Buffoni e uomini seri.
Io non chiusi gli occhi durante la notte. Il Nebbia e il Trigambi
probabilmente ignoravano che la camera a me destinata fosse attigua
alla loro. Verso undici ore io li udii conversare di tal guisa:
— Qui bisogna prendere una seria determinazione.
— Senza dubbio....
— O l'uno o l'altro di noi deve sposare Ifigenia....
— E buscarsi la dote....
— Dugento mila franchi! davvero è un bel colpo! saremmo imbecilli se ci
lasciassimo sfuggire una tanta fortuna....!
— Eppure l'uno o l'altro di noi dovrà sacrificarsi.... Ifigenia non può
sposarci tutti e due... Finora ella ci ha date prove non dubbie di...
avversione. Se noi non affrettiamo le nozze, un terzo potrebbe entrare
di mezzo e rapirci il frutto delle nostre fatiche.... Ora abbiamo dalla
nostra il papà imbecille....
— E il papà imbecille, se più s'indugia, potrebbe lasciarsi raggirare
da qualcuno più scaltro di noi....
— Quel ciarlatano che stassera s'è introdotto in casa nostra mi dà
molto a temere....
— Non v'è più un momento da perdere...,
— Dunque?
— Dunque!
I due colleghi stettero per pochi minuti silenziosi. Il Nebbia con voce
melliflua e insinuante riprese la parola:
— Amico dolcissimo: per quanto scarsa sia in me la conoscenza di
quell'inesplicabile labirinto che si appella il cuore umano, ho dovuto
non di meno accorgermi che alla gentile Ifigenia meglio che le tue
risolute e talvolta un po' brusche maniere, le mie più moderate e più
leni si confanno. Però sono d'avviso che all'intento desiderato, più
agevole a me si apra la via che non a te, soavissimo fra' miei più
cari. Ove ciò non fosse, di leggieri avrei rinunziato a qualsivoglia
pretesa sulla giovinetta pudica, del cui amore entrambi siam presi:
felice in vederla unita di indissolubile nodo a te, amatissimo
ed amantissimo. Spero dunque che tu, mosso più che da generosa
condiscendenza, da assennato e prudente consiglio, a me vorrai lasciar
libero il campo per una impresa a te forse malagevole, per me piana e
feconda.
— Onorevole collega! — risponde il Trigambi. — Queste tue ciarle
nè punto nè poco mi persuadono. Io non credo che Ifigenia t'abbia
mostrato mai della preferenza. I miei modi bruschi, il mio carattere
disinvolto le vanno più a genio che non le tue moine. Le donne giovani
preferiscono gli uomini d'azione agli uomini di scienza. Se Ifigenia
verrà posta nel bivio di dover scegliere fra noi due, io non dubito
ch'ella mi accordi la preferenza.
— Presupponiamo....
— Amico: non tante parole.... Io voglio che Ifigenia mi appartenga....
Già più volte abbiamo parlato su tale proposito senza mai riuscire
a metterci d'accordo. Dunque.... da galeotto a marinaro.... Il più
scaltro avrà la vittoria.... Piuttosto che cederla a te.... vorrei che
la andasse in mano.... del primo venuto!
Il Trigambi esce dalla stanza brontolando. Il Nebbia, appena il collega
è partito, mormora colla sua pacatezza abituale: «Vorrei vederla morta,
anzichè nelle mani di quel furfante!»
All'indomani, tutti gli abitatori di casa Lanfranconi sono in piedi di
buon mattino; io prima degli altri. Risoluto di condurre a termine la
mia impresa in quella giornata, corro dapprima all'albergo in traccia
di Eugenio.
— Ebbene! — esclama egli, — ho veduto Ifigenia al balcone! ebbi da
lei un biglietto....! Oh amico! tu davvero sei il mio angelo tutelare!
lascia che io ti baci. —
Eugenio mi getta le braccia al collo, e piange di consolazione. —
_Tempo non è di lacrime_, — rispondo io cantarellando; — convien
affrettare lo scioglimento del dramma. Ascoltami bene: l'ultimo colpo
di scena, il colpo decisivo che ricondurrà Romeo nelle braccia di
Giulietta, che farà morire di rabbia il rivale abborrito, che placherà
la ferocia del padre tiranno, è serbato a stassera verso le ore otto.
Ma, perchè il dramma riesca di maggiore effetto, ci vuol della polvere,
ci vogliono schioppettate, grida di popolo e fuochi di bengála. Ecco
dunque quanto devi fare per concorrere efficacemente a tale scopo.
Fa di procurarti dei razzi o _girasoli_ a polvere, e vieni alle otto
della sera sotto le finestre del signor Lanfranconi, accompagnato da
cinque o sei contadini. Appena vedi aprirsi le imposte del balcone, tu
metti fuoco alla batteria, e fa che i tuoi contadini mandino un grido
d'allarmi... Mi hai tu ben inteso...?
— Sì... ma in qual modo...?
— A me la cura del resto... Addio... il tempo è prezioso; io vado a
disporre gli altri personaggi del dramma, onde la catastrofe riesca
secondo i miei voti. —
Io mi stacco da Eugenio, e mi affretto a rientrare nella casa
del signor Lanfranconi. Il grottesco presidente della Società
democratica-italo-latina è in istretto colloquio col Trigambi e
col Nebbia. Ifigenia sta in un canto della sala, pallida in volto e
abbattuta più dell'usato. La poveretta, in vedermi entrare, riprende
coraggio. Si direbbe ch'ella attendesse con impazienza il mio ritorno.
— Signore, — mi dice il Lanfranconi. — voi giungete a proposito
onde suggerirci qualche espediente per sciogliere una questione
intricatissima. —
Il Nebbia e il Trigambi vorrebbero troncare il discorso, ma l'altro
non bada all'evidente malumore dei due colleghi, e tira innanzi di tal
guisa:
— Voi dovete sapere, in primo luogo, che io sono un gran imbecille...
cioè... un uomo... che fuori della politica... mi trovo propriamente...
come si suol dire... un pesce fuori dell'acqua. Io accolsi in mia casa
questi due bravi signori, sapendoli due caldi patrioti, due uomini
di polso... che potevano, non dirò consigliarmi... ma aiutarmi ne'
miei studi politici, economici e democratici... Ma siccome, quando si
tratta dei miei interessi particolari, io sono... o fingo d'essere
un imbecille, così, senza riflettere alle difficoltà che potevano
insorgere, ho promesso a tutti e due la mano di mia figlia. Ora: come
si scioglie questa faccenda? Il progresso della democrazia non giunse
finora a tanto da permettere alle fanciulle la comunione dei mariti...
Io vorrei favorire sì l'uno che l'altro... perocchè nell'avvocato
Nebbia, collaboratore del giornale il _Chiaro-oscuro_, ammiro la
profonda dottrina; nel dottor Trigambi rispetto le impronte venerande
del martirio e la devozione illimitata al bene del paese... L'uno non
vuol cedere all'altro... i suoi diritti. Io non ho ragioni per dar la
preferenza a questo piuttosto che a quello. Come sì fa? Sfido lo stesso
Palmerston a trovare in tal caso una transazione soddisfacente.
— Mio caro signor Lanfranconi, — rispondo io, volgendo uno sguardo alla
povera Ifigenia, che non osa levar gli occhi per eccesso di timidezza,
— l'espediente è presto trovato. Si consulti il voto di Ifigenia.
Scelga essa fra i due pretendenti..... ed ecco troncata ogni lite.
Il Lanfranconi aggrotta le sopracciglia, poi dice a bassa voce: — essa
ha scelto... la cattivella...
— Ebbene?
— Essa pretenderebbe rifiutare sì l'uno che l'altro dei suoi due
pretendenti. Ifigenia è giovane troppo per comprendere il bene ed il
male: io, uomo di esperienza, debbo imporle la mia volontà. Un giorno
ella si chiamerà contenta di avermi obbedito. —
Ifigenia, in udire tali parole, non può trattenere le lacrime, e si
allontana. Dopo breve silenzio io prendo di bel nuovo la parola:
— Lanfranconi! mi accorgo che la questione è assai più difficile a
sbrogliarsi di quanto in sulle prime mi appariva. Nondimeno, se mi
concedete pochi minuti per parlarvi da solo a solo, spero venire a capo
d'uno scioglimento felice. In presenza di questi signori non oserei
esporvi apertamente il mio pensiero. —
Il Nebbia ed il Trigambi si ritirano, e nell'uscire dalla sala
sospingono la porta con un urto sì violento da far crollare le
muraglie. Io piglio pel braccio il mio ospite, e scendo con lui nel
giardino.
Il giardino del signor Lanfranconi, veduto alla luce del giorno,
presenta allo sguardo un quadro di devastazione. Si direbbe che un
violento uragano abbia abbattuto gli alberi, sfrondate le siepi,
scomposte le zolle. Io non posso a meno di esprimere la mia meraviglia
all'ospite che mi dà di braccio: ma questi non curandosi tampoco di
volgere intorno una occhiata, mi risponde asciutto: — chi può occuparsi
di giardino e di fiori, mentre le questioni politiche assorbono
tutta la nostra attenzione? I miei servitori da mane a sera hanno i
giornali nelle mani. Ciò reca qualche inciampo al disimpegno de' loro
affari: l'ordine della casa non cammina colla usata regolarità; ma io
preferisco aspettare alla mattina il mio caffè e panna e mettermi a
tavola una o due ore più tardi, anzichè porre ostacolo alla educazione
politica del popolo. —
Così parlando, noi ci inoltriamo in un viale. Volgendo gli occhi per
caso verso la serra dei limoni, mi vien veduto lo zuavo della sera
precedente, il quale con energica famigliarità abbraccia la sorella del
mio rispettabile amico.
— Allontaniamoci, — mi dice il Lanfranconi all'orecchio....
— Come? voi permettete che in vostra casa....?
— Bazzecole, mio buon amico. Le razze latine si fondono...
— Il nostro nobile collega signor John Russel è d'avviso che assai
meglio ci troveremmo se incominciassimo a fonderci un po' meglio fra
noi della razza italiana.
— Il signor Russel... avrà forse ragione. Ma lasciamo pure che il
progresso precipiti al suo ultimo scopo, e parliamo di ciò che per ora
più davvicino ci interessa. Voi dicevate di avere un utile suggerimento
a comunicarmi riguardo al matrimonio di mia figlia....
— Certamente; un ripiego basato sulla giustizia, o che voi senza dubbio
approverete. Voi dite voler maritare vostra figliuola ad un uomo il
quale abbia ben meritato della patria, ad un uomo, che per la sua
devozione alla causa della libertà sia degno della pubblica stima.
Un tale proposito assai vi onora, signor Lanfranconi, ed io non posso
a meno di incoraggiarvi a persistere in esso. Il signor Nebbia ed il
signor Trigambi, come voi dite, sono due martiri della patria. Ebbene
facciano entrambi l'enumerazione dei loro meriti dinanzi ad un giudice
imparziale, e quegli che avrà più titoli alla riconoscenza della
patria, s'abbia in moglie la bella Ifigenia.
— Signore! la vostra idea mi va a sangue...! Accettereste voi il posto
di giudice?
— Ove ciò vi aggradi... sono pronto a favorirvi.
— Ebbene... stassera, dopo il pranzo, metteremo sul tappeto la
questione, udremo gli oratori, e voi proferirete la sentenza. —
Ciò convenuto, io trovo un pretesto per allontanarmi dal signor
Lanfranconi, e corro in traccia d'Ifigenia per prevenirla di quanto sta
per accadere. La buona figliuola promette assecondare i miei disegni,
e attende con impazienza lo scioglimento della catastrofe.
L'ora del pranzo è suonata. Il signor Lanfranconi per dare maggior
apparato alla conferenza, si è messo la toga di presidente e un enorme
berretto da cui pendono due larghe stole a pelo di coniglio. Il Nebbia
e il Trigambi non aprono labbro. Ifigenia non ha voglia di mangiare;
io cerco intrattenere il Lanfranconi con una lunga sequela di aneddoti
politici, fino all'ora del _dessert_.
La pendola della sala segna le sette ore. Il momento è solenne e
decisivo. Il signor Lanfranconi, dietro mio cenno, espone al Nebbia ed
al Trigambi il suo disegno.
I due colleghi sembrano esitare. Sì l'uno come l'altro mostrano poca
fiducia nel giudice innanzi a cui debbono perorare la loro causa. Io
mi faccio ad incoraggiarli con buone parole e con un sorriso misto di
ingenuità e di cortesia. Alla fine l'avvocato Nebbia incoraggiato da
una furtiva occhiata di Ifigenia, che si giova d'un tale artificio per
accelerare la catastrofe, prende a parlare di tal guisa:
— Se all'onorevole signor Lanfranconi od alla amabile di lei figliuola
spettasse il giudicarmi, crederei inutile e forse inopportuno io
accennare quanto io m'abbia fatto a pro della patria comune, di questa
carissima e santissima Italia, cui da più anni ho consacrate tutte
le forze dello ingegno. Pure, trattandosi di dovermi subordinare al
giudizio di chi non mi conosce, in vista del sommo guiderdone a cui
aspiro, non per vanità o per boria, dirò brievemente la ragione mia.
Mentre Italia gemeva sotto l'oppressione dei suoi tiranni, mentre
il sospiro, la parola, perfino l'aspirazione segreta ad un miglior
avvenire erano delitti, io dettai sul _Chiaro-oscuro_ venticinque
articoli, cui senza dubbio l'Italia va debitrice dell'attuale
suo risorgimento. Questo è il maggiore de' miei vanti, nè io lo
rammenterei, se una tale contribuzione forzata alla mia naturale
modestia non fosse imposta da un affetto gentile.
— Sta bene, — rispondo io. — E dopo avere scritti i venticinque
articoli, al momento in cui l'Italia agitata dalla vostra efficace
eloquenza si armava per combattere i duecentomila stranieri, che non
eran fuggiti dinanzi alle vostre ciarle... come vi comportaste voi?
— Io spinsi tutti i miei conoscenti ed amici a prendere le armi.
— E voi li seguiste... senza dubbio sul campo di battaglia...
— Spingere gli altri al combattimento è molto più utile alla patria...
— Ed anche più comodo. Signor Trigambi: ora la parola è a voi.
— Sarò breve, sarò energico qual si conviene al figliuolo della
rivoluzione. Io non scrissi articoli, non feci vana pompa di utopie,
non imbrattai i giornali di ciancia e fanfalucche, ma corsi di terra
in terra, di nazione in nazione, a risvegliare i popoli addormentati.
Dal 1831 infino ad oggi, io cospirai contro i tiranni, ed ebbi l'onore
d'essere per ben quattro volte appiccato in effigie!
— Senza dubbio nel 1848 voi prendeste parte ai combattimenti delle
cinque giornate...
— Durante la rivoluzione io mi trovava a Parigi. Corsi a Milano, ma non
ebbi la fortuna di giungere in tempo.
— Più tardi vi sarete arruolato nelle schiere di Garibaldi che movevano
al campo...
— A quell'epoca io era già partito per sollevare la Toscana.
— Foste a Roma nel 1849... a difendere l'ultimo asilo della libertà
italiana?
— Nel 1849 io mi recai a... Parigi... per soffocare i primi moti della
reazione.
— E negli ultimi mesi decorsi... senza dubbio avrete preso parte alle
battaglie di Magenta e di Solferino...
— Il mio posto non era a Solferino... ma sibbene a Londra, ove ho
contribuito potentemente alla caduta del ministero Derby. Ma che razza
di esame è codesto? Perchè tante domande suggestive ad un uomo che vi
ha detto sul bel principio d'essere stato quattro volte appiccato in
effigie?
— La vostra effigie deve aver molto sofferto a pro della patria...
ed io deciderei la questione in favore di essa... Ma quanto a voi,
signori...
— Quanto a me, — ripiglia il Nebbia, — oramai vedo d'aver compiuta
la mia missione morale. Al primo grido d'allarmi, io correrò sotto il
vessillo della patria, beato di morire per essa.
— E tale è anche il mio proposito, — soggiunge il Trigambi. — Al primo
colpo di cannone io sarò tra le file dei combattenti...
— Io non desidero che la morte sul campo di battaglia, — prosegue il
Nebbia, levandosi in piedi.
— Il mio petto anela ad una palla, come l'assetato alle fresche
sorgenti.
— Morte ai tiranni!
— Morte ai nemici d'Italia! —
I due colleghi brandiscono le forchette, e paiono sul punto di
scagliarsi contro le orde create dalla loro immaginazione. La pendola
suona otto ore.... Io mi levo, fingendomi commosso di entusiasmo, vado
a dischiudere le imposte del balcone, e immediatamente uno... due...
tre... spari s'odono al piè della casa.
— Corpo di mille diavoli! — esclama il Lanfranconi — Questo è un
combattimento a fuoco vivo...! —
Io mi ritraggo dal balcone. Il Nebbia ed il Trigambi han deposte le
forchette... e sono ripiombati sulle loro scranne, col pallore nel
volto.
— Presto! qualcuno scenda abbasso! — grida il Lanfranconi. — Che
diavolo sarà accaduto...? —
Nessuno si muove.
Ifigenia finge cadere svenuta, il padre si affretta a soccorrerla, e
intanto ripete con voce alterata:
— Signor Nebbia... signor Trigambi... a voi!... Correte là abbasso...
Non vorrei che qualche male intenzionato... Ohimè! la mia povera
Ifigenia si muore dalla paura! —
Io afferro per le falde dell'abito il domestico del Lanfranconi, il
quale tenta invano di schermirsi, e lo obbligo ad accompagnarmi col
lume in fondo alla scala. Il Nebbia ed il Trigambi sembrano impiombati
sulla seggiola.
Il domestico, giunto a piè della scala, si arresta riparandosi dietro
l'uscio; io corro fuori, scambio con Eugenio poche parole, indi torno
con aria affannata presso il signor Lanfranconi.
— Ebbene? quali notizie? che c'è di nuovo laggiù?
— Presto! — rispondo io... — Avete degli schioppi?... Una banda di
reazionari capitanati da un ex-poliziotto austriaco sono entrati in
Gorgonzola, e minacciano di saccheggiare le case dei liberali.
— Misericordia! — grida il Lanfranconi. — Io non tengo che quattro
fucili... Signor Nebbia... signor Trigambi... profittatene voi...! Oh!
la mia povera Ifigenia! Su... dunque!... Che fate voi lì inchiodati
sulla scranna...? I fucili sono nella stanza vicina. —
Io prendo un lume, e corro in cerca dell'armi. I due amici non che di
muoversi han perduto la lena di parlare. Frattanto sotto le finestre
tuonano i razzi... e cinque o sei contadini, adunati da Eugenio,
gridano: All'armi!
— Signor Nebbia... signor Trigambi... eccovi il fucile — dico io
rientrando nella sala. — Corriamo tosto... a disperdere quella ciurma
di scellerati. —
Il Nebbia si leva in piedi, e stringe l'arma nella mano tremante.
— Chi combatterà meglio, — dice il Lanfranconi, — chi farà prove di
maggior coraggio, avrà la mia figliuola per moglie! Animo dunque! Che
più s'indugia?...
— Avete inteso? Ifigenia sarà del più prode... Andiamo. —
Il Nebbia muove alcuni passi, ma giunto presso la scala, depone
l'arma, esclamando eroicamente: — no... no... io non posso risolvermi a
combattere contro i miei concittadini... a lordarmi di sangue italiano!
Io rifuggo dalla guerra civile!
— Ebbene... Ifigenia apparterrà al signor Trigambi, — grida il
Lanfranconi. — Ma dov'è il signor Trigambi?
— Egli è sceso per di là... — dice il domestico, additando la scala che
mette alla cantina. —
— Ah! scellerato! — grida il Lanfranconi levandosi in piedi. — Toccherà
dunque a me, vecchio... malaticcio... impotente... a dare agli altri
esempi di coraggio...?
— Arrestatevi, signor Lanfranconi; voi non dovete scostarvi da
Ifigenia... che troppo ha bisogno de' vostri soccorsi. Gli schioppi
destinati al signor Nebbia ed al signor Trigambi serviranno ad altre
braccia. —
Ciò detto, m'affaccio al balcone, e indirizzo la parola ai congiurati.
— Figliuoli! il signor Lanfranconi può disporre di alcuni fucili. Chi
di voi ha intenzione di combattere contro i nemici della patria, salga
le scale e venga ad armarsi. —
Poco dopo s'ode uno strepito sulle scale. Il Lanfranconi muove incontro
ai generosi che accorrono all'appello... e, nell'eccesso del suo
entusiasmo, stringe fra le braccia Eugenio che primo si è precipitato
nella sala.
Ifigenia si è riavuta dallo svenimento. La voce di un amante è
il miglior farmaco per le fanciulle svenute. Eugenio si arresta..
trepidante... confuso. Egli si vergogna di dover rappresentare nella
commedia un falso personaggio. Il generoso soldato di Montebello, di
Palestro e di Solferino arrossisce di simulare coraggio in un pericolo
immaginario.
Per togliere l'amico da una situazione imbarazzante, io dirigo al
signor Lanfranconi le seguenti parole: — Voi l'avete abbracciato
il bravo, il degno cittadino, il valoroso soldato che mai non mancò
all'appello della patria. La reazione, la congiura dell'ex-poliziotto,
gli spari che poco dianzi avete uditi, non furono che stratagemmi
da me immaginati per riuscire ad un utile scopo. Dove sono in questo
momento i Nebbia ed i Trigambi, cui volevate affidare la vostra unica
figliuola? Lo sparo d'un girasole bastò a metterli in fuga. Eugenio e
i giovani della sua tempra, ecco a cui dovete, o signore, e l'affetto
e la stima. Ifigenia non avrà a temere di nulla, quand'ella sia la
moglie d'un generoso, pronto a difenderla nell'ora del pericolo col
sacrifizio della propria vita. Eugenio s'è battuto nel 48, Eugenio
riprese le armi nel 59, Eugenio questa sera istessa, ove la vostra casa
fosse davvero minacciata, affronterebbe nuovi pericoli. Ciò che poco
dianzi prometteste al signor Nebbia ed al Trigambi in premio del loro
coraggio, non lo merita forse l'eroe di Solferino, che può mostrarvi la
cicatrice d'una ferita onorevole? —
Il signor Lanfranconi rimane alquanto perplesso. — Voi mi avete giocato
un brutto tiro, — esclama egli, — pure non sono malcontento d'aver
aperto gli occhi... su certe verità... Basta! scommetto che lord
Palmerston e lord Russel... non sono del tutto estranei a questa vostra
congiura...
— Lord Palmerston e lord Russel, Gorciacoff e Valeschi, attendono
in questo momento un mio dispaccio che loro annunzii: «Il signor
Lanfranconi si è liberato dai dottrinari e dagli esaltati, ed ha
stretto alleanza coi veri patrioti.»
— Mandate tosto il dispaccio. E se mia figlia è tuttora disposta a
sposare... l'eroe di Solferino...
— Ma non vedete che Ifigenia gli ha già stretta la mano, e mostra di
intendersela con lui a meraviglia...?
— Figliuoli, — dice con solennità il Lanfranconi, avvicinandosi ad
Eugenio ed alla figliuola. — Cedendo alle istanze delle potenze
straniere, e mosso altresì da gravi ragioni politiche note a me
solamente, benedico al vostro imeneo.
— Eugenio! — esclama Ifigenia, — mio diletto Eugenio! io ti ho sempre
amato... ma il giorno in cui ti seppi ferito per la difesa della
patria, cominciai ad adorarti...
— Amici, io vi lascio all'ebrezza de' vostri piaceri. Signor
Lanfranconi, corro a spedire il dispaccio... a lord Russel, che
s'incaricherà di comunicarlo a tutte le corti d'Europa...
— E voi credete che le corti d'Europa ammireranno la mia condotta?
— Sì... purchè a quanto avete fatto stassera aggiungiate un ultimo
sacrifizio...
— Dite.... parlate.... Io mi rimetto interamente al consiglio de' miei
onorevoli colleghi...
— Ebbene. Quando avrete affidata la vostra Ifigenia alla tutela
dell'ottimo Eugenio, ed ella avrà uno sposo pronto a difenderla in ogni
cimento, voi provvedete a riordinare di bel nuovo la vostra cascina,
ripigliate il commercio degli stracchini, che vi dà un prodotto di
lire ventimila ogni anno. Ad Ifigenia ed all'amico Eugenio non nuocerà
d'essere ricchi...
— Ma la patria... o signore...!
— La patria ha bisogno di soldati..... e di danari. Credetelo: anche il
commercio degli stracchini le gioverà. Così imprendessero a fabbricare
stracchini tanti politici ch'io conosco! —