Di carceri non era scarsezza in Palermo: e tanti ce n'erano quante le
giurisdizioni, i ceti, i sessi. Fino al 1782 facevano tremare quelle del
Sant'Uffizio, specialmente le cosiddette _filippine_; ma vi erano pure
le _ecclesiastiche_ sotto il Palazzo arcivescovile; le _senatoriali_
dentro il Palazzo pretorio e presso di esso e di S.a Caterina; donde,
già tempo, si passava a quelle di fuori Porta di Carini ed alle altre
della Vetriera per le donne. Più famose tra tutte, le carceri della
Vicaria (dopo il 1840 divenute palazzo delle Finanze) pei plebei, e del
Castello pei nobili e pei civili.
Strane le vicende della Vicaria!
Nata come fondaco della Dogana e come sede dei tribunali fra il 1578 ed
il 1593 sotto tre Vicerè: Marcantonio Colonna, il Conte d'Albadelista
(il famoso _jettatore_ del ponte di Piedigrotta alla Cala) e Arrigo de
Gusman, a spese del Senato, l'eterno banchiere che vi erogò centinaia di
migliaia di scudi; essa stette sotto la giurisdizione dell'autorità
municipale, la quale ne fece pubbliche prigioni.
Come per irrisione, ai lati della ferrata d'ingresso rumoreggiavano
gaiamente le argentee acque di due fontane. All'angolo destro sporgeva
la grande trave della vergogna. Sopra, per tutta la facciata meridionale
e torno torno all'edificio, correvano finestre a grosse spranghe, che
dalle prime ore della sera alle prime ore del mattino venivano
incessantemente martellate da vigili guardie. I vicini non si sapevano
assuefare a questo molesto rumore notturno, che col sonno toglieva loro
la quiete, e molto meno ai «sospiri, pianti ed alti lai» che dal
tenebroso luogo uscivano. Miss Cornelia Knight, signorina di compagnia
della Principessa Carlotta di Wales, nei pochi giorni che vi stette
vicino (gennaio 1799) udiva tutta la notte «i gemiti ed i lamenti delle
povere creature» chiusevi dentro[302].
[302] _Autobiography of_ Miss _Cornelia Knight_, Lady companion to the
M.e Princess Charlotte of Wales ecc., second edition, v. I, p. 132.
London, 1861. (Dobbiamo questa indicazione alla cultissima signora
Contessa Jeanne Saint-Amour di Chanaz).
Dopo la prima entrata nel doloroso luogo ve n'era un secondo conducente
all'atrio, abitazione del carnefice. Nell'atrio, sinistri arnesi di
dolore, spiccavano i tre legni delle forche, le scale, lo steccato per
gli atti di giustizia. I tumulti del settembre 1773[303] spinsero una
turba di efferati fra le più scure tane di questo carcere; ruppero
inferriate, sbrandellarono le divise del boia, ridussero in frantumi i
ferali strumenti, e portaron via il più odioso ricordo del triste
albergo, una pila in pietra, che ogni siciliano nominava con terrore,
oggetto della più brutta imprecazione: _Chi putissi vidiri la pila!_
come per dire: Che tu possa andare in galera![304].
[303] Com'essi fossero stati puniti ed in persona di chi e con quale
affluenza racconta il _Villabianca_ nel suo _Diario_, in _Bibl._,
v. XXI, pp. 72-76. Nel v. XX, p. 255, è la notizia della pila
ricordata in questa nostra pagina.
[304] _Pitrè_, _Modi proverbiali e motti storici di Palermo_, n. 17.
Palermo, 1902.
In questo carcere, nello spirare del settecento, se la tradizione non
falla, avrebbe avuto origine altro motto, erroneamente riportato
all'epoca del Vespro siciliano. Perchè, essendo stati per certe loro
discolerie arrestati in Palermo e chiusi in uno stanzone della Vicaria,
in attenzione di risoluzioni, o a disposizione di un console estero
interessato, non so quali marinai stranieri, appartenenti ad un legno
francese, dimenticati da tutti, mal ridotti in arnese, passarono in
proverbio sotto il nome di _francesi_: e _camerone dei Francesi_ fu
detta da quel giorno la lor notevole dimora, e _francese_ cominciò a
significare persona senza un quattrino[305].
[305] Lo stesso, _Il Vespro siciliano_, p. 85. Palermo, 1882.
I carcerati eran tenuti malissimo in Palermo; orrendamente nelle terre
feudali. Il Caracciolo, impietositosene, emanò un bando a loro favore.
Questo il 25 aprile 1785. Dopo 10 anni il bando attendeva dell'altro la
sua attuazione. Il 12 agosto del 1794 il Caramanico, impressionato delle
frequenti fughe di detenuti, pigliava provvedimenti acconci ad
impedirle; ma non presumeva che il trattamento sarebbe continuato
com'era stato fin allora.
Qualche cosa di nuovo frattanto si ora cominciata: separate le donne
dagli uomini, i giovanetti dagli adulti; le male femine, condotte alla
Vicaria, non vi si fermavano che per esser mandate al loro carcere della
Vetriera; i minorenni delinquenti allontanati dagli uomini induriti nel
vizio e nei delitti, ed isolati nella Quinta Casa, al Molo (29 maggio
1787). Prima marcivano nell'ozio, fomite a mal fare; ora, col nuovo
istituto, rigenerati pel lavoro, attendavano, i maschi a fabbricare
ceste e funicelle, le fanciulle a filare. Avean sofferto il digiuno, la
sete, il freddo: ed ebbero pane, minestra, cacio, verdure, vino, letto,
vesti, quanto insomma potesse bastare alla vita; ma ebbero pure qualche
cosa che non avrebbero voluto avere: carcerieri, ed un _firraloru_, che
a sferzate li metteva a dovere[306]. I delinquenti del Molo perciò
potevano dirsi felici a paragone di quelli della Vicaria. Qui i detenuti
per reati civili vivevano confusi coi criminali, i debitori coi ladri, i
falsari coi violenti. Fosse, _dammusi_, «segrete», eran sottoterra,
buie, grondanti umidità, sudice, muffite, angustissime[307]. Codesto
carcere, già sin dal 1773 orribile, parve atroce dopo i subbugli di
quell'anno. Rifatte in grosse spranghe di ferro certe grate di legno,
impiccolite le celle, divennero per difetto di aria e di luce sepolture
di vivi. I canti popolari sull'argomento sono d'una evidenza
spaventevole.
[306] _Villabianca_, _Diario_ ined., a. 1787, p 142.
[307] Un Vincenzo Pisanti nell'agosto del 1797 pregava il Pretore che
volesse liberarlo dal carcere, dove l'aria era puzzolente e fetida.
_Penes Acta: Memoriali_ del 1797 nello Archivio Comunale di
Palermo.
Lì languivano mesi ed anni, in lenta agonia o in angosciosi palpiti
disfacendosi, stracciati, scalzi, seminudi talvolta, centinaia e
centinaia d'imputati in attesa di un giudizio che non veniva mai[308].
Salvo i rari casi di delitti atroci e clamorosi in città, i quali
venivano giudicati in forma direttissima e con giustizia esemplare,
tarde le istruzioni, lente le procedure, eterna l'aspettativa dei
giustiziandi; e quando non ci si pensava più, ecco la esecuzione!
[308] Il _Meli_, _Riflessioni_ cit., p. 6, nel 1800 compiangeva: «Quanti
miserabili marciscono nelle carceri per non venire abilitati
dall'inesorabile creditore ad una razionale dilazione del loro
debito? O pure per essersi il loro processo, per la frequente
trascuraggine di chi doveva conservarlo, o per la calca degli
affari, scordato o smarrito? O per esser poveri e non aver perciò i
mezzi da scuotere l'indolente pigrizia de' giudici e de' fiscali»?
_Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XXVI, p. 69, ricordando il
taglione dato ad un giovane uxoricida di origine civile, dice che
il Barone Andrea Inguaggiato gli dovette fare di suo il vestito,
perchè «nella Vicaria era egli quasi ignudo».
Diego Colombo da Messina, omicida del 1783, catturato nel 1793, veniva
condannato a morte nel 1796. Allorchè gli si fece la grazia di vita,
egli era più morto che vivo. Se non fosse stato pel procuratore dei
carcerati poveri D. Stefano Tortorici (1788-93) e per D. Antonino
Igheras (1794)[309], se non ci fosse stata l'opera della nobile
Deputazione della Vicaria, che con carità senza pari si occupava di
questi disgraziati, amministrandone lo scarso assegno, chiedendone con
viva insistenza ed ottenendone dal Re l'aumento, e convertendo questo in
pane[310], che essa ogni mattina andava pietosamente a distribuire,
quanti di questi infelici non sarebbero morti di fame!
[309] _Atti del Senato_ a. 1788-89, p. 63.
[310] Ne aveva 4 grani il giorno. Il Re accrebbe di altre 240 onze
all'anno l'assegno, e le quattro furon portate a sei grana (cent.
13).
E sì che le carceri ogni anno venivano sfollate di un centinaio di
reclusi, o per grazia di libertà, o per riduzione di pena, o per condono
di debiti, loro concesso dal Vicerè nella festa di Natale, e dal Capitan
Giustiziere in quella dell'Assunta[311].
[311] Leggesi nel _Giornale di Sicilia_ del 19 agosto 1794 (n. 3): 13 ag.
1794. «Il Principe della Trabia Cap. Giustiziere si condusse in
gran pompa coll'intera sua corte alle pubbliche carceri, ove, com'è
il costume, fece la visita per liberare alcuni di quei delinquenti
in occasione della festa dell'Assunzione di M. V. Furono 26 quei
che goderono di tal grazia, perlochè erogò egli la somma di onze 23
oltre di aver regalato gli Uffiziali di essa Corte.»
Macerati dall'ozio i carcerati in comune cercavano romperne la
insopportabile monotonia con passatempi pei quali non occorreva loro
altro che una moneta e ciò che il sudiciume purtroppo non fa mancare in
tanta miseria: gli insetti[312]. Il _pediculus capitis_ e la mosca erano
i preferiti; e da essi prendeva nome il passatempo, quanto schifoso
altrettanto alieno da inganni. «I carcerati, dice Villabianca, son quasi
ignudi; prendono una moneta e vi fanno volare le mosche della camera.
Vince quello sulla cui moneta viene a posarsi la mosca, detto perciò
_Jocu di pidocchiu_, o _di la musca_, o _di carcerati_[313].
[312] Triste documento il proverbio: _Fa limosina la Vicaria: jetta..._,
con quel che segue. Di data anteriore, ma pur comunissima nel sec.
XVIII, era la canzone:
Amici, amici, quadari quadari
Purtatemi un quadaru di liscia...
[313] _Villabianca_, _Opuscoli palermitani_, Ms. Qq H 94, n. 2, p. 85,
della Bibl. Comun. di Palermo.
Ora a sì lento logorio di corpo e di spirito non erano da preferire le
malattie, per le quali potevasi sperare o la fine di tanti strazî o un
temporaneo trattamento umano?
E le malattie si facevano purtroppo vedere.
«O quante migliaia di questi miserabili muoiono lì dentro d'angosce, di
miserie e di febbre contagiosa, detta dai medici di _carcere_ o
_castrense_!» esclamava quell'anima onesta di Giovanni Meli. Così almeno
poteva l'infermo vedere il viso di un medico umano, e all'Ospedale
grande e nuovo prima, alla infermeria del carcere poi, ricevere un po'
di conforto[314].
[314] La Vicaria mancava di spedale, e gli ammalati da curarsi venivano
portati all'Ospedale grande in sedia volante e fiancheggiati da
birri. Nello scorcio del secolo ad essa venne unita una infermeria.
Fino al 1790 era medico maggiore della Vicaria, D. Giuseppe
Catanese; dal 1791 in poi, per certo tempo, il celebre D. Francesco
Berna.
Al Castello si stava non molto disagiatamente, ma i _cammarotti_, dove
agli imputati di crimenlese, con le più strette ed insidiose subizioni
si cercava di strappar di bocca confessioni di fatti, erano quanto di
più formidabilmente feroce avesse ideato l'umana nequizie. Un infelice,
certo Mosca, giovane a 26 anni, confessava tra i tormenti un delitto _de
nefando_, del quale era in sospetto. La penna si rifiuta a descrivere il
suo supplizio, incominciato col trascinamento del corpo a coda di
cavallo e finito col vivicomburio: ma la penna scrive a lettere di
sangue che dopo sei anni bruciato, il Mosca veniva riconosciuto
innocente!
Prima di chiudere l'argomento di questo capitolo giova richiamarsi ad un
documento uscito dalle mani del Vicerè Caramanico: _Istruzioni per
l'amministrazione della Giustizia nelle occorrenze delle cause e materie
criminali_. Esso ci rivela che il rigore delle leggi contro i rei e gli
imputati tendeva un cotal poco a rimettersi da quel che era stato. Ci si
sente l'aura dei tempi che mutano, e vi alita sopra come uno spirito,
non vogliam dire umanitario, ma meno duro che pel passato. La crudeltà
delle leggi vi si spunta per via di interpretazioni a favore degli
imputati e dei testimonî: e si giunge fino a vietare l'uso dei ceppi se
mai per caso le gambe del reo diano indizio di piaga, ed a consentire
che si mandino in carcere a casa sua, previa guarentigia, il reo
gravemente infermo[315].
[315] _Istruzioni_, n. XXXVI.
Tutto questo è progresso. Eppure resta tanto e tanto di brutto e di
crudele che l'animo anche più indurito ne rabbrividisce.
Lasciamo alla _Pratica_ di D. Zenobio Russo[316] tutto l'arsenale delle
vecchie e delle nuove leggi, e spigoliamo nelle _Istruzioni_ provocate
dall'Avvocato fiscale della Gran Corte D. Giuseppe Guggino qualche
novità processuale.
[316] _Pratica per la formazione dei processi criminali composta dal_ Dr.
D. _Zenobio Russo e Diana_. _Nuova Edizione_ ecc. _coll'aggiunta
delle Istruzioni criminali ordinate dalla M. S. in relazione del
signor_ D. _Giuseppe Guggino_ ecc. In Palermo, Felicella.
Eccone una:
«Li testimoni che, carcerati o ristretti nei dammusi, non depongono o
che depongono quanto dissero nel primo esame avanti al Giudice; non
devono pagare spesa alcuna di carcere nè diritto alcuno alla Corte e
subalterni sotto qualsivoglia pretesto: salvochè tarì uno (cent. 42) al
carceriero se sia stato in dammuso, per il servizio prestatogli».
Eccone un'altra:
«Al reo o testimonio ristretto nei dammusi non si possa negare il pane
in grana sei al giorno allorchè se gli somministra dai suoi congiunti o
amici; se però il pane per la sua povertà se gli somministra dal Barone
o dall'Università, non possano l'una e l'altra esser obbligati che a
grana quattro (cent. 8) al giorno, come si prescrive nelle circolari;
eccetto il caso di una insolita penuria, per cui il pane fosse meno di
once sei (gr. 400) per ogni quattro grani, poichè allora il Barone o
l'Università gliene deve contribuire grana 6 al giorno. L'acqua deve
somministrarsi senza limitazione.... Deve il dammuso essere provveduto
del vaso necessario alle corporali necessità...»
Un'altra ancora:
«Tormenti straordinari son lo manette, i ceppi, le catene, i grilletti.
«Si possono apporre ai rei al più due paia di ferri alle gambe, che non
devono essere più di rotoli dodici di peso per ognuno di essi[317]. Si
proibisce però generalmente che i ristretti in dammuso, o rei, o
testimonî renitenti che siano, per qualunque delitto si spogliassero
delle vestimenta, ed ignudi, o in camicia si obbligassero stare in
dammuso: dovendo essi restar vestiti secondo la stagione che corre; e
deve altresì permettersi a' medesimi una covertura ne' tempi
d'inverno»[318].
[317] Ciò significa che il reo dovea trascinare due catene pel peso
complessivo di chilogr. 19 e gr. 200.
[318] _Istruzione_, nn. XXVI, XIII, XII.
Non passava anno che qualche bandito, o ladro, o scorridore di campagna
non capitasse nelle ugne della Giustizia. Allora lo conducevano alla
Capitale, quando a cavallo la compagnia che lo avea catturato, ai
servizî o col nome di un comune o di un gran signore del Vallo (ed eran
celebri le compagnie del Principe di Butera, di Randazzo, del Duca di
Terranova, di Monreale), quando a piedi i birri della Gran Corte.
Nel solo 1797, di queste condotte ne avvenivano tre: a maggio, a luglio,
a dicembre.
Il bandito procedeva strettamente legato in mezzo a coloro che l'avean
preso, il capo inghirlandato di erba, di fiori, di oleandro; il collo
cinto da una _gàrbula_, o cassino, cerchio sottile di asse da crivelli e
tamburi. S'egli andava a cavallo, le redini della mula erano
raccomandate al boia, il quale chiamava allo spettacolo a suon di tromba
e indicava il cartello che il reo portava addosso. Era un vero trionfo
della Giustizia rivendicata, o piuttosto degli uomini che erano riusciti
al gran colpo. Sommo perciò il giubilo degli interessati, reso più
intenso da frequenti squilli di tromba e da non men frequenti spari di
archibusi, da ultimo ripetuti con una scarica generale innanzi le case
dei ministri di Giustizia[319].
[319] _Villabianca_, _Diario_ ined., 22 febbr. 1798, p. 92; 14 giugno
1790, p. 467; 11 maggio 1797, pp. 151-52.
Quando il bandito era stato ucciso nello scontro, la festa si facea
medesimamente, ed il suo capo, pur esso coronato di fiori, veniva
infisso ad un'asta sorretta come trofeo dal boia o da uno della squadra.
Particolarità raccapricciante: quando il dì 11 maggio 1797 si menarono
in giro tre teste, ed un giovane con esse veniva trascinato a ludibrio
della folla, una di quelle teste era del padre suo!