Il diritto presenta uno scudo gentilizio spartito in rombi

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Sono stati attribuiti i corretti accenti gravi ed acuti, nel testo

originale tutti acuti.

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[Copertina]

[T0] LE MONETE DEI POSSEDIMENTI VENEZIANI DI OLTREMARE E DI TERRAFERMA

DESCRITTE ED ILLUSTRATE DA VINCENZO LAZARI.

Venezia.

A. Santini e figlio tipografi-editori.

MDCCCLI.

[Testo]

[T1] AI CULTORI DELLA STORIA VENETA.

Imprendo a svolgere una materia che può dirsi rimasta finora una terra

incognita ai più pazienti eruditi. Le monete de' possedimenti di

Venezia, comeché ramo importantissimo della patria numismatica,

cedettero d'ordinario il campo alle monete della metropoli, come per

la storia di quella maravigliosa Repubblica andò quasi dimenticata la

storia de' singoli paesi che le furon soggetti.

Gli scrittori che consacrarono con amore operoso il loro ingegno allo

studio difficile della veneta numografia fusero in essa quella delle

colonie, non s'avvedendo forse come per tal maniera si rendeva

intralciata la storia nummaria di Venezia unificandola con quella di

province e di città che derivavano da altri stati, a cui prima

appartennero, sistemi monetarii affatto diversi dal sistema della

dominante. Angelo Zon aveva bensì, prima d'altri, sceverato dalle

monete di Venezia quelle de' suoi possedimenti; ma il costui lavoro,

colpa il brevissimo tempo concedutogli ad occuparsene, riescì non

sempre esatto, spesso mancante, massime nella parte che aveva

peculiare riguardo alle coloniali.

I decreti che allo stampo di queste ultime si riferiscono, ed altri

documenti che vi hanno più o meno immediato rapporto, meritavano di

venir tratti dalla polvere degli archivii, e pubblicati ad

illustrazione de' risultamenti di quelle indagini che tanto

s'intrinsecano nella storia commerciale e politica di Venezia.

Studiate prima coll'occhio del critico e colla bilancia dell'orafo le

monete ch'era mio intendimento illustrare, nelle raccolte che ne vanno

più doviziose, in quella cioè che Teodoro Correr legava alla patria e

in quella che dal Pasqualigo passava al Consiglio de' Dieci e più

tardi alla Marciana, mi volsi a frugare nell'Archivio Generale i

decreti e le tariffe ed ogni altra maniera di documenti che valessero

a recar luce al bujo sentiero ch'io m'ero accinto a percorrere. Nel

1849 i libri della zecca nostra conservati in quel gigantesco deposito

di patrie memorie mi fornirono copia de' documenti bramati; e credetti

rendere vero servigio agli studii storici ed economici col pubblicarli

a corredo del presente libro. Né le sciagure che si aggravavano sulla

mia patria bastarono a togliermi a quelle pacifiche indagini in cui

trovavo conforto del molto dolore che straziava me impotente spettator

dell'eccidio del mio paese. Molti di questi studii furono condotti fra

il lugubre tuonar del cannone nell'ultimo assedio che strinse questa

cara città, grande e maravigliosa finanche nelle sue sventure.

Ma non soltanto ai nummi delle colonie della Repubblica ho consacrato

le veglie mie; lauta è altresì la messe d'illustrazioni che mi fu dato

raccogliere alle monete della metropoli. Formeranno queste l'oggetto

di ben maggior lavoro, del quale il presente non è che un saggio, e a

cui m'accingerò con alacre volontà se mi sarà dato modo d'intendere a

cosiffatti studii nell'avvenire, se peculiari circostanze non mi

violenteranno ad abbandonare per sempre queste cure dilette alle quali

sperai, e non dispero, poter consacrare la vita.

Terrà dietro, fra non molto, a questo libretto una serie di tavole

incise, ove saranno accolti i disegni de' pezzi qui illustrati, delle

quali s'è già affidata la esecuzione ad abilissimo artista.

Ben lontano dall'essere intollerante della critica, di quella critica

intendo che si fonda su' fatti e non folleggia ne' campi della

imaginazione, accoglierò con grato animo le osservazioni che

convalidassero od infirmassero le opinioni da me seguite, o da me

primo abbracciate. Giovane d'anni e di studii, invoco la critica

severa per illuminarmi e correggermi se alcuno s'avveda abbisognar me

di lumi e di raddrizzamento nel cammino da me battuto. Ma chi vorrà

onorare il mio qualsiasi libro de' suoi riflessi per convincermi di

qualche errore in cui io possa essere incorso, mi trovi cattivo

critico, inesperto erudito, ma sappia ch'io non ho mai scientemente

falsata la verità.

V. L.

[T1] PREFAZIONE.

Prima che delle monete battute da' Veneziani pei loro possedimenti di

oltremare e di terraferma io faccia parola, credo opportuna cosa il

premettere un rapido cenno della divisione naturale e politica di que'

possedimenti stessi; senza però estendermi in minuti particolari che

tornerebbero inutili allo scopo nostro, e solo limitandomi a quelle

generiche divisioni che agevolino a' lettori la netta intelligenza di

questa operetta, e giustifichino la classificazione delle monete che

andrò illustrando.

Comprendeva la DALMAZIA quel territorio che oggi costituisce i due

circoli di Zara e di Spalato, conterminato a tramontana e ad oriente

dai Monti Velebich, dalle Alpi Dinarie, e dalla Erzegovina, bagnato a

ponente ed a mezzogiorno dal mare Adriatico; nonché le isole che si

protendono lunghesso il suo litorale e quelle che sorgono nel

Quarnero, delle quali le maggiori sono Veglia, Cherso, Arbe, Pago,

Brazza, Lesina e Curzola.

Le coste marittime confinanti a maestro colla piccola Repubblica di

Ragusa, a scirocco bagnate dalle acque del golfo di Lepanto, formavano

l'ALBANIA. Della qual provincia la più bella e maggior parte toglieva

a Venezia l'impeto struggitore de' Turchi, restringendone i

possedimenti a quel breve territorio marittimo che da Castelnuovo va

sino a Lastua, al quale rimase il nome d'ALBANIA VENETA, assumendo la

parte occupata dagli Ottomani quello d'ALBANIA TURCA.

Le isole Jonie, la Morea, l'Attica, Negroponte e parecchie isole

dell'Arcipelago costituivano il LEVANTE VENETO. A cui si aggiungeva il

reame di CANDIA, e più tardi quello di CIPRO.

Il nome d'ITALIA VENETA abbracciava la penisola d'Istria ne' suoi

naturali confini, i territorii di Monfalcone e di Gradisca, la

terraferma oggi soggetta al Governo di Venezia, le province lombarde

di Brescia, Bergamo e Crema, la rocca di Riva sul lago di Garda, e nel

secolo XV ma per pochi anni anche Ravenna ed altre castella delle

marche oltre Po. Ma formando l'Istria una provincia a parte, restava

agli altri possedimenti della valle padana il nome di TERRAFERMA

VENETA.

Non è qui il luogo d'esporre in più circostanziata maniera le varie

forme di reggimento delle varie province suddite alla Repubblica,

governate da proprii statuti e quasi formanti stati a sé sotto la

supremazia e le armi della metropoli. Questi particolari che

svolgeremo brevemente più tardi, ci porterebbero ora senz'utilità

alcuna lungi dallo scopo che ci siamo prefissi.

Dividerò pertanto in cinque sezioni il mio breve lavoro. Abbraccerà la

prima le monete battute per tutt'i possedimenti di Dalmazia ed

Albania, trattandovisi poi di quelle che si coniarono per le singole

città dalmate ed albanesi. La seconda comprenderà la monetazione del

Levante Veneto; quella di Candia la terza, di Cipro la quarta,

limitandosi queste ultime due sezioni quasi a sole monete ossidionali.

Nella quinta verranno quelle della Veneta Terraferma, escludendosi

così dalle nostre ricerche la numismatica della metropoli, che formerà

soggetto a ben più lungo e più faticoso lavoro.

E nel presente non toccherò nemmeno delle particolari medaglie che per

antico privilegio batteva la comunità di Murano, simili nel peso e nel

titolo a quella moneta di congiario che distribuiva annualmente il

doge, e che dagli uccelli presi nelle valli del Dogado (di cui egli

regalava prima del 1521 i patrizi) ebbe il nome di [I[Osella]I]. Onde

questo nome passò alla medaglia muranese, destinata parimente a

donativo del Comune alle cariche del consiglio di quell'isola

industre. E ad escluderla da questa serie non altro mi determinò che

il pensiero, esser stata essa soltanto una medaglia, e non moneta

battuta per aver corso, comeché si sappia figurassero le [I[Oselle]I]

venete ne' due ultimi secoli nelle tariffe delle monete correnti.

Ma ben diversa ragione mi consiglia ad escludere quel troppo famoso

[I[michieletto]I] di piombo, già posseduto dal senatore Domenico

Pasqualigo (ora nella Marciana) il quale sognò leggervi le iniziali

del nome di Domenico Michiel doge dal 1116 al 1130; moneta che secondo

lui sarebbe stata battuta dal Michiel nel 1125 quando fu coi crociati

alla presa di Tiro, e scarseggiava di denaro la truppa che montava i

legni veneziani schierati intorno a quell'assediata città. Ma non si

accorse il buon uomo che non era quel suo vantato cimelio se non

un'informe imitazione dei [I[marcelli]I] battuti sul declinare del

secolo XV; una di quelle non insolite giunterie di chi vuoi prendersi

gioco non della dottrina ma della credulità. Che se al Pasqualigo

dobbiamo la maggior gratitudine perché legò alla patria copia di

preziosità numismatiche, le illustrazioni ch'egli ne stese sono così

impastojate di fole antiquarie che non saprei qual più opportuno tipo

avrebbe potuto scegliere il nostro Goldoni in una delle sue più briose

commedie. Sennonché vollero altri, sull'autorità di cronache non

sempre veridiche, che il [I[michieletto]I] battuto nel 1125 nelle

acque della Soria fosse di cuojo. Ed infatti, sul finire del passato

secolo, di questi [I[michieletti]I] di cuojo ne vennero fuori a

dozzine. Gli è proprio vero che le leggi dell'ordine fisico governano

il mondo morale; quasi per necessario equilibrio, gli anni in cui il

Winckelmann ed il Visconti creavano la critica archeologica, fiorivano

i più ignoranti eruditi e si spacciavano le più goffe corbellerie. Né

lo smascheramento di queste fraudi, operato con raro fior di dottrina

da S. E. il conte Leonardo Manin a Venezia e dal conte Giulio Cordero

di San Quintino a Torino bastò ad aprir gli occhi agli accecati

raccoglitori che di quelle brutte contraffazioni andavano impinguando

i loro musei.

Nel novero immenso delle quali sarei pur tentato a registrare un'altra

moneta, se non mi determinassi piuttosto a ravvisarvi un abbaglio

preso da un nostro dotto concittadino per condiscendenza soverchia

all'altrui giudizio. Angelo Zon, profondo e coscienzioso ricercatore

delle venete antichità, toltoci due anni sono da una morte immatura e

crudele, scrisse pregato quel trattatello [I[sulla Zecca e sulle

monete di Venezia]I] che fu inserito nella grand'opera [I[Venezia e le

sue Lagune]I]. La rara modestia di quell'uomo lo fece troppe volte

schivo dall'esibirci francamente il suo ponderato giudizio sui

monumenti ch'esaminava, giudizio che solo talora pronunciò titubante.

Venn'egli a parlare di un certo [I[soldo d'argento]I] col leone

veneziano e colla figura del doge armato posseduto dalla Marciana

nella collezione del Pasqualigo, i cui dubbii caratteri questo antico

erudito, che vedemmo di qual calibro fosse, credeva misti di greco e

di latino, comodamente pegli studii suoi, e vi ravvisava nientemanco

che questa leggenda: [I[Cristophorus de Mauro imperator nationis

christianae cum Pio nomine Secundo]I]. Quanto poi alla circostanza in

cui fu battuto questo pezzo singolare, dato che la leggenda fosse

proprio quella, niente di più facile che spiegarla. L'avrebbero

battuto i crocesignati veneziani nell'occasione che il doge Moro fu

nel 1464 ad Ancona per collegarsi con Pio II contro i Turchi irruenti.

Lo Zon invece, credendo al nome di [I[Christophorus]I] che pur

credeano leggervi lo Zanetti e il Morelli, penserebbe ricordasse

l'alleanza segnata il 19 ottobre 1463 col cardinal Bessarione, non

senza però che potesse riferirsi ad altre circostanze e ad altre

persone le quali in modo diverso si collegassero colle cose veneziane.

Mi fa però maraviglia come il nostro amico non avvertisse essere

quella moneta una cattiva contraffazione del soldino d'argento,

alterata nel peso, scemata nel titolo, barbara nelle imagini,

capricciosa ne' caratteri.

Altrettanto potrebbesi dire di quello zecchino che lo Zon,

sull'autorità del Pasqualigo nel cui museo si conserva, credette

appartenere a Vlatco Cosaccio duca dell'Erzegovina nel sec. XIV,

ch'ebbe da' Veneti tutela e nobiltà patrizia; zecchino evidentemente

imitato da un falsario su quello di Alvise Mocenigo I°, di cui ha la

leggenda in controparte e sfigurata, come pure inversa è la posizione

delle due figure nel diritto; coniato altresì in oro di lega

bassissima e assai scarseggiante nel peso. Mi arrestai forse più del

bisogno su queste inconcludenti monete; ma credo non basti mai

l'insistere in distruggere i vecchi errori nella critica, quando li

rafforza un'autorità venerata.

Troppo devierei però dallo scopo mio se per me si volesse soffermarmi

tratto tratto a confutare tutti gli errori che si stamparono in fatto

di numismatica veneziana. Il più degli autori che finora ne hanno

trattato furono soverchiamente proclivi a ripetere ciò che s'era

divulgato da chi li avea preceduti. Così la critica non avanza di un

passo, ma il sapere indietreggia finché il falso, invece che si

abbatta, si puntella e si accarezza. La missione del critico non è di

farsi eco dell'altrui giudizio; è di cribrarlo, rinfiancarlo se

giusto, crollarlo se mai fallace; è di attingere il vero alle sue

fonti, nei documenti cioè e nei monumenti. Chi batte un altro cammino

non credo abbia diritto di chiedere, siccome io chiedo, la indulgenza

di lettori spassionati e sapienti.

Giova anzi tutto avvertire di qual peso mi sia valso nell'esame delle

monete della cui descrizione ed illustrazione ci andremo occupando.

Scelsi a quest'uopo l'ordinario peso veneziano dell'oro e

dell'argento, la [I[marca]I]; si perché eguagliando la [I[marca]I]

nostra quella di Colonia, è peso generalmente noto; sì perché nelle

memorie che ho disseppelite dalla polvere degli archivii non d'altro

peso si parla, e adottandone io uno differente, avrei dovuto ad ogni

pie' sospinto soffermarmi ad un nuovo ragguaglio.

Fino dal secolo XII troviamo documenti che ci provano essersi in

queste lagune adottata la [I[marca]I] di Colonia; in una quitanza

infatti del 1123 spettante a San Giorgio Maggiore leggiamo che

l'abbate e vicario di quel monastero accusa ricevute [I[argenti de

marcha de Colonia undecim marchas]I]. Così parimente nel trattalo fra

il doge Enrico Dandolo e Baldovino di Fiandra stipulato il 4 aprile

1201 leggiamo queste parole: [I[Propter quod nobis dare debetis

octuaginta quinque milia marcharum puri argenti ad pondus Coloniae,

quo utitur terra nostra]I].

La [I[marca]I] si divide in 8 once, l'[I[oncia]I] in 144 carati che si

esprimono colla iniziale [I[k]I], il carato in 4 grani. La marca

dunque corrisponde a k. 1152, ovvero gr. 4608; l'oncia a gr. 576.

Un'altra suddivisione della marca, meno comunemente adottata fra noi,

è in 192 [I[denari]I], quindi dell'oncia in 24 [I[denari]I], de' quali

ognuno si compone di k. 6 ovvero gr. 24.

Se alla parte fina della moneta d'oro o d'argento è aggiunta una quota

parte di metallo inferiore per ottenerne la lega, la quantità di

questo in rapporto alla marca si esprime coi carati e colla voce

[I[peggio]I]. Quando verbigrazia diciamo che una data moneta ha di

peggio 60, indichiamo che dei 1152 carati componenti una marca, 60

sono di rame. Il metallo puro si dice [I[fino]I], e parlando di oro

senza lega si dice altresì volgarmente [I[oro di 24 carati]I], [I[oro

di zecchino]I]. L'argento senza lega dicesi volgarmente [I[argento di

12 denari]I].

[T1] I. DALMAZIA ED ALBANIA.

[T2] A. MONETE GENERALI.

Queste due belle province di cui la conquista e la conservazione

costarono alla Repubblica tanto sangue e tant'oro, formavano una delle

predilette cure de' Veneziani i quali, padroni di quella grande

striscia di lidi che fiancheggia ad oriente l'Adriatico, e delle isole

Jonie che ne guardano l'entrata, sapevano come solo mantenendo que'

possedimenti potevano assicurare la durevolezza del loro dominio su

quel mare ch'era, anziché i Portoghesi girassero il Capo di Buona

Speranza, la strada del commercio dell'Europa coll'Egitto e

coll'Indie. La Dalmazia, le condizioni del cui suolo vietavano un

rapido sviluppo d'incivilimento e d'industria, fu calcolata sempre da'

nostri una colonia mercantile e militare. Provveduta di porti

eccellenti e di magnifiche rade, con un popolo dedito, più che ad

opere di pace, al maneggio dell'armi nell'interno del paese, e sul

littorale tutto consacrato alle arti marinaresche, quella provincia

forniva la metropoli di marinai e di soldati. La Repubblica dal suo

canto ricompensava colla mitezza del governo, tollerante nelle

province la forma di quasi autonomo reggimento, coi premii

largheggiati a' Dalmati, e con que' tutti mezzi che uno stato sa

mettere in opera per amicarsi i popoli soggetti; e prova ne sia

l'affetto moltissimo che i Dalmati posero nel regime veneziano, i

Dalmati versanti a rivi il loro sangue per Venezia in tutte le guerre

ch'essa sostenne, i Dalmati piangenti nel dipartirsene le mutate sorti

del tristo rivolgimento del 1797 e che seppellirono il vessillo a cui

aveano giurato fedeltà eterna sotto la mensa degli altari di Cristo

nelle loro chiese. Altrettanto dicasi dell'Albania, dove forse ancor

più vivo si mantenne quell'affetto, perché messo a dura prova dalla

minaccia del giogo ottomano; ma dell'Albania la parte più bella, più

fertile, più grande, poco sostennero i Veneziani, perché l'impeto de'

Turchi irruenti in Europa si rovesciò su quelle colonie, i cui

profughi abitatori cercarono nell'antica metropoli quell'asilo che li

mettesse al coperto da ulteriori sevizie del vincitore, intollerante

il bene di genti non circoncise e i riti della religione del Nazareno.

Ne' brevi cenni che premisi a questa operetta ho fatto vedere che cosa

sia ad intendere sotto questi due nomi, Dalmazia ed Albania; il primo

vale a dire abbracciante il littorale Veneto dall'Istria ai confini

della Repubblica di Ragusa; il secondo il littorale che si stende dal

confine meridionale di questa Repubblica sino al golfo di Lepanto. È

noto però come anche Ragusa passasse più d'una volta, ma per tempo

breve, nelle mani de' Veneziani, ed è pur noto come poi ritornata a

libertà mantenesse la propria indipendente esistenza a spese della

protezione ottomana. Come si governassero que' possedimenti Veneti

negli ultimi secoli, i soli di cui abbiamo ad occuparci nello

intendere allo scopo nostro, verremo brevemente esponendo.

In tutta la provincia della Dalmazia, compresavi quella piccola

porzione d'Albania che le conquiste de' Turchi non valsero a togliere

alla Repubblica, la giurisdizione ecclesiastica era spartita in

tredici diocesi, due arcivescovili ed undici vescovili. Ogni capoluogo

di quelle diocesi, mutate poi in divisioni politiche, era validamente

fortificato, e vi si contavano dieci altre castella; ognuna delle

quali, non meno che le città, ad eccezione di Scardona, si governava

da patrizi veneziani che si mutavano ogni 32 mesi, talché l'intera

provincia suddividevasi in 22 reggimenti. Preside e capo di tutte

queste reggenze destinava la Repubblica un suo patrizio dell'ordine

senatorio col titolo di [I[Provveditore generale ordinario di Dalmazia

ed Albania]I]. Annesso a questo generalato era il governo politico

dell'intera provincia. Il generale esercitava autorità di giudice

criminale e civile, in appellazione dalle sentenze di tutt'i

rappresentanti sì delle isole che del continente. Non era peraltro

giudice definitivo, perché devolveansi i suoi atti ai competenti

Consigli della metropoli. Sussistevano nullameno antichissime

consuetudini che gli assicuravano inappellabilità di giudicio dalle

sue sentenze in certi casi di diritto criminale. Infatti a lui

indirizzavansi dai subalterni reggimenti le notizie de' casi

delittuosi, ch'egli o spacciava da sé, o rimandava a' reggimenti

stessi perché continuassero la procedura, riserbandosi egli a

giudicarne, quella fornita. Era una consuetudine inveterata e portata

quasi dalla necessità, perché la distanza di quelle province dalla

capitale, in tempi ne' quali le comunicazioni erano bensì continue ma

non troppo celeri, non impedisse il rapido corso della giustizia, e

fosse più agevole condurre la procedura sul luogo stesso del delitto e

da uomini aventi immediata cognizione del paese e degli abitatori.

Presiedeva il generale all'introito de' dazii di tutta la provincia,

benché le pubbliche casse rimanessero sotto la direzione e la custodia

de' patrizii capitani di Zara e delle altre città, non meno che de'

rispettivi camerlinghi. Da lui dipendeva altresì la milizia di terra e

di mare, e aveva l'obbligo d'invigilare sul contrabbando esercitato

sul littorale e contro i delitti commessi a bordo de' legni. Ogni

singola città riconosceva in lui e nel patrizio che vi risiedeva in

nome della Repubblica con vario titolo di [I[Conte]I], [I[Capitano]I],

[I[Rettore]I], [I[Provveditore]I], l'autorità suprema, ma si governava

co' proprii statuti.

Data così una rapida occhiata al modo di governo delle province di cui

ci occupiamo, si passi a considerarne le monete battute da' Veneziani.

[T5] Tornese di Dalmazia.

Rimasi a lungo indeciso qual nome s'avesse a dare ad un piccolo nummo

di basso argento che si dimostra coniato da' Veneti per la Dalmazia,

ne' primi anni del secolo XV. La molta rarità di questo pezzo non mi

permise di vederne che un solo esemplare custodito nella Marciana;

esemplare il cui grado di conservazione è men che mediocre, e lascia a

mala pena discernere le rappresentazioni e le leggende; talché i

confronti ch'io solevo istituire fra' varii esemplari di una moneta

non potevano aver luogo in questo caso, limitato come fui ad uno solo

e logoro pezzo.

Ebbi nullameno agio d'assicurarmi che i caratteri di questa moneta

rarissima accusano la scrittura veneziana de' primordii del

quattrocento, e la scoperta d'un documento ricordante monete battute

per Zara nel 1410 mutò in certezza l'ipotesi sull'età del controverso

pezzo. Infatti nel [I[Capitolare delle Broche]I], detto così dalle

borchie dorate che ne ornano la legatura, prezioso codice della Veneta

Zecca che mi somministrò tante notizie di patria numografia, e che si

conserva nell'I. R. Archivio Generale ai Frari, trovai un decreto

della XLª. civile che determina gli stipendii di alcuni operai di

zecca, il 13 agosto 1440: [I[Cum de monetis quae fiunt pro Jadra non

sit datus ordo aliquis qualiter solvi debeant laborantibus ipsas in

Cecha nostra]I] ecc. Qui non è daddovero indicata alcuna specie

particolare di nummi battuti per Zara, ed è affatto generica la

espressione [I[monetae]I]. Ma se abbiamo sott'occhi una moneta veneto-

dalmata, i cui caratteri corrispondono perfettamente all'epoca

surriferita, il cui valore intriseco s'accorda con quello d'altre

monete contemporanee coniate per altri possedimenti della Repubblica,

domanderò io perché non s'abbia a ritenere che quel decreto non

d'altra moneta parli che di quella di che ci stiamo occupando? Eccone

pertanto la descrizione.

Il diritto presenta uno scudo gentilizio spartito in rombi

verticalmente disposti ed attorniato da sei piccole palle o

[I[bisanti]I]; stringe lo scudo all'ingiro un cerchio di perline fuori

del quale è la epigrafe: + MONETA. DALMATIE. Il lato opposto figura S.

Marco in piedi, di fronte, aperte le mani, e cinto il capo di nimbo di

perle; intorno ad esso la scritta SANTVS. MARCVS. Il peso

dell'esemplare è k. 3. 1., il diametro m. 0,016; ma il peso del pezzo

ben conservato doveva essere probabilmente uno o due grani di più,

cioè k. 3. 2. ovvero k. 3. 3. Quanto alla qualità dell'argento, duolmi

che la rarità estrema di questo pezzo m'impedisse di venirne

all'assaggio, ma dal semplice tocco mi apparve simile alla materia

impiegata a quell'epoca a coniare i [I[tornesi]I] per il Levante. Se

dunque la materia è la stessa che quella de' contemporanei tornesi, se

il peso della moneta in questione corrisponde al peso di un tornese,

com' è appunto il caso nostro, noi abbiamo a riguardarla come un vero

tornese battuto, anziché pel Levante, per la Dalmazia.

Che se taluno con sottigliezza soverchia, ammettendo la somiglianza

della presente moneta col tornese, negasse competerle questo nome,

perché non si ha memoria di tornesi coniati per la Dalmazia, si

potrebbe rispondere che sotto i ducati di Antonio Venier e di Michele

Steno, sotto il qual ultimo fu sancita la surriportata terminazione

1410, non si battevano che quattro monete argentee, oltre il ducato

d'oro; il [I[grosso]I] cioè detto altramente [I[matapane]I], il

[I[soldino]I] col leone alato e la figura del doge, il [I[piccolo]I]

([I[parvulus]I]) scodellato, e il [I[tornese]I]. Queste sole e non

altre monete troviamo indicate nelle memorie di zecca, quindi è d'uopo

in una di queste quattro categorie collocare la [I[moneta

Dalmatiae]I]. Ed io reputo aver qui un valido fondamento per ritenere

la denominazione che le diedi, cioè di [I[tornese]I]. Questo nome

sempre isolato ricorre nelle leggi, ne' capitolari, nelle pubbliche e

private scritture; non vi si parla mai di tornesi speciali pel

Levante, o speciali per la Dalmazia. Quando ci occuperemo più tardi

colla necessaria estensione di quest'importante moneta, se ne valuterà

il ragguaglio raffrontandola alle altre monete di quell'età. Per ora

ci basti l'aver descritto e qualificato questo raro cimelio della

numismatica dalmata, il quale manca persino a quella gigantesca

collezione del Museo Correr.

Ardua, e finora insormontabile, è la difficoltà piuttosto che presenta

lo stemma figurato nel diritto di questo pezzo. È lo scudo gentilizio

dei Contarini, ma non saprei a quale degl'individui di questa famiglia

si possa attribuirlo. Se fossi corrivo alle ipotesi, una si potrebbe

in questo caso avanzarne; essersi questa moneta primamente battuta

sotto la ducea di quell'immortale Andrea Contarini che governò la

Repubblica dal 1368 al 1382, ducea segnalata per ardite imprese contro

il re d'Ungheria e contro Genova poderosa rivale; aversi poi

conservato il vecchio tipo nella nuova monetazione del 1410. Ma, lo

ripeto, alle ipotesi non m'attacco volentieri, quando non le trovo

suffragate da documenti.

[T5] Lirette e Gazzette.

Fra le varie rappresentazioni che adottarono i Veneziani per effigiare

l'alato leone simbolo del loro patrono S. Marco, è certamente una

delle più singolari quella che ne mostra la sola parte anteriore

presentata di guisa tale che la sommità della testa nimbata veduta di

prospetto, il lembo delle ale spiegate e il contorno esterno della

zampa tenente il libro degli Evangelii disegnino un circolo il cui

centro è nel petto del sacro leone. Tale curiosa rappresentazione di

San Marco, incisa la prima volta sui soldini d'argento nel sec. XIV,

derivò da questa moneta il nome di [I[S. Marco in soldo]I]; più tardi

figurata sui pezzi da 2 soldi o [I[gazzette]I] si disse [I[S. Marco in

gazzetta]I]; e finalmente ebbe dal volgo un terzo nome, quello di

[I[S. Marco in mollecca]I] perché s'accosta nel suo complesso

all'aspetto di questo crostaceo, nelle nostre acque comune.

Le monete battute per la Dalmazia e per l'Albania ch'entrano nella

classe delle [I[Lirette e Gazzette]I] portano tutte dall'un de' lati

così effigiato il simbolo dell'Evangelista, dall'altro i nomi delle

province ove furono destinate ad aver corso.

Determinare con certezza quando incominciasse lo stampo di questi

nummi dalmato-albanesi, che non recano data né nome di doge, non è

invero agevole; ma d'altra parte si hanno indubbii criterii per

fissarne approssimativamente la età. A ciò fare, darò anzi tutto opera

alla loro descrizione.

Cinque monete diverse abbraccia questa categoria; tre d'argento,

[I[liretta]I], [I[da otto]I], e [I[da quattro]I]; due di rame,

[I[gazzetta]I] o [I[da due]I], e [I[soldo]I].

La [I[liretta]I] è una sottile moneta d'argento del diametro di

m. 0,024, e del peso di k. 13.3 1/2 ragguagliata a peggio 350 per

marca, corrispondente al titolo 0,696181. Il diritto offre in tre

linee la epigrafe DALMA = E . T = ALBAN, una rosa sopra la prima

linea, altra sotto la terza. Il rovescio ha il leone in gazzetta

attorniato dall'epigrafe S. MARC. VEN. coi punti foggiati a stelline.

Nell'esergo la cifra XX (intendi soldi) parimente chiusa da due

stelline. Una varietà conservata nel Museo Correr ha la parola MARC

fra due punti rotondi.

Il [I[da otto]I] soldi, o due quinti della liretta, ha un diametro di

m. 0,019 e un peso di k. 5. 2 1/5; uguali alla liretta stessa le

proporzioni de' metalli. Il diritto n'è pur simile, in proporzioni

minori, e tale il rovescio, che nell'esergo porta la cifra * VIII *.

Questo pezzo è pur descritto nel II vol. della Raccolta dello Zanetti

a pag. 206, com'esistente nella collezione Gradenigo sotto il n.° 270,

e n'è dato il peso in k. 5 gr. 3. La credo quest'ultima cifra semplice

errore di stampa, perché eccedente il peso legale del pezzo che trassi

dalle memorie di zecca.

Simile al da otto è il [I[da quattro]I], o un quinto della liretta, ma

avente il diametro di m. 0,015 e il peso di k. 2. 3 1/10. Il rovescio

offre nell'esergo le lettere MARC fra due punti rotondi e la cifra

IIII fra due stelline.

Quanto alle monete di puro rame, il tipo n'è somigliantissimo a quello

delle precedenti. La [I[gazzetta]I] offrì a' miei studii tre varietà

nel diritto; la prima colla iscrizione DALMA. = E . T = ALBAN., la

seconda DALM. = . E . T = ALB., la terza DALMAT. = ET = ALBANIA. Il

suo peso varia ne' diversi esemplari; ve n'ha cioè di k. 38, di

k. 33 15/17 e di k. 29 7/13. Il suo diametro è di circa m. 0,030.

Nell'esergo * II *.

Simile alla gazzetta ma in proporzioni minori è il [I[soldo]I], che ha

cioè un diametro di circa m. 0,024, e un peso che varia con quello

della gazzetta di cui è la giusta metà. Del diritto avvertii due

varietà, l'una recante DALMA. = E . T = ALBAN., l'altra DALM. = ET =

ALB. Nell'esergo del rovescio è costante la cifra * I *.

Di queste monete, quelle di rame ricorrono frequentissime nelle

raccolte ed in commercio. Non ugualmente comuni, benché tutt'altro che

rare, sono le argentee delle quali la men facile a trovarsi è il [I[da

quattro]I].

Avevano i Dalmati nel sec. XVII da remotissima età una lira di conto,

non mai ancora rappresentata da effettivo pezzo d'argento, e di valore

sempre oscillante ed incerto. Ad impedire i disordini di questa

fluttuante moneta di computo, sembra che i Veneziani si determinassero

a battere per la Dalmazia e per l'Albania le monete d'argento sopra

descritte. Non ha dubbio ch'esse sono anteriori all'anno 1706 in cui

si coniarono i [I[Leoni Mocenighi]I] che formeranno più sotto

l'oggetto delle nostre ricerche; poiché se anche non lo dimostrassero

a sufficienza la forma più arcaica delle lettere e il più corretto

disegno delle figure, lo proverebbe fuor dubbio la bontà maggiore

dell'argento, e la maggior quantità di esso impiegata a rappresentarvi

la lira veneta. Andarono finora a vuoto le mie indagini per precisare

l'anno in cui queste monete si principiarono a battere; ma in una

dissertazione di Cristoforo Raimondi ch'era manoscritta presso lo

Svajer, citata dal Gallicciolli (T. II pag. 45 delle [I[Memorie

Venete]I]) leggiamo: [I[Nel 1664, 17 ottobre, fu preso di stampar

moneta usuale di lega inferiore, e si stampò il Ducato, affinché

corresse in Venezia soltanto; come lo fu delle Lirette e Soldoni]I].

Qui non è invero parola di quella più moderna liretta che fu poscia

per la prima volta battuta dal doge Nicolò Sagredo nel 1675; dunque

l'unica moneta alla quale si possa applicare quel nome, è la moneta di

cui stiamo considerando l'intero e gli spezzati, la [I[liretta]I] per

la Dalmazia.

Ben più sicure notizie porgerò a' lettori della origine delle monete

dalmato-albanesi di rame più sopra descritte. Nella importante

[I[Compilazione delle Leggi Venete]I], custodita nell'Archivio

generale, rinvenni la seguente terminazione sancita nel Senato l'anno

1690.

[I[ 1690, 27 Maggio, in Pregadi.]I]

[I[ Considerando la prudenza de' Proveditori in Zecca in ordine

alle pubbliche commissioni necessario lo stampo di qualche

moneta di rame per le occorrente della Dalmazia et per render

nello stesso tempo provedute le povere maestranze di lavoro;

L'anderà parte che sia commesso a' Proveditori in Zecca

d'impiegare la summa di Ducati cinquemila in tanto rame per lo

stampo di tante monete di puro rame per uso della Provincia

della Dalmazia, portandone, adempita la fabbrica la notitia a

publico lume ad oggetto di farne pronta la missione a quel

Proveditor Generale.]I]

Sennonché nemmeno questa misura, lo stampo cioè di monete destinate al

corso esclusivo nella Dalmazia e nell'Albania, bastò a frenare i

disordini dell'incomoda lira di computo in quelle province. Anzi la

Repubblica, non potendo o non volendo metter argine a quell'abuso di

conteggiare in una moneta del continuo oscillante e che facilitava

agli speculatori il monopolio de' metalli coniati, venne più tardi

nella determinazione di regolare il peso delle gazzette e de' soldi di

rame a seconda del vario valore ch'ebbe lo zecchino in quelle

province: talché quando lo zecchino fu ragguagliato a lire di Dalmazia

25 (cioè intorno al 1700) si cavavano da una marca di rame gazzette

30 1/3 che pesavano ciascuna k. 38; quando a lire 27 (cioè nel 1706),

gazzette 34 del peso di k. 33 15/17; quando a lire 33 (cioè intorno al

1730), gazzette 39 ciascuna delle quali del peso di k. 29 7/13. Così

leggiamo nelle memorie di zecca, e così si spiegano le varietà più

sopra avvertite nel peso di queste monete. È nondimeno ad aggiungere

che la zecca non era poi sì scrupolosa nello stampo loro come in

quello delle monete d'argento e d'oro, e che non è perciò difficile il

rinvenire due esemplari del medesimo tipo di peso alcun poco fra loro

diversi. Ricavasi però da queste memorie un corollario importante:

[I[potersi alcune volte riscontrare nelle monete venete di puro rame

l'età del loro stampo, calcolandone il peso]I]. Quello che dissi delle

gazzette è pur ad intendersi de' soldi, che ne costituivano la metà.

A continuare questi cenni sulla lira coloniale di computo, ricorderò

che nel 1740 gli speculatori cambiavano lo zecchino contro queste

gazzette (che dal loro grave peso si dissero altresì [I[gazzettoni]I])

in ragione di lire 52 e talora 54. Una tariffa dell'anno 1780 raffermò

da ultimo il valore dello zecchino a lire 48 di computo in gazzette o

soldi, in rispondenza al ducato che vi era ragguagliato a lire 17.6.

Anche dopo lo stampo del [I[leone Mocenigo]I] seguitarono ad aver

corso quelle monete d'argento da 20, 8, 4 soldi, sempre però

ragguagliate a maggior valore, trovandole io descritte fra le correnti

in alcune memorie di zecca del 1749, dove se ne calcola il fino

esattamente in once 8, denari 8, grani 12 di nostro peso.

[T5] Leoni Mocenighi.

Nel 1706, ducando Alvise Mocenigo secondo di questo nome, per

sopperire a' bisogni del commercio ne' possedimenti di Dalmazia e

d'Albania, fu decretato lo stampo di una nuova moneta da lire venete

4, in uno a' suoi spezzati da lire 2, 1 e da soldi 10 e 5. Dal nome

del doge che primo ed unico la mise fuori fu detta [I[leone

Mocenigo]I], a distinguerla da altra moneta di maggior peso e valore

battuta pel Levante che dal doge che primo la fece stampare si era

chiamata [I[leone Morosini]I]. Tuttavia le succitate memorie di zecca

del 1749 non la chiamano con altra appellazione che quella di

[I[monete nuove per la Dalmazia]I]. L'argento in cui la si volle

coniata aveva di peggio 450 carati per marca, era cioè inferiore di

k. 100 di fino a quello impiegato nelle lirette; era quindi al titolo

0,609377, o della bontà di once 7, denari 7, grani 12. In quell'epoca

stessa (1706) lo zecchino che, com'è noto, aveva k. 46. 80/91 d'oro

purissimo, cioè andava a zecchini 67 1/4 per marca, era valutato nelle

tariffe lire 20 e soldi 5, e il ducato d'argento del peso di k. 110 a

peggio 200 valeva lire 7 e soldi 4.

Il decreto del Senato 2 marzo 1706 regolava il prezzo dell'argento

destinato alla monetazione de' [I[leoni Mocenighi]I] a lire 9, soldi

15 l'oncia fina, pagabili metà in partita di Bancogiro, e metà in

zecchini a lire 17 l'uno, ovvero, in luogo di zecchini, nelle dette

monete dalmato-albanesi a lire 27 coloniali lo zecchino.

Il [I[leone Mocenigo]I] è del peso di k. 56 e del diametro di

m. 0,0335, e porta nell'averso l'imagine di S. Marco seduto sul trono

a manca dell'osservatore, porgente al doge genuflesso un'asta

sormontata da croce colla sinistra, e benedicente colla destra. Dietro

al santo le iniziali S * M * V * ([I[Sanctus Marcus Venetiarum]I]), e

dietro al doge la epigrafe ALOY * MOCENI.; lungo l'asta verso il doge

è la voce DVX in caratteri verticalmente disposti. Sotto la linea

d'esergo sulla quale posano le figure, stanno le iniziali * G. B *

(ovvero * B. G *). Il rovescio presenta il leone alato e nimbato,

rampante verso la sinistra, ma colla faccia di prospetto, immergente

la manca zampa posteriore nel mare e recante nella destra anteriore un

ramo d'ulivo. Dinanzi al leone sorge sovra una rupe un turrito

castello in cima al quale svolazza una bandiera. D'intorno al leone è

la epigrafe DALMAT * ET * ALB, nell'esergo la cifra * 80 *, cioè il

numero de' soldi che formano le 4 lire venete.

Il pezzo [I[da due lire]I] o mezzo leone serba il tipo del precedente,

in proporzioni minori, limitato cioè al diametro 0,029 e al peso di

k. 28. Offre tuttavia nel diritto più incurvata la figura del santo e

la epigrafe è questa S. M. V. ALOY * MOC *; l'esergo il medesimo in

alcuni esemplari, in altri è * B. C 2° *. Nel rovescio l'esergo è

necessariamente * 40 *.

Tale è parimente la [I[lira]I] o quarto di leone, del diametro di

m. 0,024 e del peso di k. 14. Strana e rozza nel diritto è la forma

del berretto ducale che copre il capo del genuflesso Mocenigo;

l'esergo del rovescio è * XX *.

L'ottavo di leone o pezzo [I[da dieci soldi]I] è anch'esso nel tipo

simile al mezzo leone, ma il peso n'è di soli k. 7, il diametro di

m. 0,019. L'esergo del rovescio porta il numero X ugualmente chiuso

fra due stelline. Questi pezzi non sono ora comuni a trovarsi, benché

nessuno de' nostri musei ne difetti.

Non potrebbe dirsi altrettanto del sedicesimo di leone, o [I[da cinque

soldi]I], se ne fosse accertata la esistenza. Lo trovo registrato più

d'una volta nelle memorie di zecca, che gli danno il peso di k. 3 1/2,

e dalle quali parrebbe che si fosse effettivamente battuto. Ma il non

vederlo conservato nel ricchissimo Museo Correr né in altra delle

raccolte da me esaminate, il non trovarlo registrato fra le monete che

appartenevano a monsignor Gradenigo, il cui catalogo fu inserito nella

collezione dello Zanetti Vol. II, e che non ha guari passarono al R.

Gabinetto di Torino, mi fa sospettare che quella moneta non si

battesse mai, comeché se ne fosse decretato lo stampo.

Le sigle ricorrenti nell'esergo del diritto di questi nummi mi

richiamano a parlare di una consuetudine della zecca nostra. Il

religioso rigore serbato da' Veneziani costantemente nell'esercizio di

quest'atto del sovrano potere ch'è la monetazione, gl'indusse a

mettere in opera tutt'i mezzi possibili per guarentire il commercio da

quelle fraudi che, con tanto danno di esso, avvenivano non raramente

nella bontà dei metalli coniati. Fu decretato perciò nel 1387 che ogni

[I[gastaldo]I] di zecca dovesse apporre ad ogni conio un segno noto a'

massari dell'argento, mediante il quale si riconoscesse la mano onde

uscì ogni pezzo monetato. Più tardi si volle che ogni moneta d'oro e

d'argento, ad eccezione dello zecchino che non portava lega, fosse

contrassegnata dalle iniziali del nome e del cognome di uno de'

[I[massari all'argento]I] se argentea era la moneta, [I[dell'oro]I] se

d'oro. Chiunque pertanto improntava delle proprie sigle un nummo era

responsabile in faccia alla legge d'ogni alterazione di titolo che vi

fosse mai avvertita. Questa pratica non avea luogo nelle monete erose,

né in quelle di puro rame, si però nelle doppie d'oro e in ogni pezzo

d'argento il cui peggio non eccedesse il fino, fosse cioè al di sotto

della metà de' carati costituenti la marca. Ebbervi però più d'una

volta monete di buon argento (come sarebbero a mo' d'esempio le

lirette di Dalmazia e i loro spezzati, e così pure le galeazze di cui

frappoco ci occuperemo) che non erano contrassegnate da sigle di

massaro. Di quelle che ho ricordate impresse sui leoni Mocenighi,

mancando una serie cronologica completa de' massari all'argento, non

sono in grado d'interpretare che quelle B. C 2.° le quali offrono il

nome di Benedetto Civran II.°, che coprì quella carica negli anni 1705

e 1706.

[T5] Galeazze.

Allorché nell'anno 1736, ducante Alvise Pisani, fu decretato lo stampo

della nuova moneta per le colonie ch'ebbe il nome di [I[galeazza]I],

le precipue specie d'oro e d'argento veneziane correvano come segue:

Lo zecchino a lire 22.

La doppia d'oro peggio 96 del peso di k. 32 2/3, a lire 38.

Il ducato d'argento peggio 200 del peso di k. 110, a lire 8.

Il ducatone d'argento peggio 60 del peso di k. 134 1/2, a lire 11.

Lo scudo d'argento di lega pari al ducatone, del peso di k. 153 1/2,

a lire 12. 8.

V'aveano dunque a Venezia cinque monete maggiori, nessuna delle quali

esattamente multipla della lira di conto della Dalmazia, ad eccezione

dello zecchino ragguagliato allora a 36 di quelle lire. E nondimeno

continuavano gli abitatori de' possedimenti oltremarini a valersi di

quell'incomoda moneta ideale che non era rappresentata da nessuna

delle monete esistenti, nemmeno da quelle erose che si erano mandate

fuori nel 1722 del valore di soldi 30, 15, 10 e 5. Fu quindi a

sopperire a' bisogni di quelle province che il Governo decretava nel

1736 lo stampo di una moneta, frazione dello zecchino, ed atta perciò

ad agevolare le transazioni commerciali della metropoli colle colonie.

Quindi ebbe origine la [I[galeazza]I] che corrispondeva insieme ad un

terzo dello zecchino e a 12 lire di Dalmazia, ma che ragguagliata alla

veneta valeva lire 7. 6. 8.

La [I[galeazza]I] fu battuta in argento peggio 144 per marca, cioè a

titolo 0,875, e del peso di k. 92 2/3. Il suo diametro è m. 0,037.

Offre nel diritto l'imagine di S. Marco che tiene colla manca il

Vangelo e colla destra benedice. A lui dinanzi sta genuflesso il doge

che stringe l'asta del vessillo che gli svolazza sul capo ed è

sormontata da una croce sporgente dal cerchio di perline che chiude le

due figure. All'ingiro è la epigrafe S * M * VENETVS = ALOY: * PISANI

* D *; nell'esergo l'anno * 1736 *. Presenta il rovescio una galea

([I[galeazza]I]) colle vele ammainate e con bandiera veneziana; undici

remi sul fianco ch'è di prospetto all'osservatore stanno per tuffarsi

nel mare; a dritta di chi riguarda si mostra di lontano una seconda

nave sull'orizzonte, a sinistra due elevate castella che vuolsi

rappresentino le due principali fortificazioni di Corfù, la

[I[cittadella]I] e il [I[castello da mar]I]; dinanzi a questa fortezza

un'altra galea. Chiude il campo un giro di perline, oltre il quale è

l'epigrafe PROVINCIJS MARITIMIS DATVM. Nell'esergo * XII *.

Una varietà singolare e, per quanto io mi sappia, unica di questa

moneta è conservata nella raccolta del colto patrizio Angelo

Malipiero. Uguale a' pezzi comuni nel peso, varia nel diametro

ch'eccede l'ordinario di m. 0,003. Il diritto è di più leggiadro

disegno ed offre una piccola diversità nella leggenda, ALOYS: invece

di ALOY: La differenza maggiore sta nel rovescio. In mezzo al mare si

mostra un vascello d'alto bordo a vele ammainate, ed altro in

distanza. Le fiamme svolazzanti in cima agli alberi e le bandiere de'

castelli sono rivolte a destra di chi guarda, mentre lo sono a

sinistra nell'altro tipo. L'esergo n'è pur variato, avendovi la

iniziale della voce [I[Lire]I], così espressa * L. XII *. Questa

varietà rarissima sarei inclinato a tenerla un semplice progetto di

zecca, scartato forse perché meglio piacque l'altro tipo che in luogo

di un vascello presentava una [I[galeazza]I] a remi, onde poi trasse

nome questa moneta.

Simile alla comune [I[galeazza]I] n'è la metà o il pezzo da [I[sei

lire]I]. È del peso di k. 46 1/3, del diametro di m. 0,032, ed offre

nell'esergo del rovescio la cifra * VI *.

Lo stesso dicasi del quarto, o del pezzo da [I[tre lire]I], recante

nell'esergo del rovescio il numero * III *, del diametro di m. 0,028 e

del peso di k. 23 1/6.

La rappresentazione che qui si scorge delle castella corciresi (almeno

secondo ne pensa il Gradenigo nel Vol. II di Zanetti, p. 205), e il

nome generico di [I[province marittime]I], mi fanno ritenere che

questa moneta non si battesse pe' soli possedimenti dalmati ed

albanesi, ma eziandio per il Levante Veneto. Ed infatti da documenti

sincroni rileviamo che s'era coniata [I[per spender in Dalmatia et

Isole]I].

Abbiamo dalle memorie di zecca più volte citate che di queste galeazze

se ne stamparono 223,387 cioè per un valore approssimativo di 74,462

zecchini. Ma gli speculatori si valsero ben presto dell'introduzione

di questa nuova moneta per far isparire l'oro e rialzare il prezzo

dell'altro argento; quindi sorse il malcontento de' popoli oltremarini

che reclamarono il ritorno alla vecchia monetazione. La Repubblica

ritirò tosto in brevissimo tempo quante più poté galeazze e loro

spezzati e le rimandò alla zecca come metallo da fondere. Tutte però

non le fuse, ma ne rimase in giro in buon dato, a saziare i desiderii

de' numismatici, a' quali non è difficile aggiungere questi tre pezzi

a' lor medaglieri. Quale moneta venisse alla galeazza sostituita in

progresso lo vedremo parlando delle coniate per le colonie del

Levante. Intanto ci volgeremo alla numografia delle singole città

dalmate ed albanesi.

[T2] B. MONETE PARTICOLARI DELLE CITTÀ.

[T3] CITTÀ DI DALMAZIA.

[T4] SEBENICO.

Avvegnaché dal tenore del decreto 13 agosto 1410 appaja essersi

battuta per la comunità di Zara quella moneta che delle dalmate prima

illustrai, credetti nullameno farne menzione come di moneta generale

di que' possedimenti che i Veneziani abbracciavano sotto il nome di

[I[Dalmazia]I]. Dagli atti raccolti nel [I[Capitolare delle Broche]I]

rilevasi che primi nell'ordine cronologico sono a considerarsi i

[I[bagattini]I] o gli [I[oboli]I] battuti per Sebenico. Siccome però

le monete fatte coniare da' Veneziani per le singole città della

Dalmazia erano di questi bagattini di rame, così premetterò pochi

cenni sull'origine di tal moneta e sul valore ch'essa ebbe al

declinare del secolo XV e al principio del successivo quando si

decretarono e si eseguirono quegli stampi.

Le monete dei possedimenti veneziani di oltremare e di terraferma descritte ed illustrate da Vincenzo Lazari · 第 1 / 11 段