Noi saremmo tentati di chiudere la nostra istoria con questa rassegna,
perchè con essa è compiuto lo scopo morale del racconto.
Ma il signor Bartolami è entrato nel novero dei giornalisti — e i
nostri lettori vorranno vederlo nell'esercizio delle sue funzioni.
Il nuovo giornale, l'_Unione patriottica_, vide la luce in Milano verso
la fine dell'anno. Il giorno in cui apparve il primo numero, Onofrio
Bartolami si credette in dovere di uscire di casa coll'occhialino.
Rodolfo Barcheggia non volle imbarazzarsi di molti collaboratori —
un ragioniere per dirigere la parte amministrativa, e un ex-sarto
per lo stralcio delle notizie politiche, potevano sopperire a tutta
la bisogna. A questi impiegati subalterni fu destinato un camerotto
al piano terreno, squallido, disadorno, privo di luce. Al redattore
un gabinetto appartato, che la moglie del Bartolami fece tapezzare
di carta verdognola, e fornire di tutti i mobili indispensabili al
conforto della vita. A nessuno era permesso di entrare là dentro,
quando il Barcheggia vi si chiudeva per scrivere gli articoli di fondo.
Lo stesso Bartolami non lo avrebbe osato.
Erano già usciti quattro numeri del giornale. Una mattina il Bartolami
si levò più presto dell'usato. Egli doveva partire per Seregno colla
corsa della ferrovia. Nel prender commiato dalla moglie: bada, le
disse, di non aspettarmi pel pranzo; vado a Seregno per _effettuare_ un
pagamento, nè potrò tornare che a notte avanzata.
Clementina dissimulò la propria gioia con un lungo sbadiglio.
Il Bartolami non usciva mai di casa senza lasciare un _promemoria_
nell'uffizio di redazione. Nella sua qualità di proprietario e gerente
responsabile dell'_Unione patriottica_, egli divideva con Rodolfo il
diritto di entrare, quando gli piacesse, nel gabinetto riservato.
Quella mattina egli vi si intrattenne pochi minuti. Uscito, serrò
l'uscio a chiave, e consegnolla a Silvestro perchè la trasmettesse al
Barcheggia.
Il giovine letterato entrò nell'uffizio a otto ore — probabilmente
egli avea le sue buone ragioni per prevenire tutte le mattine i suoi
colleghi di redazione.
Clementina gli corse incontro con volto radiante.
— Onofrio è partito per Seregno.... non tornerà che stassera....
Questa notizia fu accolta dal giornalista con piena soddisfazione.
Silvestro gli consegnò la chiave del gabinetto, e i due amanti
avventurosi vi si ricoverarono insieme
Quali colombe dal desio chiamate.
Provvidenza dei mariti!... Non erano trascorsi dieci minuti dacchè
Rodolfo e Clementina si eran chiusi nel gabinetto, quando il Bartolami,
con grande sorpresa e terrore di Silvestro, rientrò tutto affannato
nella propria abitazione.
— Presto!... la chiave del piccolo studio! gridò il Bartolami al
domestico, precipitando nell'uffizio del giornale — Sono là!... Sono
là certamente!... Presto dunque, Silvestro! L'abbiamo o non l'abbiamo
questa chiave?...
— Ma io... ma lui!...
— Ebbene!... Che cosa vogliono dire questi _ma_?... Sta a vedere che
questo briccone!... Se non li trovo là dentro, giuro, o brigante, che
dovrai rendermi conto tu stesso... Io so che erano là... Colle buone,
Silvestro! Fuori la chiave.... o ti trascino io stesso pel collare fino
al palazzo di Questura.
— Ella sa bene, signor padrone, che anche l'altro ha diritto di avere
la chiave.... Io non poteva rifiutarmi... Io devo obbedire puntualmente
e ciecamente...
— Dunque... ci voleva tanto?... Il signor Rodolfo è chiuso nel
gabinetto... Ehi di là? — grida il Bartolami bussando alla porta — Sono
io! aprite!...
Nessuna risposta.
Il servitore, indovinando la terribile posizione dei due che stanno
rinchiusi, vorrebbe tentare qualche espediente per torli di imbarazzo.
— Il signor Rodolfo mi aveva detto di non lasciar entrare nessuno...
perchè oggi aveva molto da fare per l'articolo di fondo.
— Eh! mi importa bene a me dell'articolo di fondo?... Là dentro
ho lasciato il mio portafoglio contenente il valore di cinquemila
franchi... Fra mezz'ora parte il secondo convoglio per Seregno...
Aprite, signor Rodolfo! Aprite, vi dico, o ch'io sfondo la porta!....
Così gridando, il Bartolami diede una spinta all'uscio, che essendo
male impiantato sui cardini, cedette a quell'urto violento.
Il fabbricatore di ceralacca e il domestico precipitarono insieme nel
gabinetto, dove, con infinita meraviglia di ambedue, non trovarono
che una donna, Clementina, la quale, senza dar segno di commozione,
coll'aria più ingenua del mondo chiese al marito:
— Che vuol dire tutto questo fracasso?
— Vuol dire... Ma tu?... Ma il signore? Sia l'articolo di fondo?...
Il Bartolami guardava la moglie e il servitore, come un uomo cascato
dalla luna.
— Che novità son queste? — riprese la imperterrita donna — mi avete
tutti e due un certo fare da imbecilli!... Ho voluto un po' vedere
come si tenevano lo carte di uffizio... Tu sei troppo di buona fede,
Onofrio, e ti lasci condurre alla cieca da questo signor Rodolfo, che
in fin dei conti potrebb'essere un briccone, un mangiapane come tanti
altri... Avevo detto a Silvestro di non lasciar entrare nessuno.... Ed
egli, questa bestia....
— Sicuro! — prosegue il Bartolami — questa bestia non ha capito che si
trattava di lui, del signor Rodolfo, e per poco voleva impedirmi...
— Vero scimunito!
— Asino, dico io... Figurati! Mi contava che il signor Rodolfo era
entrato qui dentro per scrivere l'articolo di fondo, mentre invece....
— Mentre invece, prosegue Silvestro, il signor Rodolfo giunge in
questo momento all'uffizio, ed ha l'onore di inchinarsi ai miei padroni
riveritissimi.
Il Barcheggia si presentò diffatti alla porta del gabinetto, e col suo
fare più disinvolto salutò il Bartolami e sua moglie, come se nulla
fosse accaduto.
Silvestro che era a parte della tresca, già indovinava il cammino
pel quale il giovine era riuscito ad evadersi dal gabinetto; ma il
Bartolami avrebbe ignorato eternamente le sue sventure domestiche,
se un accidentalità singolare non gli avesse fornito dei gravissimi
indizii.
Rodolfo Barcheggia, per sottrarre sè medesimo e la moglie del Bartolami
ad una posizione che minacciava di farsi gravissima per entrambi,
era sparito pel vano di una finestra che metteva in un angolo buio,
dove ordinariamente era esposta la ceralacca a rassodarsi. Piombando
in quelle tenebre, il nostro giornalista aveva immerse le estremità
posteriori del suo _paletot_ in una caldaja ricolma appunto del rosso
bitume, riportando, senza avvedersene, un timbro grandioso e molto
appariscente verso i confini più estremi della schiena... Pressato di
rientrare nell'uffizio di redazione per dissipare colla sua presenza
ogni ombra di sospetto, dopo aver scambiati col Bartolami i più
cordiali saluti, Rodolfo commise la fatale imprudenza di volgergli le
Spalle per sedersi allo scrittoio...
— Oh vista! Oh stupore! Oh tremenda rivelazione!... Chi vorrà negare
la tua provvidenza, o gran Dio dei mariti?... Il Bartolami, appena ebbe
scorta quella immensa frittata di ceralacca aderente alle appendici più
ignobili del giornalista, per un moto subitaneo di istinto conjugale,
alzò gli occhi al finestrino... Fu un lampo di ispirazione, ma un
lampo tremendo, fatale. Il volto del Bartolami divenne rosso come il
_paletot_ del letterato traditore!
E qui porremo fine alla nostra istoria, perchè non amiamo far piangere
i nostri lettori, e d'altra parte riteniamo imprudenza far ridere il
pubblico alle spalle di un marito burlato.
L'_Unione patriottica_ sospese immediatamente le sue pubblicazioni. Un
breve avviso esposto sulle cantonate delle città invitava i _numerosi
abbonati_ a recarsi all'uffizio di Redazione per ritirare il denaro da
essi anticipato. Dei _numerosi abbonati_, che in tutti erano sette, uno
soltanto aveva sborsato il prezzo dell'associazione — e questi era un
dabben uomo del Borgo degli Ortolani, il quale avendo veduto un numero
dell'_Unione_ che serviva di involto ad un salame, se n'era invaghito
pei suoi grossi caratteri.
— Mi spiace che il giornale sia morto, diceva il dabben uomo al
Bartolami, mentre questi gli rendeva il prezzo dell'abbonamento. — Era
il miglior giornale che si stampasse a Milano — il solo giornale che si
potesse leggere senza occhiali!