Non era ancora scomparso dalla scena del mondo tanto colosso di
giunteria che un altro, meno famoso, faceva la sua apparizione a
Palermo.
Stavolta la leggenda è più ristretta: ed il triste eroe ne è un prete.
Giuseppe Balsamo da Palermo sceglieva a teatro delle sue brutte imprese
l'Europa tutta; Giuseppe Vella da Malta svolgeva l'opra sua di
falsificatore di codici e di creatore di favole nella sola Palermo:
strana coincidenza di malvagità in un medesimo tempo e in un medesimo
paese, tanto più strana in un periodo di non comune risveglio
intellettuale.
Un giorno si vede a passeggiare per la città un sacerdote non prima
conosciuto. Grave l'andare, studiati gli atti, affettata la pronunzia,
bastardamente toscana la parola. Indi a non molto giunge da Napoli,
sospinto da fortuna di venti, un Ambasciatore marocchino (17 dic. 1782).
I due stranieri si avvicinano e s'intendono; e il sac. Giuseppe Vella
(giacchè l'ignoto ecclesiastico si chiamava così) che col suo maltese
riesce ad intendere ed a farsi intendere, si fa interprete di quello; e
per incarico del Vicerè lo accompagna nella visita e nelle conversazioni
per la Città. L'oscuro pretonzolo diventa subito illustre, e lo si
comincia a credere un dotto arabista; ed egli, che neppur sa l'alfabeto
arabo, s'atteggia a genio di quella lingua.
In una barca di corsari arenata nella spiaggia di Cefalù veniva trovato
non so che libro turco. Vella in tutto sussiego lo esamina e lo dichiara
un libro di tesori nascosti nei dintorni di quella città. Il codice
invece parlava di sepolcri dei primi Califfi! Più tardi, all'apice della
sua gloria e della sua lingua, i Canonici della Cappella Palatina lo
pregavano d'un parere sopra un cofano con iscrizioni cufiche; ed il
Vella lo sentenziava già ad uso di viatico, coi primi versi del _Pange
lingua_ in arabo. Ma poichè i Canonici gli facevano osservare il _Pange
lingua_ essere stato composto da S. Tommaso (sec. XIII) egli,
correggendosi, lo affermava già consacrato alle reliquie dei Santi
Apostoli. Il cofano invece era servito ad altri e ben diversi usi.
Mons. Airoldi, Giudice della Monarchia, amantissimo di cose sicule e
delle vicende dei Mussulmani in Sicilia ricercatore premuroso, ma,
perchè ignaro di Arabo, non fortunato, gli faceva allora domandare se si
fosse mai imbattuto in alcun codice che portasse nome a quella
dominazione tra noi: ed il Vella rispondeva uno averne veduto con
l'Ambasciatore nella Biblioteca dei Benedettini di S. Martino, che
narrava appunto della conquista musulmana dell'Isola; difficilissima
però esserne la lettura, non che la intelligenza.
Alla insperata notizia l'Airoldi esulta, e sotto la sua personale
responsabilità, ottiene in prestito dai monaci Benedettini il prezioso
cimelio. Vella, eccitato a lavorarvi sopra, con l'obiettivo d'un largo
premio, che per lui sarebbe l'Abbazia di S. Pancrazio, vi si consacra,
com'egli dice, con ardore; ma in sostanza, con la flemma di chi perfidia
a danno della verità.
E presenta le prime pagine. L'Airoldi va in visibilio; perchè vi trova
nientemeno «un registro di tutte le lettere che dal principio della
invasione araba in Sicilia aveano scritto di mano in mano gli Emiri
prima a' Mulei dell'Africa Aglabiti e poi ai Sultani di Egitto Fatimiti,
colle risposte di costoro. Per lo che queste lettere portavano in sè la
fede della loro autenticità, e dimostrando l'amministrazione, le
imprese, i politici regolamenti degli Arabi, formavano il diritto
pubblico di quei tempi, ed erano secondo l'apparenza il più prezioso
monumento della storia degli Arabi in Sicilia.»
Rozza quale l'uomo che la maneggiava la forma della traduzione: e questo
grandemente concorreva ad accreditare l'autenticità del codice; giacchè
il Vella, privo affatto di coltura, nessun sospettava capace di
sofisticar l'originale, che nella traduzione orribilmente spropositata
offeriva, secondo l'Airoldi, anzi secondo la comune opinione, una
impronta nuova, la quale agli ignari di cose orientali poteva sembrare
propria degli scrittori di quella razza.
L'Airoldi correggeva le sgrammaticature e prendeva per oro di coppella
il contenuto del manoscritto. Aveva sognato una civiltà araba: e già la
trovava nella nuova inattesa scoperta velliana. Le idee, le aspirazioni
su quell'epoca, da lui espresse nei giornalieri conversari coi dotti
frequentatori della sua casa, avevano nei nuovi testi addentellato e
conferma. E non poteva essere diversamente se il Vella, partecipe ai
geniali convegni, conosceva ormai i desiderî del buon Prelato, e creava
a soddisfazione di lui un romanzo tutto immaginario.
E pensare che appunto per questa creazione il Vella veniva chiamato ad
insegnare arabo nell'Accademia (Università) degli studî! e che, non
conoscendone egli, come abbiam detto, neppure l'alfabeto, insegnava ai
giovani i rudimenti della lingua maltese! E non è tutto: raccomandato
dal March. Caracciolo, il neo professore otteneva dal monarca 1000 onze
(L. 12750) per una missione scientifica nel Marocco, per la quale,
accompagnato da tre suoi scolari, potesse raccogliere i materiali per la
storia di Sicilia sotto i Musulmani.
Di tanto in tanto qualche nuvoletta sorgeva ad offuscare il sereno
dell'anima di Mons. Airoldi. Quel nome, quella data, non sarebbero un
errore di lettura? Ma il Vella, invitato a rileggere il testo di quel
nome e di quella data, non avea nulla da rettificare, e sugli ordini
sacri giurava che le cose erano proprio come avea detto lui. Avvalorava
poi la lezione con nuovi codici arabi e con monete e lettere che egli
con sempre nuove menzogne affermava ricevere da Fez, da quel medesimo
Ambasciatore Marocchino Mohammed Ben Osman che egli avea accompagnato
per Palermo, e che per lui era il provvido fornitore di carte e di
documenti, il consigliere, l'amico, il fratello.
La traduzione, plaudenti i dotti che ne sentivano a parlare e gongolante
di gioa l'Airoldi, procedeva a vele gonfie.
Ma ecco, quando nessuno se lo aspetta, un uomo di forte ingegno e di
larga cultura levarsi a turbare tanta armonia di cuori e di voci.
Rosario Gregorio sospetta la falsità del codice e la impostura del
Vella: e con documenti e ragioni irrefragabili dimostra quanto dal vero
siasi discostato il sedicente traduttore inventando date, fatti, luoghi,
persone. L'Airoldi, che nel lavoro del Vella vede assicurato il suo
monumento storico, ne rimane contrariato; sconcertato, ma non confuso nè
vinto, il Vella. Il quale a nuovo suo titolo di gloria si affretta a
metter fuori la sorprendente notizia della scoperta dei libri smarriti
di Tito Livio, in uno di questi codici: scoperta che sa circondare di
tanto mistero, da lasciare inquieti i letterati.
Allora l'Airoldi annunzia la stampa del primo foglio della traduzione:
col quale si propone di render giudici del lavoro del Vella gli
orientalisti oltramontani. Vella si vede perduto, e ricorre ad uno
stratagemma tutto cagliostriano: mette le mani sul codice di S. Martino
e lo interpola, lo altera, lo corrompe in guisa da non potersene più
cavare costrutto di sorta. Il maggiore strazio è nelle prime pagine; e
perchè non si possa scoprir la differenza dell'inchiostro recente della
manomissione sull'inchiostro antico del testo originale, e le difficoltà
portino la impossibilità di lettura, attacca sulle singole pagine una
sottile pelle di battiloro. Così si tiene al sicuro. S'incide la prima
facciata, che è una vera lettera del diavolo di Girgenti. I dotti
convengono che testo e traduzione son barbari; e mentre alcuni ne
mettono in dubbio l'autenticità, altri, e sono i più, dai difetti
traggono fondamento alla sincerità del codice e del traduttore. Tychsen
è di questi, e contro tutti sorge paladino del Vella. Sono col Gregorio,
Simone Assemani, De Guignes, Barthélemy, Adler. All'Airoldi, manco a
dirlo, va molto a sangue la opinione del Tychsen, che leva a cielo la
perizia linguistica del Vella, battezzata per «incomparabile e quasi
divina» (1787). Sotto il pseudonimo di de Veillant, nel quale sembra
nascosto il Gregorio, esce in cattivo francese un'arditissima carica
contro il saggio venuto in luce; tutti o quasi son contro il critico, e
l'ambiente è saturo dello spirito arabico velliano. De Veillant è
ritenuto un invidioso ignorante, e tra una velenosa risposta dello
storico Di Blasi inneggiante al Vella, due lettere laudative del Tychsen
al Torremuzza ed al Vella medesimo, pubblicate in Palermo (1788) e le
deboli ma giudiziose controrisposte, le cose vanno tant'altre, che,
prevalendo il giudizio dell'autorevole professore di Rostock, la
impostura trionfa con la pubblicazione del primo volume del Codice
diplomatico arabo di S. Martino delle Scale, e poi, mano mano di altri
cinque, coi quali l'opera attinge alla sua fine[359]. Il Iº vol. porta
una dedica a Ferdinando: il IIº, una a Maria Carolina; e in tutti e sei
il verso di Lucrezio:
E tenebris tantis tam clarum extollere lumen.
[359] _Codice diplomatico di Sicilia sotto il governo degli Arabi
pubblicato per opera e studio di_ _Alfonso Airoldi_ _Arcivescovo di
Eraclea, Giudice dell'Apostolica Legazia e della R. Monarchia del
Regno di Sicilia_. Palermo, nella R. Stamperia 1789-92. In 4.,
voll. III in parti 6.
Tychsen accoglie nel suo _Elementare arabicum_, come saggio di dialetto
volgare mauro-siculo, l'apocrifa prefazione; Wahl ne prende ragione
d'una storia e statistica degli Arabi in Sicilia; il Vescovo irlandese
Woodward lo riassume in inglese, Sachard in francese. Canciani a
Venezia, Carli a Milano riportano brani del _Codice_ come reliquie
preziose del medio evo; Rossi se ne serve a documento del suo diritto
pubblico della Sicilia, Napoli Signorelli per fissare il grado di
cultura siciliana ai tempi arabi. In Sicilia l'ab. Ferrara ne cava
notizie di eruzioni etnee... non mai esistite, ed il sac. D'Angelo ne fa
un estratto per un seminario di Messina. Ce n'è d'avanzo per cominciarne
una traduzione latina; ma questa, col titolo di _Codex diplomaticus
Siciliae_, arena al solo primo tomo.
L'Airoldi, soddisfatto di sè e del suo arabista, si riposa sui
travagliati allori; e non si accorge di essere stato grossolanamente
_turlupinato_!
Frattanto nessun premio giunge da Napoli al traduttore: non l'ambita
abbazia, non la cantoria della Cappella Palatina, non la più volte
implorata raccomandazione del Re al Gran Maestro dell'Ordine
gerosolimitano per una Commenda di quell'ordine lungamente richiesta e
sollecitata. Bisogna pur dire che gli uomini sono ingrati verso l'autore
di un'opera così insigne!
Allora, vedendo fallire ogni vecchia e nuova speranza, egli volge la
versatile mente al disegno d'un edificio, che tutta chiamerà a favor suo
la Reggia di Napoli. Non ha egli felicemente compiuto un _Consiglio di
Sicilia_ per l'epoca araba, gloria dell'Airoldi e sua? Ora egli condurrà
innanzi, a sua gloria esclusiva, un _Consiglio di Egitto_ per l'epoca
normanna. La materia è stata trovata: il mitico Ambasciatore del Marocco
fornisce codici e documenti quanti ce ne vogliono. La forma è la solita
epistolare, simile a quella del codice martiniano. L'argomento di vera,
irrefutabile attualità: le prerogative e i diritti della Corona di
Sicilia, tanto discussi nelle Corti di Napoli e di Palermo e nelle case
signorili, e sostenuti a tutta oltranza nelle conversazioni del Circolo
Airoldi.
Il nuovo codice, che dicesi arabo, è invece maltese; e mentre si spaccia
copiato sull'originale di Fez, viene invece dall'attiva fabbrica del
Vella. Nel _Consiglio di Egitto_ sono largamente attribuite immense
prerogative alla Corona nei tempi arabi; ed il traduttore nella sua
dedicatoria al Re osserva che «i supremi diritti della regalia, non
altrove quanto in questo codice ampiamente rilucono. Nè v'è dubbiezza
storica che egli con le sue lettere ed in brevi parole non decida e
richiari.» Nulla vi manca per solleticare la vanità di un sovrano e
l'avidità di Ferdinando di Borbone; e quando l'audace imbroglione parte
per Napoli ad umiliarlo ai piedi del trono, orientalmente prosternandosi
con la fronte per terra ed offerendo a S. M. Siciliana un anello con
lettere cufiche, che egli dice del Conte Ruggieri[360], Ferdinando gli
concede tutto quanto all'emulo del Casanova e di Cagliostro piace.
[360] Ben diversamente racconta questo e l'altro aneddoto di Cefalù,
_Hager_, _Nachrichten_, pp. 30-31.
La pubblicazione del primo volume del _Consiglio_ rivela che dieci anni
di falsità e d'inganni non sono andati perduti: egli è già Abate di S.
Pancrazio[361].
[361] _Libro del Consiglio di Egitto tradotto da_ _Giuseppe Vella_.
_Cappellano del Sacro Ordine gerosolimitano, Abate di S.
Pancrazio_. Palermo, dalla R. Stamperia, 1793, T. I. in folio.
Il Gregorio, fattosi già molto innanzi negli studî arabici, mostrava con
l'ampia collezione _Rerum arabicarum_ quanto valesse. Eppure alla sua
solida scienza pochi prestavano omaggio, infanatichiti di quella
bugiarda dell'Abate. Per poco che nel pomeriggio si andasse pel Cassaro,
e si uscisse fuori Città, lo s'incontrava, il fortunato ciurmadore,
nella sua nuova carrozza acquistata coi lauti beneficî reali, ricrearsi
alla Marina ed alla Villa Giulia; e chi avea entratura nei palazzi
magnatizî, lo vedea sedere a pranzi luculliani: molla dai nobili creduta
potente per salvarsi da possibili deplorevoli conseguenze della
pubblicazione del _Consiglio di Egitto_, demolitore dei diritti feudali
a beneficio della regalità. E qua e là lo sentivano a vantarsi di una
lettera del Pontefice, che gli raccomandava di aver cura della sua vista
tanto compromessa dalle gravi fatiche sostenute.
Ma vengono presto i giorni neri!
Già il Conte di Stolberg al suo primo giungere a Palermo s'era stupito
al racconto di tanta audacia; ma nello stupore avea confessato che solo
un uomo di altissimo ingegno avrebbe potuto esser capace di tanto[362].
Ed avea ragione!
[362] _Reise_ cit., III, pp. 322-23.
Richiamato dalla Corte a Palermo, dove per semplice diporto era stato
nella scorsa primavera, il prof. Giuseppe Hager ritornava nella Capitale
il 21 dicembre 1794. A spese del Re il bravo sinologo riceveva
particolare incarico di studiare la questione dei due codici e di darne
parere. Vella, che avea bravato per tanti anni gli avversarî, perdeva il
coraggio e chiudevasi come smarrito in casa.
Hager chiede documenti all'uopo della sua missione: codici, stampe,
manoscritti; ma Vella fa orecchie da mercante: e, datosi per infermo,
crede giustificare il suo silenzio. Stretto dalle domande insistenti del
perito, simula (8-9 genn. 1795) un furto di carte donde la sua rovina.
Finge di ammalare dalla paura, di sputar sangue per tre giorni; prende
il Viatico e si raccomanda per morto a Dio.
La misura è colma!
Il Vicerè caramanico è morto; succede Lopez Presidente del Regno: il
teatro politico e morale si è improvvisamente mutato. Il Presidente
Grassellini con un colpo di mano fa nottetempo assalire la casa del
Vella, sequestrare le carte di lui, assicurare alla Giustizia la sua
persona, a vista di due guardie. E qui si viene a sapere, un frate
francescano maltese aver copiato mercè il compenso di 16 onze (L. 204)
(e la copia, incredibile la grossolanità della impostura! in carta
Fabiani di Genova) il presunto Codice del _Consiglio di Egitto_; avere
il Vella da alcuni giorni bruciate carte e carte; una cassa piena averne
messa al sicuro nell'abitazione di sua sorella, moglie di un certo
Cutrera: simulazioni tutte il furto, la malattia, i gravi pericoli
corsi; pretesto il Viatico.
Per un momento il turbine così foscamente addensatosi sul suo capo si
arresta: e secondo alcuni minaccia, secondo altri promette di
dileguarsi; giacchè un dispaccio del Segretario di Stato Simonetti
chiama in Napoli il Vella: il che rianima i partigiani di costui. Ma un
nuovo dispaccio di Acton toglie ogni speranza, e rincora gli avversarî.
In una adunanza di cinque letterati, presieduta dal Marchese Dragonetti,
Hager e Vella discutono dei due codici e della traduzione: e, siccome è
partito preso che si debba schiacciare Hager ed esaltare il Vella, si
conchiude luminosamente a favore di costui. Eppure tutti e cinque sono
analfabeti in arabo!
Tornato a Napoli, il dotto orientalista dà il suo parere, che è una
ragionata, incalzante, perentoria conferma della solennissima impostura.
Tutto questo raccontavano alla distanza di 28 anni il Dr. Hager e con
minutezza di particolari Domenico Scinà, testimoni oculari, credibili in
tutte le loro affermazioni[363]. Là dove questi dice che della
traduzione si voleva tentarne una versione tedesca, egli mostra di non
sapere che appunto quella versione fu fatta e che vide in parte la
luce[364]: tanto si era lontani dal sospettare la misura della
straordinaria furfanteria; e quando aggiunge che tutta la Città si
divise in partiti; che «nelle conversazioni ed ovunque si parlava del
Vella e dei codici arabici»; che «in ogni parte si altercava»; che
«anche le signore vi pigliavan parte, e vi aveano tra noi Guelfi e
Ghibellini», afferma cose più che vere.
[363] _Hager_, _Nachrichten_, più oltre citati. -- _Scinà_, _Prospetto
della Storia Letteraria di Sicilia nel secolo XVIII_, t. III, cap.
IV. Palermo, Dato, 1827.
[364] _Geschichte der Araber in Sicilien_ ecc. _Aus dem Italienischen_.
_Von_ _Ph. W. Hausleutner_. Königsberg, 1791-92. Voll. 4 in 8º.
Hager, infatti, raccontava che in Palermo, «per ben sei mesi l'argomento
della conversazione giornaliera erano gl'inganni del Vella. Si sentivano
donne a ragionare di codici normanni, di manoscritti martiniani e di
lettere cufiche come se fossero tante diplomatiche. Quantunque non ne
capissero sillaba, pure volevano parlarne e, quel che è più, darne
giudizio. Presto si formarono due partiti; alcune sostenevano che Vella
fosse innocente e che l'ingannatore fossi io; altri invece difendevano
calorosamente me, ed in segreto mi dichiaravano di credere a tutto ciò
che avevo detto io». E finiva con questa confessione un po' mondana: «Io
mi curavo di tirare dalla mia le più giovani e le più belle, e non mi
preoccupavo del malumore delle altre»[365].
[365] _Hager_, _Gemälde_, p. 198.
Dopo il severo verdetto di Hager, l'Ab. Vella affin di scampare dai
rigori della Corte di Napoli, scriveva lettere giustificative della sua
riprovevole condotta: parte scusando, parte confermando quel che di
colpevole era nell'opera sua. Eppure, anche quelle lettere erano nuove
menzogne e nuovi raggiri. La Corte si disponeva a dare all'Europa
notizia di ciò che avea fatto per l'ingrato argomento; ma l'Airoldi, a
cui, spettatrice l'Europa, veniva a crollare il grande edificio storico,
chiedeva, non persuaso ancora, di appellarsi a giudice più competente di
Hager.
Monsignor Germano Adami, Arcivescovo di Aleppo, greco melchita, col suo
segretario Dakur, arabo autentico, veniva invitato ad un'ultima perizia
in Palermo. A farla breve, il suo giudizio si compendiava nelle seguenti
parole:
«Si rileva evidentemente essere questo codice (di S. Martino)
interpolato e corrotto maliziosamente con linee e punti soprapposti di
mano recente ed estera, specialmente sulla prima pagina, e col cassare
totalmente le chiamate solite delle pagine per renderlo illegibile e
così covrire l'impostura e la finzione della pretesa traduzione. Da
varii periodi o parole sparse in questo codice, che sono sfuggite dalla
maliziosa corruzione, si conosce evidentemente essere questo codice una
collezione di varii autori musulmani contenente la nascita del loro
profeta Maometto!...».
Del _Consiglio di Egitto_ dice: «Essere una traduzione dalla lingua
italiana in una lingua araba corrottissima, ed essere più gli errori
grammaticali che le medesime parole, non essendovi alcuna concordanza di
casi, di generi, di tempi e di persone». La materia tutta di sana pianta
presa, manipolata, accomodata, inventata dall'Autore.
«La tela -- esclama Hager -- cadde e la lunga commedia ebbe fine!»
Sottoposto a processo, il Vella veniva condannato (1 febbr. 1796) a
quindici anni di carcere ed alla confisca dei beni: pena adeguata a
tanta tracotanza. Partigiani e adoratori dell'idolo dai piè di creta
ammutolirono, incerti se egli fosse un reo o una vittima innocente della
umana perfidia. Degli illustri contemporanei trionfava Gregorio Meli,
che avea per tanti anni fatto all'amore con l'Abbazia di S. Pancrazio,
dettava un'ingegnosa lirica ridendo della _minzogna saracina_[366].
L'Ab. Carì scaricava cinque corrosivi sonetti addosso al Vella ed alla
Commissione anarabica giudicatrice di lingua araba. Villabianca,
sdegnatissimo, voleva mandato il Vella alla forca, della quale
apprestava egli medesimo il disegno[367]. Più tardi (1799) Hager
rivelava tutto al mondo intero in una memoria uscita contemporaneamente,
in due lingue[368].
[366] _Meli_, _Poesie_, p. 97.
[367] _Diario_ ined., a. 1795, pp. 164-90. Vedi pure un volume
miscellaneo di mss. e stampe pro e contro Vella, XLVI, F 53 e XLVI,
G 87 della Biblioteca Comunale di Palermo.
[368] _Hager_, _Nachrichten von einer merkwürdigen literarischen
Betrügerei auf einer Reise nach Sicilien im Jahre 1794. Erlangen_,
Palm. 1799. -- _Relation d'une insigne Imposture Littéraire
découverte dans un Voyage fait en Sicile en 1794. Traduit de
l'Allemand_, à Erlang. Palm. 1799.
Un gran bene da tanta bruttura dovea però derivare alla Sicilia. Gli
studî di arabo quasi sconosciuti o molto negletti tra noi, diventavano
un corredo degli studi storici. Senza la cagliostreria del Vella non si
sarebbero avute le ricerche del Gregorio, nè quelle del suo scolaro,
Salv. Morso; e forse di mezzo secolo si sarebbe ritardato per noi la
conoscenza di monumenti, codici, lapidi, monete di quella dominazione
che è tanta parte della storia di Sicilia dovuta all'Amari.
La tradizione della scuola araba tra noi ha ora resa possibile la tarda
ma sicura e definitiva deciferazione del genuino testo del codice
martiniano, reso astruso e presso che indecifrabile dalla manomissione
del famigerato falsario[369]; il quale non aveva vergogna di caricare
sul Monastero di S. Martino trent'onze (L. 382,50) di spesa per la pelle
da battiloro![370].
[369] _B. Lagumina_, _Il falso Codice arabo-siculo_, in _Archivio stor.
sic._, N. S., a. V, fasc. III-IV, pp. 233-314. Pal. 1881.
[370] Sull'argomento vedi pure _V. Di Giovanni_, _Filologia e Letteratura
sic._, p. I, pp. 354-57. Pal. 1871. -- _G. Di Giovanni_, _La vita e
le opere di G. A. De Cosmi_, pp. 195-97. Pal. 1888.
Il Codice arabo di S. Martino è esposto in una delle vetrine del R.
Archivio di Stato; il ms. originale del così detto _Consiglio di
Egitto_, presso l'avv. Pietro Varvaro. Il grande romanzo edito come
versione del _Codice diplomatico_ arabo dal buon Airoldi, consta di
quasi 4000 pagine e se ne ha un esemplare nella Biblioteca
Comunale.