L'AB. VELLA E LA SUA FAMOSA IMPOSTURA.

Non era ancora scomparso dalla scena del mondo tanto colosso di

giunteria che un altro, meno famoso, faceva la sua apparizione a

Palermo.

Stavolta la leggenda è più ristretta: ed il triste eroe ne è un prete.

Giuseppe Balsamo da Palermo sceglieva a teatro delle sue brutte imprese

l'Europa tutta; Giuseppe Vella da Malta svolgeva l'opra sua di

falsificatore di codici e di creatore di favole nella sola Palermo:

strana coincidenza di malvagità in un medesimo tempo e in un medesimo

paese, tanto più strana in un periodo di non comune risveglio

intellettuale.

Un giorno si vede a passeggiare per la città un sacerdote non prima

conosciuto. Grave l'andare, studiati gli atti, affettata la pronunzia,

bastardamente toscana la parola. Indi a non molto giunge da Napoli,

sospinto da fortuna di venti, un Ambasciatore marocchino (17 dic. 1782).

I due stranieri si avvicinano e s'intendono; e il sac. Giuseppe Vella

(giacchè l'ignoto ecclesiastico si chiamava così) che col suo maltese

riesce ad intendere ed a farsi intendere, si fa interprete di quello; e

per incarico del Vicerè lo accompagna nella visita e nelle conversazioni

per la Città. L'oscuro pretonzolo diventa subito illustre, e lo si

comincia a credere un dotto arabista; ed egli, che neppur sa l'alfabeto

arabo, s'atteggia a genio di quella lingua.

In una barca di corsari arenata nella spiaggia di Cefalù veniva trovato

non so che libro turco. Vella in tutto sussiego lo esamina e lo dichiara

un libro di tesori nascosti nei dintorni di quella città. Il codice

invece parlava di sepolcri dei primi Califfi! Più tardi, all'apice della

sua gloria e della sua lingua, i Canonici della Cappella Palatina lo

pregavano d'un parere sopra un cofano con iscrizioni cufiche; ed il

Vella lo sentenziava già ad uso di viatico, coi primi versi del _Pange

lingua_ in arabo. Ma poichè i Canonici gli facevano osservare il _Pange

lingua_ essere stato composto da S. Tommaso (sec. XIII) egli,

correggendosi, lo affermava già consacrato alle reliquie dei Santi

Apostoli. Il cofano invece era servito ad altri e ben diversi usi.

Mons. Airoldi, Giudice della Monarchia, amantissimo di cose sicule e

delle vicende dei Mussulmani in Sicilia ricercatore premuroso, ma,

perchè ignaro di Arabo, non fortunato, gli faceva allora domandare se si

fosse mai imbattuto in alcun codice che portasse nome a quella

dominazione tra noi: ed il Vella rispondeva uno averne veduto con

l'Ambasciatore nella Biblioteca dei Benedettini di S. Martino, che

narrava appunto della conquista musulmana dell'Isola; difficilissima

però esserne la lettura, non che la intelligenza.

Alla insperata notizia l'Airoldi esulta, e sotto la sua personale

responsabilità, ottiene in prestito dai monaci Benedettini il prezioso

cimelio. Vella, eccitato a lavorarvi sopra, con l'obiettivo d'un largo

premio, che per lui sarebbe l'Abbazia di S. Pancrazio, vi si consacra,

com'egli dice, con ardore; ma in sostanza, con la flemma di chi perfidia

a danno della verità.

E presenta le prime pagine. L'Airoldi va in visibilio; perchè vi trova

nientemeno «un registro di tutte le lettere che dal principio della

invasione araba in Sicilia aveano scritto di mano in mano gli Emiri

prima a' Mulei dell'Africa Aglabiti e poi ai Sultani di Egitto Fatimiti,

colle risposte di costoro. Per lo che queste lettere portavano in sè la

fede della loro autenticità, e dimostrando l'amministrazione, le

imprese, i politici regolamenti degli Arabi, formavano il diritto

pubblico di quei tempi, ed erano secondo l'apparenza il più prezioso

monumento della storia degli Arabi in Sicilia.»

Rozza quale l'uomo che la maneggiava la forma della traduzione: e questo

grandemente concorreva ad accreditare l'autenticità del codice; giacchè

il Vella, privo affatto di coltura, nessun sospettava capace di

sofisticar l'originale, che nella traduzione orribilmente spropositata

offeriva, secondo l'Airoldi, anzi secondo la comune opinione, una

impronta nuova, la quale agli ignari di cose orientali poteva sembrare

propria degli scrittori di quella razza.

L'Airoldi correggeva le sgrammaticature e prendeva per oro di coppella

il contenuto del manoscritto. Aveva sognato una civiltà araba: e già la

trovava nella nuova inattesa scoperta velliana. Le idee, le aspirazioni

su quell'epoca, da lui espresse nei giornalieri conversari coi dotti

frequentatori della sua casa, avevano nei nuovi testi addentellato e

conferma. E non poteva essere diversamente se il Vella, partecipe ai

geniali convegni, conosceva ormai i desiderî del buon Prelato, e creava

a soddisfazione di lui un romanzo tutto immaginario.

E pensare che appunto per questa creazione il Vella veniva chiamato ad

insegnare arabo nell'Accademia (Università) degli studî! e che, non

conoscendone egli, come abbiam detto, neppure l'alfabeto, insegnava ai

giovani i rudimenti della lingua maltese! E non è tutto: raccomandato

dal March. Caracciolo, il neo professore otteneva dal monarca 1000 onze

(L. 12750) per una missione scientifica nel Marocco, per la quale,

accompagnato da tre suoi scolari, potesse raccogliere i materiali per la

storia di Sicilia sotto i Musulmani.

Di tanto in tanto qualche nuvoletta sorgeva ad offuscare il sereno

dell'anima di Mons. Airoldi. Quel nome, quella data, non sarebbero un

errore di lettura? Ma il Vella, invitato a rileggere il testo di quel

nome e di quella data, non avea nulla da rettificare, e sugli ordini

sacri giurava che le cose erano proprio come avea detto lui. Avvalorava

poi la lezione con nuovi codici arabi e con monete e lettere che egli

con sempre nuove menzogne affermava ricevere da Fez, da quel medesimo

Ambasciatore Marocchino Mohammed Ben Osman che egli avea accompagnato

per Palermo, e che per lui era il provvido fornitore di carte e di

documenti, il consigliere, l'amico, il fratello.

La traduzione, plaudenti i dotti che ne sentivano a parlare e gongolante

di gioa l'Airoldi, procedeva a vele gonfie.

Ma ecco, quando nessuno se lo aspetta, un uomo di forte ingegno e di

larga cultura levarsi a turbare tanta armonia di cuori e di voci.

Rosario Gregorio sospetta la falsità del codice e la impostura del

Vella: e con documenti e ragioni irrefragabili dimostra quanto dal vero

siasi discostato il sedicente traduttore inventando date, fatti, luoghi,

persone. L'Airoldi, che nel lavoro del Vella vede assicurato il suo

monumento storico, ne rimane contrariato; sconcertato, ma non confuso nè

vinto, il Vella. Il quale a nuovo suo titolo di gloria si affretta a

metter fuori la sorprendente notizia della scoperta dei libri smarriti

di Tito Livio, in uno di questi codici: scoperta che sa circondare di

tanto mistero, da lasciare inquieti i letterati.

Allora l'Airoldi annunzia la stampa del primo foglio della traduzione:

col quale si propone di render giudici del lavoro del Vella gli

orientalisti oltramontani. Vella si vede perduto, e ricorre ad uno

stratagemma tutto cagliostriano: mette le mani sul codice di S. Martino

e lo interpola, lo altera, lo corrompe in guisa da non potersene più

cavare costrutto di sorta. Il maggiore strazio è nelle prime pagine; e

perchè non si possa scoprir la differenza dell'inchiostro recente della

manomissione sull'inchiostro antico del testo originale, e le difficoltà

portino la impossibilità di lettura, attacca sulle singole pagine una

sottile pelle di battiloro. Così si tiene al sicuro. S'incide la prima

facciata, che è una vera lettera del diavolo di Girgenti. I dotti

convengono che testo e traduzione son barbari; e mentre alcuni ne

mettono in dubbio l'autenticità, altri, e sono i più, dai difetti

traggono fondamento alla sincerità del codice e del traduttore. Tychsen

è di questi, e contro tutti sorge paladino del Vella. Sono col Gregorio,

Simone Assemani, De Guignes, Barthélemy, Adler. All'Airoldi, manco a

dirlo, va molto a sangue la opinione del Tychsen, che leva a cielo la

perizia linguistica del Vella, battezzata per «incomparabile e quasi

divina» (1787). Sotto il pseudonimo di de Veillant, nel quale sembra

nascosto il Gregorio, esce in cattivo francese un'arditissima carica

contro il saggio venuto in luce; tutti o quasi son contro il critico, e

l'ambiente è saturo dello spirito arabico velliano. De Veillant è

ritenuto un invidioso ignorante, e tra una velenosa risposta dello

storico Di Blasi inneggiante al Vella, due lettere laudative del Tychsen

al Torremuzza ed al Vella medesimo, pubblicate in Palermo (1788) e le

deboli ma giudiziose controrisposte, le cose vanno tant'altre, che,

prevalendo il giudizio dell'autorevole professore di Rostock, la

impostura trionfa con la pubblicazione del primo volume del Codice

diplomatico arabo di S. Martino delle Scale, e poi, mano mano di altri

cinque, coi quali l'opera attinge alla sua fine[359]. Il Iº vol. porta

una dedica a Ferdinando: il IIº, una a Maria Carolina; e in tutti e sei

il verso di Lucrezio:

E tenebris tantis tam clarum extollere lumen.

[359] _Codice diplomatico di Sicilia sotto il governo degli Arabi

pubblicato per opera e studio di_ _Alfonso Airoldi_ _Arcivescovo di

Eraclea, Giudice dell'Apostolica Legazia e della R. Monarchia del

Regno di Sicilia_. Palermo, nella R. Stamperia 1789-92. In 4.,

voll. III in parti 6.

Tychsen accoglie nel suo _Elementare arabicum_, come saggio di dialetto

volgare mauro-siculo, l'apocrifa prefazione; Wahl ne prende ragione

d'una storia e statistica degli Arabi in Sicilia; il Vescovo irlandese

Woodward lo riassume in inglese, Sachard in francese. Canciani a

Venezia, Carli a Milano riportano brani del _Codice_ come reliquie

preziose del medio evo; Rossi se ne serve a documento del suo diritto

pubblico della Sicilia, Napoli Signorelli per fissare il grado di

cultura siciliana ai tempi arabi. In Sicilia l'ab. Ferrara ne cava

notizie di eruzioni etnee... non mai esistite, ed il sac. D'Angelo ne fa

un estratto per un seminario di Messina. Ce n'è d'avanzo per cominciarne

una traduzione latina; ma questa, col titolo di _Codex diplomaticus

Siciliae_, arena al solo primo tomo.

L'Airoldi, soddisfatto di sè e del suo arabista, si riposa sui

travagliati allori; e non si accorge di essere stato grossolanamente

_turlupinato_!

Frattanto nessun premio giunge da Napoli al traduttore: non l'ambita

abbazia, non la cantoria della Cappella Palatina, non la più volte

implorata raccomandazione del Re al Gran Maestro dell'Ordine

gerosolimitano per una Commenda di quell'ordine lungamente richiesta e

sollecitata. Bisogna pur dire che gli uomini sono ingrati verso l'autore

di un'opera così insigne!

Allora, vedendo fallire ogni vecchia e nuova speranza, egli volge la

versatile mente al disegno d'un edificio, che tutta chiamerà a favor suo

la Reggia di Napoli. Non ha egli felicemente compiuto un _Consiglio di

Sicilia_ per l'epoca araba, gloria dell'Airoldi e sua? Ora egli condurrà

innanzi, a sua gloria esclusiva, un _Consiglio di Egitto_ per l'epoca

normanna. La materia è stata trovata: il mitico Ambasciatore del Marocco

fornisce codici e documenti quanti ce ne vogliono. La forma è la solita

epistolare, simile a quella del codice martiniano. L'argomento di vera,

irrefutabile attualità: le prerogative e i diritti della Corona di

Sicilia, tanto discussi nelle Corti di Napoli e di Palermo e nelle case

signorili, e sostenuti a tutta oltranza nelle conversazioni del Circolo

Airoldi.

Il nuovo codice, che dicesi arabo, è invece maltese; e mentre si spaccia

copiato sull'originale di Fez, viene invece dall'attiva fabbrica del

Vella. Nel _Consiglio di Egitto_ sono largamente attribuite immense

prerogative alla Corona nei tempi arabi; ed il traduttore nella sua

dedicatoria al Re osserva che «i supremi diritti della regalia, non

altrove quanto in questo codice ampiamente rilucono. Nè v'è dubbiezza

storica che egli con le sue lettere ed in brevi parole non decida e

richiari.» Nulla vi manca per solleticare la vanità di un sovrano e

l'avidità di Ferdinando di Borbone; e quando l'audace imbroglione parte

per Napoli ad umiliarlo ai piedi del trono, orientalmente prosternandosi

con la fronte per terra ed offerendo a S. M. Siciliana un anello con

lettere cufiche, che egli dice del Conte Ruggieri[360], Ferdinando gli

concede tutto quanto all'emulo del Casanova e di Cagliostro piace.

[360] Ben diversamente racconta questo e l'altro aneddoto di Cefalù,

_Hager_, _Nachrichten_, pp. 30-31.

La pubblicazione del primo volume del _Consiglio_ rivela che dieci anni

di falsità e d'inganni non sono andati perduti: egli è già Abate di S.

Pancrazio[361].

[361] _Libro del Consiglio di Egitto tradotto da_ _Giuseppe Vella_.

_Cappellano del Sacro Ordine gerosolimitano, Abate di S.

Pancrazio_. Palermo, dalla R. Stamperia, 1793, T. I. in folio.

Il Gregorio, fattosi già molto innanzi negli studî arabici, mostrava con

l'ampia collezione _Rerum arabicarum_ quanto valesse. Eppure alla sua

solida scienza pochi prestavano omaggio, infanatichiti di quella

bugiarda dell'Abate. Per poco che nel pomeriggio si andasse pel Cassaro,

e si uscisse fuori Città, lo s'incontrava, il fortunato ciurmadore,

nella sua nuova carrozza acquistata coi lauti beneficî reali, ricrearsi

alla Marina ed alla Villa Giulia; e chi avea entratura nei palazzi

magnatizî, lo vedea sedere a pranzi luculliani: molla dai nobili creduta

potente per salvarsi da possibili deplorevoli conseguenze della

pubblicazione del _Consiglio di Egitto_, demolitore dei diritti feudali

a beneficio della regalità. E qua e là lo sentivano a vantarsi di una

lettera del Pontefice, che gli raccomandava di aver cura della sua vista

tanto compromessa dalle gravi fatiche sostenute.

Ma vengono presto i giorni neri!

Già il Conte di Stolberg al suo primo giungere a Palermo s'era stupito

al racconto di tanta audacia; ma nello stupore avea confessato che solo

un uomo di altissimo ingegno avrebbe potuto esser capace di tanto[362].

Ed avea ragione!

[362] _Reise_ cit., III, pp. 322-23.

Richiamato dalla Corte a Palermo, dove per semplice diporto era stato

nella scorsa primavera, il prof. Giuseppe Hager ritornava nella Capitale

il 21 dicembre 1794. A spese del Re il bravo sinologo riceveva

particolare incarico di studiare la questione dei due codici e di darne

parere. Vella, che avea bravato per tanti anni gli avversarî, perdeva il

coraggio e chiudevasi come smarrito in casa.

Hager chiede documenti all'uopo della sua missione: codici, stampe,

manoscritti; ma Vella fa orecchie da mercante: e, datosi per infermo,

crede giustificare il suo silenzio. Stretto dalle domande insistenti del

perito, simula (8-9 genn. 1795) un furto di carte donde la sua rovina.

Finge di ammalare dalla paura, di sputar sangue per tre giorni; prende

il Viatico e si raccomanda per morto a Dio.

La misura è colma!

Il Vicerè caramanico è morto; succede Lopez Presidente del Regno: il

teatro politico e morale si è improvvisamente mutato. Il Presidente

Grassellini con un colpo di mano fa nottetempo assalire la casa del

Vella, sequestrare le carte di lui, assicurare alla Giustizia la sua

persona, a vista di due guardie. E qui si viene a sapere, un frate

francescano maltese aver copiato mercè il compenso di 16 onze (L. 204)

(e la copia, incredibile la grossolanità della impostura! in carta

Fabiani di Genova) il presunto Codice del _Consiglio di Egitto_; avere

il Vella da alcuni giorni bruciate carte e carte; una cassa piena averne

messa al sicuro nell'abitazione di sua sorella, moglie di un certo

Cutrera: simulazioni tutte il furto, la malattia, i gravi pericoli

corsi; pretesto il Viatico.

Per un momento il turbine così foscamente addensatosi sul suo capo si

arresta: e secondo alcuni minaccia, secondo altri promette di

dileguarsi; giacchè un dispaccio del Segretario di Stato Simonetti

chiama in Napoli il Vella: il che rianima i partigiani di costui. Ma un

nuovo dispaccio di Acton toglie ogni speranza, e rincora gli avversarî.

In una adunanza di cinque letterati, presieduta dal Marchese Dragonetti,

Hager e Vella discutono dei due codici e della traduzione: e, siccome è

partito preso che si debba schiacciare Hager ed esaltare il Vella, si

conchiude luminosamente a favore di costui. Eppure tutti e cinque sono

analfabeti in arabo!

Tornato a Napoli, il dotto orientalista dà il suo parere, che è una

ragionata, incalzante, perentoria conferma della solennissima impostura.

Tutto questo raccontavano alla distanza di 28 anni il Dr. Hager e con

minutezza di particolari Domenico Scinà, testimoni oculari, credibili in

tutte le loro affermazioni[363]. Là dove questi dice che della

traduzione si voleva tentarne una versione tedesca, egli mostra di non

sapere che appunto quella versione fu fatta e che vide in parte la

luce[364]: tanto si era lontani dal sospettare la misura della

straordinaria furfanteria; e quando aggiunge che tutta la Città si

divise in partiti; che «nelle conversazioni ed ovunque si parlava del

Vella e dei codici arabici»; che «in ogni parte si altercava»; che

«anche le signore vi pigliavan parte, e vi aveano tra noi Guelfi e

Ghibellini», afferma cose più che vere.

[363] _Hager_, _Nachrichten_, più oltre citati. -- _Scinà_, _Prospetto

della Storia Letteraria di Sicilia nel secolo XVIII_, t. III, cap.

IV. Palermo, Dato, 1827.

[364] _Geschichte der Araber in Sicilien_ ecc. _Aus dem Italienischen_.

_Von_ _Ph. W. Hausleutner_. Königsberg, 1791-92. Voll. 4 in 8º.

Hager, infatti, raccontava che in Palermo, «per ben sei mesi l'argomento

della conversazione giornaliera erano gl'inganni del Vella. Si sentivano

donne a ragionare di codici normanni, di manoscritti martiniani e di

lettere cufiche come se fossero tante diplomatiche. Quantunque non ne

capissero sillaba, pure volevano parlarne e, quel che è più, darne

giudizio. Presto si formarono due partiti; alcune sostenevano che Vella

fosse innocente e che l'ingannatore fossi io; altri invece difendevano

calorosamente me, ed in segreto mi dichiaravano di credere a tutto ciò

che avevo detto io». E finiva con questa confessione un po' mondana: «Io

mi curavo di tirare dalla mia le più giovani e le più belle, e non mi

preoccupavo del malumore delle altre»[365].

[365] _Hager_, _Gemälde_, p. 198.

Dopo il severo verdetto di Hager, l'Ab. Vella affin di scampare dai

rigori della Corte di Napoli, scriveva lettere giustificative della sua

riprovevole condotta: parte scusando, parte confermando quel che di

colpevole era nell'opera sua. Eppure, anche quelle lettere erano nuove

menzogne e nuovi raggiri. La Corte si disponeva a dare all'Europa

notizia di ciò che avea fatto per l'ingrato argomento; ma l'Airoldi, a

cui, spettatrice l'Europa, veniva a crollare il grande edificio storico,

chiedeva, non persuaso ancora, di appellarsi a giudice più competente di

Hager.

Monsignor Germano Adami, Arcivescovo di Aleppo, greco melchita, col suo

segretario Dakur, arabo autentico, veniva invitato ad un'ultima perizia

in Palermo. A farla breve, il suo giudizio si compendiava nelle seguenti

parole:

«Si rileva evidentemente essere questo codice (di S. Martino)

interpolato e corrotto maliziosamente con linee e punti soprapposti di

mano recente ed estera, specialmente sulla prima pagina, e col cassare

totalmente le chiamate solite delle pagine per renderlo illegibile e

così covrire l'impostura e la finzione della pretesa traduzione. Da

varii periodi o parole sparse in questo codice, che sono sfuggite dalla

maliziosa corruzione, si conosce evidentemente essere questo codice una

collezione di varii autori musulmani contenente la nascita del loro

profeta Maometto!...».

Del _Consiglio di Egitto_ dice: «Essere una traduzione dalla lingua

italiana in una lingua araba corrottissima, ed essere più gli errori

grammaticali che le medesime parole, non essendovi alcuna concordanza di

casi, di generi, di tempi e di persone». La materia tutta di sana pianta

presa, manipolata, accomodata, inventata dall'Autore.

«La tela -- esclama Hager -- cadde e la lunga commedia ebbe fine!»

Sottoposto a processo, il Vella veniva condannato (1 febbr. 1796) a

quindici anni di carcere ed alla confisca dei beni: pena adeguata a

tanta tracotanza. Partigiani e adoratori dell'idolo dai piè di creta

ammutolirono, incerti se egli fosse un reo o una vittima innocente della

umana perfidia. Degli illustri contemporanei trionfava Gregorio Meli,

che avea per tanti anni fatto all'amore con l'Abbazia di S. Pancrazio,

dettava un'ingegnosa lirica ridendo della _minzogna saracina_[366].

L'Ab. Carì scaricava cinque corrosivi sonetti addosso al Vella ed alla

Commissione anarabica giudicatrice di lingua araba. Villabianca,

sdegnatissimo, voleva mandato il Vella alla forca, della quale

apprestava egli medesimo il disegno[367]. Più tardi (1799) Hager

rivelava tutto al mondo intero in una memoria uscita contemporaneamente,

in due lingue[368].

[366] _Meli_, _Poesie_, p. 97.

[367] _Diario_ ined., a. 1795, pp. 164-90. Vedi pure un volume

miscellaneo di mss. e stampe pro e contro Vella, XLVI, F 53 e XLVI,

G 87 della Biblioteca Comunale di Palermo.

[368] _Hager_, _Nachrichten von einer merkwürdigen literarischen

Betrügerei auf einer Reise nach Sicilien im Jahre 1794. Erlangen_,

Palm. 1799. -- _Relation d'une insigne Imposture Littéraire

découverte dans un Voyage fait en Sicile en 1794. Traduit de

l'Allemand_, à Erlang. Palm. 1799.

Un gran bene da tanta bruttura dovea però derivare alla Sicilia. Gli

studî di arabo quasi sconosciuti o molto negletti tra noi, diventavano

un corredo degli studi storici. Senza la cagliostreria del Vella non si

sarebbero avute le ricerche del Gregorio, nè quelle del suo scolaro,

Salv. Morso; e forse di mezzo secolo si sarebbe ritardato per noi la

conoscenza di monumenti, codici, lapidi, monete di quella dominazione

che è tanta parte della storia di Sicilia dovuta all'Amari.

La tradizione della scuola araba tra noi ha ora resa possibile la tarda

ma sicura e definitiva deciferazione del genuino testo del codice

martiniano, reso astruso e presso che indecifrabile dalla manomissione

del famigerato falsario[369]; il quale non aveva vergogna di caricare

sul Monastero di S. Martino trent'onze (L. 382,50) di spesa per la pelle

da battiloro![370].

[369] _B. Lagumina_, _Il falso Codice arabo-siculo_, in _Archivio stor.

sic._, N. S., a. V, fasc. III-IV, pp. 233-314. Pal. 1881.

[370] Sull'argomento vedi pure _V. Di Giovanni_, _Filologia e Letteratura

sic._, p. I, pp. 354-57. Pal. 1871. -- _G. Di Giovanni_, _La vita e

le opere di G. A. De Cosmi_, pp. 195-97. Pal. 1888.

Il Codice arabo di S. Martino è esposto in una delle vetrine del R.

Archivio di Stato; il ms. originale del così detto _Consiglio di

Egitto_, presso l'avv. Pietro Varvaro. Il grande romanzo edito come

versione del _Codice diplomatico_ arabo dal buon Airoldi, consta di

quasi 4000 pagine e se ne ha un esemplare nella Biblioteca

Comunale.

La vita in Palermo cento e più anni fa, Volume 2 · 第 50 / 61 题