CAPITOLO III.

Buffoni e uomini seri.

Io non chiusi gli occhi durante la notte. Il Nebbia e il Trigambi

probabilmente ignoravano che la camera a me destinata fosse attigua

alla loro. Verso undici ore io li udii conversare di tal guisa:

— Qui bisogna prendere una seria determinazione.

— Senza dubbio....

— O l'uno o l'altro di noi deve sposare Ifigenia....

— E buscarsi la dote....

— Dugento mila franchi! davvero è un bel colpo! saremmo imbecilli se ci

lasciassimo sfuggire una tanta fortuna....!

— Eppure l'uno o l'altro di noi dovrà sacrificarsi.... Ifigenia non può

sposarci tutti e due... Finora ella ci ha date prove non dubbie di...

avversione. Se noi non affrettiamo le nozze, un terzo potrebbe entrare

di mezzo e rapirci il frutto delle nostre fatiche.... Ora abbiamo dalla

nostra il papà imbecille....

— E il papà imbecille, se più s'indugia, potrebbe lasciarsi raggirare

da qualcuno più scaltro di noi....

— Quel ciarlatano che stassera s'è introdotto in casa nostra mi dà

molto a temere....

— Non v'è più un momento da perdere...,

— Dunque?

— Dunque!

I due colleghi stettero per pochi minuti silenziosi. Il Nebbia con voce

melliflua e insinuante riprese la parola:

— Amico dolcissimo: per quanto scarsa sia in me la conoscenza di

quell'inesplicabile labirinto che si appella il cuore umano, ho dovuto

non di meno accorgermi che alla gentile Ifigenia meglio che le tue

risolute e talvolta un po' brusche maniere, le mie più moderate e più

leni si confanno. Però sono d'avviso che all'intento desiderato, più

agevole a me si apra la via che non a te, soavissimo fra' miei più

cari. Ove ciò non fosse, di leggieri avrei rinunziato a qualsivoglia

pretesa sulla giovinetta pudica, del cui amore entrambi siam presi:

felice in vederla unita di indissolubile nodo a te, amatissimo

ed amantissimo. Spero dunque che tu, mosso più che da generosa

condiscendenza, da assennato e prudente consiglio, a me vorrai lasciar

libero il campo per una impresa a te forse malagevole, per me piana e

feconda.

— Onorevole collega! — risponde il Trigambi. — Queste tue ciarle

nè punto nè poco mi persuadono. Io non credo che Ifigenia t'abbia

mostrato mai della preferenza. I miei modi bruschi, il mio carattere

disinvolto le vanno più a genio che non le tue moine. Le donne giovani

preferiscono gli uomini d'azione agli uomini di scienza. Se Ifigenia

verrà posta nel bivio di dover scegliere fra noi due, io non dubito

ch'ella mi accordi la preferenza.

— Presupponiamo....

— Amico: non tante parole.... Io voglio che Ifigenia mi appartenga....

Già più volte abbiamo parlato su tale proposito senza mai riuscire

a metterci d'accordo. Dunque.... da galeotto a marinaro.... Il più

scaltro avrà la vittoria.... Piuttosto che cederla a te.... vorrei che

la andasse in mano.... del primo venuto!

Il Trigambi esce dalla stanza brontolando. Il Nebbia, appena il collega

è partito, mormora colla sua pacatezza abituale: «Vorrei vederla morta,

anzichè nelle mani di quel furfante!»

All'indomani, tutti gli abitatori di casa Lanfranconi sono in piedi di

buon mattino; io prima degli altri. Risoluto di condurre a termine la

mia impresa in quella giornata, corro dapprima all'albergo in traccia

di Eugenio.

— Ebbene! — esclama egli, — ho veduto Ifigenia al balcone! ebbi da

lei un biglietto....! Oh amico! tu davvero sei il mio angelo tutelare!

lascia che io ti baci. —

Eugenio mi getta le braccia al collo, e piange di consolazione. —

_Tempo non è di lacrime_, — rispondo io cantarellando; — convien

affrettare lo scioglimento del dramma. Ascoltami bene: l'ultimo colpo

di scena, il colpo decisivo che ricondurrà Romeo nelle braccia di

Giulietta, che farà morire di rabbia il rivale abborrito, che placherà

la ferocia del padre tiranno, è serbato a stassera verso le ore otto.

Ma, perchè il dramma riesca di maggiore effetto, ci vuol della polvere,

ci vogliono schioppettate, grida di popolo e fuochi di bengála. Ecco

dunque quanto devi fare per concorrere efficacemente a tale scopo.

Fa di procurarti dei razzi o _girasoli_ a polvere, e vieni alle otto

della sera sotto le finestre del signor Lanfranconi, accompagnato da

cinque o sei contadini. Appena vedi aprirsi le imposte del balcone, tu

metti fuoco alla batteria, e fa che i tuoi contadini mandino un grido

d'allarmi... Mi hai tu ben inteso...?

— Sì... ma in qual modo...?

— A me la cura del resto... Addio... il tempo è prezioso; io vado a

disporre gli altri personaggi del dramma, onde la catastrofe riesca

secondo i miei voti. —

Io mi stacco da Eugenio, e mi affretto a rientrare nella casa

del signor Lanfranconi. Il grottesco presidente della Società

democratica-italo-latina è in istretto colloquio col Trigambi e

col Nebbia. Ifigenia sta in un canto della sala, pallida in volto e

abbattuta più dell'usato. La poveretta, in vedermi entrare, riprende

coraggio. Si direbbe ch'ella attendesse con impazienza il mio ritorno.

— Signore, — mi dice il Lanfranconi. — voi giungete a proposito

onde suggerirci qualche espediente per sciogliere una questione

intricatissima. —

Il Nebbia e il Trigambi vorrebbero troncare il discorso, ma l'altro

non bada all'evidente malumore dei due colleghi, e tira innanzi di tal

guisa:

— Voi dovete sapere, in primo luogo, che io sono un gran imbecille...

cioè... un uomo... che fuori della politica... mi trovo propriamente...

come si suol dire... un pesce fuori dell'acqua. Io accolsi in mia casa

questi due bravi signori, sapendoli due caldi patrioti, due uomini

di polso... che potevano, non dirò consigliarmi... ma aiutarmi ne'

miei studi politici, economici e democratici... Ma siccome, quando si

tratta dei miei interessi particolari, io sono... o fingo d'essere

un imbecille, così, senza riflettere alle difficoltà che potevano

insorgere, ho promesso a tutti e due la mano di mia figlia. Ora: come

si scioglie questa faccenda? Il progresso della democrazia non giunse

finora a tanto da permettere alle fanciulle la comunione dei mariti...

Io vorrei favorire sì l'uno che l'altro... perocchè nell'avvocato

Nebbia, collaboratore del giornale il _Chiaro-oscuro_, ammiro la

profonda dottrina; nel dottor Trigambi rispetto le impronte venerande

del martirio e la devozione illimitata al bene del paese... L'uno non

vuol cedere all'altro... i suoi diritti. Io non ho ragioni per dar la

preferenza a questo piuttosto che a quello. Come sì fa? Sfido lo stesso

Palmerston a trovare in tal caso una transazione soddisfacente.

— Mio caro signor Lanfranconi, — rispondo io, volgendo uno sguardo alla

povera Ifigenia, che non osa levar gli occhi per eccesso di timidezza,

— l'espediente è presto trovato. Si consulti il voto di Ifigenia.

Scelga essa fra i due pretendenti..... ed ecco troncata ogni lite.

Il Lanfranconi aggrotta le sopracciglia, poi dice a bassa voce: — essa

ha scelto... la cattivella...

— Ebbene?

— Essa pretenderebbe rifiutare sì l'uno che l'altro dei suoi due

pretendenti. Ifigenia è giovane troppo per comprendere il bene ed il

male: io, uomo di esperienza, debbo imporle la mia volontà. Un giorno

ella si chiamerà contenta di avermi obbedito. —

Ifigenia, in udire tali parole, non può trattenere le lacrime, e si

allontana. Dopo breve silenzio io prendo di bel nuovo la parola:

— Lanfranconi! mi accorgo che la questione è assai più difficile a

sbrogliarsi di quanto in sulle prime mi appariva. Nondimeno, se mi

concedete pochi minuti per parlarvi da solo a solo, spero venire a capo

d'uno scioglimento felice. In presenza di questi signori non oserei

esporvi apertamente il mio pensiero. —

Il Nebbia ed il Trigambi si ritirano, e nell'uscire dalla sala

sospingono la porta con un urto sì violento da far crollare le

muraglie. Io piglio pel braccio il mio ospite, e scendo con lui nel

giardino.

Il giardino del signor Lanfranconi, veduto alla luce del giorno,

presenta allo sguardo un quadro di devastazione. Si direbbe che un

violento uragano abbia abbattuto gli alberi, sfrondate le siepi,

scomposte le zolle. Io non posso a meno di esprimere la mia meraviglia

all'ospite che mi dà di braccio: ma questi non curandosi tampoco di

volgere intorno una occhiata, mi risponde asciutto: — chi può occuparsi

di giardino e di fiori, mentre le questioni politiche assorbono

tutta la nostra attenzione? I miei servitori da mane a sera hanno i

giornali nelle mani. Ciò reca qualche inciampo al disimpegno de' loro

affari: l'ordine della casa non cammina colla usata regolarità; ma io

preferisco aspettare alla mattina il mio caffè e panna e mettermi a

tavola una o due ore più tardi, anzichè porre ostacolo alla educazione

politica del popolo. —

Così parlando, noi ci inoltriamo in un viale. Volgendo gli occhi per

caso verso la serra dei limoni, mi vien veduto lo zuavo della sera

precedente, il quale con energica famigliarità abbraccia la sorella del

mio rispettabile amico.

— Allontaniamoci, — mi dice il Lanfranconi all'orecchio....

— Come? voi permettete che in vostra casa....?

— Bazzecole, mio buon amico. Le razze latine si fondono...

— Il nostro nobile collega signor John Russel è d'avviso che assai

meglio ci troveremmo se incominciassimo a fonderci un po' meglio fra

noi della razza italiana.

— Il signor Russel... avrà forse ragione. Ma lasciamo pure che il

progresso precipiti al suo ultimo scopo, e parliamo di ciò che per ora

più davvicino ci interessa. Voi dicevate di avere un utile suggerimento

a comunicarmi riguardo al matrimonio di mia figlia....

— Certamente; un ripiego basato sulla giustizia, o che voi senza dubbio

approverete. Voi dite voler maritare vostra figliuola ad un uomo il

quale abbia ben meritato della patria, ad un uomo, che per la sua

devozione alla causa della libertà sia degno della pubblica stima.

Un tale proposito assai vi onora, signor Lanfranconi, ed io non posso

a meno di incoraggiarvi a persistere in esso. Il signor Nebbia ed il

signor Trigambi, come voi dite, sono due martiri della patria. Ebbene

facciano entrambi l'enumerazione dei loro meriti dinanzi ad un giudice

imparziale, e quegli che avrà più titoli alla riconoscenza della

patria, s'abbia in moglie la bella Ifigenia.

— Signore! la vostra idea mi va a sangue...! Accettereste voi il posto

di giudice?

— Ove ciò vi aggradi... sono pronto a favorirvi.

— Ebbene... stassera, dopo il pranzo, metteremo sul tappeto la

questione, udremo gli oratori, e voi proferirete la sentenza. —

Ciò convenuto, io trovo un pretesto per allontanarmi dal signor

Lanfranconi, e corro in traccia d'Ifigenia per prevenirla di quanto sta

per accadere. La buona figliuola promette assecondare i miei disegni,

e attende con impazienza lo scioglimento della catastrofe.

L'ora del pranzo è suonata. Il signor Lanfranconi per dare maggior

apparato alla conferenza, si è messo la toga di presidente e un enorme

berretto da cui pendono due larghe stole a pelo di coniglio. Il Nebbia

e il Trigambi non aprono labbro. Ifigenia non ha voglia di mangiare;

io cerco intrattenere il Lanfranconi con una lunga sequela di aneddoti

politici, fino all'ora del _dessert_.

La pendola della sala segna le sette ore. Il momento è solenne e

decisivo. Il signor Lanfranconi, dietro mio cenno, espone al Nebbia ed

al Trigambi il suo disegno.

I due colleghi sembrano esitare. Sì l'uno come l'altro mostrano poca

fiducia nel giudice innanzi a cui debbono perorare la loro causa. Io

mi faccio ad incoraggiarli con buone parole e con un sorriso misto di

ingenuità e di cortesia. Alla fine l'avvocato Nebbia incoraggiato da

una furtiva occhiata di Ifigenia, che si giova d'un tale artificio per

accelerare la catastrofe, prende a parlare di tal guisa:

— Se all'onorevole signor Lanfranconi od alla amabile di lei figliuola

spettasse il giudicarmi, crederei inutile e forse inopportuno io

accennare quanto io m'abbia fatto a pro della patria comune, di questa

carissima e santissima Italia, cui da più anni ho consacrate tutte

le forze dello ingegno. Pure, trattandosi di dovermi subordinare al

giudizio di chi non mi conosce, in vista del sommo guiderdone a cui

aspiro, non per vanità o per boria, dirò brievemente la ragione mia.

Mentre Italia gemeva sotto l'oppressione dei suoi tiranni, mentre

il sospiro, la parola, perfino l'aspirazione segreta ad un miglior

avvenire erano delitti, io dettai sul _Chiaro-oscuro_ venticinque

articoli, cui senza dubbio l'Italia va debitrice dell'attuale

suo risorgimento. Questo è il maggiore de' miei vanti, nè io lo

rammenterei, se una tale contribuzione forzata alla mia naturale

modestia non fosse imposta da un affetto gentile.

— Sta bene, — rispondo io. — E dopo avere scritti i venticinque

articoli, al momento in cui l'Italia agitata dalla vostra efficace

eloquenza si armava per combattere i duecentomila stranieri, che non

eran fuggiti dinanzi alle vostre ciarle... come vi comportaste voi?

— Io spinsi tutti i miei conoscenti ed amici a prendere le armi.

— E voi li seguiste... senza dubbio sul campo di battaglia...

— Spingere gli altri al combattimento è molto più utile alla patria...

— Ed anche più comodo. Signor Trigambi: ora la parola è a voi.

— Sarò breve, sarò energico qual si conviene al figliuolo della

rivoluzione. Io non scrissi articoli, non feci vana pompa di utopie,

non imbrattai i giornali di ciancia e fanfalucche, ma corsi di terra

in terra, di nazione in nazione, a risvegliare i popoli addormentati.

Dal 1831 infino ad oggi, io cospirai contro i tiranni, ed ebbi l'onore

d'essere per ben quattro volte appiccato in effigie!

— Senza dubbio nel 1848 voi prendeste parte ai combattimenti delle

cinque giornate...

— Durante la rivoluzione io mi trovava a Parigi. Corsi a Milano, ma non

ebbi la fortuna di giungere in tempo.

— Più tardi vi sarete arruolato nelle schiere di Garibaldi che movevano

al campo...

— A quell'epoca io era già partito per sollevare la Toscana.

— Foste a Roma nel 1849... a difendere l'ultimo asilo della libertà

italiana?

— Nel 1849 io mi recai a... Parigi... per soffocare i primi moti della

reazione.

— E negli ultimi mesi decorsi... senza dubbio avrete preso parte alle

battaglie di Magenta e di Solferino...

— Il mio posto non era a Solferino... ma sibbene a Londra, ove ho

contribuito potentemente alla caduta del ministero Derby. Ma che razza

di esame è codesto? Perchè tante domande suggestive ad un uomo che vi

ha detto sul bel principio d'essere stato quattro volte appiccato in

effigie?

— La vostra effigie deve aver molto sofferto a pro della patria...

ed io deciderei la questione in favore di essa... Ma quanto a voi,

signori...

— Quanto a me, — ripiglia il Nebbia, — oramai vedo d'aver compiuta

la mia missione morale. Al primo grido d'allarmi, io correrò sotto il

vessillo della patria, beato di morire per essa.

— E tale è anche il mio proposito, — soggiunge il Trigambi. — Al primo

colpo di cannone io sarò tra le file dei combattenti...

— Io non desidero che la morte sul campo di battaglia, — prosegue il

Nebbia, levandosi in piedi.

— Il mio petto anela ad una palla, come l'assetato alle fresche

sorgenti.

— Morte ai tiranni!

— Morte ai nemici d'Italia! —

I due colleghi brandiscono le forchette, e paiono sul punto di

scagliarsi contro le orde create dalla loro immaginazione. La pendola

suona otto ore.... Io mi levo, fingendomi commosso di entusiasmo, vado

a dischiudere le imposte del balcone, e immediatamente uno... due...

tre... spari s'odono al piè della casa.

— Corpo di mille diavoli! — esclama il Lanfranconi — Questo è un

combattimento a fuoco vivo...! —

Io mi ritraggo dal balcone. Il Nebbia ed il Trigambi han deposte le

forchette... e sono ripiombati sulle loro scranne, col pallore nel

volto.

— Presto! qualcuno scenda abbasso! — grida il Lanfranconi. — Che

diavolo sarà accaduto...? —

Nessuno si muove.

Ifigenia finge cadere svenuta, il padre si affretta a soccorrerla, e

intanto ripete con voce alterata:

— Signor Nebbia... signor Trigambi... a voi!... Correte là abbasso...

Non vorrei che qualche male intenzionato... Ohimè! la mia povera

Ifigenia si muore dalla paura! —

Io afferro per le falde dell'abito il domestico del Lanfranconi, il

quale tenta invano di schermirsi, e lo obbligo ad accompagnarmi col

lume in fondo alla scala. Il Nebbia ed il Trigambi sembrano impiombati

sulla seggiola.

Il domestico, giunto a piè della scala, si arresta riparandosi dietro

l'uscio; io corro fuori, scambio con Eugenio poche parole, indi torno

con aria affannata presso il signor Lanfranconi.

— Ebbene? quali notizie? che c'è di nuovo laggiù?

— Presto! — rispondo io... — Avete degli schioppi?... Una banda di

reazionari capitanati da un ex-poliziotto austriaco sono entrati in

Gorgonzola, e minacciano di saccheggiare le case dei liberali.

— Misericordia! — grida il Lanfranconi. — Io non tengo che quattro

fucili... Signor Nebbia... signor Trigambi... profittatene voi...! Oh!

la mia povera Ifigenia! Su... dunque!... Che fate voi lì inchiodati

sulla scranna...? I fucili sono nella stanza vicina. —

Io prendo un lume, e corro in cerca dell'armi. I due amici non che di

muoversi han perduto la lena di parlare. Frattanto sotto le finestre

tuonano i razzi... e cinque o sei contadini, adunati da Eugenio,

gridano: All'armi!

— Signor Nebbia... signor Trigambi... eccovi il fucile — dico io

rientrando nella sala. — Corriamo tosto... a disperdere quella ciurma

di scellerati. —

Il Nebbia si leva in piedi, e stringe l'arma nella mano tremante.

— Chi combatterà meglio, — dice il Lanfranconi, — chi farà prove di

maggior coraggio, avrà la mia figliuola per moglie! Animo dunque! Che

più s'indugia?...

— Avete inteso? Ifigenia sarà del più prode... Andiamo. —

Il Nebbia muove alcuni passi, ma giunto presso la scala, depone

l'arma, esclamando eroicamente: — no... no... io non posso risolvermi a

combattere contro i miei concittadini... a lordarmi di sangue italiano!

Io rifuggo dalla guerra civile!

— Ebbene... Ifigenia apparterrà al signor Trigambi, — grida il

Lanfranconi. — Ma dov'è il signor Trigambi?

— Egli è sceso per di là... — dice il domestico, additando la scala che

mette alla cantina. —

— Ah! scellerato! — grida il Lanfranconi levandosi in piedi. — Toccherà

dunque a me, vecchio... malaticcio... impotente... a dare agli altri

esempi di coraggio...?

— Arrestatevi, signor Lanfranconi; voi non dovete scostarvi da

Ifigenia... che troppo ha bisogno de' vostri soccorsi. Gli schioppi

destinati al signor Nebbia ed al signor Trigambi serviranno ad altre

braccia. —

Ciò detto, m'affaccio al balcone, e indirizzo la parola ai congiurati.

— Figliuoli! il signor Lanfranconi può disporre di alcuni fucili. Chi

di voi ha intenzione di combattere contro i nemici della patria, salga

le scale e venga ad armarsi. —

Poco dopo s'ode uno strepito sulle scale. Il Lanfranconi muove incontro

ai generosi che accorrono all'appello... e, nell'eccesso del suo

entusiasmo, stringe fra le braccia Eugenio che primo si è precipitato

nella sala.

Ifigenia si è riavuta dallo svenimento. La voce di un amante è

il miglior farmaco per le fanciulle svenute. Eugenio si arresta..

trepidante... confuso. Egli si vergogna di dover rappresentare nella

commedia un falso personaggio. Il generoso soldato di Montebello, di

Palestro e di Solferino arrossisce di simulare coraggio in un pericolo

immaginario.

Per togliere l'amico da una situazione imbarazzante, io dirigo al

signor Lanfranconi le seguenti parole: — Voi l'avete abbracciato

il bravo, il degno cittadino, il valoroso soldato che mai non mancò

all'appello della patria. La reazione, la congiura dell'ex-poliziotto,

gli spari che poco dianzi avete uditi, non furono che stratagemmi

da me immaginati per riuscire ad un utile scopo. Dove sono in questo

momento i Nebbia ed i Trigambi, cui volevate affidare la vostra unica

figliuola? Lo sparo d'un girasole bastò a metterli in fuga. Eugenio e

i giovani della sua tempra, ecco a cui dovete, o signore, e l'affetto

e la stima. Ifigenia non avrà a temere di nulla, quand'ella sia la

moglie d'un generoso, pronto a difenderla nell'ora del pericolo col

sacrifizio della propria vita. Eugenio s'è battuto nel 48, Eugenio

riprese le armi nel 59, Eugenio questa sera istessa, ove la vostra casa

fosse davvero minacciata, affronterebbe nuovi pericoli. Ciò che poco

dianzi prometteste al signor Nebbia ed al Trigambi in premio del loro

coraggio, non lo merita forse l'eroe di Solferino, che può mostrarvi la

cicatrice d'una ferita onorevole? —

Il signor Lanfranconi rimane alquanto perplesso. — Voi mi avete giocato

un brutto tiro, — esclama egli, — pure non sono malcontento d'aver

aperto gli occhi... su certe verità... Basta! scommetto che lord

Palmerston e lord Russel... non sono del tutto estranei a questa vostra

congiura...

— Lord Palmerston e lord Russel, Gorciacoff e Valeschi, attendono

in questo momento un mio dispaccio che loro annunzii: «Il signor

Lanfranconi si è liberato dai dottrinari e dagli esaltati, ed ha

stretto alleanza coi veri patrioti.»

— Mandate tosto il dispaccio. E se mia figlia è tuttora disposta a

sposare... l'eroe di Solferino...

— Ma non vedete che Ifigenia gli ha già stretta la mano, e mostra di

intendersela con lui a meraviglia...?

— Figliuoli, — dice con solennità il Lanfranconi, avvicinandosi ad

Eugenio ed alla figliuola. — Cedendo alle istanze delle potenze

straniere, e mosso altresì da gravi ragioni politiche note a me

solamente, benedico al vostro imeneo.

— Eugenio! — esclama Ifigenia, — mio diletto Eugenio! io ti ho sempre

amato... ma il giorno in cui ti seppi ferito per la difesa della

patria, cominciai ad adorarti...

— Amici, io vi lascio all'ebrezza de' vostri piaceri. Signor

Lanfranconi, corro a spedire il dispaccio... a lord Russel, che

s'incaricherà di comunicarlo a tutte le corti d'Europa...

— E voi credete che le corti d'Europa ammireranno la mia condotta?

— Sì... purchè a quanto avete fatto stassera aggiungiate un ultimo

sacrifizio...

— Dite.... parlate.... Io mi rimetto interamente al consiglio de' miei

onorevoli colleghi...

— Ebbene. Quando avrete affidata la vostra Ifigenia alla tutela

dell'ottimo Eugenio, ed ella avrà uno sposo pronto a difenderla in ogni

cimento, voi provvedete a riordinare di bel nuovo la vostra cascina,

ripigliate il commercio degli stracchini, che vi dà un prodotto di

lire ventimila ogni anno. Ad Ifigenia ed all'amico Eugenio non nuocerà

d'essere ricchi...

— Ma la patria... o signore...!

— La patria ha bisogno di soldati..... e di danari. Credetelo: anche il

commercio degli stracchini le gioverà. Così imprendessero a fabbricare

stracchini tanti politici ch'io conosco! —

Racconti politici · 第 63 / 104 题