Wurmser per ristorare la battaglia, che era in questo luogo in tanta

declinazione, vi mandava in fretta la cavallerìa, che urtando Beaumont e

Fiorella, frenava per qualche tempo l'impeto loro. Ma Buonaparte, veduto

che era giunto il momento di vincere, fe' caricare con tutto lo sforzo

di Massena e di Augereau l'ala destra e la mezzana dei Tedeschi. Spediva

altresì in fretta alcuni rinforzi a Fiorella, il quale anche acquistava

nuove forze per l'accostamento successivo delle sue genti, che, rimaste

indietro, ora a grado a grado arrivavano. Diventava allora la battaglia

generale su tutta la fronte, e se il capitano Francese aveva mostrato,

sì prima che nel mentre del fatto, maggior perizia dell'antico capitano

dell'Austria, i soldati Austriaci si dimostrarono pari pel valore ai

soldati Francesi. Fuvvi che fare assai per questi alla torre di

Solfarino, che virilmente assalita, fu anche virilmente difesa. Prevalse

infine del tutto la fortuna repubblicana, perchè Massena pressava con

vantaggio dal canto suo il nemico, Augereau lo vinceva a Solfarino,

Verdier, Marmont, Beaumont e Fiorella lo perseguitavano rotto e

disordinato a Cavriana. Così tutto l'esercito Alemanno, parte rotto,

parte intiero si ritirava al Mincio; il qual fiume prestamente varcato a

Valeggio, e la stanchezza dei perseguitatori il preservarono da maggior

danno. Questa fu la battaglia di Castiglione combattuta con arte

mirabile da Buonaparte, e con gran valore da Augereau. Da questa

medesima acquistò poscia quest'ultimo il nome di duca da Buonaparte

creatosi imperatore. Scemarono gli Austriaci in questo fatto di meglio

di tre mila soldati o morti, o feriti, o prigionieri, di trenta cannoni,

di centoventi cassoni, e di munizioni da guerra in proporzione. Non

arrivò a mille la perdita dei Francesi; fra loro di soldati di nome

mancò il solo generale Frontin. In tutte queste zuffe intricate, miste e

sanguinose, che in pochi giorni si attaccarono fra Wurmser, e

Buonaparte, piansero i Tedeschi più di ventimila soldati, e circa

quattrocento ufficiali. Fecero anche conspicua la vittoria dei

repubblicani settanta cannoni presi. Poco meno esiziali furono le armi

imperiali ai Francesi, poichè mancarono dalle insegne di Francia meglio

di diecimila soldati o morti, o feriti, o caduti in mano degl'Imperiali.

La vittoria di Castiglione, che tanto affliggeva la potenza

dell'Austria, poneva di nuovo l'Italia in potestà di Buonaparte: perchè

Wurmser, quantunque non fosse scoraggiato dalla fortuna contraria,

ridotto a poche genti, non poteva più contendere col fortunato suo emolo

dell'imperio di quella contrada, destinata oramai ad essere preda dei

combattenti, o serva dei vincitori.

Buonaparte, conseguita con tant'arte e con tanta fortuna sì gloriosa

vittoria, si risolveva a perseguitar celeremente le reliquie del suo

avversario, sì perchè non voleva dargli tempo di rifarsi, e sì perchè in

aura sì favorevole gli tornavano in mente i vasti pensieri, già molto

tempo da lui spiegati al direttorio, di volere andar ad assaltare,

valicando i monti del Tirolo, il cuore della Germania, per conculcarvi

del tutto, congiunto che fosse con Moreau e Jourdan, che guerreggiavano

sul Reno, la potenza dell'Austria. Le fresche vittorie, ed il terrore

concetto per loro dai popoli e dai soldati nemici, era occasione

favorevole a così gran disegno. Perlochè si accingeva a voler tosto

passare il Mincio, per vedere quello che preparasse la fortuna sulla

sinistra sponda contro il capitano dell'Austria. A questo fine faceva

trarre furiosamente da Augereau con le artiglierìe contro Valeggio per

dare in questo luogo riguardo al nemico, mentre Massena sospintosi

avanti per Peschiera tenuta tuttavìa da' suoi, sbaragliava, secondandolo

virilmente Victor, Liptay, che fu costretto di ritirarsi a Rivoli.

Wurmser, veduto da questo fatto che non era più tempo da aspettare a

ritirarsi in Tirolo, rinfrescata di nuove genti Mantova, si metteva in

viaggio per salire per la valle dell'Adige. Il seguitavano Massena,

Augereau e Fiorella. Si appresentava quest'ultimo alle porte di Verona

con animo di entrarvi per perseguitare gli Austriaci, che dentro,

sebbene in picciol numero, si trovavano, ed in fretta si apprestavano a

partire per le rive superiori dell'Adige. Chiedeva Fiorella le si

aprissero. Il provveditore Veneto, che temeva che se due nemici tanto

sdegnati l'uno contro l'altro, e nel bollor del sangue dei fatti recenti

si azzuffassero dentro le mura, ne sarebbe sorto qualche grande

sterminio, rispondeva che le aprirebbe, passate due ore. L'intento suo

era di dar tempo agli Austriaci di sgombrare, acciocchè Verona non

diventasse campo di battaglia. Buonaparte sopraggiunto fulminava le

porte coi cannoni, ed entrava vincitore. Successero alcune sparse zuffe

coi Tedeschi, non senza terrore dei Veronesi, e se gli Austriaci fossero

stati o più numerosi o più animosi seguiva qualche funesto accidente. Ma

i repubblicani, mostrando moderazione, eccettuate alcune ingiurie fatte

nell'oscurità della notte, conservarono la terra intatta.

Entrato per tal modo in Verona il generalissimo di Francia, ed animati

di nuovo i suoi con un manifesto, in cui gli paragonava, certo con

ragione pel coraggio, ai soldati di Maratona e di Platea, gli conduceva

alle fazioni del Tirolo. Saliva col grosso per le rive dell'Adige,

contro Wurmser; Sauret in questo mentre, per ordine suo, camminando

all'insù della sponda occidentale del lago, andava a ferire Quosnadowich

e il principe di Reuss. Dovevano entrambi raccozzarsi in su quel di

Roveredo per andarsene poscia ad occupar Trento, metropoli del Tirolo

Italiano. Furono da Sauret cacciati gli Austriaci da tutti i posti sul

lago per modo che, abbandonata Rocca d'Anfo e Lodrone, si ritirarono ai

luoghi superiori di Arco. Dal canto suo Buonaparte, per opera di Massena

e di Augereau, superati, non senza sangue, i siti forti di Corona e di

Preabocco, e più su di Ala, di Serravalle e di Mori, mentre Vaubois si

alloggiava in Torbole, compariva con mostra vittoriosa in cospetto di

Roveredo. I Tedeschi già rotti a Mori, e spaventati da un furioso

assalto di Rampon in Roveredo, abbandonarono frettolosamente la terra

con andare a posarsi nel sito fortissimo, che chiamano il Castello della

Pietra, o di Calliano. Solo passo a questa terra a chi viene di sotto, è

una stretta forra, che è serrata a destra da monti inaccessibili, a

sinistra dall'Adige. La terra medesima poi distendendosi anch'essa dal

monte al fiume, serra il passo, ed appresenta verso la profonda forra un

grosso muro merlato, che rende assai facile la difesa. Per questa

strettura dovevano passare, e questa muraglia, munita dai Tedeschi di

grosse artiglierìe, espugnare i Francesi per andare all'acquisto di

Trento. Speravano gl'imperiali, se non di arrestare l'impeto del nemico

in questo luogo, almeno di starvi forti tanto, che ogni cosa potessero

mettere in sicuro alle spalle. Ma quei presti repubblicani, capaci a

sostenere le battaglie giuste nei luoghi piani, e molto più capaci

ancora a far le guerre spedite e spartite dei monti, ebbero assai presto

superati tutti gli ostacoli, che e la natura del sito, e l'arte del

nemico aveva loro opposto. Imperciocchè il generale Dammartin, allogate,

con incredibile fatica, alcune artiglierìe in un luogo creduto per lo

innanzi inaccessibile, donde feriva di fianco la stretta, ed i feritori

alla leggiera, destrissimi ed animosissimi, come sono ordinariamente i

Francesi, arrampicatisi per luoghi dirupati e precipitosi, togliendo

sicurezza a quel forte passo, tempestavano contro i difensori molto

furiosamente. Vedutosi da Buonaparte il successo di queste cose,

comandava a tre battaglioni di disperato valore, dessero dentro alla

forra a precipizio senza trarre, ed assaltassero il castello, che in

fine di quella torreggiava. Nè fu meno pronta la esecuzione di quanto

fosse risoluto il comandamento; perchè messisi i battaglioni a quello

sbaraglio, in meno tempo che uomo non concitato a presti passi farebbe,

passarono la forra, menando grande strage degli Alemanni. Spaventati e

rotti i Wurmseriani abbandonarono all'audacissimo nemico non solo la

strada, ma anche la forte muraglia, ritirandosi a gran fretta a Trento.

Nè credendovisi sicuri, e lasciandolo in balìa di se medesimo, e certa

preda ai repubblicani, si ritirarono sulla destra del Lavisio sulla

strada per a Bolzano. Tale fu l'esito della battaglia di Roveredo,

combattuta il dì quattro settembre, nella quale risplende vieppiù

chiaramente il valor dei Francesi, già tanto chiaro per le precedenti

fazioni. Perdettero gli Austriaci, con venticinque cannoni, tre in

quattro mila soldati morti, feriti, o prigionieri. Dei Francesi pochi

mancarono, per la speditezza del fatto.

Perduto il forte sito di Calliano, restava Trento senza difesa. Infatti

il cinque settembre, ritiratosene il giorno precedente il vescovo,

principe dell'impero germanico, vi entravano i Francesi vittoriosi,

prima Massena, poi Vaubois, il quale, non potendo tollerare sotto gli

occhi suoi propri i ladronecci di Toscana, e preferendo i pericoli di

morte al veder l'infamia, aveva instantemente chiesto di esser mandato

al campo. Divenuto Buonaparte signore di Trento, veniva tosto in sulle

lusinghevoli parole, dichiarando, volere, che la città e principato di

Trento fossero per sempre liberati dalla superiorità Tedesca, e posti in

libertà. Laonde, cacciati tutti coloro che per parte dell'impero

germanico vi tenevano i magistrati, vi surrogava i nativi, con

eleggergli tra quelli che erano più avversi al dominio Tedesco, o più

amatori del nome Francese, o più zelanti di novità. Del rimanente poco

importava al generale della repubblica lo stato dei popoli Trentini:

bensì gli premeva di sollevare con dolci discorsi i popoli della vicina

Germania, affinchè tumultuando contro i principi loro, gli rendessero

facile l'impresa di congiungersi coi soldati di Ferino mandati avanti da

Moreau con questo intento. Certo era, che chiamata a sedizione la

Baviera, l'imperatore d'Alemagna sarebbe stato ridotto in estremo

pericolo, o costretto ad accettare patti disonorevoli. Questi erano i

pensieri ai quali era venuto Buonaparte, per la vastità della sua mente

e per lo stimolo delle vittorie.

Gli rompeva questi disegni l'antico Wurmser. Aveva il capitano Austriaco

considerato, che Buonaparte si era recato nell'animo, ch'ei fosse per

difendere per quei luoghi alpestri con le reliquie de' suoi i passi

della Germania. Credeva anzi, che il generale di Francia fosse

confidente di venire a capo di questo suo intento; perciocchè si vedeva

probabile, che coloro i quali avevano vinto con tanto impeto le strette

di Calliano, potrebbero anche facilmente superare gli altri passi del

Tirolo. Ma il pratico e tenace Alemanno fece avviso, che quello che

combattendo di fronte non avrebbe potuto conseguire, il potrebbe per

modo di diversione. Deliberossi adunque con animoso e ben ponderato

consiglio di voltarsi di nuovo all'Italia, sperando che per la sua

presenza inopinata in questa provincia, aggiuntovi qualche rinforzo che

testè gli era giunto dal Norico, avrebbe potuto farvi qualche

variazione, od almeno ritirarsi al sicuro nido di Mantova. Qualunque

avesse ad essere o prospero od avverso l'esito di questa fazione, bene

era certo l'effetto di tirare nuovamente Buonaparte in Italia, e di

stornare per questo mezzo quella terribile tempesta dalla nativa

Germania. Nasce la Brenta poco lontano da Trento, e correndo nel fondo

di una valle profonda tra monti aspri e discoscesi, arriva a Bassano,

luogo dove incominciano ad aprirsi le dilettevoli pianure del Padovano e

del Vicentino. Questa è la strada che conduce da Venezia a Trento per la

più diritta, senza passar per Verona. Adunque il maresciallo, già fin

quando si combatteva a Roveredo ed a Calliano, s'incamminava, scendendo

a gran passi, per la valle Brentana, intento suo essendo di congiungersi

in Bassano con gli ajuti, che venuti dal Norico sotto la condotta dei

generali Mitruski e Hohenzollern si erano ridotti ad aspettarlo in

quella città. Si era persuaso che il suo avversario, udita la strada

presa da lui, non solamente deporrebbe il pensiero di assaltar la

Germania, ma ancora scenderebbe a gran passi a seconda dell'Adige per

andar a far argine a quel nuovo impeto nelle vicinanze di Verona. Della

prima opinione non s'ingannava Wurmser, perchè effettivamente

Buonaparte, abbandonata l'impresa di Germania, si rivoltava verso

l'Italia; ma bene non prese la via dell'Adige, anzi, sprolungata la

destra de' suoi per la valle medesima della Brenta, seguitava

frettolosamente, divallandosi ancor esso, le genti Alemanne. Erano

guidatori principali di questi presti soldati, secondo il solito, quei

due folgori di guerra Massena e Augereau. Questa deliberazione fece

Buonaparte per interrompere a Wurmser ogni comunicazione coi corpi che

lasciava ai luoghi più alti del Tirolo, e perchè non altra speranza di

salute restasse al capitano dell'imperatore, se non quella o di

ritirarsi più che di passo alle montagne donde sorge la Piave, o di far

opera di condursi a Mantova. Marciarono tanto speditamente i

repubblicani, che giunsero gl'imperiali a Primolano, e gli vinsero con

presa di molti soldati, non però di quattromila, come fu scritto, che è

un'amplificazione di parole molto evidente. Si combattè poscia a

Cismone, si combattè a Selagno, e sempre felicemente pei Francesi. Già

quel nembo era vicino a scoccare contro Bassano, dov'era il corpo

principale di Wurmser. L'assaltarono correndo Augereau a sinistra.

Massena a destra, e tosto il ruppero, avendo fatto, in ciò dissimile da

se medesimo, invalida difesa, con grande ammirazione e sconforto di

Wurmser, che si era confidato nella fortezza di quel passo posto alla

sboccatura della valle della Brenta. Ora nissun altro partito restava al

maresciallo d'Austria, poichè sì presti l'avevano sopraggiunto i

Francesi, se non quello di ritirarsi per far pruova di guadagnare le

sicure muraglie di Mantova. Adunque, velocemente marciando, e

velocemente ancora seguitato dai repubblicani, passava l'Adige a

Porto-Legnago, batteva Massena a Cerea, Buonaparte a Sanguineto, ed

entrava coi soldati tutti sanguinosi, ma con aver fatta sanguinosa la

vittoria anche al nemico, dentro i ripari della forte Mantova.

Questo fu il fine dell'impresa di Wurmser in Italia, e del poderoso

esercito che vi condusse. Ne fu afflitta la Germania, ne fu lieta la

Francia, ne pendè di nuovo incerta l'Italia del destino che

l'aspettasse; perchè nè Mantova era piazza che si potesse facilmente

espugnare, nè l'imperator d'Alemagna era tale, che non fosse per fare un

nuovo sforzo per riconquistar le rive tanto infelicemente feconde

dell'Adda, del Ticino e del Po.

Siede Mantova, città antica e nobile, in mezzo ad un lago che il fiume

Mincio, calandosi da Goito in una gran fondura, forma, ed in tre parti

si divide, separate una dall'altra da due ponti, dei quali il superiore,

da presso a porta Molina dipartendosi, dove sono i molini dei dodici

apostoli, dà l'adito dalla città alla cittadella posta a tramontana;

l'inferiore apre il varco dalla porta di San Giorgio al sobborgo di

questo nome situato a levante. La prima parte del lago tra la bocca del

fiume, dove entra nel lago medesimo, ed il superior ponte frapposta,

chiamasi col nome di lago superiore; la seconda rinchiusa fra i due

ponti, con quello di lago di mezzo; e finalmente quella parte che dal

ponte inferiore partendo, insino all'emissario si distende, col nome di

lago inferiore si appella. Nè tutta la città è circondata da acque

libere e correnti; conciossiachè il Mincio, a stanca verso la cittadella

precipitandosi, lascia i terreni a dritta o del tutto scoperti, o di

poche acque velati, ma limacciosi tutti, ed ingombri di erbe e di canne

palustri. Questa è la palude, che si dilata, e circuisce le mura,

cominciando da porta Pradella, per cui si ha la via a Bozzolo ed a

Cremona, insino a porta Ceresa, per cui si va alla strada di Modena.

Così girando da porta Pradella per tramontana e levante fino a porta

Ceresa, è Mantova bagnata dalle acque dei tre laghi; e dando la volta

dalla medesima porta Pradella per Ponente ed Ostro fino a porta Ceresa,

è circondata da un profondo ed instabile marese, eccettuata una parte di

terreno più sodo situata a guisa di penisola da porta Postierla a porta

Ceresa. Quivi sorge il castello del T, così chiamato, perchè per

singolar guisa d'architettura ha forma di questa lettera dell'alfabeto.

Si ammirano in lui quelle belle pitture a fresco, che rappresentano la

battaglia di Giove e dei Titani, opera tanto celebrata di Giulio Romeno,

nativo di Mantova. Questa penisola si congiunge al corpo della città per

parecchi ponti: ma i principali aditi alla campagna si aprono pei due

suddetti ponti della cittadella, e di San Giorgio, e per mezzo degli

argini, che partendo dalle porte Pradella e Ceresa, ed attraversando la

palude, menano i viandanti all'aperto. Oltre le anzidette porte sonvene

alcune altre minori, o piuttosto uscite che porte, le quali danno sul

lago, e sono quelle della Catena, della Pomponassa, di San Niccolò,

degli Ebrei, d'Ozzolo, di San Giovanni e del Filatojo. Ma siccome la

palude a nissun modo varcabile è difesa più forte del lago, che con le

barche si può passare, così per assicurare la piazza là dove guarda il

lago, fu eretta a tramontana la cittadella, che chiude il passo a chi

venisse da Verona, ed il forte San Giorgio a levante contro chi volesse

andar contro alla terra, procedendo da Portolegnago e da Castellara. Non

ostante, parti pericolose erano le due estremità della palude, perchè là

sono gli argini che accennano alle due porte principali per la via di

terra, cioè Pradella e Ceresa. Per questa cagione furono affortificate

con bastioni, e con altre opere di difesa. Nè fu lasciata senza

munizioni la porta Postierla, la quale, avvegnachè si apra quasi nel

mezzo di una cortina, ha per difesa a destra il forte bastione di

Sant'Alessi, a sinistra un'alta di muro chiamata la torre di Sant'Anna.

Per dare poi maggiore forza a questa parte, principalmente a porta

Ceresa, e per impedire soprattutto che il nemico non possa fare un

alloggiamento nella penisola del T, furono ordinate alcune trincee con

terrati e terrapieni sull'orlo di lei, e nel luogo che chiamano il

Migliaretto. Così, oltre le acque e la palude, le principali difese di

Mantova consistono nella cittadella, nel forte San Giorgio, nei bastioni

di porta Pradella e di porta Ceresa, ed in altri propugnacoli, che da

luogo a luogo sorgono tutt'all'intorno nel recinto delle mura, e

finalmente nelle trincee del T e del Migliaretto.

Tutte queste difese fanno la fortezza di Mantova, ma più ancora l'aria

pestilente, che massimamente ai tempi caldi rende quei luoghi insani per

le febbri e per le molte morti, e fa le stanze pericolosissime,

principalmente ai forestieri, non assuefatti alla natura di quel cielo.

Non è però che nel complesso delle raccontate fortificazioni non vi sia

una parte di debolezza, perchè nè la cittadella nè il forte San Giorgio

sono tali, che possano resistere lungo tempo ad un nemico, che

validamente e con le debite arti gli oppugnasse; e chi fosse padrone di

questi due forti, potrebbe con evidente vantaggio battere il corpo della

piazza, più debole assai da questo lato che da quello della palude. Male

altresì la cittadella si chiama con questo nome, poichè non è tale nè

per la grandezza nè per la fortezza, che il presidio di Mantova vi si

possa ricoverare, nel caso in cui non fosse più abile a tenere la città.

La parte poi di porta Pradella, che è pure il lato più forte, e con più

diligenza munito, una sola difesa esteriore l'assicura; e quest'è

un'opera a corno dominata dall'eminenza di Belfiore. Le sole difese del

corpo della piazza in questa parte sono il bastione di Sant'Alessi,

stimato da tutti fortissimo, e pure troppo più piccolo, che non

bisognerebbe per poter essere guernito del numero di difensori e di

artiglierìe necessario, e la mezza luna di Pradella. L'uno e l'altra poi

non sono coperti, e le loro scarpe s'innalzano tutte sopra l'orizzonte.

Oltre a ciò sono congiunti fra di loro per una cortina lunghissima, e

perciò male atta ad essere difesa dai fianchi di quei due bastioni. Vero

è che per rimediare a questa debolezza, sono state sospinte oltre il

pelo della cortina, a guisa di due frecce, i due ridotti di terra Nuovo

e del Chiostro; ma questi due ridotti sono e di sito troppo più

ristretto e troppo, meno che si converrebbe, sporgenti, e male anco

volti rispetto alla cortina da potere e pel numero dei difensori, e per

quello delle artiglierìe, e per la direzione dei tiri acconciamente

servirle di difesa.

Nè maggior fortezza appare nelle mura di Mantova a mano manca di porta

Ceresa, andando verso il lago inferiore, perchè quivi, eccettuato un

debole torrione a guisa d'orecchione congiunto alla cortina, e tre

piccole e basse punte di bastioni, niuna difesa si ritrova. Sapevanselo

i Francesi, che prima dell'arrivo di Wurmser, avevano assaltato questa

parte, e già tanto si erano condotti avanti, che, aperta la breccia,

stavano in punto di entrarvi. A tutto questo pensando Buonaparte, era

venuto in questa opinione, che in venti giorni di trincea aperta si

potesse prender Mantova, ed a questa piazza anteponeva, per la fortezza,

quella di Pizzighettone. Aveva anche fatto disegno d'impadronirsene per

un assalto notturno ed inopinato con attraversare il lago sopra barche,

che a tal uopo aveva fatto apprestare. Avvertiva però, che la riuscita

di queste fazioni notturne dipende da un gridare o di cani o di oche.

Seguita da tutto ciò, che l'oppugnazione da questa parte non è tanto

malagevole, quanto porta la fama.

A questo si aggiunge, che quello che a prima vista pare constituire il

principale fondamento della difesa, ne fa appunto la debilitazione, e

questa cagione sono gli stretti argini per cui il nemico debbe

necessariamente passare per arrivare alla città; imperciocchè siccome i

più efficaci mezzi per ritardar le oppugnazioni e per prolungar la

difesa delle piazze sono le sortite forti degli assediati, che rovinano

le opere degli assedianti, così questi argini, rendendo le sortite più

difficili, nuocono alla difesa; perchè dovendo gli assediati uscire, e

passare per un luogo certo, stretto e lungo, facile cosa è agli

assedianti di scoprirgli, e di combattergli quando escono, ed innanzi

che sopraggiungano loro addosso. La quale facilità è anche più grande a

Mantova che in altre piazze, a cagione che per le acque del lago possono

agevolmente pervenire al campo degli assediatori i rapportatori e le

novelle. Questa natura dei luoghi è cagione, che con poche genti si può

fare, se non la oppugnazione, almeno l'assedio di Mantova, perchè il

nemico, senza che sia in necessità di circuire tutta la piazza,

ponendosi solamente, e facendosi forte alle punte dei ponti e degli

argini, verrà facilmente a capo di ridurre il presidio alla necessità di

capitolare per mancanza di vitto. Quindi è vero quello ch'era solito

dire Buonaparte, il quale se n'intendeva, che con settemila soldati se

ne possono bloccar dentro Mantova ventimila. Per la qual cosa si vede,

che se nuoce agli assaltatori l'aria infetta di miasmi pestiferi, nuoce

ai difensori la fame facilmente indotta. Tutti questi accidenti e di

sito e di natura e di arte, operarono a vicenda ed efficacemente o negli

assedj, o nelle oppugnazioni di Mantova, come si renderà manifesto dal

progresso di queste storie.

Storia d'Italia dal 1789 al 1814, tomo II · 第 7 / 20 段