FINE.

_Storia di Milano_

dal 1836 al 1848.

Sotto l'oppressura di una indigestione solennemente cattolica, io

mi accingo ad un lavoro altrettanto grave che proficuo: a scrivere

la Storia di Milano dall'anno 1836 al 1848. Voi tosto comprenderete

che io scrivo dietro incarico di un editore, al quale preme, se non

mi inganno, di aggiungere due nuovi volumi alle opere del Verri e

del De-Magri, omai screditate completamente. Conviene adunque che io

raccolga i pensieri a capitolo — l'impresa è molto arrischiata, ma io

solo conosco l'alta mercede che mi attende.

Raduniamo i materiali. Io detesto gli sgobboni che fabbricano la Storia

sui libri altrui, sulle testimonianze poco attendibili dei giornali,

e sulle codarde adulazioni delle medaglie e dei marmi sepolcrali.

— D'altronde, non l'ho io veduta coi miei propri occhi la Storia di

Milano dal 1836 al 1848? — Questa riflessione mi fa incanutire venti

peli della barba, ma in ogni modo mi conforta, e mi infonde lena al

lavoro.

Aduniamo le nostre reminiscenze — senza ordine — senza legge — come

vengono. — Cosa era Milano dal 1836 al 1848? — piuttosto: qual era

Milano? — A tale interpellanza, mi si affaccia il caos... Dodici

anni mi si affollano intorno, urtandosi, sospingendosi, assordandomi

l'orecchio di grida diverse. L'immortale questurino di Siviglia non si

trovò a peggior condizione della mia, allorquando salì in casa di don

Bartolo per rimettervi l'ordine. A suo tempo verificheremo le date,

riordineremo i fatti, se ci sarà bisogno.

Se non m'inganno, fu nell'anno 1838 che S. M. Apostolica l'imperatore

Ferdinando d'Austria venne a Milano per farsi incoronare Re d'Italia.

A quell'epoca, per ricordare l'augusto, si diceva generalmente: il

_nostro imperatore_, taluni, più ingenui: il _nostro buon imperatore_

— Molti nobili lombardi si recavano ad onore di vestire la divisa di

uffiziali tedeschi.... C'erano, all'entrata di S. M., delle guardie

italiane sfolgoranti d'oro e di perle... una meraviglia di splendore,

di pompa, di beatitudine generale. Non ricordo se il cholera ci

abbia fatto la sua prima visita, innanzi, o dopo l'incoronazione di

Ferdinando. Il perfido morbo si diè a conoscere verso quell'epoca,

ed anche allora si rinnovarono scene atroci e balorde, non molto

dissimili da quelle che il Manzoni descrisse nel suo sublime romanzo.

Il popolaccio è sempre uguale in ogni tempo — è sempre la gran bestia.

Di politica nessuno fiatava. — Le contrade erano illuminate da

lampade ad olio, e i riverberi delle fiamme acciecavano affatto il

passeggiero. — I Milanesi menavano gran vanto della loro pulitezza;

e i marciapiedi, frattanto, erano attraversati da rigagnoli che non

sentivano di muschio. La cattedrale, ammirata dagli stranieri, serviva

da pisciatoio ai più civilizzati, i quali, per maggior vilipendio

dell'edificio, erano in buon numero. — La città si svegliava verso

le undici del mattino; i veri _lions_ non apparivano in pubblico che

alla una dopo mezzodì. — Si incontravano al Corso dei giovanotti di

sedici ed anco di diciotto anni, vestiti colla giacchettina corta,

profilata alle natiche, accompagnati dal tutore o dal pedagogo, il

quale ordinariamente era prete. Il cappello a cilindro torreggiava

sulla testa degli eleganti a porta Renza ed ai pubblici giardini; ma

c'era pericolo ad affrontare, con quel simbolo in testa, i terraggi di

porta Ticinese e i rioni di porta Comasina. — Quando al Corso passavano

in cocchio l'arcivescovo o il vicerè, non c'era alcuno che non levasse

il cappello. L'arcivescovo era tedesco e si chiamava Carlo Gaetano

conte di Gaisruk; il vicerè si firmava Rainieri. Nel 1840, i figli di

quest'ultimo, due figuri lunghi e rasi sotto la nuca, venivano salutati

al corso con qualche affettazione di rispetto e berteggiati dietro

le spalle a voce bassa. — Gli uffiziali austriaci portavano l'abito

borghese. — Il governatore, il conte Pachta, il Torresani, il Bolza,

godevano di una autorità illimitata. — C'era un casino di Nobili e un

casino di Negozianti, rivaleggianti di supremazia.

L'aristocrazia e il commercio si guardavano biecamente. I giovanotti

di _buon genere_ si ubbriacavano di Porto e di Madera, e da ultimo

si suicidavano coll'absinzio. Questa atroce bevanda si introdusse a

Milano verso il 1840. — La moda dei mustacchi e della barba completa

incontrava degli oppositori pertinaci e accaniti. Molti padri di

famiglia tenevano il broncio ai figliuoli od ai nipoti per una leggiera

insubordinazione di peli. Due fratelli Clerici rappresentavano le più

belle e più complete barbe di Milano. I vecchi, gl'impiegati, e in

generale, tutti i così detti uomini seri, si radevano scrupolosamente

dal naso al gozzo. Gli studenti che portassero barba o mustacchi

rischiavano compromettere il loro avvenire; ordinariamente venivano

rinviati dall'esame, od anche eliminati dalla scuola.

Tre quarti della popolazione non conosceva altro mondo, fuori di quello

rinchiuso entro il circuito dei bastioni. La attivazione della ferrovia

fra Monza e Milano fu un avvenimento colossale, che parve prodigio.

Si udivano dei vecchi esclamare: Ora che ho veduto questa meraviglia,

sono contento di morire! e parecchi morirono infatti. L'apertura del

caffè Gnocchi in Galleria De Cristoforis inspirava due lunghi articoli

alla _Gazzetta di Milano_; quasi altrettanto rumore levò l'apertura del

caffè dei _Servi_, e più tardi l'inaugurazione della bottiglieria di

San Carlo.

I _Café-restaurants_ non esistevano prima del 1840 — nel 1847 si

contavano sulle dita. La colazione di lusso consisteva in un _caffè_

e _panera_ con due _chiffer_ o pannini alla francese. — Questa lauta

colazione costava otto soldi di Milano. Non era permesso fumare in

alcun luogo pubblico, e, innanzi al 1844, erano guardati di mal occhio

e tacciati di malcreanza i pochi scioperati che osavano inoltrarsi,

collo zigaro in bocca, sui bastioni di porta Renza, o dentro i

pubblici giardini durante il trattenimento della banda. Le signore,

all'appressarsi di uno zigaro, fingevano il deliquio: alla vista di una

pipa inorridivano del pari il gracile e il forte sesso.

In materia culinaria, l'istinto pubblico tendeva al grasso e al pesante.

Gli Ambrosiani non avevano ancora degenerato al punto da proscrivere

il _cervelaa_ dal risotto. Il buon vino, il vino corroborante e

stomatico doveva innanzi tutto essere un liquido opaco. Si mangiava

eccessivamente ad ogni ricorrenza di solennità ecclesiastica: nel resto

dell'anno una parte del popolo digiunava per compenso. Questo popolo

non aveva giornali, nè libri — la sua letteratura erano le _bosinate_ —

la sua politica si riassumeva nel motto: _Viva nun e porchi i sciori!_

— Porta Comasina e porta Ticinese si detestavano: esistevano, dentro i

bastioni, antagonismi feroci, come fuori, tra villaggio e villaggio.

A porta Ticinese, verso l'imbrunire, una persona civilmente vestita

rischiava la fine di santo Stefano.

La _Gazzetta di Milano_, il solo foglio che trattasse estesamente la

politica, usciva in formato modestissimo, e il suo primo articolo

verteva ordinariamente sulle questioni della China. Al compleanno

ed al giorno onomastico di S. M. l'imperatore d'Austria, il foglio

usciva stampato a caratteri d'oro e tutto ornato di rabeschi. In

quelle ricorrenze, la boemia dei poetastri gracidava dalla _Gazzetta_

i suoi inni pindarici. I poeti e i letterati, meno qualche eccezione,

passavano per spie.

La calunnia non rispettava le grandi intelligenze, e imperversava

sulla turba degli scribacchiatori. Qualunque letterato non avesse

una posizione determinata, qualunque non fosse in grado di esporre al

pubblico il bilancio attivo e passivo delle proprie finanze, cadeva in

sospetto di agente dell'Austria. A Milano, come si vede, gli uomini di

lettere furono in ogni tempo assai corteggiati dall'opinione pubblica.

Il _Pirata_, foglio teatrale del dottor Francesco Regli, era letto

avidamente. Luigi Romani istituiva il _Figaro_; Pietro Cominazzi la

_Fama_ che esiste tuttora; il signor Pezzi dettava critiche letterarie

e teatrali nel _Glissons_; c'era un _Bazar_ diretto dal Boniotti. Da

Torino giungeva fin qui il _Messaggere torinese_ diretto dal Brofferio;

Firenze, più tardi, ci mandava una _Rivista_ redatta dal Montazio. In

fatto di letteratura periodica non si andava più in là. — Erano, per

la massima parte, fogli teatrali, ma in allora il teatro costituiva

la massima preoccupazione della società colta; epperò il _Pirata_,

il _Figaro_ e la _Fama_ erano aspettati avidamente e letti da quanti

sapevano leggere.

Il caffè del Duomo, emporio di letteratura e di letterati, offriva

anche il _Politecnico_ e la _Rivista europea_, il _Débats_, la _Rivista

piemontese_, l'_Allgemeine_ ed altri pochi periodici provenienti

dall'estero. Nei principali caffè di Milano, all'infuori della

_Gazzetta_ e del _Pirata_, nessun foglio stampato. I pedanti muovevano

guerra al Manzoni, e stampavano libelli da fare raccapriccio. Tommaso

Grossi, aggredito accanitamente dalla critica pe' suoi _Lombardi_,

abbandonava iracondo il campo delle lettere per rifugiarsi nel

notariato.

La satira inferociva coi grandi. Tutte le ire, le contumelie, le

calunnie che oggidì si disfogano nella lotta politica, si addensavano

allora sulle teste dei poeti e degli artisti, e su quelle andavano

a rovesciarsi furiose e mortifere. E la storia del passato, sarà la

storia dell'avvenire. Esisterà sempre una lega di inetti, di mediocri e

di impotenti per combattere le intelligenze superiori, per contristare

la esistenza di chi opera ed emerge.

Si mangiava a buon patto, e un vino detestabile si smaltiva dai

brugnoni per otto, per sei soldi al boccale. All'osteria della Foppa,

si pranzava al prezzo di una lira austriaca. Quel pranzo si componeva

di tre piatti, minestra, vino, giardinetto. Nell'osteria ed anco negli

alberghi di lusso, la mensa era rischiarata da candele di sego. Ad ogni

mutamento di piatto, il _piccolo_ andava in giro collo smoccolatoio —

la fuliggine pioveva nelle zuppe.

I secchi dei lattivendoli giravano scoperti nelle vie, o solo coperti

da uno strato di mosche. In ogni via aprivasi un macello; i suini e i

vitelli, trascinati brutalmente sui carri, intronavano dei loro gemiti

le vie. — I monsignori del Duomo si distinguevano per la rotondità

dell'addome; gli altri ministri del culto, meno qualche professore

damerino, facevano gara di collaretti _bisunti_. Della decenza pubblica

si teneva poco conto. Mentre i fianchi del Duomo venivano liberamente

usufruttati per sfogo di una secrezione meno pura; presso gli scalini,

in sul far della notte, si davano convegno barattieri e ruffiani

d'ogni specie, i quali, senza scrupolo di sorta, offrivano ai passanti

la merce proibita. Nel centro della città, a poca distanza dalla

cattedrale, esistevano case di vizio. A tutte le ore del giorno, le

più sozze femminaccie scendevano in sulla porta, o affacciavansi alle

finestre, e colla voce e con gesti laidissimi invitavano a salire.

Ai veglioni della Canobbiana del Carcano, ebbrezza e dissolutezza

inenarrabili. In una notte di sabbato grasso, al teatro Fiando, si

dovette sospendere il veglione, e i poliziotti fecero sgombrare la

sala, perchè i _cavalieri_ danzanti s'erano spogliati infino alla

camicia.

Risaliamo alle regioni elevate. Marchesi godeva fama di scultore

eminentissimo; Havez dominava nella pittura storica: Canella e Bisi nel

paesaggio; Sabbatelli era insuperabile negli affreschi, Molteni era

chiamato l'imperatore dei ritrattisti, Sanquirico, scenografo della

Scala e cavaliere di più ordini, riceveva, con alterezza principesca

principi visitatori. Rossini, Bellini e Donizetti fornivano il

repertorio musicale ai grandi e piccoli teatri. Piacevano due o tre

opere di Mercadante. Pacini, già quasi obliato, nel 1842 riviveva

glorioso colla _Saffo_. Alla Scala si rappresentavano con successo i

_Falsi Monetari_ del Rossi, lo _Scaramuccia_ e la _Chiara_ del Ricci,

il _Furioso_ di Donizetti, il _Buontempone_ del Mandanici, tutte

opere in oggi obliate o dannate al ludibrio dei piccoli teatri. La

Malibran era morta, la Pasta abbandonava la scena; Rubini, Lablache,

Tamburini, Galli e gli altri creatori illustri delle opere di Rossini

e di Bellini, emigravano all'estero per cogliere paghe favolose nei

teatri di Londra e di Parigi. Salvi, Moriani, Ronconi, la Tadolini, la

Strepponi, la Schoberlechner, Poggi, la Frezzolini, Guasco, Debassini,

Ferri, aprivano, con altri pochi valenti, l'epoca nuova. Fervide,

accanite polemiche suscitavano la Cerrito e la Taglioni; una pantofola

della Cerrito era pagata duecento franchi. La Elssler, apparsa più

tardi, faceva obliare le due antagoniste avventurate; il pitale della

Elssler fu comperato da un fanatico al prezzo di lire seicento. — Nella

quaresima del 1842, coll'opera il _Nabucco_, si palesava un nuovo

atleta dell'arte musicale, il maestro Giuseppe Verdi. Tutti i dotti

si scatenarono atrocemente contro lui, ma il pubblico non tardava un

istante a rendergli omaggio. Gustavo Modena recitava al Lentasio la

_Zaira_, il _Luigi XI_, l'_Oreste_, il _Filippo_, e di là passava al

Carcano ed al Re, dove la sua forte e poetica declamazione produceva

insoliti effetti.

Al teatro Re, nella stagione di quaresima, recitava periodicamente la

Compagnia Sarda, che contò, fino all'ultimo, attori distintissimi. La

Ristori, al fianco della Marchionni, rappresentava le parti ingenue ed

amorose, tipo ideale di bellezza. Nell'arte drammatica emergevano il

Vostri, attore unico nel suo genere, il Bon, il Taddei, il Gattinelli,

il Ventura, la Robotti, la Romagnoli, il Dondini — Ernesto Rossi,

Tommaso Salvini, la Sadowski, il Majeroni, e quasi tutti gli attori

più illustri dei tempi nostri, aggregati alla compagnia di Gustavo

Modena, si ispiravano alle lezioni ed agli esempi di quel grande.

La Compagnia Lombarda istituita da Giacinto Battaglia e diretta dal

Morelli, arruolava sotto le bandiere tutto il fiore delle giovani

reclute, iniziando, pel teatro drammatico, un'era novella. Scrivevano

per la scena italiana il Bon, il Nota, il Brofferio, il Giacometti ed

altri pochi. Giacinto Battaglia e Giuseppe Revere fornivano qualche

dramma storico non sì tosto applaudito che obliato. Goldoni era

sempre gustato. Il repertorio di Scribe e d'altri autori francesi

godeva pieno favore. Si tentarono per la prima volta le tragedie di

Shakespeare e di Schiller; l'_Otello_ recitato dal Modena, fu al teatro

Re male accolto; assai bene il _Wallenstein_. Una tragedia di Manzoni,

recitata parimenti dal Modena, ottenne fredda accoglienza. Si leggevano

avidamente i versi milanesi del Raiberti. Il primo dramma di Revere,

_Lorenzino de' Medici_, levò qualche rumore. Rovani, a dicianove

anni, pubblicava un romanzo storico, il _Lamberto Malatesta_. Uberti

esordiva alle lettere con un frammento di poema in versi sciolti,

_Le quattro stagioni_. Tutti i romanzi storici e le novelle storiche

apparse dopo i _Promessi Sposi_ e il _Marco Visconti_, arieggiavano

lo stile di Manzoni e di Grossi. La _povera tosa_ metteva il capo

dappertutto. Correva manoscritta una mesta poesia in morte di Silvio

Pellico, nè vi era alcuno che non sapesse recitarla a memoria. Quella

poesia cominciava coi versi: _Luna, romito aereo, Tranquillo astro

d'argento..._

I romanzi del Guerrazzi, superato il confine, passavano da mano a

mano, divorati ansiosamente dai giovani. Giusti e Leopardi erano

poco noti; del Giusti erano lette furtivamente le prime poesie che

giravano manoscritte. Le donne leggevano Prati, e si intenerivano

alle amorose peripezie di Ermenegarda. I professori di rettorica ed i

giovani poetanti inveivano acerbamente contro il gentile e melodioso

poeta, ma tutti poi io imitavano, e, come al solito, lo superavano

nei... difetti. Le opere dell'ingegno fruttavano poco ai mediocri,

ma i distinti ne coglievano i frutti, comparativamente lautissimi.

Tommaso Grossi dai _Lombardi alla prima Crociata_ ritrasse da quindici

a ventimila lire; Cesare Cantù colla _Storia Universale_ e con altre

opere istoriche pubblicate dippoi, arricchì. Ma anche allora c'erano

poeti e letterati che facevano pietà a vederli, quando non ispiravano

terrore. Faccie smunte, soprabiti scuciti, e colli da struzzo. La

letteratura più affamata pranzava alla trattoria del Popolo, dove

non pochi cantanti e ballerini gareggiavano coi poeti di appetito. Le

appendici letterarie e teatrali della _Gazzetta di Milano_ portavano

alternativamente i nomi di Lambertini, Piazza, Biorci, Cremonesi.

Scrivevano libretti d'opera Felice Romani, Rossi, Bidera, Cammarano,

Sacchero e Giorgio Giachetti. Nei palchetti della Scala, durante la

rappresentazione dell'opera, si giuocava a tarocco e qualche volta si

cenava. Nel massimo teatro le panche della platea erano coperte di una

grossa tela giallastra; le scale nude di tappeti, la scena illuminata

tetramente. Alessandro Guerra, famoso equitatore, godeva una fama

napoleonica. — Era gustata la birra Tarelli, e qualche signora suggeva

deliziosamente la gazosa di fambros. Il caffè Mazza era rinomato per la

confezione dei sorbetti, il caffè di Brera per gli squisiti tortelli,

la chiesa di San Marco per i suoi predicatori. — Il vicerè Rainieri,

la sera del giovedì santo, si prestava gratuitamente a lavare i piedi

di dodici vecchioni dello stabilimento Triulzi: tutte le dame e i

gentiluomini di buon gusto facevano a gara per assistere a quello

spettacolo. La contessa Somayloff si rendeva celebre per una mascherata

di gatti, e faceva celebrare con pompa inaudita i funerali di una

cagnolina.

Uno zigaro di virginia costava due soldi di Milano. — Il conte Giulio

Litta scriveva delle opere musicali applaudite, su libretti del poeta

Rotondi suo pensionato. Alla Scala piaceva l'_Ildegonda_, musica e

poesia di Temistocle Solera. — I matrimoni dell'aristocrazia coll'arte

erano rari come quelli della nobiltà col commercio. Levò immenso rumore

il matrimonio della contessa Somayloff col Pery, un oscuro baritono

che rappresentava a teatro di Como la parte di Carlo V nell'_Ernani_.

— Al Corso, nella prima domenica di quaresima, non apparivano che

carrozze ed equipaggi di lusso. Non esistevano ancora gli ignobili

_broughams_. Una dozzina di carrozzoni sepolcrali facevano il servizio

della intera città. — La processione del _Corpus Domini_ costituiva uno

degli spettacoli più grandiosi e più popolari dell'epoca; rampolli di

illustri famiglie figuravano da angioli nel corteggio. Uomini di censo

e di una serietà indiscutibile, si contendevano l'onore di sostenere

il baldacchino. — Nelle grandi arsure dell'estate c'era un espediente

sicurissimo e poco complicato per ottenere la pioggia; si esponevano

alla pubblica venerazione due angioletti di legno. Le fanciulle da

marito filavano l'amore sentimentale nei boschetti di porta Renza, ai

Servi ed al Carmine, durante la messa, e al teatro Filodrammatico.

Le chiese erano affollatissime in ogni ricorrenza di triduo serale;

giovinetti da venticinque a trent'anni assistevano alle cerimonie

religiose col ginocchio piegato, col libro delle preghiere nella mano

destra. Questi devoti solevano impiegare abbastanza vantaggiosamente

anche la mano sinistra. — Alla _Corona_, all'_Agnello_, al _Falcone_,

al _Cappello_ e in tutti gli alberghi di tal rango, si alloggiava al

prezzo di una lira al giorno. I cittadini erano gai: nelle famiglie si

giuocava all'oca ed alla tombola e qualche volta si faceva un po' di

musica e si ballava all'oscuro. Lotterio e Battezzati, un baritono ed

un basso dilettanti, erano contesi dalla borghesia. Il principe Emilio

Belgioioso era un tenore stupendo; il conte Pompeo, basso profondo di

primo ordine, cantava a Bologna lo _Stabat Mater_ di Rossini. — Una

libbra di manzo si pagava diciasette soldi, e metà della popolazione

non assaggiava carne che alla domenica o alle grandi solennità della

chiesa. Si parlava meneghino su tutta la linea. Al Corso di Porta

Renza tutti portavano i guanti; sulla porta dell'Hagy stazionavano

ancora parecchi milionarii. Saper nulla era lusso, moda l'inerzia e la

_ciocca_.

La contessa Somayloff era la _lionne_ di Milano. Una sera, al teatro

Re, ella recitò con molto garbo una parte principalissima nel dramma

francese _Le prime armi di Richelieu_. La rappresentazione aveva scopo

benefico, e il canonico Ambrosoli sedeva nell'atrio del teatro per

sorvegliare il bacile. Le dame, per invidia, detestavano la contessa;

i poveri ne dicevano il maggior bene. — La moglie del vicerè Rainieri,

dal suo palchetto alla Scala, dardeggiava col binoccolo i giovinetti

più alla moda. Uno dei _lions_ più avidamente occhieggiati dalla

arciduchessa, si compiaceva di imbarazzarla colle sue pose stranissime

e non affatto decenti. — Produsse gran sensazione un incendio avvenuto

a Corsico, che divorò buona parte del paese. — Un fallimento dava

materia a discorrere per anni parecchi, e la famiglia di un fallito

vestiva a lutto o spariva dal consorzio cittadino. — In fatto di

equipaggi, non era permesso il tiro a sei che a S. A. I. R. il vicerè,

ed a Sua Eminenza monsignor l'Arcivescovo. — Il vicolo delle _Ore_ e

il sottopassaggio che dall'interno del Duomo mette all'Arcivescovado

erano i punti prescelti pei convegni amorosi. Verso le estremità del

boschetto pubblico prospicienti la strada Isara, si presentavano,

sul far della notte, dei gruppi piuttosto equivoci. L'osteria dei

tre Scranni si rese celebre per una avventura degna di figurare nel

_Decamerone_, e lo sgraziato protagonista, che fini imprigionato,

per disdoro della curia, era un prete. — In estate, le bande tedesche

chiamavano al caffè Cova una folla mista di buontemponi e di fanciulle

da marito. L'ingresso al caffè costava mezza lira austriaca, e questa

dava diritto alla consumazione di un gelato. I Baconi, i Paumgarten

ed i Kaiser fornivano le migliori bande musicali. — La varietà delle

monete era notevolissima e qualche volta imbarazzante; contuttociò il

popolo ambrosiano non potè mai divezzarsi dal contare in lire milanesi.

Esistevano spezzati di ogni valore; il centesimo, il sesino, il tre

centesimi, il soldo, il carantano, la parpagliuola, il tre e mezzo, il

quartino, il nove meno un quattrino, il diciasette e mezzo, il 19 soldi

(tre lire di Parma), il venti soldi. Il valore della svanzica andò

gradatamente aumentando dai ventitrè ai venticinque soldi di Milano.

Fino al 1848, ebbero gran voga i crocioni e i quarti di crocione. Il

_Trentanove_ ebbe gli onori di una brillante poesia dettata da Ercole

Durini, gentiluomo amabilissimo e ricco di ingegno.

Fra le monete d'oro figuravano ancora le pezzette, gli zecchini, le

colombie, le sovrane, le papaline, le messicane, le genove, i luigi,

le parme. — Il duca Litta, recandosi a Lainate con legno da posta,

a ciascun postiglione gettava per mancia un marengo. — I ballerini

ed i mimi, notevoli per la loro chioma raffaellesca, stazionavano

sulla porta del caffè della Cecchina, detto dei _virtuosi_. Effisio

Catte faceva colazione nella retro bottega del salsamentario Morandi;

Gumirato, un tenore in perpetua disponibilità, pranzava tutti i

giorni dell'anno col caffettiere del teatro Re, pagandolo di facezie

e di epigrammi. — Non esistevano giornali umoristici; il _Cosmorama

Pittorico_, istituito dallo Zini, contava settemila abbonati. — In

piazza Castello si giuocava al pallone. In una bottega sulla Corsia

del Duomo, si offerse per circa sei mesi uno spettacolo di pulci

ammaestrate, le quali eseguivano diversi esercizii ginnastici; tutta

Milano corse ad ammirarle. — Il Meneghino Moncalvo, recitando alla

Stadera o alla Commenda, si faceva imprigionare regolarmente due volte

alla settimana per l'arditezza delle sue allusioni antiaustriache. Il

teatro Santa Radegonda, a cui si ascendeva per una scala di legno,

era più angusto, più sudicio e più tetro che non sia al presente.

— Merelli, impresario del teatro alla Scala, possedeva una superba

villa a Lentate, e dava commissioni ai più celebri pittori e scultori.

— Rovaglia, vestiarista degli imperiali regi teatri, sfoggiava sul

corso un magnifico equipaggio. — L'agente Burcardi veniva giustamente

considerato il più magro cittadino di Milano. L'abate Gianni, un

colossale gigante, regalava pubblicamente due schiaffi al figlio di

Radetzky che lo aveva insultato, e n'aveva dal generale felicitazioni

ed encomii. — Di duelli non si udiva parlare; le quistioni più

complicate si scioglievano col metodo estemporaneo dei pugni e delle

reciproche bastonature. — Le teste dei poliziotti, nei quartieri di

porta Ticinese e di porta Comasina, furono più volte sprofondate nel

vano del loro kepy torreggiante. I barabba portavano gli orecchini

e si radevano la nuca; i garzoni da macello si distinguevano per due

enormi ricci poco simmetrici, striscianti sull'orecchio. — Prima del

1840, il tabarro costituiva l'indumento invernale più usitato. Vi erano

tabarri da quattro, e persino da otto a dieci pellegrine. Il _paletot_

veniva generalmente adottato verso il 1841. — Il giorno di Pasqua,

fosse pioggia o bel tempo, metà della popolazione indossava arditamente

gli abiti estivi. Il pantalone di _nankin_ godeva in estate il massimo

favore. Sul Corso si incontravano ad ogni passo delle dame seguite da

un domestico in livrea. I cani favoriti delle signore appartenevano

alla razza dei carlini o dei maltesi. — Balzac soggiornava per alcun

tempo a Milano, e durante quella breve dimora, notava che le figlie

delle nostre portinaie avevano l'aspetto di altrettante regine. Il

celebre romanziere veniva anche derubato di una preziosa tabacchiera

che ben tosto gli era restituita per cura dell'imperiale regio

direttore di polizia. — Il baritono Varesi cantava alla Scala nel

_Corrado d'Altamura_ e nella _Saffo_ di Pacini. — Dal Conservatorio

uscivano famosi istromentisti, il Piatti, il Bottesini, l'Arditi, il

Fumagalli.

Gli allievi del Conservatorio portavano una uniforme non poco

dissimile da quella dei commissari di polizia, vale a dire una marsina

verde scura con bottoni dorati e cappello a barchetta. Il giovedì

e la domenica, quei giovani musicisti dell'avvenire passeggiavano a

schiera sui bastioni e sul Corso. L'alunno Antonio Cagnoni scriveva

la sua prima opera _Don Bucefalo_, mentre a Giuseppe Verdi era negata

l'ammissione nel Conservatorio, dietro verdetto di un professore di

pianoforte onnipotente. — Il maestro Triulzi, orribile a vedersi, dava

lezioni di canto alla bella Finoli ed alla Iotti. Rolla, e più tardi

Cavallini, dirigevano l'orchestra della Scala, che contava fra i suoi

migliori istromentisti l'Ernesto Cavallini solista di clarinetto, il

Daelli oboista, Rabboni professore di flauto e Merighi professore di

violoncello. Ferrara creava eccellenti allievi nel violino. Angelo

Mariani, bellissimo giovane, dirigeva il concerto e l'orchestra del

teatro Carcano nell'autunno dell'anno 1846 e nella primavera del

1847. — Alberto Mazzucato scriveva pel teatro delle opere più meno

accette, e dettava articoli di arte nella _Gazzetta Musicale_, edita

dal Ricordi. Anche il Lucca, editore di musica, istituiva un giornale

artistico letterario, l'_Italia Musicale_, dove il Cattaneo, il

Raiberti, il Rovani, il Ceroni, il d'Azeglio, il Vitali ed il Piazza

scrivevano articoli svariatissimi. Il cavaliere Andrea Maffei donava

all'Italia le sue splendide traduzioni di Schiller e di Moore, e il

prevosto Riccardi, con un libro nel quale si prediceva vicinissima la

fine del mondo, destava il più vivo all'arme nel pubblico. Correvano

trascritte brillanti poesie di Ottavio Tasca in onore della Cerrito e

della Taglioni. Tutte le Strenne che uscivano in Milano portavano una

ode od una novella di Pier Ambrogio Curti. Il maestro Bonino giungeva

desiderato nelle sale della più eletta società pel brio delle sue

narrazioni, per lo spirito inventivo delle sue celie. Nelle case della

borghesia furoreggiava il Rabitti contraffacendo il ronzio della vespa,

lo stridore della sega, la tosse ed il rantolo dei morenti. Nelle

osterie si giuocava alla mora fragorosamente. Sulla porta del caffè

Martini brillava il vecchio Catena, protettore di cantanti e ballerine,

che viveva da signore colla rendita di un capitale non più ingente di

lire diecimila. Alla Scala si rappresentava un _Don Carlo_ del Bona, e

a Genova un _Ernani_ del maestro Mazzucato. L'attore Giovanni Ventura

destava fanatismo nel _Torquato Tasso_ e nel _Vagabondo_, e pubblicava

una raccolta di poesie in dialetto milanese scritte col miglior garbo.

Sulla piazzetta di S. Paolo, le botteghe del parrucchiere Migliavacca e

del calzolaio Brivio rivaleggiavano di lusso e di celebrità. Il Brivio,

nell'atto di prender la misura ad un piedino elegante di donna, si

compiaceva di esplorare a mezzo di uno specchio accollato nel fondo del

suo cappello e deposto ai piedi della cliente, i contorni d'altre polpe

più intime, che certo non reclamavano la scarpa. — Lo stabilimento di

educazione diretto dal signor Racheli era nel massimo fiore, e quivi

si educavano liberalmente i giovanetti delle famiglie più cospicue. Il

professore abate Pozzoni pubblicava delle liriche manzoniane, splendide

nel concetto e nella forma. Giuseppe Barbieri teneva il primo posto

fra gli oratori ecclesiastici, e un altro Barbieri, credo Gaetano,

traduceva, oltre i romanzi di Walter Scott, non saprei quante centinaia

di altri romanzi.

L'omeopatia suscitava polemiche tremende, e il Raiberti vi prendeva

parte colle sue satire piene di attico sale. Un Lafontaine venuto di

Francia dava i primi saggi di magnetismo al ridotto della Scala. La

fotografia sulla carta non era peranco inventata od almeno si ignorava:

i ritratti al dagherrotipo su lamina di zinco preparato, costavano da

dieci a venti franchi cadauno, ed offrivano una immagine sbiadita e

molto spesso enigmatica.

La grande invenzione degli zolfanelli fulminanti data dal 1834. Un

mazzetto di quegli zolfini greggi, che in oggi si vendono a un soldo

la dozzina, in sulle prime costava dodici soldi. Per mesi parecchi

si vendettero al prezzo di soldi sei, quindi scesero gradatamente

fino al carantano. Molti vecchi inorridivano di quel trovato; per un

momento si ebbe a temere, che in seguito ai tanti reclami, alle tante

proteste della popolazione antiquata, lo zolfanello venisse proscritto

dalle leggi. Gli istinti del pipistrello e del gufo son propri della

maggioranza, e questa fece sempre una brutta smorfia ad ogni sprazzo di

luce. L'inventore dello zolfino fulminante non lasciò traccie del suo

nome, e così al Prometeo del secolo nostro mancò l'apoteosi dei carmi

e dei quadri coreografici.

L'arcivescovo Gaisruck e il conte Mellerio si detestavano, fautore

quest'ultimo delle fraterie, l'altro nemico e oppositore pertinace.

I liceisti e i forastieri delle provincie assistevano, in piazza del

Duomo, al concerto quotidiano della banda che suonava sotto il palazzo

del vicerè. Vaccai, l'autore della _Giulietta e Romeo_ e d'altre opere

teatrali, presiedeva alla direzione del Conservatorio. Donizetti era

maestro di Corte a Vienna, e scriveva, per quel teatro italiano, la

_Linda_ e la _Maria di Rohan_. Ogni anno egli tornava alla Bergamo

nativa per abbracciare il suo vecchio maestro Simone Mayr, il quale,

cieco d'occhi e abbattuto dagli anni, si era esclusivamente dedicato

alle composizioni di chiesa. — Ignazio Marini, il celebre basso, veniva

per sempre rinviato dal teatro dell'opera italiana di Vienna, per

avere, ad una rappresentazione di gala a cui assisteva l'imperatore,

emessa una nota troppo profonda che nessuno potè illudersi fosse uscita

dal petto. — A quell'epoca, gli artisti si prendevano delle strane

licenze, e il governo, purchè non si trattasse di licenze politiche, si

mostrava tollerantissimo.

Temistocle Solera, viaggiando col basso Marini da Milano a Stradella in

legno di posta, involto nella zimarra teatrale di Faliero, trinciava

benedizioni a quanti villani si trovavano sul di lui passaggio, e

questi a inginocchiarsi e fare il segno della croce.

L'autore di questo frammento storico, partito da Codogno, dopo una

rappresentazione dell'_Attila_, con indosso l'armatura e le maglie di

Ezio romano, in tale abbigliamento scendeva all'albergo dell'Ancora,

e quivi prendeva alloggio. — Un giovane scapato e di mano pronta

applicava due schiaffi sonori alla moglie d'un celebre impresario

nell'atrio del più vasto teatro. Un tale avvenimento fece parlare il

mondo milanese per dieci anni di seguito. — Per quanto mi dolga recar

sfregio alla tanto vantata moralità di quei tempi, non debbo tacere di

una festa da ballo privata, ove convennero in buon numero persone di

ambo i sessi, abbigliate nel semplicissimo costume di Eva e di Adamo.

La polizia austriaca non si commosse dello scandalo — quei danzatori

così succinti nelle vesti, non erano persone da cospirare contro la

sicurezza dello Stato. Un _Congresso di scienziati_ chiamò gran folla

a Milano nel 1846. Il popolo profittò dell'occasione per testimoniare

il suo rispetto alla scienza. Nelle trattorie si gridava al cameriere:

_un piatto di scienziati!_ — e quegli a recar tosto un piatto di zucche

o di patate. Anche i somarelli vennero in quell'epoca salutati col

medesimo titolo — Nobili istinti delle masse!

Uomini che pensassero all'Italia, che fremessero del servaggio

straniero, che davvero abborrissero l'Austria, erano in numero

assai scarso. I più ignoravano che un'Italia esistesse. Eppure,

qualcheduno agiva in secreto, qualcheduno scriveva, qualcheduno si

assumeva l'incarico pericoloso di propagare i fogli di Mazzini. Allora

c'erano rischi tremendi a parlare di politica, foss'anche col più

intimo degli amici. Taluni che troppo osavano, cadevano in sospetto

di spie. Le _Prigioni_ di Silvio Pellico, erano ritenute un libro

ultrarivoluzionario. Qualcheduno, tremando, osava declamare le liriche

concitate del Berchet, in circolo ristretto di conoscenti. Tali

ardimenti cominciavano verso l'anno 1842.

Si impiegavano sei ore per trasferirsi in vettura da Milano a Pavia;

non era permesso di varcare senza passaporto i confini della Venezia.

Le maschere carnevalesche erano insulse e indecenti. Ai veglioni della

Scala non era permesso lo accedere senza l'abito nero e un piccolo

_domino_ alla spagnuola, che ordinariamente si prendeva a nolo per

dieci o venti lire. La guerra dei coriandoli, al giovedì e al sabbato

grasso assumeva proporzioni intollerabili. — Recandosi in autunno

alle ville, le famiglie patrizie trasportavano enormi bagagli. —

Gli stradali da Milano a Varese, e quelli della provincia di Lodi e

Cremona erano infestati di ladri. Il brigantaggio scomparve lentamente,

coll'estendersi delle comunicazioni e colla coltivazione dei

terreni boschivi. — La Valtellina, la Brianza, i colli del Varesotto

producevano dei vinetti esilaranti. Il _Monterobbio_ e l'_Inferno_

rivaleggiavano coi più famosi vini dell'estero. Ogni anno, gli eleganti

di Milano facevano regolarmente la loro comparsa alla sagra di Imbevera

ed ai mercati autunnali di Lecco. I signori, boriosi e stolidissimi,

dopo aver vissuto famigliarmente in campagna con persone del ceto

medio, negavano a queste il saluto, scontrandole pochi dì dopo sul

lastrico di Milano. — I Bergamaschi alloggiavano all'_Agnello_, i

Lecchesi alla _Corona_, i Pavesi a _Sant'Ambrogio alla Palla_ ed

al _Pozzo_, i Lodigiani al _Cappello_ ed al _Falcone_. Fra quei di

Bergamo e quei di Milano duravano livori e rappresaglie. — La Pasta e

la Taglioni comperavano ville sul lago di Como. Il poeta Ottavio Tasca

sposava la Taccani cantante. Il poeta avvocato Bazzoni si annegava

nelle acque del Lario; tutti gli anni qualche povero innamorato si

gettava dal Duomo.

Alla morte dell'arcivescovo Gaisruck, e poco dopo, alla entrata

trionfale del suo successore Romilli, si manifestavano nelle vie

i primi segnali della insurrezione latente. In piazza Fontana,

in una serata di luminaria fatta ad onore del nuovo arcivescovo,

eccheggiarono le prime grida di Viva Pio IX! I dragoni, prorompendo

a cavallo nel mezzo della folla, misero in fuga i dimostranti, e un

povero fabbricatore di mobili, certo Ezechiele Abate, rimase morto sul

terreno...

E qui, lettori miei, pongo fine al mio riassunto, giacchè mi pare

d'aver già adunata materia sufficiente per riempire i due volumi

commessimi dall'editore. Certo è che, descrivendo gli avvenimenti in

ordine di date, e riproducendo le circostanze di luogo e di persone

con tratti più larghi, ben altro mi sovverrà alla mente, che qui venne

omesso per oblio. Ma questo breve ed informe sommario non potrà a meno

di suggerire dei confronti e di provocare vivaci discussioni fra gli

insanabili adoratori del passato e i fanatici dell'era presente. In

poche parole esprimerò l'avviso mio. All'epoca testè descritta, la

città di Milano contava i milionarii in maggior numero, ma l'agiatezza

era minore assai nelle classi borghesi e nelle masse che vivono d'arte

o d'industria. Il patriziato e l'alto commercio sfoggiavano un lusso

abbagliante, ma il cilindro obbligatorio del calzolaio, del salumiere,

del pittore, del letterato e dell'impiegato, brillava di un luccicore

miserevole che ricordava allo sguardo le traccie bavose della lumaca.

Il vestito di seta non era sceso alla donna del popolo; e la sartorella

sollevando la gonna per trapassare i frequenti rigagnoli, metteva

in mostra delle calze e delle sottane più atte a deprimere che a

suscitare i salaci istinti di un ammiratore. In letteratura, emergevano

delle individualità più distinte, ma la massa del popolo era quattro

volte più idiota. C'erano persone serie, che si occupavano di seri

studi, che pubblicavano seriissimi lavori, ma le crasse maggioranze

nè pensavano, nè studiavano, nè leggevano. La musica era in fiore,

ma assai meno compresa che oggigiorno: si applaudivano con fanatismo

degli insigni capolavori, ma altresì venivano festeggiati degli aborti

oggidì intollerabili. Il ceto lavorante spendeva meno per vivere, ma

era meno retribuito. Notevolissima, in ogni modo, esemplarissima e

degna della massima ammirazione, era a quei tempi la rassegnazione

a pagare il testatico, a sopportare i balzelli, a subire i prestiti

forzosi, ad accettare le leggi quali si fossero, a sopportare i rabuffi

e le frustate dogli imperiali regi commissarii di polizia, ed anche

la bastonatura dei sergenti croati. In ciò, confessiamolo a grande

vergogna nostra, i nostri predecessori, furono sublimi di longanimità

e di tolleranza. Gente di buona fede, che odiava la discussione e

la polemica irritante. Uomini di sano criterio, uomini positivi e

logici in sommo grado, i quali dovevano riconoscere e confessare a

sè medesimi che l'Austria era moderatissima, dacchè, potendo, quando

buono le paresse, spogliarli di tutto, si teneva paga di prendersi la

metà soltanto del loro avere. Come i popoli appariscono ragionevoli

e, diremo anche, felici, quando agli occhi della loro intelligenza

insiste, lontana o vicina, la prospettiva della.... forca!

Racconti politici · 第 95 / 104 题