _del grano_. Pagando un grano la
settimana, quattro il mese (in moneta d'oggi, otto cent. di Lira), una
famiglia godeva il beneficio dei medici per le malattie, della sepoltura
per la morte. Che razza di medici dovessero aversi a questo patto, è
facile immaginare! La celebre Giunta dei Presidenti e Consultore, il 5
marzo 1783 scrivea esser più d'una le opere del _grano_, per le quali
gli ascritti «talvolta sono assistiti da imperiti medici che servono a
rendere perpetue e più micidiali le malattie del popolo»[389]. Da
siffatta istituzione volle trarre partito il Governo per un'assistenza
medica ai poveri mettendo a profitto l'opera disinteressata
dell'Accademia di medicina. La contribuzione del grano fu lasciata
volontaria; si chiamarono per ciascuno dei quattro quartieri due bravi
fisici ed un cerusico, retribuiti, quelli con 60 onze l'uno, questi con
20. Agl'indigenti furono concessi sussidî anche in danaro; ed ai morti,
esequie e sepoltura. Semplice la burocrazia: un razionale ed un
esattore; ben praticamente composta una deputazione di vigilanza per
quartiere: il parroco, un cavaliere, un mercante, un forense, il qual
ultimo ebbe la direzione del servizio, che per siffatto organamento
procedeva pronto ed attivo. Basta vedere il programma viceregio del 21
aprile 1783 per comprendere come i nostri vecchi intendessero la
beneficenza pubblica, la quale era nobile gara di carità.
[389] _Fundatio publici Coemeterii_, p. 83. Anno 1783.
L'Accademia attendeva allo studio del corpo umano. Dodici volte
all'anno, nella sua sede di S.a Lucia, vecchi maestri in mezzo a giovani
laureati, con premurosa attenzione assistevano alle dissezioni
anatomiche. S.a Lucia era la casa che prendeva nome dalla vicina chiesa
presso lo Spedale grande (palazzo Sclafani). Oggi essa è una semplice
memoria; ma chi s'indirizzi per la via dei Biscottai e, giunto sotto
l'arco dello Spedale, volti a sinistra verso la turpe via del Fondaco,
scoprirà due basi di pilastri con due aquile palermitane nel mezzo.
Quelle aquile, già ripetute anche dentro l'aula, guardano fermamente un
sole con la leggenda: _Altera felicitas_. Era la felicità della
protezione senatoria che i medici vantavano? Era l'aspirazione loro a
levarsi arditamente a regioni altissime?
Non facciamo ipotesi di simbolismo: e fermiamoci un momento a veder
passare qualche accademico che vi si reca per la riunione del mese
(novembre 1794).
Questo è D. Paolo Sgroi, che prepara studî sul mal caduco; quest'altro è
D. Antonino Bettoni che presto conquisterà la presidenza dell'Accademia,
e diverrà medico di S. A. R. in Napoli. Il venerando D. Stefano Pizzoli,
sorretto dai giovani Filippo Sidoti e Salvatore di Gregorio, chirurgo
l'uno, medico l'altro, viene lamentando i suoi acciacchi senili, e
richiamando la sua vita passata. D. Francesco Berna, astro che si leva
sull'orizzonte professionale, è circondato da scolari e da amici. D.
Carmelo Manzella, discendente da una famiglia di chirurgi, si avanza con
D. Giuseppe Tineo, lieto di alte protezioni per meriti non suoi.
A S.a Lucia discutono animatamente. Della epidemia ond'è stato
recentemente afflitto il paese (1793) indagano le cause probabili e la
mortalità numerosa: ma non riescono ad esser d'accordo. Dopo tanta
siccità c'era da aspettarselo che i vapori della terra dovessero
infettare l'aria e produrre esalazioni pestilenziali. Il Dr. G. B. Meo,
che vi ha stampato sopra una memoria[390], non ha dato nel segno;
qualche cosa invece ha indovinato D. Gius. Logoteta, medico siracusano,
e D. Salvatore Fallica, catanese; perchè in conclusione le febbri
putride di Siracusa e di Catania[391] sono le medesime di quelle di
Palermo, di Cefalù[392] e di tutta l'Isola.
[390] _Delle febbri che travagliaron la città di Palermo nel 1793._ Pal.
1793.
[391] _G. Logoteta_, _Dissertazione fisico-medico-politica sulle febbri
putride presenti_. Siracusa 1793. -- _S. Fallica_, _Descrizione
delle febbri epidemiche accadute in questa città di Catania l'a.
1792 e 1793_. In Catania, MDCCXCIV.
[392] Vedi _Candiloro_, p. 272 del presente volume.
Due tra i medici più illustri non si vedono comparire: l'Ab. Meli ed il
sac. Salerno.
L'Ab. Meli non è dei più attivi frequentatori dell'Accademia; ma i suoi
colleghi ricordano una lettera di lui sopra _Gli effetti straordinarii
del veleno d'un ragnatelo_[393]. Da alcuni anni il Meli divide il suo
tempo tra le visite mediche, le lezioni di chimica e gli antichi e
sempre caldi amori delle muse.
[393] _Opuscoli di autori siciliani_, t. XII. Palermo, 1771.
Il sac. Dr. Salerno posa come... un principe; e principe fu,
dell'Accademia s'intende, e ne volle serbato il ricordo in una lapide a
S. Lucia, la quale ora si conserva nella sede dell'Accademia (Posta
vecchia), e dice:
REGIA JATROPHYSICORUM ACCADEMIA
SUB
SENATUS AUSPICIIS
ANNO 1649.
PRINCIPE SAC. JOSEPH SALERNO
1788.
Perdoniamogli la vanità, non unica nè rara nel tempo suo. Altro che
questo offriva la seconda metà del settecento!
Il Salerno, che andava per la maggiore, cercava qualche cosa di più che
l'intervento modesto dei suoi colleghi nella recondita casa di S.a
Lucia. Egli voleva la pubblicità: e dove gli mancasse creavasela.
Nel 1789 volle fare una dimostrazione anatomica come non se n'era mai
fatta. Ed eccolo in moto per ottenerla nel Palazzo Pretorio. Il Senato
non si rifiutò, perchè volentieri coglieva le occasioni per fare atto di
presenza.
La «messa in iscena» non poteva essere più solenne per un'accademia! La
formavano non solo tutti i medici, non solo tutti i letterati, ma anche
i nobili, i Senatori e, solennità straordinaria, S. E. il Vicerè! Se ci
fossero stati giornali, che bell'argomento questo per un capo-cronaca!
Ci fu però un cronista dei più fedeli, D. Girolamo De Franchis, il quale
ne prese nota pel suo _Ceremoniale_.
Siamo in sul finire del 1789: ed il Capo della Città dirama il seguente
_nodiglio_ (circolare d'invito):
_Il Conte di S. Marco Pretore la priega volerlo onorare di sua presenza
per il 19 del corrente dicembre ad ore 22 nel Palazzo Senatorio in
occasione di una dimostrazione angiologica sopra due corpi di uomo e di
donna con il di lei feto_[394] _con varie riflessioni che dovrà fare il
Principe della Real Accademia dei medici D. Giuseppe Salerno alla
presenza del Signor Vicerè, e pieno di ossequio si rassegna._
[394] Speciosa la forma grammaticale: _con il di lei feto!_
-- «Dimostrazione angiologica!... Oh che vuol significare questo?» si
chiedono inarcando le ciglia novantanove su cento profani, nel ricevere
questo _nodiglio_; e nessuno degli invitati manca a questa
_dimostrazione_, tanto stranamente per quanto grecamente aggettivata;
altronde l'ora è comoda per tutti: e due ore prima dell'Avemmaria il più
stentato chilo è già compiuto.
Ciascuno è al suo posto. S. E. il Vicerè Caramanico siede sopra un'alta
predella; Pretore e Senatori, a destra e a sinistra, in semicerchio;
dietro nel centro, la Nobiltà del sangue; ai lati del conferente, i
medici ed i letterati (e letterati non soltanto erano i cultori di
Lettere, ma anche coloro che avevano una certa cultura); nessuno si
duole del posto che gli tocca. Di signore, neppure una, perchè il sesso
femminile non usa a cosiffatte adunate, e questa poi è angiologica.
Il Principe dell'Accademia, salito sulla cattedra, legge e dimostra su
due corpi artisticamente eseguiti il sistema circolatorio. Tutti
guardano ammirati quella rete maravigliosa di arterie e di vene; ma
qualche medico mormora: «Dopo trent'anni, tanto chiasso...!» E quando la
_perorazione_ (la chiama così il De Franchis) è finita, il Senato coi
suoi paggi viene accompagnando giù per le scale fino alla carrozza S.
E., mentre alcuni medici vanno facendo: «Oh state a vedere che i lavori
anatomici di Paolo Graffeo, conservati fin dal 1758 a S.a Lucia, ce li
vuol gabellare per novità!...».
-- «Sempre lo stesso! esclama spazientito uno di essi. Non dimentichiamo
che l'Ab. Salerno è quello che bandì un concorso a premi; distribuì in
pubblica adunanza le medaglie ai vincitori, e poi, tornato a casa, se le
fece restituire, secondo l'accordo che avea precedentemente preso con
essi... Ecco l'uomo nato fatto per gettar polvere negli occhi e vivere
in mezzo al fumo!».
I più prudenti tra i professori di medicina sorridono maliziosamente; ma
D. Stefano Pizzoli, che oramai non ha più nulla da temere, nulla da
sperare da nessuno, conclude: «Colleghi cari, volete il ritratto del D.r
Salerno? Leggete Cornelio Gallo:
Laudat praeteritos, praesentes despicit annos.
Hoc tantum rectum quod facit ipse putat.