CAP. XVIII.

IL BOIA E LE ESECUZIONI DI GIUSTIZIA. GRAZIA DI VITA. DOLOROSA

STATISTICA DI GIUSTIZIATI.

Il boia era, come il porta-lanterna, l'essere più abbietto della

Giustizia.

Vestiva sempre casacca, calzoni, berretto e calze di panno, metà rosso,

metà giallo, sì che da un lato aveva il colore del sangue e dall'altro

quello della morte: livrea ufficiale, non creata ma riprodotta sulle

fogge italiane del sec. XIV. Egli non poteva mai smetterla; ed al

bisogno la copriva con un cappotto d'albagio nero, dietro il quale era

disegnata una forca[320].

[320] Questa divisa fu ordinata dal Presidente Airoldi, nel 1773, per

distinguere il carnefice da qualunque altra persona di giustizia.

La provenienza del boia era degna del suo mestiere. Egli era stato un

condannato a morte o alle catene perpetue; ma avea ricevuta la grazia

della vita a condizione che la togliesse agli altri con tutte le forme

legali della giustizia: orribile baratto, che fa tremare di ribrezzo!

Un giorno uno dei due boia (giacchè non ne occorrevano meno)[321],

nell'apparecchiare a S.a Teresa le forche pei compagni di F. P. Di

Blasi, va giù per terra e si rompe le noce del piede. Rimasto inabile a

giustiziare, si pensa ad un altro, anche interino. Si crederebbe? tra

condannati e liberi, ben venti si offrirono all'infame ufficio, nuovo

genere di caccia all'impiego, che dava appena venticinque grani il

giorno (cent. 53) contro i trentacinque che ne avea il boia maggiore. Se

non che, questo avea dei _procacci_, gl'incerti del mestiere, che po'

poi eran certi, in quanto di giustiziandi non era mai penuria, e le

fruste coi relativi emolumenti erano frequentissime. La pubblica voce

poi gli attribuiva altri guadagni, provenienti dai risparmî sulle mule

che trascinavano il carro dei rei; mule stecchite, bolse, veri

ronzinanti, pagati a poche grana (centesimi) dal carnefice, ad onze

dalla Giustizia[322].

[321] Opera pietosa nella sua ferocia era quella del boia maggiore, che

dopo aver passato il laccio al collo del reo, si precipitava

istantaneamente sopra costui, per abbreviarne gli spasimi ed

affrettarne la morte. Di che pare si compiacesse il Villabianca, il

quale sapeva che in Inghilterra i giustiziandi appena afforcati, si

abbandonavano penduli nello spazio a strangolarsi da loro. _Diario_

inedito, a. 1793, 12 ott., p. 251.

[322] _Villabianca_, _Diario_ ined., 24 sett. 1794, p. 613.

Il boia stava pronto a tutte le chiamate. _Nun manca pri lu boja_,

diceva il proverbio; e chi passava dalla Vicaria vedevalo sempre seduto

sopra una pancaccia, quando dentro, quando fuori del portone. Se gli

occorreva di andare in un sito, di toccare qualche cosa, non poteva

farlo altrimenti che con una verga, non dovendo egli posare le mani

nefande su nulla. Era sempre accompagnato.

Varie e diverse le pene, varie e diverse le funzioni del boia. Come in

segno del mero e misto impero e della giurisdizione feudale all'ingresso

delle terre dei baroni fuori Palermo eran piantate in permanenza le

forche, così alle Quattro Cantoniere era un cavalletto pei ladruncoli ed

altri delinquenti del giorno. Legato mano e piedi su quello, a carni

nude, il reo riceveva sulle parti posteriori del corpo le nerbate

ordinate dal Giudice, e veniva, senza più, condotto al carcere o alla

galera; se ragazzo, era trattato con sonore sferzate.

Non men grave la berlina, che variava in ragione dei delitti, delle

giurisdizioni e del capriccio del giudice. Ordinariamente però il boia

conduceva a mano la mula e di tanto in tanto chiamava il pubblico con

isquilli stridenti di tromba. I birri gli davano braccio forte, e dove

un tempo, per la divisa comune, si confondevano con gli artigiani, dal

1774 destavano un senso di timore con quel giamberghino rosso, e quella

loro giamberga turchina, sul cui petto splendeva minacciosa l'aquila

inargentata. Un _lordone_, ossia uno della nazione lombarda, di S.

Orsola, veniva condotto in giro sopra un asino per mercimonio di moneta

spicciola, e portava legato al collo un sacco di cosiffatta moneta

(1773). Ma egli era più fortunato di quel _cancello_ (vetturale), a cui

per essere andato a cavallo in città veniva inflitta la pena della

vendita del mulo che gli dava da mangiare!

Per ragioni di furti soggetti alla giurisdizione pretoriana alcuni

giovani, d'ordine del Pretore, eran messi (1774) sopra altre bestie di

vetturali e portati alla berlina pel Cassaro fino alla Vicaria. Malgrado

che ai lati camminassero i soldati di Marina, il boia non mancava; e

perchè non faceva sentire abbastanza il suono della sua tromba,

redarguito vi metteva maggior forza. Una canzone relativa allo

spettacolo ha questa strofe:

E ddu scintinu boja

La mula chi arrinava:

La trummetta sunava,

E spiavanu chi fu.

Per furti soggetti alla giurisdizione ordinaria il delinquente andava

soggetto ad un segno di conoscimento ed anche d'infamia sopra una

spalla, segno che era la lettera _F._ colla data del delitto. Così era

facile leggerglisi, p. es.: _F._ 93 (Furto, 1793). Gli studiosi di

criminologia moderna gradiranno sapere che queste marche eran tatuaggi,

segni fatti a punta d'ago sulla viva carne[323].

[323] _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XX, p. 167; v. XXI, pp.

114, 140, 214.

Un facchino di piazza coperto d'uno straccio simboleggiante la toga

senatoriale, camuffato da Senatore per le grasce, camminava per Ballarò.

Lazzari e monelli in frotta, gridando e sghignazzando, lo seguivano,

pronti a svignarsela non sì tosto comparissero i soldati di Marina. Al

giunger di questi, si chiama il _massaro_ dell'Ospedale dei matti, e gli

si affida con le catene ai piedi il malcreato, il quale stavolta senza

boia, da Ballarò, pel Cassaro, Porta Felice, la Marina, viene condotto

in carcere a S. Giovanni dei Leprosi, manicomio e spedale delle malattie

di pelle.

Analogo a questo, altro delitto, che prende forma di profanazione o di

sacrilegio; e analoga alla pena del facchino è quella toccata al sartore

e sagrestano Ignazio Gulotta, reo d'essersi finto sacerdote celebrando

non so quante messe e confessando.

Vestito da pazzo con robone di tela bianca, cingolo di corda e collare

di cartapesta, in piedi, viene appoggiato ad una tavola, sopra un alto

sgabello dietro la fontana raffigurante l'Inverno alle Quattro

Cantoniere. Lo scartafaccio che tiene in petto pubblica il suo delitto,

e la condanna inflittagli dal tribunale per la R. Gran Corte criminale,

cioè la relegazione alla Pantelleria per sette anni di penitenza. I boia

colle loro divise gli stanno ai fianchi, toccando ogni quarto d'ora la

tromba, finchè, durato per tre ore in tale vergogna, viene ricondotto

alle regie carceri... Il concorso del popolo è così straordinario che la

folla ferma il passo.

Ciò accadeva il 22 luglio 1784.

Le berline si moltiplicavano all'infinito e con forme che tutti

conoscevano ed alle quali tutti erano abituati.

Proprio due mesi dopo di questa, altra se ne vedeva nel piano del Monte

di Pietà. Il cappellaio Stefano La Manna, vecchio portiere di quello, ne

avea fatte tante che la misura era colma. Ultima, avea preso dal Tesoro

certi oggetti pegnorati, e come nuovi era andato a pegnorarli per suoi.

Una però le paga tutte: e, catturato, veniva esposto alla berlina sopra

uno steccato innanzi al palazzo del Monte. Ma avesse, o affettasse

indifferenza, egli se la rideva non già sotto i baffi, perchè baffi

allora non se ne portava, ma sotto il naso; e quando i due boia, uno di

destra e l'altro di sinistra, toccavano a sua marcia vergogna la tromba,

egli se la sbirbava chiedendo e sorbendo rinfreschi[324].

[324] _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XXVIII, pp. 300-301; Diario

ined., a. 1798, p. 537.

Altro degli uffici sinistri del carnefice, e questo il più esilarante

pel popolo grosso, il bruciamento d'un libro, d'un oggetto, sentenziato

contrario alla religione, alla morale, ai ministri, al re. Il più

celebre di questi spettacoli fu insieme il più vandalico: lo incendio

dei registri dell'Inquisizione, durato tre giorni, nel Piano della

Marina per ordine del Caracciolo, gongolante della abolizione.

Ma a quando a quando scenette consimili nel mezzo della Piazza Vigliena,

sopra un fonte, o una impalcatura, o sul nudo basolato offrivano

divertimento ai monelli con piccole ma vivide fiammate di opere

proibite, di ventagli con figure oscene, di legni medicinali sia

avariati, sia ritenuti dannosi alla salute.

Poco dopo dei registri del S. Uffizio, sotto il medesimo Caracciolo,

seguì l'arsione (1783) di due trattati del celebre giureconsulto

messinese Pietro De Gregorio, solo per certi paragrafi contro la regalia

ed a favore della potestà baronale in Sicilia[325]. Condanne come queste

partivano sempre dal palazzo vicereale, dove, compiacenti custodi dei

regi diritti, i Vicerè asserviti alla Corte di Napoli tonavano contro i

diritti del baronaggio, dagli autori siciliani sostenuti e in certi casi

interpretati superiori ai regî.

[325] _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XXVIII, pp. 59-61. Questi

trattati furono: _De judiciis causarum feudalium_ (Panormi, 1596),

e _De Concessione feudi_ (1578). La medesima sorte aveano

incontrato nel 1766 le _Aureae Decisiones R. Curiae Regni Siciliae_

di Fr. Milanese da Catania (Venetiis, 1595).

Non meno ridicolo quello d'un opuscolo del canonico catanese Malerba

contro i ministri del Governo, venditori di giustizia, e contro i loro

assecli, bollati come solenni truffatori; ma più ridicola ancora la pena

a lui inflitta, nelle carceri dell'Arcivescovo (5 nov. 1791), quella dei

ceppi; laonde il March. Villabianca esclamava indignato: «Questi

ministri non si vergognano di esser disonesti, e somigliano a quelle

donnacce che si danno, e poi si ribellano quando per poco si dica loro

baldracche!»[326].

[326] _Diario_ ined., 5 nov. 1791, pp. 184-85.

Sullo spirare del secolo, l'a. 1798, una cassa di libri giunti da

Venezia con carte giacobinesche, dopo maturo esame del P. Sterzinger

incontravano la solita sorte[327]; ed il 6 aprile 1799, una scena di

codesto genere assumeva tutta la pompa del soppresso S. Uffizio. C'era

presente P. D'Angelo, il quale, tornando a casa, prendeva quest'appunto:

«Si son portati molti libri venuti di fuori Regno, e per ordine del

Governo, impediti ad entrare in dogana, son portati alla Piazza

Vigliena, ed ivi si son dati alla fiamme a suon di tromba del boia; dopo

di che il sac. Arcieri (prete rimasto proverbiale) fece in quel luogo un

sermone in cui dimostrò la vanità e la pazzia del secolo creduto

illuminato»[328].

[327] _D'Angelo_, _Giornale_ ined., pp. 197-98.

[328] _Giornale_ ined., p. 456. Questo P. Arceri passò in proverbio, come

può vedersi nei nostri _Modi_, n. 63.

Trattamento non meno indegno, a ricordo dei nostri vecchi curiali, fu

fatto al _Codice di Napoleone_, del quale Pietro Colletta ebbe ad

attestare che «per comodo del Re, fu nella piazza di Palermo [proprio ai

Quattro Cantoni] qual sacrilego libro dalla mano del boja lacerato e

bruciato»[329].

[329] _Storia del Reame di Napoli_, l. IX, cap. 13. -- F. G. _La Mantia_,

_Sui libri legali bruciati in Palermo_, in _Archivio storico

siciliano_, N. S., a. XII, pp. 458-464. Pal. 1888.

Esecuzioni di giustizia contristavano con frequenza incredibile l'animo

dei buoni. Il S. Uffizio diede pure il suo contingente allo spettacolo

della morte; ma che cosa fu esso a fronte degli altri tribunali quando

l'ultimo auto-da-fè portava la data del 1724? Abolito che fu, la potestà

regia, ossia il tribunale di giustizia, rimaneva unico e solo esercente

del diritto di opporre la violenza della pena alla violenza del delitto.

Appena fissato il giorno della esecuzione l'Avvocato fiscale (oggi

Procuratore del Re) nella G. C. Criminale, o il Capitan Giustiziere

nella Corte Capitaniale, ne dava partecipazione al nobile Governatore

della Compagnia dei Bianchi e gli rimetteva le chiavi del _dammusu_, ove

stava il condannato. Da quel momento la Compagnia entrava in possesso di

lui, e ne avea per tre giorni il governo materiale e spirituale. Nessuna

giurisdizione alterava od attenuava la sua; ed il Governatore la

esercitava piena, scrupolosa fino nei minimi particolari.

Dall'oscura segreta il reo era dal pietoso Capo di Cappella fatto salire

nell'anti-oratorio, ove con tre altri suoi confrati gli apprestava i

possibili soccorsi del corpo e dello spirito. Per tre giorni i buoni

signori si moltiplicavano per assisterlo a ben morire: e non era in lui

desiderio che essi nei limiti della loro facoltà non si affrettassero a

soddisfare. A tutto provvedeva di suo quel funzionante Capo, e non solo

pel reo, ma anche pei nobili assistenti. I quali, se prima si davano tra

loro poche ore di scambio recandosi per brevi riposi fuori la Vicaria, e

la sera, finiti gli esercizî spirituali, andavano a svestirsi nella loro

Compagnia alla Kalsa, dal 1770, dopo cioè che alcune stanze nuove furono

quivi costruite, essi non si staccavano un minuto dal paziente[330].

[330] _Torremuzza_, _Giornale Istorico_, 13 genn. 1781, p. 200.

La prima sera che questi entrava in cappella, a due ore di notte (due

ore dopo l'Avemmaria) la campana della chiesa degli Agonizzanti dava

tanti rintocchi quanti erano i rei da giustiziare; il suono si ripeteva

anche la vigilia: ed a quei rintocchi, a quell'ora, specie nelle sere

crude d'inverno, ogni persona si faceva il segno della croce, e pensava

chi mai potesse essere il disgraziato e per quale delitto condannato. I

confrati della congregazione con voce lamentevole andavano questuando

per la elemosina delle messe da celebrarsi per l'_arma di stu

puvireddu_.

I tre giorni di preparazione a ben morire sono proverbiali (_Li tri

ghiorna di cappella_, ed anche: _Li tri ghiorna di lu 'mpisu_) e

passavano in continui esercizî di pietà, di preghiera e di religione:

lì, nella cappella del Crocifisso, un sacerdote del sodalizio

amministrava giorno per giorno i sacramenti: ed il Capo di Cappella

scrupolosamente riceveva le confidenze e le dichiarazioni che a sgravio

dell'anima sua il reo gli faceva, e che egli religiosamente notava in un

registro della Compagnia, il quale va appunto sotto il titolo di

_Scarichi di coscienza_. Nessun occhio profano si posa ora su quel

libro, nessuna indiscrezione consente rivelazioni che servano a pascolo

di curiosi. Quei registri sono storia di grandi delinquenti, di omicidi

forse involontarî, forse di imputati di delitti non commessi. Al momento

di presentarsi al tribunale di Dio costoro vollero aprirsi tutti a chi

paternamente, amorosamente li assisteva e li consolava, a chi ne

condivideva gli affanni e ne tergeva le lagrime[331].

[331] Il cav. Eduardo Rivarola di Roccella, Archivario della Nob.

Compagnia dei Bianchi, promette una pubblicazione in proposito.

E che avranno essi voluto tacere quando non avevano più nulla da

sperare, nulla da temere dalla Giustizia umana? Perchè non dire in qual

maniera procedettero le cose, e non rivelare circostanze che forse

servono di lenimento ai lor cuori esulcerati?

Son le 22½ (un'ora e mezzo prima dell'Avemmaria), ed ogni persona non ha

più niente da fare. Il fatale momento è giunto. Un fabbroferraio si

affatica a schiodare i ferri dai piedi dell'_afflitto_, come lo chiamano

i Bianchi; il quale si dispone a lasciare il troppo lugubre albergo, la

Vicaria, dove non ritornerà mai più.

Domani il vecchio «D. Alfonzo Ruiz de Castro, Alcaide, seu Castellano

delle pubbliche carceri del nuovo Edificio di questa Felice e

Fedelissima Città di Palermo, del quale è proprietario il Tribunale

della R. G. C. Criminale», manderà la solita _bolletta_ di discarico

d'un detenuto.

Il vasto Piano della Marina è il posto ordinario, ma non unico, del

truce spettacolo, già teatro di raccapriccianti auto-da-fè e di

brillanti mostre d'armi, della decapitazione di Andrea Chiaramonte sotto

gli occhi di Martino II, e della barbara luminaria dei registri del S.

Uffizio, e alla presenza del gongolante Caracciolo, di corse di tori e

di splendidi tornei, ed ora di marionette, di carrozze, di oziosi d'ogni

genere[332].

[332] Vedi vol. I, cap. II: _Su e giù per Palermo_, p. 18.

Sullo Steri (palazzo del S. Uffizio), sventola la bandiera rossa col

motto: _Discite justitiam, populi_. I prigionieri aggrappati alle

spranghe della Vicaria, gli ammalati della Infermeria specialmente,

fissano atterriti il mare di teste che fluttua irrequieto. Dalle

finestre, dalle terrazze, dai tetti, dai cornicioni si affacciano, si

protendono, penzolano come grappoli di corpi umani migliaia di persone.

I venditori di semi di zucca e di acqua fresca a grande stento si

muovono in mezzo alla calca non cessando dal gridare a squarciagola la

loro merce.

La inferriata del carcere stride sui cardini e si rinchiude subito alle

spalle d'un lugubre corteo. Un improvviso mormorìo generale cresce in

frastuono assordante. Algoziri e ministri di giustizia a cavallo, con

verghe nelle mani, seguono lentamente, misuratamente il regio stendardo

rosso, e precedono la Compagnia dei Bianchi associante il reo, legato

sopra un carro. Granatieri con baionetta in canna, o, secondo i tempi,

alabardieri e soldati a cavallo, formano steccato e controsteccato

impenetrabile alla folla sterminata, che pallida, allibita, ma sempre

curiosa, non rinunzia al vecchio spettacolo. Le forche si levano alte in

ragione della gravità del delitto. _In altioribus furcis_, nelle più

alte forche, secondo la sentenza, vengono appiccati gli _stradarii_, i

grandi assassini. _In altioribus furcis_ venne strangolata il 5

settembre 1789 la più fredda avvelenatrice del secolo, Anna Bonanno,

soprannominata la _Vecchia di l'acitu_, alle Quattro Cantoniere; in

_altioribus furcis_ il parrucchiere Giuseppe Mantelletti, a 19 anni

uccisore d'un sacerdote.

L'afflitto ascende la scala del supplizio, e lontano lontano si odono i

lenti rintocchi cella chiesa degli Agonizzanti, e vicino vicino quelli

della campana maggiore della chiesa di S. Francesco li Chiovara: e

tutti, vicini e lontani, invocano la Madonna della Buona Morte, perchè

voglia concedere _buon passaggio_ all'anima dello sventurato.

Tamburi e trombe rumoreggiano improvvisamente, incessantemente. Un

fremito convulso invade ogni astante: l'umana giustizia è fatta! I

Bianchi ginocchioni pregano pel trapassato; il cappellano ne benedice il

cadavere, che, non più come per lo addietro, rimane fino a tarda sera,

per una giornata, penzoloni, ma vien presto rimosso, e se i delitti non

esigano altro, trasportato entro una cassa alla chiesa dei decollati,

nel vicolo S. Antoninello lo Sicco, sepoltura ordinaria dei rei di

Stato; intanto che la folla superstiziosa si precipita verso la forca,

affamata d'un brincello della sozza fune, già diventava prezioso

amuleto.

Ben altro però ha da fare il carnefice se il giustiziato è stato un

ladrone di campagna.

Per questo malvagio non v'è quartiere d'inverno. L'arbitrio dei giudici

tien luogo di legge, sentenziando caso per caso la esemplarità della

punizione. Questo solo è certo: che per siffatta gente non vi è pietà: e

la sicurezza dello Stato esige le forme anche più disumane di giustizia.

La loro impiccagione ha luogo in varî punti della città, così dentro

come fuori, al Piano del Carmine, a quello del Monte, a Porta di Vicari

(S. Antonino), a quella di Termini (Garibaldi), a quella di S. Giorgio,

fuori Porta Nuova, fuori Porta Montalto: siti di loro nefande geste e

quindi di espiazione. Ma tra tutti hanno triste preferenza le Quattro

Cantoniere.

I diari palermitani hanno pagine orrende di codesti spettacoli: ma chi

scrive quelle pagine rimane impassibile come di cose ordinarie della

vita, delle quali non sia quasi da maravigliare. Già si sa: chi ha

ucciso in campagna, chi ha assassinato in un posto qualunque, deve esser

condotto al supplizio sopra un carro con le mani legate alla coda della

mula. Ma fino alla metà del secolo, peggio: veniva sopra una tavola

trascinato per terra a coda di cavallo. I suoi avanzi rimanevano

pubblico esempio nei luoghi nei quali i suoi misfatti avevano

terrorizzato cittadini e campagniuoli. Mani e testa, mozzate alla vista

del popolo, chiuse entro gabbie di ferro, venivano attaccate -- macabri

trofei -- agli archi, alle porte della città, ad un bastione, ad un

palazzo, alla porta della Vicaria e financo dentro di essa sotto gli

occhi dei carcerati. Il corpo, se così voleva la sentenza, squartato e

distribuito ai varî paesi che ne reclamavano la triste eredità, poichè

ne avean sofferto le geste feroci. I _canceddi_, _bordonari_

(mulattieri), dentro sacchi trasportavano le infami membra, che andavano

a pendere da un albero, da un muro in campagna, a Gibellina, presso il

convento di S. Spirito in Palermo, e quasi sempre nel famoso Sperone

all'Acqua dei Corsari, ove andavano a compiere la tragedia.

Questa contrada prende nome dai ganci d'una forca in muratura quivi

piantata. Il 19 gennaio 1770, venendo per terra da Messina, Brydone, nel

vederla scrivea: «Presso alla città (Palermo) passammo per un sito di

supplizio, nel quale le membra squartate di un gran numero di ladroni

erano appese ad uncini come tanti prosciutti. Ve n'erano di recente

suppliziati e offrivano un aspetto molto ributtante. A Palermo, ci fu

detto che un uomo con tre altri era stato pochi giorni innanzi

catturato, dopo una ostinata resistenza, durante la quale parecchi dei

suoi e della giustizia eran caduti, e che egli piuttosto che arrendersi,

si era piantata la spada nel petto morendo in sull'istante; gli altri,

arresi erano stati impiccati[333]».

[333] _Brydone_, op. cit., lett. XXI.

Una ventina d'anni dopo lo scellerato arnese veniva demolito, ed il

Villabianca scriveva (maggio, 1798): «La forca fatta di fabbrica per

_pianca_ (beccheria) di carne umana è nella via pubblica di mare

conducente a Bagheria. Viene spiantata in questo maggio: alzata nel

1500, mostra di vendetta, di giustizia, terrore dei malviventi del

Regno. Ma poichè le giustizie oggi si eseguono nei luoghi dei delitti,

restando così noto a tutti l'atto capitale che per l'avanti era ignoto a

moltissimi, questo segno mortifero venne tolto. La vista di cosce, di

braccia ecc., pendenti dagli uncini, le ossa ammucchiate nel pozzanghero

di essa _pianca_ recava[no] orrore ai passeggieri, specialmente alla

Nobiltà, che si recava a Bagheria. Di notte la mente funestata da quelle

viste, provava pene indicibili. Fin dal 1604 con lo sperone era una

piramidetta con iscrizione oggi scomparsa»[334].

[334] _Diario_ ined., a. 1788, e disegno dell'una e dell'altra a p. 496.

Il medesimo _Villabianca_, _Palermo d'oggigiorno_, v. II, p. 226,

aggiunge:

Questa forca (lo Sperone) «nel 1788 fu in questo luogo spiantata

per non più recare in appresso il disgusto di vederli appesi a quei

ferri, fatti in pezzi, i cadaveri di quei feroci montanari ch'erano

stati giustiziati come assassini di strada.

Se col secolo volgente alla sua fine lo Sperone veniva demolito, le cose

rimanevano le stesse. Al 5 maggio del 1791 a Porta S. Giorgio eran

rizzate le forche: e due _aridarii in campis_ vi eran trasportati mezzo

ignudi su carri tirati da buoi. Strangolati, ai loro corpi venivano

spiccate mani e teste e appese all'arco della porta, ove rimanevano

ingabbiate fin dopo la rivoluzione del 1848; e le membra squartate, a

Sampolo, ai Colli, a Porta di ferro sotto Bagheria, alle Torri di

Termini, terrore dei passeggieri.

Scene orribili come questa si ripetevano per altri simili delinquenti

anche allo spirare del secolo. I giudici, in ciò inesorabili, facevan

pagare occhio per occhio, dente per dente. Il 27 settembre del 1798

Raffaele Grillo da Racalmuto, legato come di consueto sopra un

carrozzone da buoi, seminudo, veniva senz'altro afforcato; indi

trasportato dai boia alla casa della Vicaria, tagliato in sei pezzi,

fatti appendere qua e là alle cime degli alberi nei passi delle

_portelle_ e nelle gole dei monti[335].

[335] _Villabianca_, _Diario_ ined., 27 sett. 1798, pp. 493-95.

Dai capi attaccati a ragione di esempio prende nome il Ponte delle Teste

sul fiume Oreto, ove, crani spolpati e bianchi, fino a mezzo il secolo

XIX, si vedevan sospesi ad una piramide[336]. E ve n'erano, come abbiam

detto[337], anche al Palazzo pretorio, avanzo di casieri ladri, i quali

pagarono sul patibolo il danaro mal tolto in un tempo, in cui i

fallimenti dolosi non si chiamavano apropriazioni indebite, ed i furti

del pubblico erario venivano puniti non con pochi anni di carcere, a

pasticcini, ma con la condanna nelle galere dello Stato a vogare per

tutta la vita.

[336] Nel marzo del 1778 eran trasportate nella chiesetta della Madonna

del Fiume, ossia delle Grazie, o del Ponte, le teste dei decapitati

del serbatoio della piramide nel Piano di S. Erasmo. _Villabianca_,

_Diario_, in _Bibl._, v. XXVI, p. 285.

[337] Vedi v. I, p. 20.

Nè ancor pago, a perpetua infamia dei rei, o a trofeo della famiglia,

Andreotto Abbate faceva murare sulla facciata della casa sua, che fu poi

di G. C. Imperatore, rimpetto a Porta Felice, due maschere in tufo

calcare dei felloni chiaramontani, non essendosi potuto conservare le

teste di carne e di ossa per lungo tempo quivi esposte. Fasti non

invidiabili, questi, che il Marchese Villabianca nel 1777 consacrava

nella sua palazzina di Piedigrotta col mascherone di Mariano Rubbioni,

capo popolo nella sollevazione di G. D'Alessi, ucciso da un antenato di

esso Villabianca.

La pena di Morte variava nella forma secondo che il delinquente fosse

plebeo, nobile o civile. La forca era per la bassa gente, e perciò

l'odioso motto: _La furca è pi lu poviru_; pel nobile, la decapitazione,

che era molto rara, _more nobilium_; e quando la sentenza voleva essere

più che severa, non potendosi togliere il privilegio della

decapitazione, toglievasi quello dei distintivi. _Decapitetur absque

pompa_, decretava la Gran Corte il 2 settembre del 1771, dopo 82 anni di

una pena simile (1689), nel condannare a morte Francesco Paolo Carnazza

dei baroni Piscopo, da Castrogiovanni, giovane non ancora diciannovenne,

imparentato con molte famiglie patrizie di Palermo; perchè la pompa era

un distintivo al quale non si rinunziava dai parenti. E non era egli un

distintivo quello di mangiare in un servizio d'argento? di dormire sopra

un materassino invece che sulla nuda _jittena_, giacitoio di pietra? di

uscire dal Castello invece che dalla Vicaria? di portare agli occhi la

benda di seta bianca invece che quella di cotone? Il suo costume

peraltro era un distintivo esso stesso: giamberga, calzoni, scarpe nè

più nè meno che usava l'alto ceto: costume lì per lì improvvisato

appositamente da un sarto; la sola differenza, il nero imposto dal caso.

La distinzione si estendeva anche al palco, addobbato con panni neri

trinati d'oro, messo in iscena con vasi d'argento e servitori in livree

di lutto. Essi, non il boia, potevano raccogliere la testa rotolante nel

tinozzo; ma le loro mani dovevano esser coperte di guanti: distinzione

eccezionalmente concessa (1789) al benamato paggio del Vicerè

Caramanico. La quale provocò mormorazioni di coloro che sostenevano non

potersi applicare il taglione a chi pei suoi natali meritava il

capestro; e, data pure la piacenteria dei giudici, non doversi

permettere un paggio inguantato preso alle Quattro Cantoniere, ma il

boia comune con le mani nude e sordide[338].

[338] La condanna e la esecuzione di questo paggio, Em. Caniggia (ottobre

1789), fu un colpo fatale pel Vicerè Principe di Caramanico, che

l'avrebbe voluto assolto dai giudici e, condannato, proposto per la

grazia dai Bianchi. In suffragio del giustiziato fece egli

celebrare funerali _more nobilium_ e 200 messe (11 ott.). Indignato

della condotta dei Bianchi, abolì la secolare loro prerogativa; che

però in forma di proposta fu mantenuta ed accettata dal Governo

fino al 1819.

Ultime distinzioni: la sepoltura _ad libitum_ dei parenti ed i pubblici

funerali.

Gli è vero che tutto questo cerimoniale, diciamolo così, imponeva regali

a destra ed a sinistra ai carcerieri, ai carnefici, ai paggi, in ragione

del grado nobiliare e delle condizioni economiche del condannato: ma la

spesa d'un migliaio di scudi soddisfaceva l'amor proprio della famiglia,

che sapeva non esser andato il suo caro a morte come un volgare

malfattore.

Altra forma di supplizio, la fucilazione; ma non ne troviamo se non un

solo esempio, l'anno 1796, in persona di due militari, e non più. Il

militare, napoletano o straniero, andava accomunato all'ordinario

delinquente nella pena infamante della forca. Una volta un soldato del

Reggimento estero sassone, reo d'omicidio, non si poteva giustiziare

senza il boia pratico; ma questo avea dei conti da fare col Tribunale ed

era sotto processo. E allora lo si prese entro sedia volante e,

accompagnato alla sua volta dai birri, si portò a compiere il suo

ufficio nel piano di S.a Teresa e quindi si riportò in carcere[339].

[339] _Lanza_ e _Branciforti_, _Diario_, a. 1797.

La stranezza delle contraddizioni non potrebbe raggiungere colmo

maggiore.

Ciò avveniva il 5 gennaio 1797: e l'anno, aperto in così triste maniera

nella milizia estera, si chiudeva peggio nella nostrale. Il 14 dicembre

due soldati palermitani del Reggimento reale di Palermo, venivano

impiccati fuori Porta S. Giorgio concedendosi un premio speciale agli

esecutori.

Passiamo ora alla liberazione da morte.

Il privilegio di grazia era dalla nobile Compagnia dei Bianchi

esercitato con alto sentimento di umanità e con piena coscienza d'un

diritto devoluto al Capo supremo dello Stato.

Il Governatore del pio istituto all'appressarsi della Settimana Santa

mandava al Vicerè il nome del condannato da graziarsi. Il Vicerè

approvava, e la grazia era fatta.

Accadeva che i condannati fossero più d'uno e talora tanti che la

Compagnia restava imbarazzata nella scelta. Le preghiere, le suppliche,

gli scongiuri, le alte e le basse influenze si moltiplicarono, si

milliplicavano. Trattavasi di vita: e nessun mezzo si lasciava intentato

per salvarla a chi era in pericolo di averla troncata.

L'anno 1777 i condannati a morte eran dieci, ed il graziando doveva

essere uno. Per uscire di impaccio e liberarsi dalla persecuzione dei

supplicanti il Governatore dei Bianchi che fa? imbussola i dieci

condannati e ne estrae a sorte uno: questo fortunato era un uxoricida:

Giovanni Di Pietro palermitano[340]. Ordinariamente però la Compagnia

presentava una terna di nomi: ed il Vicerè decideva; ma nè la Compagnia

poteva chiedere secondo la primitiva concessione del privilegio di

Filippo II (1580), nè il Vicerè si permetteva concedere la grazia ad uno

scorridore di campagna.

[340] _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XXVI, p. 71.

Il Caracciolo infirmava nel 1782 il secolare privilegio: la grazia

pasquale non avea luogo, ritenuta abolita pel Caracciolo, sospesa pei

Bianchi, i quali se ne richiamavano al Re. In agosto una donna da

giustiziarsi veniva graziata in virtù del contrastato privilegio.

Giungeva il Venerdì Santo, ed il pubblico correva come a festa allo

spettacolo. Tra il sì ed il no, passarono quasi vent'anni senza che un

rescritto sovrano troncasse la grave questione. Finalmente il 16 aprile

del 1800 il Re con grande soddisfazione di tutti reintegrava nell'antico

privilegio la Compagnia[341].

[341] _D'Angelo_, _Giornale_ ined., pp. 792-793.

Se al lettore non rincresce, noi passiamo a descrivere la pietosa

funzione della grazia.

Il condannato a cui era toccata la sorte della vita veniva estratto di

buon'ora dalle segrete; dai nobili a ciò designati gli si lavavano i

piedi, gli si indossava un camice bianco; lo si preparava alla comparsa.

Siccome tra gentili alme si suole,

la Compagnia dei Bianchi era in buone relazioni di vicinato con quelle

della Pace e della Carità, nobili entrambe. I confrati di queste erano

in parte confrati di quella. In omaggio a cosiffatte relazioni, esse

coglievano qualche solenne occasione per darsi pubblici attestati di

stima. Quale occasione più acconcia di questa a fare onore a sodalizî

che s'intitolavano dalla Pace e dalla Carità e che l'esercizio dell'una

e dell'altra avevano per loro istituto? Ed i Bianchi invitavano i nobili

confrati a condividere con loro la vestizione del graziando: e l'invito

veniva cortesemente e con soddisfazione tenuto.

Giunta l'ora solita della giustizia, la Compagnia moveva dal carcere

conducendo il reo, facile a conoscersi pel suo speciale costume e per la

gran torcia che recava in mano. _Recto tramite_ tutti si avviavano al

luogo del supplizio, dove il Governatore faceva girare al graziato il

palco della mannaia, o facevalo passare sotto le forche, baciandole,

secondo che egli fosse condannato a questa o a quella maniera di

supplizio. Quale impressione dovesse provare costui, immagini il

lettore; certo però che «poco è più morte».

Nel Piano della Marina fermavasi la immancabile popolazione; e quando il

graziato, come di frequente accadeva, era delle classi superiori,

giacchè il giustiziando del ceto elevato era sempre preferito da questo,

signori e civili prevalevano tra gli spettatori. Il 23 marzo del 1769

(citiamo un fatto caratteristico, benchè non vicino alla fine del

secolo) «comparì -- dice il Villabianca -- l'aggraziato Guzzardi vestito

di bianco in drappi di seta con una veste e mantellina bianca

regalatagli dal Superiore Chacon».

Il lettore comprende subito la distinzione del costume in seta da quello

in cotone onde apparisce il plebeo; e ricorderà la benda, egualmente di

seta bianca, con la quale i Bianchi coprivano gli occhi dell'uomo da

decapitarsi diversa da quella di cotone o di lino del plebeo da

impiccarsi.

«La folla del popolo fu straordinaria, e vi fu anche folla di dame e

cavalieri per la curiosità di vedere un nobile lor parente sotto il peso

di questa disgrazia»[342].

[342] _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XIX, pp. 155-56, 216. Vedi

pure v. XX, p. 142; v. XXI, p. 185; v. XXVI, pp. 71, 15-16; v.

XXVII, pp. 356-57.

Guardando da una finestra dell'albergo di Madama Montaigne, W. Goethe

vide il dì 13 aprile del 1787 uno di questi graziati. La impressione che

ne riportò non fu favorevole. Ott'anni dopo, il 20 maggio del 1795,

passando dal Piano di S.a Teresa, Hager vide per caso decapitare F. P.

Di Blasi: e ne restò penosamente colpito. Il futuro autore del _Faust_

parve sorridere della toletta del graziato; il giudice dell'impostore

Vella si rammaricò del giustiziato: entrambi visitatori della Città e in

molte cose di un medesimo parere. Ma il secondo era ignaro delle

impressioni del primo, la cui _Italianische Reise_, venuta in luce solo

nel 1816[343], egli, spigliato scrittore dei _Gemälde von Palermo_, non

potea conoscere, pure incontrandosi in molti punti con essa.

[343] _Italianische_ (sic) _Reise_. Stuttgart u. Tübingen, 1816, weiter

Theil, 1817.

Pazienti ricerche sopra un manoscritto che fu del celebre Gabriele

Castelli Principe di Torremuzza e sopra un altro della Compagnia dei

Bianchi[344]; notizie attinte a diarî e cronache mss. ed a pubblicazioni

del tempo e sul tempo, ci mettono in grado di fornire la dolorosa

statistica delle esecuzioni capitali di Palermo in meno di mezzo secolo.

[344] Il primo, posseduto dal Cav. Carlo Crispo-Moncada; il secondo,

custodito dal Cav. Rivarola nell'Archivio dei Bianchi, entrambi

messi dagli egregi amici a nostra disposizione.

Dal 1752 al 1800, raggiungono la cifra di 160. E non son tutte!

La Compagnia dei Bianchi fin dal 1580 godeva, come abbiam detto, il

privilegio di una grazia annuale; privilegio che per 48 anni salvò

quarantotto condannati. In uno dei dodici parti della fecondissima Maria

Carolina, quello cioè del 1773 (Maria Luisa, che poi fu moglie di

Ferdinando Granduca di Toscana) veniva graziato il giustiziando più

vicino. Il dì 27 settembre 1800 il Re tornando da una gita in Bagheria e

sboccando con la sua carrozza nel Piano della Marina, trovava, senza

aspettarselo, un reo in procinto di essere afforcato. Beato sovrano, che

poteva dimenticare una sentenza di morte da lui soscritta, e godersi una

partita di caccia mentre un suo suddito agonizzava all'imminente

supplizio!... La folla grida ad alte voci: _Grazia, Maestà!_ ed egli

sorpreso, assordato, confuso, con un cenno della mano concede, e pel

Cassaro si affretta verso il Palazzo.

Queste cinquanta mancate esecuzioni, aggiunte alle 160, portano la somma

spaventevole di 210 condanne capitali, che per 48 anni costituiscono una

media biennale di nove circa, poco più che quattro all'anno.

Riducendo di quasi un terzo, cioè a trentuno, i quarant'otto anni, dal

1753 al 1783, e non contando le condanne, del resto scarse, di militari,

abbiamo, peggio ancora, 147 esecuzioni con 32 grazie (una pel ricordato

parto della Regina, 31 per la consueta annuale grazia dei Bianchi) e

quindi 178 giustizie tra eseguite e graziate, con una media di 6

all'anno.

Nè pel viceregno del Caracciolo mutavan le cose, poichè con lui,

abolitore della Inquisizione, le scene di sangue in tutte le forme

legali proseguirono come prima: e se mancarono nel 1784, mancarono anche

negli anni posteriori alla sua partenza ed erano mancate anche prima. Da

quell'anno al 1800 la media delle esecuzioni scese: e vi furono anni che

si sottrassero alle ordinarie ferali contribuzioni.

Ma ahimè! Quel che mancò pei delitti comuni venne qualche volta dato dai

delitti politici e militari. Mentre le tabelle di assistenza dei Bianchi

son vuote per gli anni 1787, 1793, 1796, 1799, si dibattevano sulle

forche ora due soldati francesi (1787-1793), ora un soldato veneziano

(1796), ora il portabandiera del Duca Oneto, Salv. Rubino; ed il tenente

napoletano de Losa assiste per la prima ed unica volta in un secolo alla

fucilazione di due militari stranieri ai servizi del Re (1796)[345].

[345] Vedi _Villabianca_, _Diario_ ined., 15 giugno 1793, p. 189; 4

giugno e 6 dicembre 1796, pp. 461 e 659; 14 dic. 1797, pp. 142-43;

8 luglio e 2 dic. 1799, pp. 294 e 582. -- _D'Angelo_, _Giornale_

ined., 2 dic. 1799, p. 733.

Il terrore del Giacobinismo prende luogo di salvatore delle istituzioni!

Dopo ciò, quali malinconiche riflessioni vengono a turbare il nostro

spirito! Tanti rigori di carceri correggevano essi i delinquenti che

n'eran vittima?

Risponda per noi l'amaro canto popolare del dolore:

Cu' dici mali di la Vicaria,

Cci facissi la facci feddi feddi;

Cu' dici ca la càrzara castia,

Comu vi nni 'ngannati, puvireddi!

La càrzara è violu chi vi 'nvia,

Chi vi 'nsigna li strati e li _purteddi_[346].

[346] Versione letterale: (A) chi dice male del carcere -- io darei

coltellate sul viso; -- chi dice che il carcere gastiga, -- povero

a lui, come s'inganna! -- Il carcere è viottolo che vi avvia -- e

che vi conduce alle strade ed alle _purteddi_ (luoghi nei quali i

ladri attendono i passeggieri).

Tanta efferatezza di sentenze e di esecuzioni diminuì essa il numero dei

delitti più atroci di sangue?

Il Marchese Villabianca in un momento di resipiscenza disse che «con

questo patibolo, cioè colla morte di capestro, si ci hanno accomunato i

popoli e appena ci hanno avversione», e precorreva all'aguzzino

mangia-liberali del _Congresso de' birri_ del Giusti: osservando che «vi

muoiono specialmente i plebei ben sazii, bene assistiti nell'anima a

segno che tali ignoranti vengono a sospirarne le pene»; ma egli

scantonava come un avversario di Cesare Beccaria, e non se la intendeva

col suo amico Tommaso Natale, quando affermava che le giustizie a base

di sangue «fanno oh quanto più impressione che non fa la forca!»[347].

[347] _Diario_ ined., a. 1792, p. 420.

Proprio il contrario di quello che insegna il diritto penale moderno!

La vita in Palermo cento e più anni fa, Volume 2 · 第 44 / 61 题